Confindustria prova a zittire Salvi-11/0/2/01
Un durissimo attacco al ministro che avvertiva: impossibile ratificare accordi senza la Cgil
FRANCESCO PICCIONI

Lo strappo sindacale è nell'aria, e chiuque provi a metterci dito rischia di bruciarselo. Ieri è toccato al ministro del lavoro, il diessino Cesare Salvi. Un comunicato diramato nella mattinara dal suo ministero gli ha attirato addosso la furia polemica di Confindustria e della Confartigianato.
Nei giorni scorsi il neo-segretario della Cisl, Pezzotta (un fedelissimo di D'Antoni), aveva ripetuto più volte di essere disponibile a firmare accordi con le controparti padronali, con o senza l'accordo della Cgil. Un preannuncio di rottura che faceva "splendidamente" il paio con la rapida dismissione di ogni velleità "terzopolista" dal parte del suo mentore, D'Antoni. A Cofferati, che pure è difficile accusare di "estremismo" e passione per la "lotta dura", non era rimasto che prenderne atto, avvertendo però che una simile ipotesi avrebbe sollevato la Cgil da ogni patto per tener ferma la conflittualità.
La nota ministeriale di ieri, avvertita l'aria che tira, rendeva noto che il governo non avrebbe potuto recepire accordi se "dovesse mancare il consenso di una delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative". C'è infatti da recepire una direttiva europea sui contratti a termine, che richiede però, "sulla base dei criteri di convergenza unitaria tra le parti sociali", il consenso dei sindacati principali. L'intento di Salvi era espressamente moderatorio, "per evitare che la discussione sull'ipotesi di un'intesa separata sui contratti a termine si inasprisca ulteriormente". Il risultato è l'esatto opposto.
Una durissima nota di Confindustria giudica "inaccettabile" il fatto che il ministro del lavoro non abbia "mantenuto un atteggiamento super partes", fornendo di fatto "un alibi a chi, anche in questa occasione, fa di tutto per ostacolare il dialogo sociale". "Non è pensabile - prosegue l'organizzazione del padronato - che a una sola sigla sindacale sia concesso un diritto di veto sull'intera rappresentanza del lavoro". Un gioco linguistico e tutto va a posto: la Cgil è una sigla, come tante altre. I numeri (la quantità di persone che rappresenta) non contano. Secondo Confindustria, insomma, si dovrebbero firmare accordi che escludono il maggiore sindacato del paese e il governo dovrebbe starsene zitto. La lungimiranza di questa posizione è palese (se il sindacato maggiormente rappresentativo resta fuori da un accordo è facile prevedere che ci sarà un incremento della conflittualità), ed è altrettanto palese che un eventuale governo Berlusconi proprio questo ruolo an drà ad assumere.
Ma Confindustria affonda il bisturi sulle ambiguità della posizione tenuta fin qui dai vertici della stessa Cgil. Sulla questione dei contratti a termine, ricorda, "era stata raggiunta un'intesa tra Cgil, Cisl e Uil e tutte le organizzazioni di rappresentanza delle imprese. Al momento della firma, il rappresentante di una sola organizzazione sindacale, per motivi interni, è stato costretto a rimangiarsi le sue posizioni".
Comunque vada, un dato appare chiaro: la stagione della concertazione "paritaria" tra governo, sindacati e industriali, è finita. Confindustria vuole che si facciano accordi alle sue condizioni, e solo con chi le accetta. Al governo non lascia margini di contrattazione, relegandolo nel puro e semplice ruolo del notaio. Non accettare questa imposizione significa riaprire la stagione del conflitto social