I CALZOLAI di PINEROLO

Le tracce d’un’antica attività artigiana

 

l mestiere del calzolaio è uno dei pochi sui quali si possano raccogliere molte notizie riguardanti il suo passato. Ciò è verificabile sia in generale, che in particolare e quindi vale nel caso in cui si intenda affrontare lo studio dell’arte della calzoleria in Pinerolo. Volendo accingerci, in questa sede, proprio a scandagliare la realtà specifica e considerato il fatto che tale città appartenne a lungo al Regno di Francia, non sarà inutile dare uno sguardo alla situazione della categoria oltre le Alpi, prima della Rivoluzione, quale emergeva dalla tradizione popolare e dalla letteratura.

Grigaut (1) riporta una bella canzone riferita proprio ai "calzolai" (intesi come "artigiani fabbricanti di calzature" e non semplici "riparatori"), che è assai simile a quella che, in Piemonte, veniva riferita alle giovani filatrici ("E mi, al lùn-es ...e mi, al martes..."), a dimostrazione dell’estrema affinità delle culture sviluppatesi sui due versanti delle Alpi. L’accusa principale mossa ai cordonniers nella canzone francese era quella di essere "scansafatiche":

"Les cordonniers sont pires que d'eveques.

Tous les lundis,ils en font une fete.

Et le mardi,ils vont boire la chopinette,

Le mercredi,ils ont mal à la tete,

Et le jeudi,vont voir leur fillettes,

Le vendredi,ils commencent la semaine,

Et le samedi,les bottes ne sont pas faites,

La dimanche,ils vont trouver leur maitre :

Leur faut l'argent,les bottes ne sont pas faites.

-Tu n'en auras pas,si les bottes ne sont pas faites!

-Si je n'ai pas,je veux changer de maitre!".

Anche questa composizione lascia emergere la tensione tra "lavoranti" e "maestri" di questo particolare settore artigianale: un rapporto difficile che rileveremo più avanti. E, leggendola, si scopre pure che esisteva già l’attitudine dei calzolai a "santificare il lunedì" (praticando la cosiddetta "Lunediata"), mai persa, ma anzi, comune ad altre categorie artigiane.

D’altronde, l’accusa che l'opinione pubblica del passato rivolgeva ai "lavoranti calzolai" era estesa agli "zoccolai", che, però, in Francia, erano itineranti. Infatti, la gente comune diceva di costoro:

"La festa del loro patrono, San Crispino, si sa solo che cade di Lunedì, ma è inutile chiedere quale sia...tanto, per loro, i Lunedì sono tutti uguali!".

Accomunati da questa accusa, tuttavia, calzolai e zoccolai erano rappresentati, a volte, come gruppi rivali: mentre tra i calzolai di Parigi, nel ’700, si potevano trovare i raffinati "autori" delle scarpine delle aristocratiche della Corte, autorizzati a vestire di nero ed a portare la parrucca, come i professori ed a rivolgersi alle clienti con un : "Vous avez dans le pied une grace particulière...", i secondi, invece, venivano dipinti come "spiriti liberi", che preferivano guadagnare poco, ma vedere il mondo. Come quello "zoccolaio saggio" di Lafontaine, che sa cantare ed essere gentile col bel sesso, vagando di villaggio, in villaggio:

"Pour braver le froid et l'averse, "Per affrontare freddo e temporale,

Sa hotte lui sert de manteau. La sua gerla gli serve da mantello

Au Printemps,dans le nuits superbes, In Primavera, nelle notti superbe,

il s'étend dans les hautes herbes, Egli si distende nelle alte erbe,

Sa hotte lui sert d'oreiller..." La sua gerla gli serve da cuscino..."

Una visione romantica, alla quale non corrispondeva la cruda realtà. Lo zoccolaio itinerante, spesso, non aveva scelto affatto la propria vita, ma la povertà della sua famiglia aveva scelto per lui. Semplicemente, era la nascita in una famiglia di zoccolai che faceva lo zoccolaio.

Nel Pinerolese, esistette tale distinzione tra "calzolai" e "zoccolai? Certamente. Esistettero addirittura artigiani specializzati nella produzione dei sèpp: la parte in legno dello zoccolo. E, sicuramente, vi furono persone che girarono i mercati e le fiere paesane per offrire ai contadini questa produzione. Ciò è patrimonio della memoria, prima che della storia! Quindi, si può ragionevolmente pensare che tale mestiere, in un passato meno recente, fosse davvero itinerante .

E’ indubbio, poi, che sia il calzolaio, che lo zoccolaio sono attività artigiane con radici antichissime: basti osservare la loro terminologia, per comprenderlo...

Nel dialetto piemontese del secolo XIX e della prima metà del XX, calzolaio fabbricante di scarpe (figura artigiana scomparsa nella seconda metà del secolo XX) si diceva calié (di qui, anche i cognomi locali "Cagliero; Caglieris; Calliero; Callieri; Calligaris"), che viene dal latino tardo "caligarius", cioè fabbricante di "caligae", calzature militari romane. Attenzione, però, perché calié potrebbe essere un termine piemontese penetrato dalla profonda pianura padana, dove si utilizza la forma caligar/calegar. La penetrazione, comunque, dovette essere abbastanza antica, perché, come vedremo già relativamente all’anno 1220, esistono documenti locali che parlano di una calegaria, cioè un "laboratorio di calzoleria". Altri testi medievali pinerolesi, invece, come avremo modo di esaminare, usano spesso un termine particolare e differente da caligarius, tratto dal volgare dell’epoca, ma latinizzato dai notai estensori; parola che non compare mai al caso nominativo singolare, ma declinata in casi differenti. Infatti, al nominativo plurale, i calzolai pinerolesi sono definiti cerdones in un conto esattoriale del 1445 e la loro società è detta ancora Societas cerdonum in una visita pastorale del 1584. Alla base del processo di latinizzazione potrebbe trovarsi una forma volgare piemontese cërdon/cedron, da cui potrebbe essere derivato il cognome piemontese Cedrone/Cedroni. Certo è che cedron è simile al francese cordonnier. Nel patois di Salza di Pinerolo, invece, calzolaio si dice ancora oggigiorno lou courdounié: forma quasi identica a quella francitana, perché l’occitano meridionale avrebbe prefeito una differente accentazione (courdounìe).

Quanto al semplice riparatore di calzature, ancora nel piemontese attuale si definisce ciavatìn (simile all'italiano ciabattino, ma avente un diverso valore, perché, in italiano, esso sarebbe sinonimo di calzolaio): tale termine parrebbe un prestito dalla lingua nazionale, perché ciabatta, in piemontese, si dice patìn.

Lo zoccolo, invece, dialettalmente, è sòca, ma il fatto che fosse conosciuto nel Pinerolese anche il termine zabò, dal francese sabot, qui usato più che altro spregiativamente, ci può indurre a pensare che i sabotiers itineranti varcassero abitualmente le Alpi.

Molti detti piemontesi sono imperniati sullo zoccolo: in alcuni casi, come emblema della vita rurale e, quindi, per il cittadino, di una condizione umana guardata con disprezzo ( " 'T sés ignorant come 'na sòca" ) e contrapposta a quella "civile" ("A va bin come 'na scarpa e 'na sòca": cioè, "stona") ed altre volte, riallacciandosi a vecchie tradizioni contadine, come fu quella di tirare gli zoccoli contro l’uscio alla mezzanotte del 31 dicembre (così, "A l’à tirà le sòche", significava "è morto", esattamente come il più recente "a l’à tirà i caossèt"). Di una scarpa ormai assai malconcia si dice ancora: "A l’é ’na grola", perché appare tanto spiacevole a vedersi e calzarsi quanto uno zoccolo, che, in tal caso, è assimilato ad una "grolla", cioè una coppa in legno tornito. Di un contadino che faceva rumore, trascinando i propri zoccoli sull'acciottolato cittadino, si diceva: "Tira le grole" e "grolé" era uno degli epiteti negativi affibbiati all’agricoltore.

 

 

 

La storia dei calzolai pinerolesi

 

ella città di Pinerolo, fin dal Medioevo, esistettero molti calzolai. Iniziare l’attività, infatti, non avrebbe comportato grossi investimenti: la "tràbia" (il banchetto) e gli altri ferri del mestiere, comunque, sarebbero ancora stati per lungo tempo tesaurizzati e fatti oggetto di inventario, al momento della morte di un "maestro".

