A disposizione della Zanussi
L'azienda propone il caporalato industriale. Sindacati divisi, no della Fiom
GABRIELE POLO il manifesto 13/6/00

"Chissà se il padrone oggi mi chiama a lavorare?". La domanda, che ai vecchi braccianti agricoli ricorderà il caporalato, potrebbe diventare l'ossessione degli operai della Zanussi. Almeno di una parte di essi, se nel nuovo contratto aziendale passerà il progetto del "job on call", l'ultima trovata del fantasioso signor Castro, deus ex machina della gestione del personale nella fabbrica di elettrodomestici.
La proposta, che sta dividendo verticalmente i sindacati, consiste nel lavoro "su chiamata" di operai assunti a tempo indeterminato ma lasciati a casa "in aspettativa" (e senza stipendio) in attesa di essere convocati - con 48 ore di preavviso - per periodi di lavoro più o meno brevi in relazione ai picchi produttivi che l'azienda si trova ad affrontare. E', in sostanza, il massimo di flessibilità immaginabile, la disponibilità di tutto il tempo di vita alla speranza di lavoro.
La proposta di Castro, inizialmente, non prevedeva alcuna soglia minima di ore lavorative annue garantite per ciascun addetto; poi con una successiva correzione, la Zanussi ha tentato di rendere più accattivante l'ipotesi stabilendo un minimum di 300 ore annue (che corrisponderebbero a un salario lordo annuo di cinque milioni) sulle 1.200 circa dei lavoratori a tempo pieno. Nelle ultime ore è arrivata una nuova correzione che ha innalzato il minimo a 500 ore con l'aggiunta di altre 180 di formazione retribuita su un arco di tre anni. Resta però la sostanza di una proposta che subordina completamente la vita delle persone ai bisogni di mercato - praticamente in "presa diretta" - e che viola ogni logica contrattuale, creando un nuovo istituto. Per non parlare degli ampi margini di discrezionalità - presumibilmente discriminatori in relazione alla fedeltà dimostrata - che questa nuova forma contrattuale permetterebbe all'impresa nella scelta dei "privilegiati" da convocare. E sarebbe, anche, un nuovo meccanismo selettivo in mano all'azienda.
La reazione dei sindacati è stata contraddittoria: Fim e Uilm si sono dette subito disponibili a firmare, mentre la Fiom ha risposto "no". "La proposta aziendale - dice Andrea Castagna, segretario Fiom del Veneto - non è accettabile, nonostante le ultime modifiche apportate. Secondo questa logica il lavoratore dovrebbe restare a casa in attesa di essere convocato e questa è una flessibilità che va oltre il rispondere alle esigenze di produzioni a carattere stagionale. Piuttosto si prenda in esame la possibilità di un part-time ciclico". La Fiom, comunque, non intende abbandonare il tavolo del confronto contrattuale e ieri i sindacalisti delle tre organizzazioni metalmeccaniche hanno passato il pomeriggio alla ricerca di una diffcile unità.

Un grande no
Alla Zanussi i lavoratori bocciano l'accordo sul lavoro a chiamata
ROBERTO LANDUCCI

No ai lavoratori squillo, ai premi di produttività che sembrano lotterie, alla flessibilità di Maurizio Castro, il responsabile risorse umane più fantasioso d'Italia, quello della Zanussi, un modello per gli industriali italiani. I dati ufficiali saranno resi noti solo oggi, ma lo spoglio dei voti, fabbrica per fabbrica, non lascia dubbi: al referendum sull'ipotesi di contratto aziendale siglato da Fim-Cisl e Uilm, ma bocciato da Fiom-Cgil, i no sono stati una valanga.
"Ha votato l'80% dei lavoratori coinvolti (gli aventi diritto meno gli assenti per malattia, ferie e maternità, Ndr.)" - dice Andrea Castagna, responsabile Fiom per il gruppo Zanussi. E aggiunge: "Il no ha vinto in tutti i grandi stabilimenti, da Solaro a Mel, da Porcia a Susegana. Nelle fabbriche in cui la presenza di giovani è più alta (Solaro, Comina, Villotta, Rovigo) la posizione della Fiom è stata premiata". Senza dimenticare i colletti bianchi, che "a stragrande maggioranza hanno bocciato l'accordo".
Una rapida stima porta i no a circa il 70% dei votanti: 6714 contrari all'accordo contro 2986 a favore. Risultati eclatanti. Nei due stabilimenti maggiori, Porcia (1364 no e 471 sì) e Susegana (1122 no e 526 sì), ma anche a Forlì, dove tutti i delegati e funzionari erano a favore dell'intesa (622 no e 296 sì). E, tra gli impiegati, soprattutto quelli del centro direzionale di Pordenone, pare che i no abbiano raggiunto l'80-90% dei voti. Su quest'ultimo dato insiste chi ha perso. Dice Cupiello, responsabile Fim-Cgil per la Zanussi: "Il referendum l'abbiamo proposto, non subito. Pensavamo di vincerlo, invece abbiamo perso. Sconfitta secca, rispetto il risultato. Rilevo soltanto che sono stati i colletti bianchi a spostare davvero il voto. Temevano forse una perdita di protagonismo, visto che gran parte dei centri decisionali, a partire dalla divisione commerciale, sono stati trasferiti a Bruxelles". Paura di essere vittime della globalizzazione.
"Si è trattato di un coro di no unitario, operai e impiegati - dice a caldo Augustin Breda, delegato Fiom della Zanussi di Susegana. Alla flessibilità e qualche soldo in più hanno preferito la tutela dei diritti. L'azienda aveva addirittura promesso che un acconto di 700 mila lire sui premi sarebbe scattato immediatamente, anziché a fine anno, se fosse passato il sì. Quella dei lavoratori Zanussi è stata un atto di grande consapevolezza. E un segnale forte, che va oltre la stessa Zanussi. Certo se perdevamo, sarebbe stata una sconfitta storica. Storica è ora questa vittoria".
Sul piatto c'era soprattutto il lavoro a chiamata - job on call - vero cuore dell'accordo e simbolo delle più avanzate forme di flessibilità aziendale. La possibilità per l'azienda di assumere lavoratori a tempo indeterminato, ma garantendo loro soltanto tre mesi di lavoro: negli altri nove mesi si resta a casa, in aspettativa non pagata, ma a completa disposizione dell'azienda, la quale può chiamare in ogni momento, col preavviso di 72 ore. L'azienda assume così il controllo del tempo personale. E poi c'erano gli schei, sotto forma di premio: un milione e ottocentomila lire l'anno, per ottenere i quali l'azienda avrebbe voluto imporre ritmi infernali: un aumento di produttività "senza investimenti", tutto addosso alle persone, vincolate all'"obiettivo". Il no del referendum è a tutto questo. Ora "dobbiamo riprendere la trattativa con l'azienda", dice Castagna.

