Tessile cinese, filo da torcere
Contromossa tattica di Pechino contro Usa e Ue: cancelleremo le imposte sull'export
Il ministro cinese del commercio prepara una bella accoglienza per la delegazione italiana che oggi a Pechino tratta per arginare le esportazioni del tessile: «Se Marco Polo resuscitasse, non sarebbe contento di vedere che si mettono ostacoli al commercio tra Italia e Cina»

MANUELA CARTOSIO
Nella «guerra del tessile» la Cina, maestra di tattica, tiene sulla corda Usa e Ue alternando irrigidimenti e disponibilità. Ieri è stata giornata di rigidità, condita con una notevole dose di sferzante ironia. Il ministro del commercio Bo Xilai ha annunciato che dal primo luglio Pechino cancellerà le imposte sull'export di 81 prodotti del tessile-abbigliamento in vigore dall'inizio dell'anno. Il governo cinese le aveva messe per attenuare gli effetti della fine dell'Accordo multifibre sulle importazioni da parte di Usa e Ue. E il 20 maggio, per dimostrare buona volontà, aveva promesso che da domani avrebbe alzato le imposte per 71 tipologie di prodotti tessili. Aumenti irrisori, avevano replicato sia gli Usa, che hanno già deciso di ripristinare le quote per 7 tipologie di prodotti, sia la Ue, che medita di fare altrettanto per T-shirt e filati di lino. Ah sì?, ha controreplicato ieri Pechino, allora beccatevi questa legnata sui denti: i dazi io li annullerò del tutto.

La minaccia è declinata al futuro e arriva alla vigilia dell'incontro a Pechino tra la delegazione italiana guidata dal viceministro al commercio Alfredo Urso e il suo omologo Gao Hucheng. In vista dell'incontro Bo Xilai, in una conferenza stampa in cui ha strapazzato Usa e Ue, ha riservato un trattamento speciale all'Italia. «Se Marco Polo resuscitasse, non sarebbe contento di vedere che si mettono ostacoli al commercio tra Italia e Cina», ha maramaldeggiato il ministro, ricordando che il suo paese è il più grande sbocco per il meccanotessile italiano. «Dispiace che la Cina perseveri nell'errore», ha dichiato Urso in partenza per Pechino.

Alla guerra dei nervi la Cina aggiunge la guerra dei numeri. Contesta le cifre in base alle quali Usa e Ue, appellandosi al protocollo d'intesa sull'ingresso della Cina nella Wto, intendono prorogare il sistema delle quote (+7,5% sul 2004 il tetto massimo consentito all'export cinese). Nei primi quattro mesi dell'anno le nostre esportazioni di tessile sono aumentate «solo del 18%», sostiene Bo Xilai, omettendo di disaggregare il dato medio (la Ue denuncia un incremento del 187% per le T-shirt). E poi basta querimonie su magliette, mutande e calzini, «Usa e Ue farebbero meglio a occuparsi di Airbus e Boeing, di alta tecnologia». I paesi ricchi, conclude il ministro cinese, «sventolano la bandiera del libero mercato, ma corrono ad alzare barriere quando le nazioni povere cominciano a sfruttare il vantaggio comparativo del basso costo del lavoro».

Con qualche fuso orario di differenza, ieri a Novara, Franca Capurro, presidente della locale associazione industriali, si è esibita in una filippica anti-Cina al cospetto del numero uno di Confidustria Luca Cordero di Montezemolo. «Sulla Cina serve un'operazione verità»: i dazi cinesi sono tra i più alti del mondo e non esiste reciprocità, i nostri prodotti vengono sistematicamente contraffatti, il 66% dei falsi sequestrati dalle dogane Ue nel 2003 proveniva dalla Cina, lo yuan è sottovalutato del 45% rispetto all'euro, negli ultimo 8 anni la Cina ha eroso all'Italia circa 13 miliardi di quote di mercato nella sola Ue e probabilmente altrettanti nel resto del mondo, nel 2004 il deficit commerciale dell'Italia verso la Cina ha raggiunto i 7,4 miliardi di euro, nel settore delle rubinetteria e del valvolame (400 aziende in provincia di Novara) i cinesi ci tallonano e presto ci supereranno. «E poi dicono che per l'Italia la Cina sarebbe un'opportunità!»

Montezemolo ha dovuto arginare la signora. «Non è colpa dei cinesi se negli ultimi 15 anni abbiamo perso quote di mercato anche nei confronti di Germania e Francia, se paghiamo l'energia il 30% in più dei nostri competitor europei, se i tempi della giustizia italiana sono lunghissimi, se la legge sui fallimenti colpisce e ghettizza gli imprenditori onesti».

Sulla stessa lunghezza d'onda, in un'intervista a Capital, il presidente dei Giovani di Confindustria, Matteo Colaninno: «Il vero problema italiano non è la concorrenza sleale dei paesi del Far East, ma la nostra assenza dai loro mercati». Il riflusso protezionistico, afferma, è dannoso due volte: «Focalizza l'attenzione fuori dai confini europei, mentre il problema principale è la scarsa capacità d'innovazione delle nostre aziende, e spinge ad avere paura della globalizzazione invece di sfruttarne le opportunità».