Secondo una tradizione, citata alla fine del secolo XIX da Luigi Bernardi(2), i calzolai pinerolesi sarebbero stati raggruppati in una "Compagnia dei SS. Martiri Crispino e Crispiniano"(3) fin dal Trecento. Invece, secondo Aurelio Bernardi, si dovrebbe risalire addirittura al 1220.(4) E’ assai probabile che tale ultimo Autore contemporaneo si sia rifatto, anche senza ammetterlo espressamente, al Caffaro(5), che, agli inizi del Novecento, richiamò una disposizione degli Statuta Pinerolii del 1220 (pag. 33), riguardanti una caligaria (calzoleria) esistente presso la beccaria del Borgo Superiore (San Maurizio)…Il fatto è che questa caligaria non era ancora una "Compagnia". Sempre Caffaro ricordò che: "Più tardi i calzolai dovevano pur attendere a certe funzioni in San Maurizio, donde nel 1373, come attestano gli atti della Curia (Archivio Civico, mazzo 5, volume 29) era stato esportato per furto il cereum caligariorum". Se già a quel tempo esisteva un cero votivo "dei calzolai", esso avrebbe dovuto appartenere ad una compagnia. In nota, lo stesso Autore aggiunse: "Dai medesimi atti della Curia, altresì risulta che nel 1389 i calzolai sono accusati di avere il giorno di mercato levato banco (de ipsorum sutillaribus) nel Piano, nella loro bottega, invece che nel Borgo, come pure era prescritto dagli Statuta Pinerolii del 1355 (pag. 203); e che nel 1392 un caligarius il quale stava presso la beccheria del Piano erat indutus virido et rubro". La vicinanza delle calzolerie alle macellerie non è spiegata dall’Autore, ma certamente deve essere allacciata alla necessità di utilizzo per fini produttivi del cuoio degli animali macellati.

Secondo Luigi Bernardi, la tradizione che rimanda al XIV secolo avrebbe dovuto, invece, considerarsi confermata da una disposizione statutaria del 1394, che, trattando di una preesistente "fraticia" di calzolai, avrebbe obbligato gli esercenti quest’arte a stare sotto di essa, facendo loro divieto di affiliarsi a "fraticiae" differenti(6)). Così, si sarebbe voluto colpire un comportamento diffuso. Purtroppo, Caffaro diede una ben diversa (e condivisibile) interpretazione alla norma: "Da altri Statuti Pinerolesi (p. 129), che seppur uniti ad un atto di transazione del comune coll’abate del 1288, pur non hanno nulla a che fare con quello, e che non è improbabile che spettino al 1394 "si inibisce a qualunque persona di andare alla confratria (calegariorum) o a qualunque altra che di nuovo si cercasse di erigere in Pinerolo, sotto pena di soldi dieci viennesi. Quelli, poi, che fossero già inscritti nella confratria dei calzolai non siano tenuti a pagare; né siano considerati per confratelli; ma in perpetuo siano cancellati, anche se si siano obbligati di pagare in quella o ai priori di essa, o si siano fatti in quella inscrivere". Tacesi della cagione dello scioglimento e del divieto perpetuo". La norma citata da Caffaro parrebbe addirittura configurare un divieto di costituzione di nuove associazioni di mestieri accanto alle esistenti ed un parallelo atto scioglimento e divieto di ricostituzione della associazione specifica dei calzolai. Certamente, in subordine, esiste anche il divieto, per gli artigiani della calzatura, d’iscriversi presso associazioni ancora ammesse. Non conosceremo probabilmente mai le vicende che portarono la Comunità ad essere così severa verso una sola categoria d’artigiani, ma si può intuire che dovettero essere particolarmente gravi.

Il divieto in questione non dovette, comunque, durare a lungo, perché più volte i calzolai pinerolesi, "come categoria", avanzarono rivendicazioni alla Comunità locale: "(…) nell’atto consolare 3 dicembre 1398, si trova una richiesta dei caligarii di Pinerolo di provvedere sopra i caligarii di Piossasco"(7), che, evidentemente, facevano loro concorrenza sul mercato locale. Ancora: "(…) nei conti esattoriali del 5 gennaio 1445, è detto che i calzolai (cerdones) vogliono che i cuoi crudi, senza pagare la gabella (questa sulle pelli e sui cuoi si riordinava, poi, nel 1509), portati a vendere a Pinerolo, vi restino".

Già nel 1467, il sodalizio risulta ricostituito: "(…) i calzolai, secondo gli ordinamenti del 1467 sulla processione del Corpus Domini, costituiscono una delle arti che prendevano parte a quella processione"(8).

Un visitatore apostolico, nel 1584, descrisse la cappella della corporazione, l’altare, gli arredi sacri. Come sostenne sempre il Caffaro: "(…) Secondo la relazione della visita apostolica di quell’anno 1584 (Archivio Capitolare), stava appunto fra molti altri anche l’altare di San Crispino (sic) della società dei calzolai (Societas Cerdonum). Quest’altare era in pietra, con mensa portatile, aveva l’icona guasta e mancava di croce, candelieri, pallio e sgabello; in conseguenza, si ordinò di restaurare principalmente l’icona, provvedendovi la croce, i candelieri, le tre prescritte tovaglie, il pallio che fosse almeno di cuoi indorato (coraminis aurati) ed un conveniente sgabello".

Passando all’esame degli avvenimenti del secolo XVII, si deve segnalare che : "(…)in altri conti esattoriali del 1610 apparisce che i zavattini sono spesso adoperati per commissioni a Torino e altrove, nel senso di messaggieri".(9) Evidentemente, gli zavattini pinerolesi sono ancora artigiani itineranti.

Nella "consegna dei capi di casa" ordinata durante la prima dominazione francese da Richelieu, il 25 aprile 1630, i caligari rappresentano il 5,6% dei "consegnati", raggiungendo il ragguardevole numero di 38 persone.

Dal censimento francese del 1648, invece, si potrebbe ricavare che due calligari fossero transalpini (uno di "Emolar in Bressa", giunto a Pinerolo nel 1632, e l'altro di Grenoble), mentre sarebbe stato savoiardo un "servitore di calligaro".

Queste sono prove certe e non contestabili della presenza di artigiani francesi(10) .

Secondo L. Bernardi, nel 1645, la corporazione si sarebbe già data un nuovo "Memoriale" (regolamento interno), che, tuttavia, andò perso successivamente.

Nel XVIII secolo, la "Compagnia" si faceva chiamare anche "Università dei Calzolai Padroni": essa escludeva rigorosamente i lavoranti dalla vita sociale e dalle cariche, ma pretendeva di assoggettarli a regole precise. Di tale Università (nome ufficiale piemontese, indotto dalla terminologia giuridica statale del periodo, che aveva accolto, generalizzandolo, il nome delle corporazioni torinesi) possediamo una raccolta di norme interne risalente al 1745 e già pubblicata da Luigi Bernardi (11) , nel 1896.

Secondo Caffaro(12), questi capitoli sarebbero stati approvati "dal supremo consiglio (Senato) già sedente in Pinerolo".

Il testo normativo fu redatto su un documento recante sul frontespizio l'immagine dipinta dei due Santi patroni della categoria.

Il titolo scritto sulla prima facciata dice :

"Le regole da osservarsi dalla università dei calzolai padroni di questa Città di Pinerolo e finaggi".

Ecco il breve testo di questi articoli:

ART. 1

Il giorno dei Santi Martiri Crispino e Crispiniano li Rettori passati sono tenuti render conto del dato ed ricevuto sotto il loro retorato nella presenza delli rettori moderni con l'assistenza del tesoriere pro tempore come anche i due patroni più vecchi di detta Università.

Così è stato ordinato da tutti li patroni della detta Università ed è praticato da lungo tempo che così piaccia al Onnipotente Iddio che tutto sia a lode e gloria sua ed a beneficio ed incremento di detta Università.

 

 

ART. 2

Più che li due rettori saranno obbligati alla cerca del elemosina con la busola sette volte l'anno cioè Pasqua, Pentecoste, Natale, Tutti Santi ,la vigilia delle feste di detta Università ed alle due fiere, cioè di San Giorgio e San Maurizio.

ART. 3

Più che tutti li patroni saranno tenuti il giorno della loro festa di trovarsi alli divini uffici, cioè la mattina della Messa grande di requiem sotto pena a cadun che mancherà risolvo causa legittima o che abbia dimandato licenza alli rettori di detta.

ART. 4

Più che cadun di detta università sarà tenuto pagare ogni anno il giorno della festa dei Santi Martiri Crispino e Crispiniano soldi venti piemontesi per caduno, ciò per suo annuale mantenimento della loro capella.

 

ART. 5

Più che tutti li patroni elletti a fare la carità il giorno della loro festa che rifiuteranno di quella fare saranno tenuti a pagare alla detta Università lire sei piemontese per caduna volta.

ART. 6

Più che tutti quelli che avranno ottenuto di piantare bottega di calzolaro in detta città e finaggio saranno tenuti pagare alla detta Università lire quindici piemontese avanti di essere amessi al detto piantamento purché sieno di detto arte con dichiarazione che li figlioli di cadun patrone non saranno tenuti a tal pagamento facendo fede del pagamento fatto dal suo padre.

