Cento anni vissuti pericolosamente
La Camera del lavoro di Reggio Emilia diventa centenaria. Nella sua storia la parabola del lavoro del Novecento e delle sue organizzazioni sindacali e politiche, dall'unione delle leghe di resistenza alla disgregazione prodotta dal liberismo, passando per Prampolini, il fascismo, la Resistenza, le lotte operaie e contadine del dopoguerra, il luglio '60, il '68-69. Oggi, nell'arco di pochi metri, accanto alla sede della Cgil, si possono incontrare le complessità della modernità: l'agenzia di lavoro interinale, il laboratorio tessile dei cinesi, i resti della grande fabbrica, il via vai degli immigrati. Così le manifestazioni per il centenario sono state organizzate per riflettere soprattutto sulla contemporaneità e cercare la risposta alla domanda di fondo: qual è il ruolo del lavoro e quale la sua identità nel mondo della disgregante globalizzazione?
GABRIELE POLO - il manifesto 17/02/01

Ieri il segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati, ha aperto le celebrazioni per il centenario della Camera del lavoro di Reggio Emilia concludendo un'affollata assemblea di dirigenti e delegati in cui è stato illustrato un ricco programma fatto di convegni, mostre, ricerche. Il giorno prima sono arrivati i dati delle elezioni per le Rsu della Lombardini, la più importante fabbrica di Reggio. Risultato, la Fiom (che, pure, continua ad aumentare il numero dei tesserati in tutta la provincia) non è più il sindacato di maggioranza, ha perso più del 20 per cento dei voti: una cinquantina dei suoi iscritti non l'ha votata, probabilmente preferendo la lista del sindacato padano (il Sinpa di Bossi), che s'è preso il 12 per cento dei consensi. I due eventi non hanno - ovviamente - alcun nesso causale, ma la coincidenza induce a riflettere sulle incongruenze tra passato e presente.
La Camera del lavoro di Reggio Emilia è molto radicata nel territorio e nella sua storia: nessun altra organizzazione ha il suo peso, è importante e "ricca". Un reggiano su quattro (108.000 in una provincia che conta 440.000 abitanti) ha la tessera della confederazione. La sede è in un bel palazzo del centro, arricchito da decine di opere d'arte donate al sindacato da pittori e scultori (c'è anche un quadro, bruttino, di un ex segretario nazionale della Cgil, che oggi fa il ministro delle finanze). Alle pareti anche le copie del giornale socialista La giustizia, fondato nel 1885, e i vecchi manifesti dei sedici mesi d'occupazione delle Reggiane - quella dell'eccidio del '43, che tra il '50 e il '51 fu autogestita nella lotta più lunga del dopoguerra; i resti della grande fabbrica, con i pochi operai rimasti, si intravedono lì a pochi metri, appena oltre la linea ferroviaria.
Centinaia di persone, vanno e vengono ogni giorno nell'edificio situato nel vecchio quartiere proletario di santa Croce. Poco più in là la piazza del luglio '60, quella dei morti contro il governo Tambroni, uccisi dalla polizia di Scelba e ricordati da una canzone-simbolo della storia del movimento operaio, "Morti di Reggio Emilia", di Fausto Amodei. Di fronte alla Cgil c'è una lavanderia a gettone affollata da extracomunitari: molti di essi, dopo aver fatto il bucato, entrano alla Camera del lavoro per una consulenza legale, una visita medica, farsi spiegare il linguaggio delle buste paga o il significato di un contratto di lavoro, aprire una vertenza contro padroni imbriglioni, o "semplicemente" dipanare gli ingorghi burocratici dei permessi di soggiorno. Ghanesi, marocchini, senegalesi, packistani, rumeni, ucrani incrociano anziani pensionati e giovani lavoratori reggiani. Appena più in là la freschissima sede di "Start", agenzia per l'impiego temporaneo, e un negozio di prodotti cinesi, pieno di ideogrammi, da cui fanno la spola quelli che lavorano, quasi tutti irregolari e in nero, nelle fabbriche tessili reggiane (una su due è di proprietà di cinesi "italianizzati", quelli con regolare permesso di soggiorno e un sacco di quattrini). Se si ha un po' di fortuna può capitare di incrociare un sikh con il suo turbante, lì di passaggio, tra un rito nel tempio aperto in un paese poco distante e il suo turno di lavoro nelle stalle della bassa. Nel raggio di pochi metri sono raccolte le tante facce del mondo del lavoro. La sua storia e la sua odierna confusione che si sfiorano, a volte si sovrappongono, raramente si incontrano.

