Italia e Francia formalizzano la richiesta di salvaguardia. Pechino replica minacciando
Nuovi dazi, la Cina non ci sta:
«Sospenderemo i contratti»
liberazione 27-4-05
Sabina Morandi
La risposta di Pechino all'iniziativa europea arriva a stretto giro di posta, nel linguaggio universale e minaccioso dell'Organizzazione mondiale del commercio. L'indagine su nove categorie di prodotti tessili annunciata sabato dal commissario al commercio Paul Mandelson e stata subito dichiarata insufficiente da una cordata di 13 paesi capeggiati da Italia e Francia che proprio ieri hanno formalizzato, con una lettera al Commissario la richiesta di procedura di emergenza e si preannuncia che altre richieste analoghe, relative ad ulteriori categorie di prodotti tessili importati dalla Cina, saranno formalizzate nei prossimi giorni. Bagliori di una guerra commerciale? Difficile da credere, ma l'indagine potrebbe essere considerata "discriminatoria" parola che, nella rigida liturgia iperliberista, prefigura l'intenzione della Cina di presentare un reclamo ufficiale. In quel caso il Wto potrebbe accusare gli europei di non essere sufficientemente liberisti, e punire Bruxelles con pesanti sanzioni.

Alla ventilata minaccia d'intraprendere un'azione del genere, il presidente della camera di commercio cinese Cao Xinyu ne aggiunge un'altra, molto più concreta: «Ai nostri associati - ha dichiarato sul Financial Times - è stato consigliato di essere cauti nel firmare nuovi contratti e di sospendere gli accordi relativi a grandi forniture», sia in uscita che in entrata. Le clausole di salvaguardia, che reintrodurrebbero i dazi su alcune categorie di prodotti, oltre a essere una violazione delle norme Wto, secondo Cao sarebbero oltremodo ingiusti: «Gli europei hanno incassato ingenti profitti vendendo aeroplani e locomotive alla Cina. Perché ora si spaventano così tanto per un piccolo aumento delle esportazioni cinesi?».

Il gigante cinese non ci sta a venire trattato come uno dei tanti paesi del Terzo mondo vittime del doppio standard occidentale - aprite i vostri mercati ma restate fuori dai nostri - e brandisce la minaccia più letale: quella di chiudere un promettente mercato che si è appena aperto ma che già assorbe una notevole quantità delle produzioni di quei paesi europei che ancora producono, situati in massima parte nel Nord Europa.

Sì perché oltre ai treni e ai jet i cinesi sono balzati ai primi posti mondiali negli acquisti di una serie di generi di consumo, dai telefonini alle televisioni, rivitalizzando interi comparti produttivi. Tanto è vero che ieri si sono fatti sentire gli svedesi, invitando i paesi dell'Unione europea a «non ricadere nel protezionismo vecchio stile» che potrebbe trasformarsi in un boomerang.

Senza contare che una buona parte delle esportazioni tessili cinesi - si calcola almeno il 60 per cento - appartengono a marchi occidentali che hanno scelto di delocalizzare le produzioni in Cina per risparmiare sui salari. Cosa che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che al di là dei solenni proclami la crisi del settore tessile non può essere ridotta al puro e semplice "pericolo giallo".

Dall'altra parte dell'Atlantico va in scena lo stesso spettacolo. L'economia non tira? E' colpa della Cina che «tiene artificialmente basso il valore della propria moneta». Le pressioni su Pechino sono costanti, almeno secondo quanto riportato dai media statunitensi che però, come al solito, glissano su alcune informazioni sostanziali. Il fatto ad esempio che la moneta cinese è così bassa proprio perché agganciata al dollaro - a sua volta tenuto basso per favorire le esportazioni in Europa - e soprattutto il fatto che l'enorme deficit americano (siamo sui 666 miliardi di dollari, corrispondenti al 5,6 per cento del Pil) viene in buona parte finanziato proprio dalla Cina che investe le eccedenze finanziarie in buoni del tesoro Usa.

Le banche centrali asiatiche hanno ancora la maggior parte delle loro riserve in dollari - e si può immaginare quante perdite vengano accumulate con l'attuale svalutazione - con la Cina che possiede quasi la metà di questo enorme capitale valutato intorno a 400 miliardi di dollari. Non è un po' stupido minacciare il proprio maggiore creditore?

Secondo Nouriel Rubini, professore di economia alla New York University, il gioco dell'attuale amministrazione è molto rischioso: «Se la Cina e il resto dell'Asia riducessero il proprio rifornimento di capitale prima che Usa, Europa e Giappone siano riusciti a ridurre il deficit, sarebbe davvero un atterraggio durissimo». Ma, come fa notare il professore, non sembra che l'amministrazione Bush stia prendendo adeguate misure in tal senso.

L'effetto destabilizzante della crescita cinese - anche quest'anno al 10 per cento - è innegabile e richiederebbe certamente adeguate misure di politica economica. Non si tratta soltanto di imporre misure difensive come le clausole di salvaguardia - la reintroduzione temporanea dei dazi - quanto abbracciare con decisione iniziative positive, dagli investimenti alla ricerca scientifica (Pechino insegna) a premi fiscali per le imprese che decidono di rimanere a casa (o tassazioni per quelle che delocalizzano).

Il problema è che su questo punto il dogma non transige: è la mano del mercato che deve mettere a posto le cose, non i governi. Di fatto sono dieci anni che i paesi membri del Wto vengono sonoramente puniti quando cercano di attuare scelte di politica economica finalizzate a proteggere la propria industria e i propri mercati dall'invasione di merci a basso costo e non si capisce perché, dicono in sostanza i cinesi, europei e americani dovrebbero venire dispensati dal rispetto delle regole che loro stessi hanno formulato e imposto al resto del mondo.