ART. 7

Più che tutti quelli che vorranno imparare detta professione da calzolaro saranno tenuti pagare alla detta Università lire quattro piemontese avanti esser ammessi mediante che sieno di buona famiglia sotto pena alli patroni che le prenderanno di pagare lire sei piemontesi per caduna volta.

ART. 8

Più che li rettori pro tempore il giorno della loro festa saranno tenuti portare il cantello alla casa de li rettori nuovi o pure rimetterlo nella chiesa dei N. RR.PP. di San Francesco senza verun strumento

ART. 9

Più che nessun patrone potrà dar alcun travalio a un lavorante fuori di sua bottega avanti di aver soddisfatto il suo patrone ed essendo riconosciuto sarà tenuto pagare la menda di lire quatro piemontese alla detta Università per caduna volta.

 

ART.10

Più che nessun patrone potrà lusingare alcun garzone per farlo sortire con altro sotto qualsiasi pretesto ed essendo conosciuto per una semiprova sarà tenuto pagare la menda sovrascritta alla detta Università per caduna volta.

ART.11

Più che li rettori che saranno pro tempore eletti saranno tenuti esigere puntualmente tutte le mende metrizie ed aprendissage delli contravventori pendente il suo anno del loro rettorato sotto pena d'essere tenuto del proprio.

 

L’esclusione dei lavoranti dall’accesso all’Università dei Calzolai di Pinerolo ben si inserisce nel quadro disegnato da Simona Cerutti (13) per le Università di Mestiere di Torino del medesimo periodo:

"I lavoranti e le fasce più deboli, a partire dalla metà del secolo XVIII subirono insomma in modo più acuto gli effetti di un processo di effettiva "corporativizzazione" del tessuto sociale, la restrizione degli spazi di accesso al mestiere determinata da una concorrenza esasperata su risorse economiche ed anche politiche divenute più scarse nell'intero ambito urbano.

Le ridotte possibilità di raggiungere il grado di maestro trasformarono lo stato transitorio di lavorante in una condizione di fatto stabile, dotata di identità sociale definita e di interessi propri, non condivisibili con quelli dei maestri appartenenti alla corporazione".

A Torino, questo fenomeno condusse ad un duplice risultato:

Queste ultime erano le "Pie Unioni": autentiche associazioni di Mutuo Soccorso, che prevedevano il versamento in una cassa comune di una parte del guadagno o, in casi più limitati, almeno di fare delle collette a favore dei soggetti improvvisamente resi più deboli dalla malattia o delle vedove dei soci.

La prima associazione di tale tipo fu, a detta di Papa(14), la "Società degli Orefici della città di Torino", nel 1708, mentre, secondo Olivero(15), fu l’ "Unione Pia Tipografica di Torino", trent’anni giusti più tardi.

Difficile dire cosa accadde a Pinerolo e cioè se esistessero davvero strutture separate, per maestri e lavoranti, come quelle accertate nella seconda metà del secolo XIX. Come abbiamo visto, nel 1745, esisteva una Università, coincidente con la Compagnia religiosa dei Santi Crispino e Crispiniano, riservata ai soli "maestri".

Proprio in quello stesso anno, Ludovica Barbarossa, vedova di un ex tesoriere di quella corporazione, fece a vantaggio d’essa una cospicua donazione, che servì a riparare la cappella e l'altare dei santi patroni.

Dal resoconto di una visita apostolica avvenuta nel 1764(16), si apprende che la Università dei calzolai maestri aveva alcuni privilegi, fra i quali quello della "macinazione gratuita" (non irrilevante, visto che, a quel tempo, mulini e forni erano oggetto di infeudazione). Tale privilegio era, probabilmente connesso alla tradizionale preparazione di un panis charitatis(17) in occasione della festa dei santi patroni.

Proprio in quell’anno, però, a detta di L. Bernardi, per far fronte alla grave crisi derivante dalla penuria di cereali, la Compagnia dei Santi Crispino e Crispiniano apportò delle modifiche alle festività religiose solennizzate: così, venne mantenuta in calendario una sola festa, in Ottobre, il che comportò un'unica colletta, invece delle numerose del passato(18). Secondo Caffaro(19): "(…) le funzioni, in allora, consistevano in una messa grande e processione extra claustra (del convento di San Francesco) ed in una successiva benedizione col Sacramento alla Cappella dei SS. Crispino e Crispiniano propria di essa università, che con la oblazione dei soci suppliva alla manutenzione di detta cappella ed alle altre spese della festa".

Come ulteriore conseguenza della crisi cerealicola, sempre nel 1784, l’Università dei calzolai padroni procedette all’abolizione della distribuzione a tutti i fedeli di quel panis charitatis volgarmente chiamato carìton, che in tempi normali sarebbe dovuta avvenire dopo la benedizione dello stesso, al termine delle celebrazioni religiose. Il diritto al carìton ed al "sonetto" (componimento poetico a stampa, arricchito da immagini litografate a soggetto sacro, diverso di anno in anno: esso veniva appeso alla parete o alla porta d'ingresso della bottega o dell’abitazione privata) venne mantenuto, in tal modo, solo più dai maestri. Chiaramente, il provvedimento fu dettato per ragioni economiche, ma anche perché i lavoranti, ai danni dei quali esso principalmente andava, si trovavano esclusi dalla corporazione (20): purtroppo, possiamo solo indovinare gli attriti derivanti dalla decisione padronale, perché specialmente il vedersi sottrarre il diritto al carìton, in un momento di carestia, non poté non essere vissuto dai dipendenti come un sopruso.

Patrucco(21) narrò di alcune altre tradizioni dei calzolai pinerolesi del secolo XVIII: i due Sindaci o Priori della corporazione avrebbero avuto diritto di portare la spada nei giorni di solennità ed, ogni lunedì, avrebbero comprato tre soldi di tabacco, del quale sarebbero poi andati ad offrire una presa ai colleghi, ricevendone in compenso un soldo per ognuno, destinato a confluire in un fondo cassa per la celebrazione della festa dei santi protettori della Compagnia. In tale occasione, sia i mastri, che gli apprendisti, avrebbero percorso la città suonando trombe sotto le finestre della cittadinanza, mentre una persona, pagata appositamente a tal scopo, avrebbe gridato: "bon soir (oppure: bon matin) à tous les professionistes maîtres bottiers et cordonniers de la notre noble compagnie". La notte della festa sarebbe stata passata in allegria, cantando e bevendo.

Probabilmente tale Autore ricavò queste notizie, deformandole, da un articolo dal titolo "Le serenate pei SS. Crispino e Crispiniano", comparso sulla rivista "Archivio per le tradizioni popolari", pubblicata in Palermo e diretta da Pitrè. L’articolo in questione, infatti, fu ripubblicato sul settimanale locale "La Lanterna Pinerolese", e più precisamente sui numeri 41; 42 e 43, a partire dall’11 ottobre 1890.

Il testo originale è oltremodo interessante, pur fotografando la realtà dell’epoca in cui fu scritto, perché il suo Autore, certo F.S. (Stefano FER?), tentò già una ricostruzione delle vicende precedenti di tale categoria artigiana:

"(…)a Pinerolo, i calzolai sono numerosissimi e ricordano con compiacenza i loro martiri protettori SS. Crispino e Crispiniano, celebrandone la festa ogni anno, il 25 ottobre, ma senza circondarli di leggende, delle quali in genere è povera la popolazione di queste valli. I calzolai sono ordinati in due società: ad una fanno parte i padroni o, come essi li chiamano, i principali, all’altra i lavoranti. Quando avesse origine la fondazione di queste società e se fosse contemporanea non si può precisare, perché mancano i documenti.

In alcune carte appartenenti alla Società dei lavoranti è fatta menzione dei grandi festeggiamenti in occasione del centenario e non è detto altro; taluni, però sostengono che la Società allora contasse già due secoli di vita: così le sue origini potrebbero risalire approssimativamente alla seconda metà del secolo XVI.

Queste, come ognun vede, sono pure induzioni, e non essendo mio compito di investigare quanto ci possa essere di vero in tali affermazioni, noto il fatto come mi fu riferito e passo oltre.

Da particolari informazioni assunte, nessuno poi mi ha saputo precisare non solo, ma neppure indicar vagamente, l’anno in cui cominciarono le Serenate, e mancando ogni documento in proposito, non farò inutili digressioni, che allontanerebbero dal mio soggetto.

