Riflessioni di un lavoratore torinese

Demagogia e realtà delle cooperative

Come effetto dell’acuita competizione internazionale, anche l’Italia ha imboccato la strada della riforma della sua sovrastruttura. Privatizzazioni e mercato acquisiscono ulteriori spazi che in passato erano di competenza pubblica. Si tratta di un ampliamento della logica del mercato e del profitto alla sfera dei servizi; ciò che tradizionalmente costituiva il welfare statale ora viene semplicemente privatizzato, nulla cambiando nelle fonti della ricchezza sociale che alimenta i servizi, ma con un più razionale ed efficiente uso della forza lavoro per accrescere la produttività anche in questi settori aumentando la velocità di rotazione del capitale sociale complessivo.

Secondo una linea di tendenza tracciata dai paesi più avanzati, principalmente USA e GB, anche in Italia si procede verso un modello di privatizzazione dei servizi che permetta agli uni di investire capitali che rendono in base alla forza-lavoro impiegata e costringe gli altri a rivolgersi al mercato per acquistare servizi sociali, educazione e sanità.

Le cooperative sociali si inseriscono a pieno titolo in questa vicenda. Il settore del privato-sociale, chiamato anche non-profit (vedremo in che senso si parla di non-profit) oppure terzo settore, tutti sinonimi indicanti la stessa realtà, ha raggiunto anche in Italia dimensioni ragguardevoli. Alcuni dati relativi al 1999 danno un’idea delle dimensioni del fenomeno. Il fatturato di tali aziende è di 30.000 MD £ annui, pari al 2,1% del PIL. L’occupazione retribuita investe 418.000 persone, pari all’1,8% degli occupati. Ma a questi è possibile aggiungere una componente caratteristica di questo settore: 273.000 volontari più 150.000 obiettori di coscienza in servizio. Si aggiungerebbe così un 3,1% del totale degli occupati. Se è vero ciò che rileva Marx nella Prefazione al Capitale, che cioè un Paese sviluppato non fa altro che tracciare le linee di sviluppo lungo le quali anche i Paesi più arretrati si immetteranno, può essere interessante dare uno sguardo ai dati relativi agli Stati Uniti dove si ha un totale di circa 8 milioni di occupati retribuiti (il 6,8% della forza-lavoro complessiva). L’attività svolta dagli enti non-profit (1,4 milioni di organizzazioni) è pari al 6,3% del PIL del Paese. Quindi in Italia il terzo settore è destinato a svilupparsi e ad accrescere ulteriormente il suo peso.

Un dato macroscopico ed intuitivo è che fino a una ventina d’anni fa, una famiglia operaia aveva accesso ad alcune forme di servizi sociali più o meno "gratuiti", più o meno adeguati, e che questi servizi venivano intesi come un "diritto". Gli affitti controllati dall’equo canone, la mutua gratuita estesa ai famigliari, il recupero automatico dell’inflazione attraverso la scala mobile, la scolarizzazione di massa, la settimana corta con il sabato festivo, gli aumenti salariali egualitari ottenuti nei contratti nazionali, tutte "conquiste", come venivano viste allora, della lotta sindacale a cavallo del decennio 60-70 e anche del dopoguerra. Non importa che questi frutti fossero già bacati in partenza: l’equo canone subiva facili deroghe, la scala mobile conteneva nel paniere alcuni beni in disuso e non tutti i consumi reali, la sanità era di pessima qualità, l’inflazione galoppante erodeva gli aumenti, la scuola entrava in una crisi strutturale scollegata com’era dagli sbocchi lavorativi e soprattutto questa stagione riformista aveva il suo maggiore difetto nell’essere finanziata dal salario operaio prelevato alla fonte (trattenute) ma estesa in termini di fruizione a tutte le classi sociali compresa la piccola borghesia che, in quegli anni, notoriamente le tasse non le pagava. Queste inefficienze sono state poi scritte sulle bandiere dei partiti borghesi riformisti e, ad una ad una, tutte queste forme di previdenza sociale sono state smantellate.