"Divisi siamo niente"

Sono passati cento anni da quando, in una calda giornata estiva del 1901, le leghe di resistenza del reggiano fondavano la Camera del lavoro, seguendo la "suggestione" francese delle chambres du travail sull'esempio di quelle già nate a Milano, Torino, Piacenza e in altre città del nord. Sono artigiani, operai e soprattutto braccianti, ce l'hanno con la proprietà privata, ma diversamente dagli anarchici della vicina Cdl di Parma, agitano la pratica riformista come via per "Gerusalemme"; socialisti "prampoliniani" che contrattano il prezzo del lavoro e chiedono diritti, non vogliono più presentarsi al padrone col cappello in mano, pretendono di gestire il progresso (che in sé già "deve" contenere i germi del "sol dell'avvenire") e praticano l'emancipazione in una rete di potere imperniata sul trinomio cooperative, camera del lavoro, amministrazione comunale. Il loro motto, "uniti siamo tutto, divisi siamo nulla" (mutuando in "nulla" l'anarchico "canaglia"), definisce un'idea precisa, quella che porterà nello stesso anno alla nascita della Fiom e tre anni più tardi alla fondazione della Confederazione generale del lavoro: tra il "tutto" e il "nulla" la differenza la fà il percorso collettivo. E' come tirare un filo che immediatamente si fa gomitolo: più di 22.000 iscritti alla Camera del lavoro già il primo anno e, poi, una progressione quasi geometrica, nutrita dalle lotte, dalla propaganda quasi "evangelica" di Prampolini, dalla gestione socialista del comune. Il Primo maggio è la festa più importante.
Quando la grande industria comincia a far capolino nel reggiano, la guerra e il suo seguito arrivano a sconvolgere la potente macchina prampoliniana: il fascismo passa senza quasi trovar resistenza, il socialismo reggiano si eclissa senza colpo ferire. Come un fiume carsico quella cultura contadina e proletaria trova rifugio nelle cascine di campagna, nelle famiglie operaie e artigiane di paesi e città: le bandiere rosse vengono sepolte in attesa che la notte passi (come nel "Novecento" di Bertolucci), i fascisti sono al potere, incontrastati, ma sono considerati dei volgari ignoranti, inetti al lavoro, capaci di far nulla. Le condizioni del lavoro precipitano, ma c'è poco da fare, se non coltivare la rete dei rapporti personali, familiari, di piccole comunità dentro cui c'è qualche comunista clandestino a tutti: si sa che ci sono, ma non chi siano.