Due lasciti di duecento lire, uno piovuto non si sa come (e anche qui si citano nomi e date disparatissime) senza relativa scrittura, furono destinati per le Serenate da farsi alla vigilia dei SS. Crispino e Crispiniano. E da questi lasciti, in seguito depositati presso la cassa di risparmio, non si prelevò che l’interesse, obbligandosi però i principali a pagare una lira all’anno e cinquanta centesimi i lavoranti.

Nel seno della Società dei Lavoranti calzolai, si eleggono ogni anno due Priori o Sindaci, che hanno l’incarico di preparare le serenate (22) e di dare gli ordini opportuni per le funzioni religiose.

Vediamoli dunque all’opera. Essi tutti i lunedì mattina(23) entrano nelle botteghe della città e non di soli calzolai, offrono una presa di tabacco ricevendone in contraccambio un soldo, che si depone nella bussola, la cui apertura è formata in modo che non vi passa più di un soldo per volta, e così fanno cinquantadue collette all'anno(24), spendendo in media quindici centesimi di tabacco da naso ogni lunedì.

Alcuni giorni prima delle serenate, i Priori chiedono il permesso all’Autorità di pubblica sicurezza, permesso che viene sempre concesso mediante il pagamento di una certa somma, per ragioni di sorveglianza.

Siamo alla vigilia della festa: i suonatori, in numero di otto, accompagnati e guidati dagli instancabili Priori e da un garzone che porta la lanterna, incominciano le serenate alle ore 7 pomeridiane.

L’avvocato o procuratore dell’associazione dei calzolai è il primo a ricevere gli onori: sotto le finestre della sua casa, si raduna la comitiva, vengono suonate due arie, e , nell’intermezzo, un calzolaio, pagato per un tale servizio, grida: Donne la bonne soir o le bon matin (dopo la mezzanotte) à monsieur N.N….avocat o procureur de la notre aimable compagnie: e, ai calzolai in genere: donne ecc. à monsieur N.N. … maître bottier, cordonnier de la notre aimable compagnie.

Se si tratta d’un semplice lavorante è tralasciato l’appellativo maître. La costumanza di salutare in francese, nata allorquando Pinerolo era soggetta ai Francesi e la lingua ufficiale era la francese, si mantenne e per tradizione continua ancora.

E così ogni devoto o seguace di S. Crispino riceve l’omaggio di due arie col rispettivo saluto, esclusi il tesoriere ed il segretario della Società dei lavoranti, ai quali si rende maggior onore, essendo stabilite quattro arie per il primo e tre per il secondo.

A mezzanotte, la comitiva si prende un poco di riposo e va ad un’osteria a mangiare: salsiccia, minestra di cavoli, pane, vino e…nient’altro. Riprese, quindi le serenate, continuano sino alla mattina e raggiungono, annualmente, la media circa di quattrocento. Prima di lasciarsi, il tesoriere, che ha raggiunto da poco la comitiva, l’invita da un liquorista e paga ad ognuno un bicchierino di grappa.

E qui, per incidenza, noterò che abusivamente si fanno le serenate pure a coloro che non sono calzolai, purché paghino una lira o cinquanta centesimi. Pure abusivamente, oltre la formola già citata per il saluto, vengono aggiunti altri appellativi, talora ridicoli e mordaci, secondo la persona a cui sono diretti ed il buon umore di chi li pronunzia. Finite, dunque, le serenate, i Priori si avviano nelle case dei seguaci dei SS. Crispino e Crispiniano a distribuire un foglio sul quale è stampato un sonetto per l’occasione.

Alla domenica, poiché le serenate si fanno sempre di sabato, ambedue le Società festeggiano i loro martiri protettori, in chiese separate ed alla medesima ora.

I principali si recano nella chiesa di San Donato, la cattedrale di Pinerolo, dove posseggono un altare, ricevuto in dono dagli Oblati (sic).(25)

I lavoranti, invece, assistono alle funzioni religiose nella chiesa di S. Giuseppe.

I Priori convenuti nella chiesa di S. Giuseppe portano una candela per ciascuno del peso di tre once, le quali candele saranno poscia collocate dinnanzi all’immagine dei santi protettori, ora esposta per l’occasione a fronte della chiesa; recano inoltre una torcia con appesavi l’immagine dei SS. Crispino e Crispiniano, che tengono in mano accesa per tutto il tempo della funzione.

Nell’immagine esposta, come si è detto, a fronte della chiesa, sono rappresentati i due santi protettori in atto di rivolgersi alla Vergine, seduta su una specie di trono, ai piedi dei quali si vedono un paio di scarpe; due angeli, in alto, uno per parte, sono in atteggiamento di coronar i santi e consegnar loro la palma del martirio.

Nel pomeriggio, ha luogo il vespro e la benedizione e così tutto finisce modestamente; ma un tempo, cioè fino alla metà del nostro secolo, quando il sodalizio dei calzolai si chiamava Università dei calzolai, le funzioni religiose erano celebrate con pompa maggiore ed i priori, vestiti di una semplice divisa, portavano la spada al fianco.

Le funzioni religiose si ripetono al lunedì, in cui viene cantata una messa di requiem in memoria dei calzolai defunti. All’ingresso della chiesa di S. Giuseppe, è collocato un tavolino, su cui sono poste molte michette di forma ovale e a chi entra si consegna uno di questi pani, avvolto in un foglio di carta sul quale è stampato il sonetto, ed al regalo tien dietro una offerta di cinquanta centesimi.

Nella chiesa di S. Donato, invece, si distribuiscono caritoni, specie di pan tondo, esternamente inzuccherato, avvolti essi pure nel foglio stampato, offrendo in cambio una lira. Notisi che la distribuzione delle michette e dei caritoni si fa soltanto al lunedì e che il sonetto è identico per ambedue le società, variando solo i priori dell’una e dell’altra associazione.

L’incisione, una rozza incisione, posta in testa del sonetto, appartiene ai principali, che la cedono per la stampa del sonetto ai lavoranti, ottenendone in cambio settantadue copie.

Tutte queste offerte, che si fanno sull’ingresso della chiesa, sono pure ritirate dai Priori, che debbono pagare le singole spese, ed il sopravvanzo viene diviso fra loro, in compenso dei molti disturbi incontrati.

Finita la funzione religiosa del lunedì, i calzolai dell’una e dell’altra società si radunano in sacrestia. Quindi confabulano, alquanto scartabellando i registri della società, in cerca di due nuovi priori da sostituirsi ai vecchi, che durano in carica un solo anno.

Finalmente, caduta la scelta sopra uno giovane ed uno attempato, che non deve essere stato priore più di una volta, si scioglie la così detta adunanza.

I nuovi priori, poi, invitano a pranzo i priori scaduti, il tesoriere, e, volendolo, anche qualche socio, che si fa una buona corpacciata.

I padroni o principali che direttamente non prendono parte alle serenate, ma vi contribuiscono con offerte, festeggiano pur essi in chiesa, come si è detto, i loro protettori, e nel giorno di S. Crispino, invitano, generalmente, alla propria mensa i loro lavoranti.

Ed ogni cinque anni, si dividono gl’interessi d’un certo capitale, depositato alla Cassa di Risparmio, coronando la divisione con un pranzo, in cui, naturalmente, non mancano i motti, i frizzi e gli evviva ai loro protettori Crispino e Crispiniano.

Pinerolo, ottobre 1889

F.S.

Dal racconto, paiono emergere molti indizi interessanti. Innanzitutto, l’ipotesi che un’associazione di soli lavoranti, accanto a quella dei maestri, fosse esistita da secoli e, quindi, molto prima del XIX (secolo per il quale la troviamo attestata documentalmente). Quindi, il fatto che le cosiddette serenate fossero tradizionalmente svolte soltanto a cura della società dei lavoranti, anche se anche all’indirizzo dei titolari di bottega (ed, addirittura, non solo dei membri della categoria). Quanto all’utilizzo della lingua francese nelle citate serenate si potrebbe spiegare tale fatto anche come una tradizione portata, durante la dominazione francese, da artigiani del settore, che fossero stati di discendenza transalpina. In merito, già Caffaro(26) espresse la seguente opinione:

"Non è improbabile che le cosiddette serenate per questi santi Crispino e Crispiniano in Pinerolo risalgano almeno al tempo della seconda dominazione francese, e perché i motti che le accompagnano sono tuttora pronunciati in tale lingua e perché esse, forse, erano incluse in quei regolamenti civili, pur approvati dal supremo consiglio, magistrato d’istituzione francese e già sedente in Pinerolo, di cui è cenno nella precitata visita del 1764".

Purtroppo, nell’Archivio Storico del Comune di Pinerolo, i documenti del XVIII secolo relativi ai calzolai non sono molti, ma, come già ricordò Caffaro (27), da conti esattoriali veniamo a sapere che un paio di scarpe da huomo, nel 1713, valevano lire 3.10, mentre quelle da dona sarebbero costate un po’ meno e cioè lire 3.5.