La ristrutturazione industriale che ha messo in forse la maggior parte dei posti di lavoro in tutte le fabbriche, ha impedito una risposta operaia all’altezza dell’attacco subito. I partiti riformisti ed i sindacati tutto hanno concertato meno una tregua che permettesse di riorganizzare una difesa. Nella loro inettitudine, di tutto si sono occupati, meno che di organizzare una ritirata ordinata della classe. Eppure, a dimostrazione che il problema del lavoro e della classe operaia fosse il punto centrale degli ultimi decenni, ancora oggi, nella stagnazione parlamentare italiana, i partiti, se qualche figura di un certo carisma vogliono cercare, la trovano nei leader sindacali di ieri, non solo Sergio D’Antoni, Pierre Carniti e lo stesso Fausto Bertinotti, ma anche i DS guardano con simpatia a Cofferati per uscire dalla crisi elettorale. Stonano ancora di più, in un quadro politico così fosco, i toni trionfalistici abbastanza unanimi sui mass media che trovano le note più acute in una intellettualità di sinistra (della quale il minimo che si possa dire è che ha fallito il suo scopo) incensante il nuovo che avanza nel mare magnum della cooperazione sociale (uno per tutti fra i tanti maitre à penser è Marco Revelli, di cui è emblematico il testo La sinistra sociale, Bollati – Boringhieri, Torino 1997).

Le cooperative sociali si dichiarano orgogliosamente non- profit e da questo atteggiamento "non egoistico" traggono il loro riconoscimento sociale. Esse sono strutturate come un insieme di lavoratori che, versando una quota piuttosto contenuta, ma pur sempre in alcuni casi pari ad un paio di mensilità (tipo caparra quando si affitta una casa) ne diventano soci. Per legge, una cooperativa non può distribuire profitti, cioè non ha scopo di lucro. Questo però non vuol dire che non possa produrre profitti. Sicuramente, tutti noi che lavoriamo in una cooperativa ci stupiremmo se a fine anno ci distribuissero dei dividendi. Soldi senza aver lavorato…proprio non ci siamo abituati. Non-profit vuol dire questo, che chi ci lavora non gode di nessun profit. I profit eventuali vengono immediatamente e obbligatoriamente reinvestiti in attrezzature o immobili per il servizio. Nulla giustifica (non l’economia per lo meno) l’entusiasmo di intellettuali di sinistra alternativi e dei cattolici "solidaristici" (quelli che Max Weber riteneva meno adatti ad intraprendere imprese capitalistiche in quanto storicamente nemici dell’usura) anzi, semmai le aziende non-profit rappresentano il modello virtuoso dell’azienda capitalistica. Compiono oggi il sogno di Adam Smith, secondo il quale tutte le eccedenze dovevano essere reimmesse nel ciclo produttivo. Ecco quindi le cooperative come aziende perfette che nulla sprecano in dividendi e consumi ed ecco i lavoratori delle stesse come modelli esemplari ( e coatti, ahimè!) che preti e intellettuali applaudono. Nulla di nuovo sotto il sole. La fama di grossa fregatura che il sistema delle cooperative ha acquistato agli occhi dei lavoratori (i quali vi entrano solo come soluzione di ripiego e in mancanza di meglio) si deve però soprattutto al trattamento costantemente peggiorativo che esso offre.

Le cooperative sociali svolgono attività che l’ente pubblico ad esse demanda tramite il concorso in gare di appalto. L’ente pubblico ha quindi una potente arma di ricatto e controllo sulle cooperative e tramite queste sui lavoratori delle stesse. Ogni quattro anni tutto viene rimesso in discussione. A parità di mansioni, un dipendente di cooperativa percepisce mediamente il 30% in meno rispetto al suo analogo dipendente pubblico. Il contratto delle cooperative, già fortemente punitivo in quanto specifico (ad es. le domeniche non sono considerate giorni festivi) può essere modificato in senso peggiorativo attraverso il regolamento interno. Il contratto nazionale viene sempre firmato senza che ci siano degli scioperi ed il sindacato può essere, come minimo, sospettato di particolare comprensione nei confronti della controparte costituita dalla Lega delle cooperative, parte integrante del blocco sociale che alcuni chiamano "Lega del centro", essendo le cooperative "rosse" tosco-emiliane il baluardo del sistema.

