Consumi, crescita, Pil. Noi
e la Cina

 

 

Fabrizio Giovenale
Toccò a me, indegnamente, dare avvìo a metà-giugno alla polemica sul consumare di meno o di più venuta avanti su Liberazione per tutta l'estate. Ci siamo sbizzarriti in parecchi (in 20 finora con 30 interventi, più quelli sul Manifesto) a scambiarci le opinioni e le più-o-meno-velate insolenze che ricordava giorni fa Gianni Naggi. Spero che qualche lettore ci abbia trovato interesse, si sia divertito magari anche lui. Fosse per me seguiterei, anche perché qualche piccolo sasso dalla scarpa me lo vorrei ancora levare. Solo che...

Solo che nel frattempo sta succedendo di tutto: dalla Luisiana sott'acqua agli incendi a Parigi al crescendo pauroso delle mattanze irachene: cose drammaticissime che - in un modo o nell'altro - portano conferme alla tesi sull'assurdità del correre-appresso agli aumenti del Pil. D'altro lato vediamo moltiplicarsi le riflessioni sull'economia "in contrazione" e sulla ricerca di alternative, sui valori qualitativi in sostituzione di quelli quantitativi... E' uscita perfino una rivista intitolata Decrescita, su La Nuova Ecologia di settembre Massimo Serafini lancia la campagna "Meno è meglio", il maxifilosofo Umberto Galimberti su La Repubblica titola a tutta pagina "Smettiamo di crescere"...

E dunque occasioni per accapigliarci ancora non ce ne mancheranno. Stando le cose come stanno, però, di questi tempi c'è rischio di ritrovarci a parlare del sesso degli angeli mentre brucia la casa. Così forse è meglio fare astrazione un momento dagli ultimi eventi e provare a vedere se dal nostro dibattito si può ricavare qualcosa di utile da spendere politicamente hic et nunc. Ad esempio per i programmi d'un futuro governo come a noi piacerebbe che fosse.

Fermo restando il punto di partenza - la necessità prioritaria di ridimensionare i consumi di risorse per salvaguardare la vivibilità della Terra - mi sembra giusto ripartire dalle cose dette da Franco Berardi-Bifo nel suo intervento del 15/7 dal titolo "L'Europa non ha radici. Per fortuna". Questa la sua tesi: di fronte allo scontro fra giganti che si va profilando (Usa da un lato, Cina dall'altro, India Indonesia e Brasile che vengono avanti) con interi settori merceologici già in mani altrui è inutile tanto fare appello a valori tradizionali ormai fuori-corso quanto metterci in testa scenari di competitività a tutto campo, noi contro tutti... Tant'è abbandonare quelli che lui chiama i "principi fondamentali nella storia della modernità": quello della crescita e dalla competitività economica come imperativo generale e quello dell'espansione dei consumi come automatismo psichico" e muoverci alla ricerca di "un modello antropologico in cui l'economia non sia più al posto di comando", e nel quale prevalgano invece i valori della "sensibilità sociale".

Francamente: oggi a me sembra questo l'approccio non solo concettualmente più valido, ma più realistico nella sostanza ai problemi che abbiamo di fronte. Scendendo più nel concreto. Vale quanto già detto da molti durante il dibattito - Patrizia Sentinelli, Roberto Musacchio, Franco Russo, Gigi Sullo, Gianni Naggi - su tutta una serie di temi. Sulla questione energetica (ben riproposta da Oscar Marchisio su Liberazione del 25/8), sui risparmi possibili, sugli Accordi di Kyoto, sulle "fonti rinnovabili" (l'affascinante visione di Nicola Cipolla del Sahara tappezzato di pannelli fotovoltaici per fornire energia al centro-nord dell'Africa e al bacino Mediterraneo). E ancora: sulla gestione pubblica dei Beni Comuni a partire dall'acqua, sulle riconversioni dell'agricoltura, sulla sovranità alimentare, sul "ciclo corto" delle merci a dimensione locale... Ecco: su questi ultimi punti vorrei soffermarmi un attimo ancora.

Partendo ancora una volta da qui: che se il problema è quello di limitare i consumi i primi da ridurre saranno quelli energetici. Quindi i trasporti. Quindi gli spostamenti di merci. Come dire che nel metterci a tavola dovremo fare attenzione a quanti chilometri hanno percorso i cibi che abbiamo davanti per arrivarci nel piatto e scegliere quelli che ne hanno percorsi di meno. Che significherebbe darci come obiettivo - attraverso politiche ad hoc, tassando o detassando le merci in ragione dei chilometri fatti o non-fatti - di esportare e importare di meno e produrre più cose da consumare sul posto. Vedete che - anche se sul controllo politico-pubblico dell'economia c'è stato accordo fra tutti i partecipanti al dibattito - parlarne nell'ottica ambientalista ci porta a conclusioni diverse. E non può essere che così, perché ridurre i trasporti significa muoverci controcorrente rispetto a un Sistema Globale tutto basato sull'andirivieni di merci...