Da quanto s’è visto finora, sembrerebbe potersi sostenere che, nel corso del ’700, con grande probabilità, esistettero già due distinte compagnie: una di calzolai maestri e l’altra di lavoranti. Entrambe avrebbero avuto caratteristiche di compagnie religiose, ma solo quella dei maestri sarebbe anche stata una vera corporazione, in quanto alcune sue regole interne (approvate dall’Autorità civile) sarebbero state applicabili ai lavoranti, che pure non avrebbero potuto diventarne soci.

La vita della corporazione dei calzolai maestri pinerolesi procedette quasi certamente immutata per secoli, fino all’epoca napoleonica.

Sia L. Bernardi, che P. Caffaro, sulla scorta di un manoscritto antico(28), sono concordi nel sostenere che, nel 1801, essendo stato soppresso il Convento di San Francesco, la Compagnia dei maestri si riservò un altare in San Maurizio: tale situazione durò fino al 1803. L'anno successivo, avendo il Governo Imperiale incamerato i beni ecclesiastici, pretese di vendere l'altare ligneo della stessa, che dovette dare battaglia legale, per dimostrare che si trattava di proprietà privata. I beni furono rivendicati "per poco più di 32 lire". La causa fu vinta e l'altare collocato nel duomo di San Donato, presso la Cappella dei Tre Re, di proprietà della famiglia Bottal, che la cedette perpetuamente ai calzolai, nel 1806 ( secondo L. Bernardi, ciò avvenne con atto rogato dal notaio Gasparo Giacomino, risalente al 26 agosto di quell'anno, mentre P. Caffaro parlò di un istrumento datato 8 agosto 1806,"[…] stato approvato da Monsignor Della Marmora, vescovo di Saluzzo-Pinerolo, con decreto del 13 agosto 1808").

Il precedente richiamo ai Padri Oblati, effettuato dall’autore dello studio sulle serenate, è, quindi, certamente fuori luogo, perché l’altare non fu mai di loro proprietà e, conseguentemente, non avrebbero potuto cederlo a nessuno.

Caffaro si spinse , addirittura, a descrivere l’antico altare della corporazione: "(…) con icona in legno scolturato ed indorato, ed avente l’impronta degli strumenti del mestiere; altare che per non corrispondere più all’architettura della chiesa, venne nei recenti restauri del 1893, surrogato coll’attuale, pure in legno".

A seguito delle disposizioni imperiali che estesero al Piemonte l’abolizione delle corporazioni, i calzolai pinerolesi poterono solo più aspirare a mantenere in vita l'aspetto di compagnia devozionale, ma, così facendo, riuscirono a far esistere ancora un "fil rouge", che sarebbe stato utile in seguito. Ad esempio, le carte dell'Archivio sociale dei calzolai padroni, ad esempio, non andarono perdute.

Se si ragionasse con leggerezza, bisognerebbe concludere che, con la Restaurazione, che riportò giuridicamente in vita le corporazioni, questa categoria di lavoratori pinerolesi non avrebbe dovuto aver problemi a rigenerarsi ed avrebbe potuto far tornare in vigore il Memoriale del 1745. Invece, ciò sarebbe stato più facile a dirsi, che a farsi (29)… I tempi erano cambiati e le regole dettate sotto l’ "Ancien règime" faticarono ad essere applicate alla lettera (30) .

Dai registri dei calzolai padroni (31), emerge che, fin dal 1825, il sodalizio non esigette più le quote d'ingresso e neppure la "metrizia d'imprendissaggio", cioè la tassa a favore della corporazione, che avrebbe dovuto essere pagata dai genitori del ragazzo mandato a bottega.

Lo notò già Luigi Bernardi, che scrisse, a proposito: "Qui si vede che i padroni di bottega non andavano più d'accordo per formare apprendisti".

La realtà, al contrario, appare più complessa, perché erano le ragioni stesse della corporazione a non essere più sentite dalla categoria, che aspirava al regime di libertà realizzatosi di fatto: regime ancora una volta a favore dei "patroni", perché la mancanza di regole non implicava una tutela dell'apprendista, ma, piuttosto, il lasciarlo in balìa del singolo "maestro calzolajo".

I "patroni", poi, pensavano soprattutto a solennizzare fastosamente la festività dei Santi Crispino e Crispiniano…Secondo Caffaro(32): "(…) Questa classe, nel 1836, supplicava ancora Monsignor Charvaz, altro vescovo pinerolese, perché i suoi santi Crispino e Crispiniano si festeggiassero da tutto il clero con rito doppio; il che si ottenne; essa, allora non possedeva né reddito né peso fisso, e le si ordinò che ogni anno rendesse i suoi conti al vicario generale". Chiaramente, in quel frangente, la curia pinerolese trattò il sodalizio come una semplice compagnia religiosa.

Così, la distanza tra i pii maestri ed i lavoranti crebbe sempre di più, fino alla "svolta" del 1844. Questa portò alla costituzione di una vera "società di mutuo soccorso" aperta, in teoria, anche ai lavoranti, che venne chiamata Società di Mutuo Soccorso della Classe dei Calzolai di Pinerolo.

Ma non fu farina del sacco degli artigiani stessi: piuttosto, si è portati a credere che l’idea d'una simile fondazione (percepita all’interno della categoria - almeno dai maestri - più che altro come mera "trasformazione" delle strutture associative passate) fu indotta dall'approssimarsi della nuova normativa anticorporativa e dall’azione culturale di soggetti esterni: due borghesi di idee liberali.

Goffredo Casalis, nel suo famoso "Dizionario", alla vox "Pinerolo", ricorda i nomi di queste persone: il farmacista Andrea Reinaud ed il benestante Giuseppe Giosserano (un cognome certo italianizzato dal francese "Josserand"), futuro sindaco della città. Invece, il canonico Croset-Mouchet(33), nel suo "Pinerolo antico e moderno", una guida dedicata alla cittadina ed al circondario, stampata nel 1854, è più generico, citandoli solo come "due benemeriti cittadini che compilarono il regolamento interno", mentre anche Luigi Bernardi fu d’accordo che almeno "Andrea Reinaudi (sic), farmacista" fosse stato da considerarsi "promotore" dell'iniziativa(34).

Ma chi erano costoro e perché s’immischiarono in questioni della Classe dei calzolai? Certamente si trattò d’uomini vicini al "Circolo politico" di Pinerolo, allora accolto nei locali della "Società del Casino": un gruppo di orientamento liberale.

L’avvocato Giosserano, era stato iscritto quale "socio effettivo" al "Gabinetto di lettura" torinese fondato dal canonico Pino e frequentato dal giornalista Lorenzo Valerio, promotore del mutuo soccorso nell’Italia intera(35).

Entrambi i professionisti pinerolesi citati credevano negli ideali liberali e massonici di "fratellanza" e di "progresso", inoltre volevano che venisse superato il concetto cristiano di "mera carità" (per evitare la nascita d’un senso di umiliazione a carico del beneficiato ) con l’introduzione del principio laico del "self-help" (auto-aiuto), basato su un diritto all’aiuto economico, costituitosi a seguito dell'ammissione in un sodalizio e del pagamento regolare delle piccole quote previste. Ma si trattava anche di persone istruite e, quindi, in grado di capire come mai si fosse presentato momento più favorevole per forzare la mano e far accettare un mutamento necessitato ai maestri calzolai maggiormente legati al retaggio corporativo .

Nel 1843, infatti, già si avevano avvisaglie della nuova legislazione anticorporativa che sarebbe stata promulgata con le Lettere Patenti del 14 agosto 1844, comportanti la definitiva soppressione delle corporazioni negli Stati Sabaudi.

Recentemente, comunque, anche da parte di autorevoli studiosi(36), è stato sostenuto che prima del 1848, almeno negli Stati Sardi, non fosse consentito sostituire il mutuo soccorso alla beneficenza. Ipotesi non condivisibile.

A rigore, invece, si potrebbe ammettere soltanto che, prima dello Statuto Albertino, dovessero considerarsi vietate esclusivamente le società di mutuo soccorso "generali", ma non quelle "intracategoriali".

Per capirci meglio , bisogna ricordare che l'art.2 delle citate Lettere Patenti del 1844 recitava :

"Gli individui addetti alla medesima arte o mestiere, quando non formino pie associazioni regolarmente erette, per le quali nulla è rinnovato, potranno adunarsi per concertare quello che riguarda alla celebrazione della festa del Santo patrono o per le spese di carità e beneficenza che fossero disposti a fare per comune contributo".