Le cooperative fanno da apripista nella sperimentazione di tutte le forme di lavoro anomale e flessibili al punto che questo dato di fatto è stato riconosciuto da una delle ultimissime leggi del passato governo di centro-sinistra. La legge di "Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla figura del socio lavoratore" consente che in pratica la stessa mansione nello stesso posto possa essere svolta, d’ora in poi, previo accordo fra cooperativa e socio, con diversa modalità di rapporto lavorativo, cioè non solo quello subordinato al quale si applica il contratto e lo Statuto dei lavoratori, ma anche di "lavoro autonomo di collaborazione coordinata e continuativa o di altro genere".

Il variegato mondo della formazione professionale è un altro caso dove le organizzazioni del terzo settore sono intervenute massicciamente, sfruttando la necessità oggettiva dei giovani di trovare uno sbocco professionale. Sappiamo benissimo che circolano sul mercato dei corsi costosi che sono delle vere e proprie fregature. Ma le organizzazioni non-profit che si occupano di formazione si indirizzano specialmente verso i contributi del Fondo Sociale Europeo. Non è facile accedervi. Le complicate procedure burocratiche sono ancora una volta territorio di caccia per i "tecnici", ma, una volta ottenuto il finanziamento, i fondi ci sono e cospicui. Qui gioca la fantasia (navigare su Internet, per credere): si imbastiscono corsi su mestieri futuribili ("perché le trasformazioni del mondo del lavoro…bla bla bla") che non danno mai uno sbocco a chi li frequenta. Quando non basta l’illusione di un posto di lavoro per giovani studenti, ci pensa l’amministrazione comunale (è il caso di Torino) ad obbligare alla frequenza ai corsi di riqualifica gli educatori, sia i dipendenti dell’ente che quelli delle cooperative.

Gli assessori emanano circolari vincolanti, le agenzie formative prendono i fondi sociali europei, le cooperative obbediscono e gli educatori sono obbligati a frequentare corsi triennali di 12 ore settimanali non retribui- te con tanto di tirocinio da svolgere in un posto di lavoro analogo al tuo ma diverso e alla fine ti tieni la qualifica che avevi in partenza. Si tratta in pratica di studiare e lavorare duramente tre anni per salvaguardare un posto di lavoro per il quale si era già stati giudicati idonei. Sto parlando di circa 52 ore settimanali delle quali 12 di vero lavoro coatto, domeniche, Pasqua e Ferragosto compresi, per 1650000£ al mese!

A complicare e a rendere tutta la questione ancora più rivoltante è l’anarchica concorrenza fra profittatori per cui la riqualifica così duramente acquisita dagli educatori non viene riconosciuta non dico a livello europeo ma neanche nazionale. Infatti almeno altre due lobby pretendono l’esclusiva nella formazione degli educatori e contestano la formazione altrui. Si tratta dell’università, sotto forma di scienze della formazione e delle tradizionali scuole per educatori SFES e FIRAS. Non passerà molto che, sull’onda dell’ideologia pragmatica scientista e volgar positivista che vede nelle scienze umane l’anticamera del comunismo, qualche berluscoide di turno si ergerà rivendicando alla sola facoltà di medicina il diritto-competenza di formare gli educatori sopravvissuti. Circa 418.000, che patiscono condizioni di tragica divisione ed isolamento politico.

La categoria che dal non-profit trae concreti vantaggi economici è quella, assai variegata dei tecnici, ai quali sempre più le aziende del terzo settore si rivolgono con l’uscita dalle dimensioni artigianali dell’inizio. Troviamo qui i commercialisti, che gestiscono la parte amministrativa, i formatori professionali, psicologi e sociologi, che fanno le supervisioni ai gruppi di lavoro a 150.000 £ l’ora. Esistono addirittura gli specialisti che scrivono i progetti per vincere le gare d’appalto (e lavorano a milioni per ogni prestazione). Scendendo un po’, in prezzi e prestigio, abbiamo poi vari psicoterapeuti, psicomotricisti, arteterapeuti, musicoterapeuti, ippoterapeuti…

Si spera che in futuro un’altra figura attraversi il terzo settore: quella dell’agitatore comunista, ma questo vale in tutti i settori in tutto il mondo.

(Pubblicato in L’Internazionale, Anno IV, n.27, luglio 2001)

 

Bruno Lazzari