il manifesto 28/09/00

I 35 giorni che sconvolsero il futuro
LORIS CAMPETTI


Avolte mi capita di sentirmi come il compagno Boris, che parte per lo spazio con la bandiera sovietica ma quando rimette piede sulla Terra si accorge che a sventolare sul Cremlino c'è la bandiera russa. O come il compagno Antonio nella trasmissione della Dandini. Cos'è successo in questi anni, dov'è finito il mondo (di valori? di diritti?) che conoscevo? E da dove sono spuntati questi alieni che affollano le tv, i salotti, persino le officine? Ma soprattutto, com'è stato possibile in così poco tempo un ribaltamento culturale tale da rendere irriconoscibile tutto intorno a noi? Prima di addormentaci, o di partire per l'iperspazio, a regolare i rapporti di forza e a determinare l'egemonia di un soggetto (di una classe?) sull'altro, era il conflitto tra capitale e lavoro. Al nostro risveglio troviamo i termini cambiati, ed ecco che il conflitto - già motore della storia - sfuma in competizione, e il capitale in impresa. Ma l'aspetto più traumatico è il mutamento dei soggetti del conflitto, pardon, della competizione, che oggi avviene tra impresa e impresa. Dunque, da una parte c'è una barca dove tutti (quelli che ieri erano capitale e lavoro) remano insieme ossessivamente per essere competivi, e per esserlo bisogna battere l'inbarcazione del nemico (nemico che rispunta, sotto mutate spoglie, dopo tante chiacchiere sulla fine del binomio amico/nemico). Anche nella seconda barca i rematori si affannano e pagaiano come se ne andasse - e ne va - del loro futuro per superare la punta della barca avversaria. Il nemico per i rematori non deve più essere l'armatore, il padrone della barca, né quella specie di caporale che batte il tempo delle remate, bensì i rematori dell'altro scafo. A chi non è capitato in questi ultimi anni di sentirsi come un asino tra i suoni, come il compagno Boris?
Sarebbe una sciocchezza spiegare le ragioni dello stato di cose presenti solo con la sconfitta subita a Torino vent'anni fa dai lavoratori della Fiat. In fondo, i 35 giorni e l'esito dell'ultima grande lotta operaia stanno dentro un processo politico, sociale e culturale iniziato anni prima e uno scenario internazionale in rapidissima trasformazione. Ma è suicida, continuare a rimuovere quella sconfitta, dopo aver fatto finta per vent'anni che non di sconfitta si trattasse, ma quasi di una vittoria. Il titolo e il sottotitolo del libro di Gabriele Polo e Claudio Sabattini in libreria questa settimana - "Restaurazione italiana/ Fiat, la sconfitta operaia dell'autunno 1980: all'origine della controrivoluzione liberista" - prende nettamente posizione e offre una chiave di lettura coraggiosa e in netta controtendenza di quel che è successo vent'anni fa ai cancelli di Mirafiori e nei palazzi romani. E degli effetti nella società e nella politica italiane di quella sconfitta. Colpiscono, e convincono, le parole del segretario generale della Fiom di oggi, quel Sabattini che ha vissuto sulla pelle la battaglia di Torino, subendone l'esito: "Quell'esito non era scontato", non era scritto nelle cose, poteva finire diversamente. E chi quella battaglia ha combattuto non era un estremista, un visionario, un morto vivente. I 35 giorni di presidio dei cancelli andavano vissuti, e anzi i protagonisti erano lavoratori realisti che avevano perfettamente capito, in solitudine, la posta in gioco. "Se si perde qui si perderà in tutt'Italia", era l'adagio ripetuto per 35 giorni in tutti gli interventi. Forse soltanto oggi, vent'anni dopo, si capisce fino in fondo che quelle tute blu che alzavano il ritratto di Karl Marx alla porta 5 di Mirafiori - gesto solidale e presuntuoso nei confronti di quegli operai che, in Polonia, portavano in corteo la madonna di Cestokova. "Stettino Carmagnola la lotta è una sola", si gridava - avevano visto giusto, avevano ragione. Quando sono stati lasciati soli dalle confederazioni sindacali, e alla fine dagli altri lavoratori e dalla città, hanno perso l'egemonia e la battaglia. Ma la sinistra e il sindacato che a quell'esito hanno dato il loro contributo, hanno perso la guerra.