Che dite? Che per un "paese esportatore" (ammesso che ancora lo siamo) non può essere questa la politica giusta? Almeno proviamo. Anche perché con l'attenerci ai "cicli corti" staremmo più sul sicuro, ci sottrarremmo alle imprevedibili fluttuazioni del Mercato Globale. D'altra parte qualunque paese sottoposto ai ricatti del Fondo Monetario Internazionale e del Wto non potrà che trarre vantaggio dal tornare a produrre sulle sue terre parti maggiori dei propri alimenti.

Chiaro che questo è un discorso soprattutto legato alla riconversione dell'agricoltura. Che ha a che fare a sua volta con quel risanamento idrogeologico del quale c'è così disperato bisogno nel mondo, com'è dimostrato dalle disastrose alluvioni centro-europee e dallo sconquasso del Mississippi. E ha a che fare perciò con le mancate politiche di manutenzione ambientale e pianificazione territoriale.

Il che riporta in primo piano il problema delle risorse pubbliche necessarie. Quindi del risanamento dell'economia nazionale. Quindi del contrasto apparente con quel che siamo andati dicendo finora: la produzione che danneggia l'ambiente, che però se non "tira" non produce ricchezza, senza ricchezza niente tasse e niente risorse per il risanamento ambientale. Il solito cane-che-si-morde-la-coda. Vedete che è il caso di ragionarci ancora un po' sopra.

La scelta del "ciclo corto" comporterebbe infatti (al di là delle stesse esigenze di riconversione dell' agricoltura "in chiave biologica") riconversioni produttive delle campagne, da collegare appunto con la difesa del suolo e i rimboschimenti. Il che significa aver a che fare da un lato con produzioni di beni (cioè di ricchezza) e dall'altro con spese maggiori (dato che i vantaggi economici del piantar alberi arriveranno dopo decenni). E si ripropone ancora il problema: da dove ricavare le risorse che occorrono per risanare il territorio, oltre che per tutto il resto?

Ed ecco che torna in ballo la Cina, con le sue esportazioni a prezzi stracciati (magari ad opera di imprenditori nostrani che lavorano lì) che creano disoccupazione e ci impoveriscono come paese. E le lavorazioni informatiche ormai completamente in mani est-asiatiche. E l'aleatorietà delle nostre speranze di esportare il design "made-in-Italy" (è andata bene alle ditte italiane associate all'IKEA svedese che arreda le case dei nuovi-ricchi cinesi: non è detto che vada altre volte così). E al di là dei dilemmi teorici fra crescita-e-decrescita, si ripropone il quesito: se vogliamo arrivare a convivere con quel gigante e con gli altri più grossi di noi su quale risorse basarci? A quali do-ut-des far ricorso? non-necessariamente di merci: di know-how, di cultura magari...

Provo a azzardare qualche risposta.

Non è per niente escluso, direi, che se ce la facessimo a portare avanti riconversione agricola e rimboschimenti le nostre capacità troverebbero apprezzamento e mercato in paesi - come appunto la Cina - che in questi campi sono di fronte a problemi di gravità gigantesca. Esiste in Italia una tradizione di tutto rispetto in fatto di studi agrario-forestali, caduta un po' in ombra ma suscettibile ancora di dar risultati. Come dire: se riuscissimo a farcela a casa nostra daremmo dimostrazione di poter essere anche utili a loro.

E adesso poniamoci un'altra domanda. Di quali materie prime si avverte di più la mancanza in Italia? La risposta è facile: petrolio, ferro, metalli. Chiediamoci ancora: come sottrarci ai potenziali ricatti economico-politici legati alla dipendenza da quelle importazioni? Anche qui la risposta è obbligata: col dar priorità ai risparmi energetici, e poi alle energie rinnovabili in sostituzione del petrolio, e alle tecniche del riciclo-riuso di materiali di scarto e rifiuti, metallici e no.