Quindi, la costituzione di una "cassa comune per il mutuo soccorso" poteva essere spacciata per opera "vicina", anche se non totalmente assimilabile, alla "carità e beneficenza". Comunque, opera meritoria e, quindi, non pericolosa. Si trattava, certamente, di un ampliamento in via interpretativa, ma ben sanno i tecnici del diritto che, d’una norma, ciò che conta davvero sono le modalità della sua applicazione concreta (37)

E’ facile, quindi, credere che la disposizione delle Lettere Patenti venne piegata in tal senso da Reinaud e Giosserano, i quali sarebbero riusciti a fondare su di essa il nuovo sodalizio categoriale dei calzolai pinerolesi...ma questo caso non fu neppure unico: Costa(38) citò ben dodici società categoriali di mutuo soccorso "tollerate" prima del 4 marzo 1848.

E che il Potere non fosse contrario al mutuo soccorso intracategoriale lo si può vedere anche dallo specifico atteggiamento tenuto dal Governo nei confronti della Classe dei Calzolai pinerolese, quando la medesima avanzò una supplica per "implorare la Sovrana autorizzazione del regolamento" della nuova Società di Mutuo Soccorso della Classe dei Calzolai di Pinerolo. Infatti, ad essa fu risposto che non si ravvisava necessaria la autorizzazione richiesta, perché tale tipo di società avrebbe potuto "stabilirsi in forma privata, in ragione del proprio commendevole scopo".

Quindi, successe solo ciò che capitò anche in altri Stati Italiani, come a Modena, dove in piena Restaurazione, nel 1834, la "Unione dei lavoranti calzolai", si trasformò in "società di mutuo soccorso"(39). D’altronde, non si vede il motivo per cui lo Stato si sarebbe dovuto accanire contro un’accolita categoriale "a commendevole scopo". Insomma, perché trattare i calzolai come potenziali sovversivi? La logica del Potere nell’epoca della Restaurazione non fu quella di ingessare la società e ciò fu tanto più vero in campo giuridico.

Al contrario, il timore verso le accolite "generali" è comprensibile, visto che esse avrebbero potuto dar modo ai ceti meno abbienti di superare le ostilità di mestiere e di costituirsi in un’unica "classe".

Ciò che contano sono i fatti e, come ricordava Giovanni Giolito (40), i reali accadimenti furono questi: "Il 3 febbraio 1844, sul fondamento di questo Regolamento trentasette maestri e quarantasei lavoranti versano la loro prima quota settimanale. Una direzione provvisoria, composta da nove padroni e tre lavoranti, regge la società nei suoi primi tre mesi di vita, curando la raccolta di nuove adesioni, onde raggiungere il numero di cento sottoscrittori, che l’art. 3 del Regolamento prescrive come necessario perché l'associazione si intenda definitivamente costituita. Il 12 maggio, in una casa di abitazione del sig. Zoppi, presidente della direzione provvisoria, contrada San Donato, casa Maffei di Boglio, gli iscritti si riuniscono per l'atto formale di fondazione della società" .

Ma non si poteva sperare che tutto fosse "rose e fiori"...

Mentre i "calzolaj padroni" avevano accettato di creare la nuova società solo perché credevano di poterla saldamente controllare e di salvare in tal modo quanto fosse utile delle ceneri della loro vecchia corporazione, al contrario, i "lavoranti" vi avevano aderito in quanto speravano che il mutualismo potesse alleviare la loro precaria condizione sociale. E tale duplice interpretazione fu la causa dell'immediato fallimento dell'iniziativa.

La dirigenza, monopolizzata dai "maestri", non aveva nessuna sensibilità verso le novità, mentre era certamente permeata di bigottismo e di manie di grandezza, anche perché non s’era mai trovata a disposizione un capitale tanto ingente, raccolto con il miraggio del mutuo soccorso. Ciò che la preoccupava di più era il riuscire a solennizzare i Santi patroni il più degnamente possibile ("per il decoro dell'intera Classe" (41), secondo le dichiarazioni ufficiali, ma, in realtà, molto probabilmente, per disegni personali dei componenti la dirigenza medesima).

In occasione del "bicentenario del Memoriale dell’Arte" (comunque, una celebrazione assurda, visto che l'Arte dei maestri calzolai era stata abolita per legge, ma che ci dimostra come essa venisse considerata "ancora in vita" dalla dirigenza della nuova società), come ricorda L.Bernardi:

" La Chiesa era tutta addobbata , insomma, si spesero dalle 700 alle 800 lire, però di questo rendiconto sul nostro memoriale non c'è alcun cenno, mancano i fogli di questo grandioso secondo centenario, che la Classe festeggiò in San Donato, alla Cappella dei Tre Re, all'altare di detta proprietà(...)".

Ma ancora più interessante appare il passo successivo:

"Pare che la Classe mastri, unita ai medesimi lavoranti, si siano uniti per un mutuo soccorso, formando la società tra mastri calzolai e lavoranti; ma fondi non ce n'era di sicuro, perché avevano subito troppe spese per tale festeggiamento del secondo centenario. Avranno fatto penitenza sicuro qualche tempo per essere sussidiati".

Le intenzioni di Reinaud e Giosserano erano state diverse, ma i tempi non sembravano ancora maturi: mancavano all’associazione amministratori interni che credessero al mutualismo e mancava una profonda cultura democratica nel nuovo sodalizio, che continuava a basarsi sulla differenza di fatto tra "padroni" e "lavoranti".

Eppure, ai festeggiamenti, parteciparono 143 soci: 46 maestri e 97 lavoranti....probabilmente, l'intera categoria!

Le informazioni fornite da L. Bernardi circa le persone che per prime ricoprirono le cariche sociali non risultano esatte, rispetto a quanto risulta dal "registro delle adunanze", da poco restaurato e conservato presso l’Archivio della Società Mutua Pinerolese: così, ora, possiamo dire che il primo presidente fu il notaio Antonio Maria Zoppi (e non Antonio Canone); tesoriere e segretario un certo Garra (non Pietro Bertini) e controllore Tomaso Pol (unico ad essere indicato correttamente da quell’A.).

Membri dell'Amministrazione: Giovanni Battista Colombino (non Francesco Artero), Carlo Borgogno (non Stefano Calvetti), Giuseppe Maynardi (non Giovanni Battista Cardone), Capel Francesco (non Francesco Ciaiol), Giovanni Battista Ciaiol, Giacomo Viale (non Giuseppe Giordana), Giovanni Battista Malasagna e Carlo Malanetto (non "Milanetto", come avrebbe voluto Bernardi).

Tra i semplici soci, compare già un nome che sarebbe divenuto importante in seguito : quello di Matteo Brezzio.

Dopo un anno o due di vita stentata, come ricorda sempre L. Bernardi :

"Un tesoriere si portò via qualche somma e libri e prese il volo, almeno così dicono ancora qualcheduno dei viventi, ma non lo affermo, perché non trovo scritto. Ma pare però che qualche sfratto (sic) ci sia, perché i padroni, come si vede sui registri, pagavano lire una di più al mese di ottobre da quello fissato dalla società, e poi l'avanzo lo si ripartiva, come risulta da un verbale dell'anno 1852".

Quale fu il nome di questo tesoriere infedele? Possiamo solo dire che quel "Garra", indicato col solo cognome quale primo segretario, sparisce dal registro delle deliberazioni fin dal 1845, quando è sostituito da Pietro Bertini. Ed è indicativo anche un altro fatto: il 5 aprile di quell’anno, l’Assemblea generale del sodalizio nominerà un nuovo Presidente, nella persona di Antonio Canone o Cannone, "per invigilare nella sistemazione dei conti e l’unanimità della società". Parole che sembrano nascondere grossi attriti interni, successivi alle malversazioni.

Le vicende che porteranno alla grossa crisi della "Società calzolai" possono essere agevolmente lette attraverso le deliberazioni contenute del registro precedentemente citato.

 

1845, 15 di agosto:

si segnalano abusi nel diritto di pretendere medicinali. I medesimi dovranno essere concessi ai soci solo più dietro presentazione di ricetta vistata dagli Amministratori.

1846 , 5 ottobre:

110 soci hanno adempiuto al pagamento delle quote settimanali.

1847, 7 febbraio:

Canone cede la poltrona a Giovanni Malasagna, che diviene nuovo presidente. Anche Matteo Brezzio è presente all’assemblea generale.

1847, 3 di ottobre:

atto della Assemblea Generale con il quale si pongono norme restrittive del diritto ad ottenere medicinali. Altre norme, più severe, vengono emanate, per obbligare i "visitatori" al loro dovere.

Si parla di usurpazione dei diritti da parte dei maestri, a danno dei lavoranti e, sempre nel verbale relativo, si fa cenno ad imprecazioni contro gli amministratori della società.

1848, 2 gennaio: soci 97.

1848, 16 gennaio: si deplora che i fondi della società siano in deficit.