Il 1980 inizia alla Fiat un anno prima, così come il '69 operaio a Torino era cominciato nel '68 con gli scontri di corso Traiano. Il 1979 è l'anno dell'ultimo grande contratto dei metalmeccanici vinto dai lavoratori e per molti versi, vinto proprio a Torino, alla Fiat. Val la pena ricordare quest'aspetto, che riporta alla centralità delle tute blu di Mirafiori, un punto di forza nei momenti positivi che poteva rivoltarsi nel suo opposto, com'è avvenuto durante i 35 giorni dell'80: Sabattini e Polo che lo intervista si soffermano sul rapporto d'amore e odio dell'insieme dei lavoratori italiani nei confronti delle "avanguardie" della Fiat, il cuore del movimento, il punto di riferimento obbligato in ogni lotta e di ogni elaborazione: i delegati della Fiat, quelli che si erano inventato il controllo operaio e la validazione consensuale, quelli che pretendendo di estendere il loro modello e la loro egemonia dalla fabbrica alla società. Quelli per cui le regole, le leggi, i criteri, il mac (massimo di concentrazione accettabile della nocività, delle polveri, del rumore) andavano rispettati solo se coincidevano con gli interessi materiali dei lavoratori, altrimenti dovevano essere ricontrattati. Al primo posto, per quei duemila delegati del consiglione che spesero tutto nell'ultima battaglia, c'era la salute dei lavoratori, non il tasso di redditività dell'azienda. Così è successo che quel faro, su cui le organizzazioni sindacali continuavano a gettare lenzuola per ridurne la luminosità, diventasse accecante anche per molta parte del movimento operaio italiano, non più disposto a giocarsi la pelle, cioè il potere, sulle sorti dei torinesi.
Il contratto del '79, dunque. Il punto più alto del potere operaio ma al tempo stesso quasi un colpo di coda (velenoso per la vittima) di uno scorpione braccato. "Hanno chiesto troppo, si sono spinte troppo in là quelle avanguardie", rimbomba il coro di chi a sinistra, almeno dalla svolta dell'Eur, ha deciso che la ricreazione è finita. Altri, sempre da questa parte della barricata, denunciano che con l'assunzione attraverso il collocamento si è "raschiato il fondo del barile". E nel fondo, si sa, c'è di tutto, il peggio. Invalidi, donne, c'è l'alterità di una nuova classe operaia fuori dai canoni - orecchino e baci appassionanti nelle assemblee, anche le più drammatiche come l'ultima dei 35 giorni, allo Smeraldo - ma anche il conflitto a volte violento. E siccome conflitto uguale violenza uguale terrorismo, ecco che il teorema si completa, il cerchio si chiude. C'è poi tanta differenza tra i terroristi che sparano a Ghiglieno e i delegati di Mirafiori, che bloccano e sequestrano i tram per strappare il contratto e invadere la città, una Torino ancora indecisa da che parte stare?
La vendetta della Fiat inizia proprio nel '79, ci ricorda "Restaurazione italiana", con la criminalizzazione dei cabinisti. I cabinisti erano operai della verniciatura di Mirafiori che si rifiutavano di subire passivamente la ristrutturazione mediante l'introduzione delle cabine di verniciatura, a cui avrebbero dovuto immolare il tempo della pausa, tempo di vita. Sconfitti quei "luddisti", andava dato l'affondo e al tempo stesso restituita un po' di fiducia al popolo dei capi che si sentivano abbandonati dall'azienda, soli, sottoposti a una crescente pressione operaia e contemporaneamente (perché di fatti diversi stiamo parlando) nel mirino del terrorismo. Così arrivano i 61 licenziamenti. E' interessante la lettura che offre Sabattini di una fabbrica sgovernata, dove insieme alla fiducia dei capi è venuto meno il loro ruolo, dunque il loro intervento sulla produzione e sulla qualità con effetti facilmente intuibili. I 61, "in odore di terrorismo", vinceranno quasi tutti le cause alla pretura del lavoro, ma nessuno di loro riuscirà a rimettere piede in fabbrica, né il sindacato fece molto perché ciò potesse avvenire. La Fiat spiega che i 61 venniero licenziati e non denunciati alla magistratura perché non c'erano prove della loro militanza terroristica. Ma si spiegò che non era molto diverso dall'atto terroristico il corteo operaio che attraversava le officine costringendo il capo a sfilare in testa con la bandiera rossa in mano. Non il terrorismo ma il potere operaio conquistato in fabbrica doveva essere spazzato via, e infine avvenne, per nemesi storica, che quel potere venisse spazzato via definitivamente un anno dopo proprio da un corteo, il corteo dei capi, la cosiddetta marcia dei 40 mila che fornì alle confederazioni l'occasione per archiviare la vertenza, e l'esperienza torinese.