A questo proposito: è paradossale e umiliante più di ogni altra nostra manchevolezza, a rifletterci, che in un'Europa dove paesi come Danimarca e Germania (che di sole ne hanno tanto meno di noi) sono all'avanguardia nelle produzioni eoliche e fotovoltaiche le nostre industrie del ramo siano agli ultimi posti. E non c'è nessun dubbio sul fatto che un nuovo governo che si desse l'obiettivo di una ripresa di controllo sull'economia nazionale dovrebbe per prima cosa attivarsi per il recupero di quelle posizioni perdute, incentivando ricerca e lavorazioni. Così come andrà dato impulso alle tecniche di riciclo-recupero di residuati e rifiuti: anche a piccola dimensione e a livello locale.

Questo tenendo sempre presente (per tornare ai cinesi) che il loro straordinario sviluppo trova oggi gli intoppi maggiori proprio nel fabbisogno energetico. Con la gravissima controindicazione però degli inquinamenti da carbone-e-petrolio paurosamente crescenti.

Il che vuol dire - attenzione - che nessun paese come la Cina avrà tanto bisogno di sostituire carbone e petrolio con le energie rinnovabili.


E non c'è dubbio nemmeno sul loro bisogno crescente di ricicli e riusi di materiali di scarto: basta pensare ai "rifiuti del nuovo benessere": le centomila tonnellate di computer e frigoriferi, condizionatori d'aria e telefonini scaraventati nelle discariche di Shanghai (v. "Il Secolo Cinese" di Federico Rampini).

A me sembra che una prima parziale risposta alla domanda sul come far fronte alla riduzione delle esportazioni italiane dovuta alla concorrenza cinese (sempre in termini compatibili con la maggior possibile parsimonia nell'uso delle risorse terrestri) possa venire proprio da queste tre fonti: il know-how agricolo-forestale; - le energie rinnovabili di derivazione solare; - i ricicli-riusi di materiali, metallici e no (il che ha parecchio a che fare, se ci fate caso, coi quattro punti proposti da Giorgio Nebbia nel suo intervento del 4/9 u. s.).

Certo, resta la gigantesca differenza di dimensione fra i nostri problemi e quelli di un paese venti e passa volte più vasto e più popoloso, con una densità di abitanti per chilometroquadro superiore alla nostra, con una dinamica di cambiamenti così vasta e veloce, con le sue enormi diversità fra i livelli di vita cittadini e rurali. E tuttavia tanto le riconversioni industriali su vasta scala (come potrebbe essere l'adozione diffusa delle eliche eoliche) quanto quelle possibili a dimensione più piccola (pannelli, "fotovoltaico", ricicli, riusi) possono concorrere ad alleviare la gravità dei loro problemi. E' tutto un gran campo di collaborazione che si apre all'Europa. E a noi, se saremo all' altezza.

Mi fermo qui. Mi rendo conto di star azzardando - incautamente - proposte ancora allo stadio men-che-embrionale. Mi ha dato conforto ritrovarle nella loro sostanza nell'intervento di Marcello Cini sul Manifesto del 24 u. s. dal titolo "Tre idee per una vita sostenibile". In tutti i casi: sarei già contento se se ne parlasse di più. E anche se se ne prendesse occasione per riaprire su Liberazione - in vista del nuovo governo e dei suoi programmi - il nostro dibattito "a ruota libera": stavolta sulle scelte economiche "a breve". Planetarie, europee e nazionali. Da re-impostare (scusate se insisto) sempre più rigorosamente in chiave ecologica, oltreché ovviamente in chiave solidaristica: dalla parte degli umili-e-offesi di tutto il mondo.

La via del Cotone passa anche per l'Italia

 

Accordo Cina - Ue per sbloccare milioni di capi d'abbigliamento fermi alle dogane. Ma ha senso proteggere con i dazi le imprese europee? Tra il dumping ecologico e sociale e l'esclusione di intere aree produttive c'è un'altra strada, quella della riconversione. Rilanciata dal convegno di Corviale

Monica Di Sisto
Erano bloccati alle dogane dell'Unione ma da domani, come in una marcia grottesca evocata da un apprendista stregone, muoveranno verso gli scaffali dei supermercati di tutta Europa. Sono gli oltre 50 mila maglioni e gli altri milioni di capi d'abbigliamento "Made in China" che i dazi sul tessile volevano rispedire al mittente. Senza tener conto però del fatto che alcune aziende di confezione e di distribuzione dei nostri Paesi li avevano già chiesti e pagati, visti i cicli di produzione anticipati delle collezioni di moda. Molte imprese, per di più, hanno continuato ad ordinare in Cina anche per gli anni prossimi, nelle stesse settimane in cui a voci spiegate invocavano misure di protezione contro la presunta "febbre gialla" del comparto. L'accordo raggiunto ieri a Pechino tra il commissario europeo al commercio Peter Mandelson, in visita ufficiale in Cina, ed il ministro al commercio cinese Bo Xilai è salomonico: l'Ue e la Cina divideranno al 50% i costi dello sblocco dei prodotti tessili cinesi fermi nei porti europei. Degli 80 milioni di prodotti bloccati alle dogane, la metà entrerà direttamente nell'Unione Europea, l'altra metà verrà conteggiata insieme alla quota di import dalla Cina per il 2006. Le grandi catene di distribuzione sono avvertite, ha ammonito il vice ministro italiano Adolfo Urso: nei restanti mesi di quest'anno non entreranno più merci cinesi perché le quote sono andate esaurite, nei prossimi due anni dovranno aumentare di conseguenza gli ordinativi presso le imprese europee.