1848, 6 febbraio: 90 soci.

1848, 4 giugno: 77 soci.

1848, 2 luglio: 75 soci.

1848, 7 agosto: 72 soci.

1848, 8 settembre: 70 soci.

1848, 2 ottobre: 66 soci.

1849, gennaio: 64 soci.

1949, 4 marzo: 65 soci.

1849, 5 agosto: 69 soci.

1849, 2 settembre: 71 soci.

1849, sedici dicembre: 69 soci.

1850, 20 gennaio: nuovo presidente, Gioanni Martinetti .

1851, 8 giugno : 64 soci.

Già nel 1848, quindi, la maggior parte degli scontenti abbandonò il sodalizio e, successivamente, si verificò un assestamento del numero complessivo dei soci. Alcuni fuoriusciti, come il calzolaio Brezzio, avrebbero partecipato attivamente alla fondazione della Società Operaia "generale" di Mutuo Soccorso di Pinerolo.

Nel 1851, il capitale sociale, invece che essere depositato in banca, per essere destinato al pagamento dei sussidi, fu concesso in prestito dietro garanzia ipotecaria, in parte a favore del signor Ghighetti ed, in altra parte, a favore del presidente Canone. L'intenzione sarebbe stata buona: percepire un interesse del 5%, che sarebbe stato dell'1% superiore a quello concesso dalle banche. Purtroppo, però, una parte del denaro non sarebbe mai stata resa. Naturalmente, ciò fece scemare ulteriormente il numero dei soci...

Nel 1853, quei lavoranti che non avevano voluto seguire Brezzio, considerato, comunque, un "maestro", fondarono un'autonoma Società Lavoranti Calzolai(42), la medesima citata nello scritto sulle serenate, del 1889, ed ancora esistente nel 1904.

Essa, nel 1878, aveva 49 soci, diventati 80 nel 1904, quando il capitale sociale ammontava a 3279 lire: ciò dimostra come lo spirito categoriale fosse forte anche tra i lavoranti, visto che la loro società esistette nonostante lo sviluppo di una società "generale", aperta a tutti gli operai, di qualsiasi categoria.

Invece, la cattiva amministrazione della società di mestiere monopolizzata dai maestri calzolai, basata su principi economici sorpassati, è dimostrata dal fatto che, ancora nel 1895, non fossero stati toccati i due libretti di deposito intestati alla società stessa, il primo, dal farmacista Reinaud, come donativo, il 9 marzo 1845 ed, il secondo, da Antonio Canone, come garanzia sul prestito citato. Si trattava di poche lire, ma il valore, negli anni, si era grandemente svalutato e gli interessi, minimi, non avevano coperto tale effetto dell'inflazione.

Nonostante ciò, l’associazione di mestiere trascinò la propria esistenza, ridotta a quella di semplice "compagnia religiosa", per decenni.

Nel 1862, i soci erano 32 ed il capitale sociale ammontava a 1061,50 lire.

Quindici anni dopo, gli iscritti erano 34.

Negli anni Novanta dello scorso secolo, sotto la direzione di Giovanni Demartini il sodalizio ebbe un secondo gravissimo tracollo.

I soci si erano stabilizzati a 34 ed il capitale veniva diviso tra gli stessi ogni 5 anni, lasciando alla "cassa di risparmio" solo 100 lire.

Anche il nome era ormai mutato: fin dal 1862, infatti, già essa veniva segnalata da Revel (43) col nuovo appellativo "Società dei Calzolai maestri San Crispino e Crispiniano": in tal modo, ogni finzione era fatta cadere.

Nel 1892, la direzione decise di ripartire tutto ed avrebbe anche voluto cedere i libri sociali dietro compenso, tanto che ciò provocò l'indignazione di alcuni soci, i quali furono supportati da due benestanti locali: il conte Mario Savorgnan d’Osoppo ed il deputato, futuro presidente del consiglio dei ministri, cavalier avvocato Luigi Facta.

Così, nel 1895, si celebrò la festa di cinquantenario ed in quell’occasione fu pubblicato anche un volumetto, scritto da L. Bernardi, dal quale si sono potute trarre notizie preziose, perché non riportate sui documenti ufficiali della Classe giunti fino a noi.

Ma, nonostante il desiderio di rifondazione espresso dai nuovi esponenti del sodalizio, lo spirito imperante continuava a restare ancorato alla nostalgia per l’antica corporazione perduta e per i suoi privilegi.

Proprio a causa di questo, così come per le continue spese religiose (311 lire in un colpo solo, per le celebrazioni del patrono di Pinerolo, San Donato) la società perse il suo scopo mutualistico originario e si ridusse a mero simulacro di sé stessa.

Ciò nonostante, nel 1897, fu redatto un nuovo regolamento, che sarebbe rimasto immutato per decenni.

All'inizio del nuovo secolo, nel 1904, i soci erano di nuovo aumentati a 55.

Ma, nella nuova era, queste società di mestiere non potevano non essere sorpassate dalle esigenze contingenti dei lavoratori e dalle tensioni sociali in atto. Anzi, la via del declino era segnata e, probabilmente solo per non morire, si unirono ancora una volta le forze dei maestri con quelle dei lavoranti, nel 1925, quando fu fondata l’unitaria "Società Calzolai di Pinerolo". Ma i promotori non previdero la politica che di lì a breve avrebbe tenuto il Governo Fascista, aspramente contrario ai sodalizi estranei al sistema corporativo ad appartenenza obbligatoria messo in piedi dal Regime. Con la scusa della guerra, infine, nel 1942, la società unitaria fu addirittura sciolta e poté risorgere solo nel ’45, il 27 ottobre. L’ultima festa sociale si tenne nel 1966 e l’ultimo verbale fu segnato nel 1980, quando le 97.000 lire che rimasero nel fondo cassa furono devolute alla Casa di Riposo "Jacopo Bernardi". D’altronde, i tempi erano definitivamente mutati e lo stesso mestiere del calzolaio, soffocato dalla produzione industriale e dal consumismo, si poteva considerare definitivamente decaduto. Così, mentre anche i discendenti di coloro i quali non avevano mai conosciuto altro che zoccoli potevano ormai permettersi di portare scarpe ai piedi, molti eredi dei maestri erano divenuti esclusivamente dettaglianti di calzature industriali, mentre quasi tutti i discendenti dei vecchi lavoranti avevano preferito altre attività. Restava qualche ciabattino, nel senso dialettale di "riparatore", ma anche questa era una categoria residuale, che avrebbe fatto difficoltà ad effettuare il giro di boa del nuovo millennio. La nuova era è quella della "macchina risuolatrice automatica", che si può trovare all’interno dei supermercati e che è azionata da un dipendente che si limita a compiere le poche operazioni manuali richieste. Macchina che lavora in modo grossolano (fatto irrilevante, visto che il "sistema" consumistico preferisce orientare la clientela verso l’acquisto di nuove calzature e lo smaltimento in discarica delle vecchie), ma che effettua nel medesimo tempo il lavoro di dieci artigiani riparatori.

Note:

  1. M.GRIGAUT- Histoire du travail et des travailleurs, Paris,1931.
  2. L.BERNARDI- Istoria della Classe dei Maestri Calzolai della Città di Pinerolo, Cavour, 1896.

 

3. Per cercare di capire chi fossero questi santi e perché fossero considerati protettori dei calzolai in tutta l’Europa cattolica ed ex-cattolica, si potrebbe consultare The catholic encyclopedia, New York 1908, alla voce "Crispin and Crispinian", compilata da Gabriel MEIER. Tale testo (comunque "cattolico ufficiale", in quanto dotato di imprimatur del Vescovo di New York) è da preferire per la sua moderazione nell’accogliere le leggende ed è attualmente consultabile sul sito Internet www.newadvent.org/cathen/04491a.htm. L’enciclopedia in questione, a proposito dei due protettori dei calzolai dice: "Martiri della Chiesa primitiva, che furono decapitati sotto Diocleziano; la data della loro esecuzione è offerta come il 25 ottobre del 285 o 286 dopo Cristo. Si dice che furono fratelli, ma non esistono prove in proposito. La leggenda sostiene pure che furono Romani di illustre schiatta e che si recarono come missionari cristiani in Gallia, a Soissons. Qui, imitando san Paolo, si guadagnarono da vivere facendo i calzolai, ricavandone abbastanza per fare ancora elemosine ai poveri. Durante la persecuzione di Diocleziano, sarebbero stati portati di fronte al coimperatore Massimiano Erculeo. Costui, dapprima, avrebbe cercato di farli abiurare, alternando lusinghe a minacce, ma, poi, datosi per vinto, li consegnò al Governatore Rectiovarus (Rectius Varus), che li fece atrocemente torturare. Infine, i due furono legati ad un cippo di pietra e gettati assieme a questo nelle acque dell’Aisne, ma, nonostante ciò, riuscirono a liberarsi ed a guadagnare la riva a nuoto. Quindi, nuovamente catturati, furono bruciati su un rogo, ma neppure le fiamme poterono nulla sui loro corpi e si rivolsero, quindi, verso il Governatore, uccidendolo. Alla fine, Crispino e Crispniano sarebbero stati decapitati, dietro ordine esplicito di Massimiano. Questo è il racconto leggendario che i Bollandisti hanno inserito nella loro grande collezione: la stessa narrazione si può trovare in vari breviari. Gli scritti sostengono che una grossa chiesa sarebbe stata costruita sulle tombe dei due santi e ciò fa presumere che la leggenda sia sorta in epoca tarda; essa contiene, comunque, molti dettagli poco credibili, che sembrano essere stati tratti da fonti favolistiche. Nel sesto secolo, a Soissons, fu davvero elevata una chiesa su alcune tombe e sant’Eligio, che fu un famoso orafo, approntò un ricco reliquiario per la testa di san Crispiniano. Alcune reliquie dei due santi furono traslate a Roma, dove si collocarono nella chiesa di san Lorenzo in Panisperna. Altre furono portate da Carlomagno nella cattedrale dedicata proprio a Crispino e Crispiniano, che egli fece costruire ad Osnabrück. I due santi furono considerati patroni di calzolai, sellai e conciatori".