 


Zanussi, fantasmi e deliri
LORIS CAMPETTI


Vent'anni fa, ventuno per la precisione, un grido di dolore fu lanciato da Torino: in fabbrica non si vive più, il terrorismo colpisce la Fiat alle gambe e al cuore, coperto quando non alimentato da un conflitto operaio che rende le fabbriche ingovernabili. Bisogna rimediare finché si è in tempo. E così, 61 lavoratori vennero messi fuori dalla fabbrica. Terroristi o conflittuali che fossero, poco importava: non era tempo di sottigliezze. Lotte operaie, violenza, terrorismo, il passo è breve. Colpiti erano i quadri esterni al sindacato, o limitrofi, o interni ma critici. Prima dei 61 licenziamenti c'era stata la lotta dei "cabinisti" alla verniciatura, a cui veniva rivoluzionata l'organizzazione del lavoro: volevano discuterla, contrattarla, governarla. Ma per la Fiat (e tanti altri) non erano che luddisti e per di più violenti perché scioperando loro quattro gatti fermavano tutta la carrozzeria. I 61 licenziamenti furono le prove generali per l'80 e lo scontro più duro, alla Fiat e in tutto il mondo del lavoro, chiusosi con l'amara sconfitta dei lavoratori e del sindacato.
Ventuno anni dopo, in uno scenario in tutto mutato, per quanto figlio di quella sconfitta, si sente scimmiottare il linguaggio di allora. Gli ululati questa volta non arrivano da Torino ma da Pordenone: "Alcuni sindacati - grida l'uomo forte della Zanussi, Maurizio Castro - parlano lo stesso linguaggio dei terroristi". Anzi, Castro, non avendo digerito la sonora sconfitta che la sua tesi, fatta propria da Uil e Cisl, ha subito due giorni fa con il referendum che ha incassato il 70% di voti contrari, va oltre e sostiene che il linguaggio dei terroristi è "più moderato rispetto a quello della Fiom". Sì, della Fiom: non di qualche estremista.
E' evidente che il raffronto tra il '79 a Torino e i deliri di Castro non può andare troppo oltre: nel '79, a Torino e non solo, il terrorismo esisteva davvero, non si aveva a che fare con qualche volantino brigatista ma con proiettili che ferivano e uccidevano, dentro e fuori le fabbriche della Fiat. E nel 2000, la Zanussi non se la prende con delegati e quadri di frontiera, ma con la più forte organizzazione sindacale dei metalmeccanici, colpevole di rifiutare un accordo suicida che pretende di trasformare i lavoratori in forza lavoro squillo, parcheggiata in casa in attesa di scattare sull'attenti in caso di sussulto del mercato e di chiamata. Non esageriamo dunque il raffronto: la storia non si ripete mai due volte nello stesso modo, se la prima è tragedia, la seconda è farsa.
Perché allora ricordare i 61 licenziamenti alla Fiat di un secolo fa? Per due ragioni. La prima è che il teorema è lo stesso: la lotta operaia e sindacale, il conflitto anche duro, sono un viatico per il terrorismo. E' il ritorno del "teorema". E' vero il contrario, l'esperienza ci ha insegnato che semmai sono un sindacato subalterno e una sinistra omologata ad aprire spazi alla lotta armata. La quale invece ha contribuito a scrivere la parola fine su un ciclo di lotte operaie e sociali. Ma questo mister Castro non lo capisce. Non lo capisce perché si era convinto che anni di sconfitta operaia e sindacale, anni di esaltazione della flessibilità che riduce di nuovo il lavoro a variabile dipendente, anni di scoperta del liberismo - naturalmente temperato - da parte di molta sinistra, avessero reso obsoleta, anzi impensabile, anzi criminale la lotta sindacale. In tanti glie l'hanno fatto credere e il poveretto ha perso la testa per lo schiaffone di quei lavoratori che aveva pensato di aver trasformato in docili burattini bisognosi.
Forse Castro è un caso umano, forse persino i suoi padroni svedesi si domandano che glielo faccia fare a tenerselo, con i danni d'immagine e concretissimi che sta provocando all'azienda. Ma sarebbe sciocco prendere il suo delirio sottogamba: già altre volte è passata, a sinistra e nel sindacato, l'idea che in nome di presunte emergenze si debba mettere in soffitta il conflitto. E ogni volta questa idea ha prodotto disastri.