Dopo gli incidenti e le proteste, Pechino rinuncia a parte dei giacimenti di carbone. Critici gli industriali di Stato: «Centinaia di migliaia di famiglie a rischio povertà»
Cina, il governo chiude 7mila miniere
Il più grande produttore e consumatore di carbone al mondo, ha deciso di rinunciare a sfruttare parte dei suoi giacimenti, secondo quanto riferisce il sito web della televisione britannica Bbc. Troppo costosi e troppo pericolosi per i lavoratori. La Cina chiuderà infatti le 7mila miniere di carbone che non rispondono agli standard stabiliti in materia di sicurezza sul lavoro.

Il Paese aveva, negli ultimi anni, intensificato lo sfruttamento dei suoi giacimenti per sostenere lo sviluppo e per accompagnare l'irruente entrata del gigante cinese nel mercato globale. L'estrazione intensiva della preziosa, ma antiquata materia prima, che soddisfa il 61 per cento del fabbisogno interno, ha anche provocato, dall'inizio dell'anno, 2700 morti sul lavoro in seguito soprattutto a incendi e inondazioni o per disfunzioni nei sistemi di ventilazione e di estinzione. Una situazione intollerabile, che ha generato ondate di scioperi proteste in intere regioni, mettendo in serio imbarazzo le autorità di Pechino. Gli incidenti del 2005 sono solo gli ultimi di una lunga serie. Nel 2004, il numero delle vittime è stato circa 6mila secondo le stime diffuse dal governo e dall'agenzia ufficiale Xinhua, ma le statistiche raccolte dalle organizzazioni indipendenti parlano di almeno 20mila morti all'interno delle miniere. La pratica della falsificazione del numero delle vittime o del ricatto sui lavoratori che rilasciano dichiarazioni ai giornalisti è pratica corrente corrente. Molti incidenti non vengono denunciati per evitare la chiusura delle miniere e il pagamento delle multe. I minatori spesso non possono rifiutarsi di lavorare anche quando sanno che qualcosa può non funzionare e l'impianto rischia di trasformarsi in una trappola mortale.

La decisione dell'Amministrazione di Stato per la sicurezza sulle miniere di carbone è comunque contrastata dagli analisti economici cinesi, soprattutto gli amministratori del settore carbonifero: «Molte persone perderanno il proprio lavoro, centinaia di migliaia di famiglie si impoverirebbero», commenta Li Wenge, rappresentante di Stato delle industrie di carbone della provincia di Shaanxi. La chiusura delle 7 mila miniere avrà dunque come consegenza un'aumento, ancora non quantificabile, di disoccupazione. Molte famiglie saranno impoverite da questa situazione e non si ancora quali provvedimenti adotteranno i poteri pubblici per scongiurare una simile prospettiva. Al di là della sicurezza dei minatori, c'è in gioco la questione dei bisogni della produzione e della richiesta di energia, che negli ultimi anni hanno avuto la precedenza su altri dossier. Le contestazioni crescenti, in quella che rischiava di diventare una vera e propria emergenza sociale, hanno però spinto il governo cinese a ritornare sui suoi passi.

Veronic Algeri