Reggio rossa

Poi la storia cambia il suo corso, donne e uomini riemergono dal buio, vanno in montagna o nelle case di latitanza della bassa e della città, la Resistenza assume connotati di massa. Ciò che sembrava cancellato per sempre in poche settimane rimerge con una forza impensabile a distanza di vent'anni con, in più, una struttura industriale ormai radicata attorno alla grande fabbrica, le Reggiane, che catalizza tutto, anche la prima repressione di massa del governo Badoglio, l'eccidio dell'estate del '43, con i bersaglieri a sparare sugli operai in sciopero. Quella calamita, la grande fabbrica che produce aerei e locomotive, diventa il cuore di Reggio Emilia rossa del dopoguerra, è l'emblema del saper fare operaio che vuole essere classe dirigente. La ristrutturazione einaudiana pretende il suo smatellamento (come accade alla Pignone di Firenze o all'Ansaldo di Genova), gli operai non possono che difendere strenuamente se stessi, la Cgil e il Pci giocano con il "Piano del lavoro" la carta di una diversa gestione della ricostruzione che dia respiro industriale al progetto di riforma agraria e alle lotte bracciantili. Che esplodono - tra occpuazioni di terre e "scioperi alla rovescia" per le bonifiche del territorio - proprio tra il '50 e il '51, quando i reggiani si giocano tutto in un'occupazione della fabbrica lunga sedici mesi: il suo simbolo è l'R60, trattore autoprodotto (in tre esemplari) e portato trionfalmente fuori dalla fabbrica, simbolo della professionalità operaia e del rapporto con le campagne. Attorno alla lotta della fabbrica si stringe l'intera provincia (i contadini portano le vettovaglie, i commercianti fanno credito), ma alla fine si deve mollare, perché "non c'è più birra" e il governo non cede. "Sconfitta sociale, vittoria politica", spiega Di Vittorio alle migliaia di reggiani raccolti in piazza per "festeggiare" un accordo che non chiude la fabbrica ma la riduce al fantasma di se stessa, con un decimo degli occupati. Il corteo festoso - bandiere rosse e trattori R60 in testa - che esce dalla fabbrica l'ultimo giorno dell'occupazione non può nascondere il dramma sociale della ristrutturazione: un'intera generazione di operai professionalizzati è costretta a disperdersi sul territorio, moltissimi emigrano in Germania e Svizzera. Eppure il mito delle Reggiane sopravvive, al punto da generarne un altro, quello degli operai espulsi che nutrono il miracolo reggiano delle tante piccole e medie imprese nate dal saper fare di quei lavoratori. Ma in mezzo ci sono più di dieci anni di regressione soc
iale e, soprattutto, una nuova fase economica internazionale, quella che prepara il boom economico: un'altra fase, altri soggetti. Della lotta più lunga resta soprattutto l'appartenenza politica, che nutre il luglio '60, sposandosi con il protagonismo dei nuovi soggetti, con i ribelli delle magliette a strisce, figli della sprovincializzazione culturale di una società sempre meno contadina e sempre più cosmopolita. La tradizione reggiana, quel Pci così onnicomprensivo e proprio per questo "accogliente", incanala l'innovazione sociale dentro la storia del movimento operaio, fino al 68-69, quando attorno tutto esplode e nemmeno Reggio può sottrarsene.

Stravolgimento

Saranno poi gli anni delle svolte repentine (politiche e sociali), fino a un oggi confuso in cui la tradizione fa ancora valere la sua onda lunga, ma in cui la politica risulta essere sempre più un corpo estraneo ai giovani e diventa un rimpianto per gli anziani; con gli eredi del Pci che continuano a governare, ma su una società sempre più condizionata dai miti del mercato; con un sindacato sempre più grande nelle dimensioni e piccolo nel suo potere contrattuale; con flussi migratori che ormai stravolgono la composizione sociale ed economica; con un lavoro sempre più frammentato e "solitario", ridotto a merce liberamente disponibile in cui il conflitto rischia di essere orrizzontale, se non corporativo. Come dappertutto, anche qui, nel cuore dell'Emilia rossa.
E' con tutto questo - storia e contemporaneità - che i dirigenti della Cgil di Reggio Emilia vogliono fare i conti nell'affronatre in modo non celabrativo i cento anni della Cdl: e per questo la domanda che attraversa convegni, ricostruzioni storiche, mostre e film è proprio cosa sia diventato il lavoro oggi e quale identità possa avere. Nell'anno in cui si celebrano molti centenari (oltre a quello della Fiom, parecchie Camere del lavoro) è forse l'unico modo per ricostruire la piramide del lavoro, comprederne il senso, far incontrare reggiani, ghanesi, sikh, cinesi, far sì che il sindacato rilanci il senso della rappresentanza e non sia ridotto a struttura di servizio. Perché la domanda si può riarticolare proprio a partire dal recente caso Lombardini: se il lavoro rimane la "condanna" con cui fare i conti, se è sempre più eterogeneo e compresso nei suoi diritti, come tradurre questa condizione in un conflitto, un progetto collettivo? E' una domanda complessa, che riaggiorna crudemente il motto unitario su cui le Camere del lavoro e le categorie sono nate. Cercare la risposta - nella ricerca e nella pratica - è l'unico modo serio per far loro gli auguri: buon centenario.