A questo punto dobbiamo domandarci: proteggere con i dazi un'impresa europea significa davvero proteggere il profilo industriale e l'occupazione nei Paesi dell'Unione? O significa piuttosto sussidiare filiere complesse e poco trasparenti, che grazie all'apertura di filiali e partecipazioni sempre più articolate, stanno scegliendo di realizzare in Europa poco più che la cucitura delle etichette, mentre tutto il valore aggiunto, dal campo al capo finito, lo accumulano sulla pelle dei lavoratori e dell'ambiente, in Est Europa, Asia e Cina? Le regole del commercio internazionale, custodite e implementate dall'Organizzazione mondiale del commercio, spingono verso la liberalizzazione acritica e non rispondono ai cittadini quanto, come in questo caso, alle lobby di produzione e distribuzione che hanno la capacità di far pesare il proprio valore di borsa sulle decisioni finali. Come società civile, al contrario, vorremmo regole per premiare quelle aziende che in tutto il mondo stanno continuando a investire sulla ricerca, sulla qualità e su produzioni di nicchia come il tessile biologico, nel rispetto dei diritti dei propri lavoratori e in ascolto delle sollecitazioni che salgono dai consumatori critici, ma anche dalle esperienze di filiere alternative come quella equosolidale. Come riuscire, però, in previsione di un auspicabile cambiamento di regia politica del Paese, a evitare che l'Italia, in cui a tutt'oggi sono impegnati nel tessile 500mila lavoratori nonostante la perdita dell'8% degli addetti dall'inizio del 2003, non si trasformi in un deserto sociale dove sopravvivere grazie a un welfare a perdere? Come evitare che vincano le vecchie logiche del "prendi i soldi, chiudi e scappa", o del "salvo i posti di lavoro, ma solo se li pagate voi"?


Da Corviale a Hong Kong: una questione di regole
A Corviale (Roma) le persone e le imprese per un'economia diversa si sono date appuntamento anche quest'anno, negli stessi giorni del forum confindustriale di Cernobbio, per confrontarsi su quali politiche siano necessarie per dare gambe a quelle esperienze di risocializzazione e ripensamento dell'economia che i movimenti sociali hanno costruito in questi anni. La Campagna La via del cotone ha scelto Corviale per lanciare la terza fase della propria attività. Dopo due anni di azione la campagna, promossa da Tradewatch e dal nuovo progetto per l'impresa diversa Fair, si è confrontata con le realtà del biologico come Icea, i sindacati come Filtea-Cgil e il mondo della piccola impresa rappresentato da Cna-Federmoda, per trovare insieme risposte e percorsi di cambiamento, in attesa di interlocutori politici all'altezza delle loro ambizioni. Un dato è emerso con chiarezza, in particolare dalle parole del sindacato: i distretti italiani oggi sono in profonda sofferenza e i due anni di dazi previsti dal piano europeo non sono che un palliativo. C'è bisogno di ripensare le dinamiche della distribuzione, ma anche un quadro di regole internazionali che comprime i prezzi, in particolare delle fibre naturali come il cotone, e lo fa fin dal campo che lo produce, senza garantire alcuna tutela dei diritti delle persone coinvolte in ogni passaggio della produzione. Federmoda ha ricordato di aver sottoscritto un accordo con i sindacati per una tracciabilità completa della filiera tessile, proprio per far emergere problemi e percorsi migliori, ma che il testo è rimasto lettera morta.

Eppure proprio grazie all'esperienza della nostra campagna abbiamo imparato che esiste una strada alternativa, tra l'accettazione passiva del dumping ecologico e sociale e l'esclusione dall'opportunità di sopravvivere di intere aree produttive dell'Est Europa, dell'Asia ma anche della nostra Italia. Come società civile abbiamo scelto e percorso la via della della riconversione concreta delle filiere tessili, che richiede però politiche coraggiose e innovative, strategie commerciali e di investimento più trasparenti e sostenibili, nel Nord come nel Sud del mondo.