La prima parte del libro è una ricostruzione puntigliosa dei 35 giorni di lotta, con un occhio sugli antefatti e un altro sulle conseguenze di un accordo che cacciò per sempre dalla fabbrica migliaia e migliaia di operai, i più forti e i più deboli: militanti sindacali e avanguardie, ma anche donne, giovani ingovernabili, invalidi, malati. Una scelta accurata, quella fatta dalla Fiat, che rispondeva a due esigenze, una politica (riprendere in mano tutto il potere perduto negli anni Settanta), e l'altra "produttiva", dato che doveva essere ristabilito il dominio dell'azienda. Alla riunione del Consiglione al cinema Smeraldo, l'indomani della marcia dei capi, negli interventi rabbiosi e disperati di chi tentava di impedire un accordo fatto a Roma e il cui testo era stato scritto personalmente da Cesare Romiti (per volere di Luciano Lama), la preveggenza operaia racconta di un futuro fatto di squadre senza delegati e di delegati senza più squadre. E questo clima si ritrova per intero sia nella prima parte del libro che nell'intervista a Claudio Sabattini. Che insiste: poteva finire diversamente. La marcia dei capi guidati da Arisio e pagati da Agnelli fu un trauma vero, a cui era ancora possibile rispondere. Altri, sulla pelle del popolo dei cancelli, decisero che la ricreazione era davvero finita. Nel frattempo, e nel cuore dei 35 giorni, era caduto il governo Cossiga, Romiti e Annibaldi avevano finto un gesto di apertura ritirando i 14 mila licenziamenti sostituendoli con una lista di 24 mila operai da mettere in cassa integrazione a zero ore, licenziamenti sicuri. "L'unica soluzione è la rotazione": su questa ipotesi, o meglio su una sua variante più favorevole alla Fiat ma tollerabile per i lavoratori, si era persino arrivati a un accordo segreto tra confederazioni e direzione Fiat, ma la marcia dei 40 mila - meno della metà, sempre troppi per negare la perdita di egemonia a Torino e ai cancelli, perché la pubblicazione della lista di proscrizione aveva indebolito anche la comunità di Mirafiori - convinse Cgil, Cisl e Uil a dare carta e penna a Romiti (il Pci torinese era già deciso da giorni a chiudere quell'esperienza, e Berlinguer ai cancelli era poco più di un ricordo). Erano i giorni in cui Romiti girava in automobile in incognito intorno a Mirafiori, e osservando i presidi operai notturni, i canti, i bottiglioni di vino, capì che avrebbe potuto vincere lui, perché chi canta e si diverte in un momento drammatico non può essere un operaio della Fiat, piuttosto un professionista del sindacato. Romiti ha effett
ivamente vinto, ma non aveva capito niente. Qualcuno dovrebbe spiegargli il senso di una lotta operaia, o le forme di socialità e di solidarietà della comunità che la combatte.
Una lotta di resistenza, raccontata con passione e senza pentimenti. Una lotta lungimirante per impedire che succedesse quel che è successo. Il taglio del libro rispecchia la biografia (pulita) dei suoi autori, lontani dai due opposti schemi che spiegano tutto o con il tradimento dei gruppi dirigenti, oppure con l'ineluttabilità della storia e del suo esito. A differenza da quel che avvenne dopo la sconfitta degli anni '50, oggi in molti si sono dissociati da se stessi e dalle proprie scelte di vent'anni fa. Inoltre, la sconfitta degli anni Cinquanta fu eleborata, capita, e il sindacato potè ripartire (dalle condizioni di lavoro), mentre la sconfitta dell'80 è stata negata, o rimossa. E pensare che anche oggi bisognerebbe ripartire dalle condizioni di lavoro, ci suggerisce Sabattini. Una terza differenza consiste nel fatto che le avanguardie degli anni Cinquanta divennero dirigenti nazionali della sinistra e del movimento operaio, quelle di vent'anni fa, con rare eccezioni, sono state cancellate. E a chi scrive resta un dubbio: fecero bene quei tre giornalisti che, al termine delle assemblee a Mirafiori che bocciarono un accordo "approvato a grande maggioranza", salvarono Giorgio Benvenuto dal linciaggio, infilandolo in un'auto e portandolo a bere un doppio whisky alla Tinera?