 

4.A. BERNARDI, Antiche forme di assistenza in Pinerolo, in "E’ una lunga storia", Torino 1998.

5.P. CAFFARO, Notizie e documenti della Chiesa Pinerolese, Pinerolo 1901/1903, vol. III, p. 287.

6.Statuti di Pinerolo, anno 1394, libro III, capitolo 304.

7.CAFFARO, op. cit., vol III, pag. 287, nota 2.

8.CAFFARO, idem, pag. 288.

9.CAFFARO, op. cit., p. 287, nota 2.

10.M. ABRATE - Francesi a Pinerolo alla metà del secolo XVII, in "Mélanges à la mémoire de Franco Simone - France et Italie dans la culture européenne - II- XVII et XVIII siècles", Genève, 1981, pp.196-204.

11.L.BERNARDI, op. cit..

12.CAFFARO, op. cit., pag. 288.

13.S. CERUTTI - Corporazioni di mestiere a Torino in età moderna: una proposta di analisi morfologica, in "Archivio di Stato di Torino, Antica Università dei Minusieri di Torino",Torino,1986, pp.76-77.

14.E. PAPA - Origini delle SOMS in Piemonte - 1848/1861, Milano, 1967, p.17. La demonizzazione dell’opera di Papa da parte degli studiosi torinesi appare lievemente eccessiva, perché conduce a non prenderlo mai in considerazione, neppure quando egli abbia effettivamente ragione. Attendiamo il pensionamento di qualche docente universitario e funzionario regionale, perché se ne possa rivalutarne la figura di studioso e di precursore.

15.C. OLIVERO - La mutualità libera (cenni storici), Cuneo, 1958, p.6.

16.E non 1763, come avrebbe voluto L. BERNARDI, in op. cit.

17.Sul panis charitatis in Piemonte, in generale, cfr. : A. AGAZZANI, Carìte/Caritìn/Cariton/Lou pan dla Cierità, audiocassetta più libro, Camerata Corale "La Grangia", Torino 1997.

18.Cfr. L.BERNARDI, op. cit.

19.CAFFARO, op. cit., pag. 288.

20.cfr. su tale soggetto: E DE FORT- Maestri e lavoranti nelle Università di Mestiere fra Settecento ed Ottocento, in "Storia del movimento operaio, del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte", Bari, 1979, vol.I.

21.PATRUCCO- Il Settecento. Pagine di vita pinerolese, in B.S.S., T. I, p. 317 ss.

22.Da tale considerazione, parrebbe potersi arguire che la preparazione delle serenate fosse interamente opera del sodalizio dei lavoranti e che i maestri offrissero unicamente un sostegno economico alla manifestazione.

23.In quel tempo, il lunedì, per i calzolai è giorno di riposo, ma questo non significa che le botteghe siano chiuse. In genere, le porte sono aperte, ma ci si ritrova nel laboratorio per chiacchierare tra amici o giocare. Ciò non esclude che qualche calzolaio possa essere impegnato a terminare un lavoro urgente…

24.Evidentemente, tali collette sono qualcosa di ben differente da quelle previste dal Memoriale dell’Arte dei Calzolai Padroni del 1745, all’art. 2. Queste ultime, infatti, sono previste solo sette volte per ogni anno.

25Come vedremo, gli Oblati non c’entravano affatto.

26.CAFFARO, op. cit., pag. 289/290.

27.CAFFARO, op. cit., pag. 287, nota 2.

28.Il medesimo risulta così descritto da CAFFARO (op. cit., pag. 289, nota 1): "Questo manoscritto decorre dal 1745 al 1806; in principio si ha una elegante miniatura dei santi patroni; e nel 1799, ed anche prima, si legge la firma di Frate Amedeo Paseri, guardiano del Convento di San Francesco".

29.per un inquadramento generale, cfr. : D. ROBOTTI - Le Società di Mestiere, in "Regione Piemonte, Una stretta di mano, le bandiere della solidarietà", Torino, 1993, p.122.

30.cfr. E. GENTA - Eclettismo giuridico della Restaurazione, in " Rivista di Storia del Diritto Italiano" , LX (1987), pp.285-309.

31.conservati ora presso un archivio privato.

32.Op. cit., pag. 289.

33.CROSET MOUCHET – Pinerolo antico e moderno ed il suo circondario, Pinerolo, 1854.

34.L’opinione di Luigi BERNARDI, evidentemente, si fondò sugli atti sociali. Ora, si è potuto verificare che, nel "registro delle deliberazioni", da poco restaurato e conservato presso l’Archivio della Società Mutua Pinerolese, "Reinaudi" venne nominato "farmacista sociale", in data 9 giugno 1844.

35.Cfr. A. VIARENGO, Associazionismo, giornalismo e politica nella Torino carloalbertina: gabinetti di lettura ed associazioni culturali, in "Dal Piemonte all’Italia", a cura di U. Levra e N. Tranfaglia, Torino, 1995, p. 177, nota 56.

36.Cfr. R. ALLIO - Unione e fratellanza, in "Una stretta di mano, cit " , p.9, dove l' A. scrive: "Dopo il 1848, la S.M.S. tese a sostituire la beneficenza autogestita. Prima di allora, la legislazione non lo consentiva". Il pensiero divergente da tale asserzione della storiografia piemontese "ufficiale" – anche se si tratta di storiografia economica e non giuridica - espresso nel mio presente contributo, ha contribuito a far bollare d’eresia il mio lavoro.

37.Basti considerare ciò che accadde per quella norma dello Statuto Albertino che previde la "libertà di riunione" e che venne comunemente interpretata, nella costituzione " materiale", come sancente anche la ben diversa "libertà d’associazione", mai menzionata esplicitamente in sede statutaria. E proprio a quest’ultima libertà ci si rifece per fondare le S.O.M.S. "generali", menzionando impropriamente l’art. 32 nei preamboli di moltissimi statuti sociali (cfr. Dora MARUCCO, Eredità corporative e solidarietà operaia nel mutualismo piemontese dell’Ottocento, in "Dal Piemonte all’Italia", a cura di U. LEVRA e N. TRANFAGLIA, Torino, 1995, pag. 286).

38.E. COSTA - Le origini delle S.O.M.S. in Piemonte,1848/1870, in "Urbs", anno VIII(1995), n°4, p.161.

39.A. GUENZI, Arte, maestri e lavoranti. I calzolai di Modena dalla corporazione alla società di mutuo soccorso (secc. XVII-XIX), in "Quaderni Storici", 1992, n.80.

40.G. GIOLITO - Tesi di Laurea: Le società operaie pinerolesi di m. s. nel loro sviluppo storico, Univ. Di Torino, Facoltà di Magistero, a.a. 1949-1950.

41.cfr, L. BERNARDI, op.cit. .

42.cfr. ,B.GERA, D. ROBOTTI- Cent'anni di solidarietà, Le società di mutuo soccorso piemontesi dalle origini, Censimento e rilevazione delle associazioni esistenti, vol. II, "Le SOMS della Provincia di Torino"- Regione Piemonte, Soprintendenza Archivistica Piemonte e Valle d'Aosta, Cooperativa Consumo e Mutua Assistenza Borgo Po e Decoratori di Torino.

43.C. REVEL, Del Mutuo Soccorso fra le classi lavoratrici in Italia, Torino, Borgarelli, 1875.