L'industria tessile in India è una delle più antiche e importanti, impiega 35 milioni di persone dai contadini fino ai distributori del prodotto finito. Le esportazioni del tessile e abbigliamento rappresentano il 4% del commercio totale pari a 14 miliardi di dollari, ma si prevede possano crescere fino al 18% nel 2013 superando i 30 miliardi di dollari. La crescita della domanda ha prodotto, però, una proliferazione di unità produttive. Gli imprenditori, per aggirare le restrizioni legislative, comprimere i costi del lavoro ed eludere il controllo sindacale hanno scelto di esternalizzare la maggioranza delle loro produzioni a piccole imprese, che operano quasi tutte al di fuori da ogni obbligo legale. Il 90% dei lavoratori tessili opera oggi nel settore informale. Le condizioni di lavoro sono pessime e, soprattutto, questi lavoratori ufficialmente non esistono: non ci sono registri delle presenze, delle paghe, gli straordinari sono obbligatori, non hanno diritto alle tutele previdenziali e sanitarie. Il Rajlaksmi Cotton Project nasce in India come risposta a tutto questo: vi collaborano soggetti diversi, piccoli produttori, imprese profit, organizzazioni del commercio equo e la Clean Clothes Campaign. Il prodotto di questa sinergia è una filiera di cotone biologico e socialmente sostenibile, che adotta i criteri del commercio equo e solidale ma anche il codice di condotta sui diritti del lavoro proposto dalla Clean Clothes Campaign, e che La via del cotone propone come alternativa di consumo, ma anche come esperienza da clonare come impresa diversa possibile, per superare con la sterile retorica della responsabilità sociale. Una scuola di cambiamento che alcune nostre realtà hanno concretizzato nel nuovo progetto Fair, una rete di competenze e di campagne nata per accompagnare "sulla buona strada" Enti locali e realtà profit e non profit.

Ma anche le esperienze più virtuose di riconversione non potranno portare a un cambiamento concreto del mercato senza un quadro di regole coerenti con i principi di equità e giustizia sui quali poggiano. E l'ostacolo più ingombrante in questa direzione è il Doha Round, il ciclo di negoziati dell'Organizzazione Mondiale del Commercio che dovrebbe concludersi con la conferenza ministeriale convocata a Hong Kong dal 13 al 18 dicembre prossimi. Un negoziato al rallentatore in cui l'Unione Europea, orientata dalle lobby finanziarie, continua a riproporre un modello di crescita senza limiti, orientata all'esportazione, dove puntare alla leadership nella distribuzione e nei servizi, relegando nelle aree interne meno regolamentate la produzione rimasta. Il 18 e il 19 ottobre prossimi a Ginevra il nuovo direttore generale della Wto Pascal Lamy tenterà di portare a casa un primo accordo quadro in vista della ministeriale di dicembre: pochi punti, che assicurino però all'Europa nuovi mercati dei servizi e aprano, nel negoziato agricolo e in quello sui prodotti industriali, maggiori spazi a esportatori emergenti come Brasile e India per spezzare il fronte dei G20, i Paesi in via di sviluppo che a Cancun erano riusciti a far saltare il negoziato. I G20 si vedono a Islamabad, in Pakistan dall'8 al 10 settembre prossimi e Focus on the Global South ha chiamato a raccolta i movimenti per chiedere loro conto della svendita in atto del patrimonio di lotte da Seattle a Cancun. E tutto il mondo si mobilita: il 2 ottobre prossimo a Mumbay, anniversario di nascita del Mahatma Gandhi, l'Indian Coordination Committee of Farmers Movements, ha chiamato a raccolta migliaia di contadini per una marcia contro la dittatura dei prezzi dei prodotti agricoli. Il 14 e il 15 ottobre prossimo sono state dichiarate Giornate mondiali di mobilitazione sulla Wto: Via Campesina ha lanciato un appello globale sull'agricoltura per il 14, il 15 si prevedono azioni in Europa contro la direttiva Bolkestein. E il 14, come Tradewatch, convochiamo a Roma un incontro strategico con i sindacati, per aprire nuovi spazi di confronto sui capitoli negoziali più critici. Poi, tutti a Ginevra, a marcare stretti delegati e negoziatori. Perché la partita di Hong Kong è ancora tutta da giocare.


* Osservatorio sul commercio internazionale Tradewatch/Fair
www.