Bolivia, reportage dalle miniere

liberazione- 19.2.10

 

 

 

Non è una riunione sindacale, non sembra nemmeno una assemblea di minatori. Somiglia piuttosto a un processo al governo. Al loro governo. Al governo di cui uno dei loro rappresentanti sindacali storici, José Pimentel, è appena stato nominato ministro delle miniere. 
Altopiano andino. Strada sterrata in direzione Oruro. Seduti in cerchio in uno spiazzo battuto dal vento gelido della cordigliera, un gruppo di minatori analizza cosa si aspettava di avere e cosa ha invece avuto dal primo governo Morales. Saranno un'ottantina. Sono qui dall'alba. «La promessa va mantenuta entro marzo - si agita uno che mostra sessant'anni e dice di averne trentuno - O ci liberano la terza miniera di Llallagua o dobbiamo scendere a la Paz» . «No, scendere no - gli rispondono in tre - prima vediamo come si comporta il nuovo ministro con i cooperativisti, poi semmai scendiamo». C'è un settore dei minatori, quello formato dalle cooperative, che è furioso per la nomina del ministro. Considera l'ex sindacalista pericoloso, lo considera responsabile di aver promosso misure anti-cooperative ai tempi in cui era deputato. Per questo si è dichiarato in stato d'emergenza. Gli fa eco il comunicato appena arrivato delle cooperative minerarie del nord di Potosì, l'antico cuore minerario d'America. Anche loro «in stato d'emergenza». Ce l'hanno con la Caja nacional de la salud che non li tratta come vorrebbero. «Ci riserviamo di occupare in qualsiasi momento tutti i consultori medici della regione» dicono da Potosì.
Evo Morales ha inaugurato il 22 gennaio il suo secondo mandato, forte del 64% dei voti avuti a dicembre e del robusto sostegno dei governi progressisti del continente. Ma deve costantemente vedersela con i movimenti sociali organizzati che lo appoggiano e che gli chiedono di contrattare minuziosamente ogni loro richiesta. Il primo governo indigeno della Bolivia, guidato dal movimento al socialismo dell'ex dirigente cocalero ora presidente, è sotto la pressione della destra secessionista dell'Oriente bianco e ricco del Paese, ma è da sinistra che lo minacciano assai spesso di farlo cadere. Il movimento contadino rivendica e ottiene. Se non ottiene, taglia le strade e blocca il commercio. Il sindacato delle lavoratrici domestiche, le associazioni in difesa dell'acqua pubblica e le federazioni dei vicini dei sobborghi della capitale fanno lo stesso. 
I minatori hanno una diversa forza di contrattazione. Hanno una grande capacità di mobilitazione e agiscono come gruppo di rottura. Arrivano a la Paz con i candelotti di dinamite. Scendono loro e il messaggio è chiaro. Quando marciano sono disciplinatissimi. «E' l'unica forza che abbiamo, la dinamite» spiega secco uno degli autoconvocati alla riunione dell'altopiano che non ha aperto bocca durante tutta la assemblea.
Nell’ottobre 2003, quando “la rivolta del gas” travolse la presidenza di de Losada e l’esercitò sparò sulla folla uccidendo ottanta persone, minatori delle cooperative arrivarono in carovana a la Paz e parteciparono agli scontri degli ultimi due giorni. Furono determinanti nel braccio di ferro con il governo. Nel 2005, in un’altra protesta in cui si chiedeva la nazionalizzazione del gas (realizzata poi da Morales eletto nel dicembre di quell’anno) tornarono e accerchiarono il Parlamento. Deputati e senatori, per sfuggire alla pressione, convocarono una seduta straordinaria a Sucre. E i minatori delle cooperative andarono fin lì. Incolonnati, a volto coperto, con la dinamite in mano. Di solito si muovono su rivendicazioni di settore. Chiedono crediti allo Stato e zone di produzione per non essere costretti a occupare le miniere dimesse. Ma in momenti straordinari partecipano alle mobilitazioni convocate da altri movimenti organizzati. Quando si alleano con i contadini hanno in mano il Paese. Il governo Morales con loro tratta sempre ed è per questo che, alla fine, anche i più duri tra i minatori - alle prime elezioni di quattro anni fa, al referendum sulla Costituzione indigenista come alle presidenziali di dicembre - lo votano. Isaac Tichas studia da sociologo le cooperative di Potosì. Sembra voler soffiare sulla rabbia dei minatori. «E' vero che il settore minerario apporta al prodotto interno lordo una quota che non supera il 7% - va ripetendo in giro ai minatori già di malanimo per conto loro - ma è vero anche che le esportazioni di minerali rappresentano il 23% dell'export totale boliviano. Siete fondamentali per l'entrata di valuta. Dovete chiedere molto, ve lo devono». 
I minatori sono una forza molto organizzata, nonostante l'esplosione delle loro strutture sondacali avvenuta negli ultimi trenta anni, Nel 1985 l’ondata di privatizzazioni forzate dell’intero settore pubblico boliviano polverizzò anche la Comibol (Corporazione miniere della Bolivia). Esisteva da trentatré anni. Licenziati 30mila minatori. Alcuni hanno trovato lavoro in subappalto nelle cooperative di estrazione, poi sono scappati. Migrazione forzata. Sono arrivati in città a ondate successive. E si sono trovati senza un lavoro. Quelli a cui è andata bene stanno nel contrabbando e sono ricchi. Quelli che se la cavano hanno un banco volante al mercato. Gli altri lavorano su commissione, in luoghi anonimi, per un intermediario di una fabbrica. O in casa, in quattro o cinque persone. Non ci sono sindacati, né padroni visibili. Né orario fisso, né diritti sindacali. E’ il lavoro operaio a domicilio, molto diffuso nei sobborghi della capitale. Le case di mattoni senza intonaco, costruite una sull'altra lungo le pareti delle montagne che racchiudono la valle di la Paz, nascondono 'maquiladoras', ossia fabbriche informali, clandestine, dove i primi ad essere invisibili sono i lavoratori. E' la fotografia della fine del vecchio lavoro operaio, scomparso insieme alla figura dell'operaio sindacalizzato. 
In Bolivia per anni è esistita una sola grande organizzazione sociale che raggruppava diversi movimenti sociali, la Cob (centrale operaia boliviana). Il suo nucleo era la fabbrica: migliaia di operai. Attorno si coagularono via via altri movimenti organizzati. Studenti, contadini, commercianti. La Cob ha avuto grande capacità di intervento politico nelle battaglie contro i militari negli anni Sessanta e Settanta. La sua forza politica l’ha mantenuta fino all’85, quando iniziarono i processi di trasformazione strutturale dell’economia nazionale: investimenti stranieri, privatizzazioni, aperture di mercato.
Nei dieci anni dall’85 al ‘95 si distrugge il nucleo operaio. Si chiudono fabbriche, si chiudono miniere, si licenziano lavoratori. La cultura operaia di fabbrica si estingue e sorge un nuovo tipo di proletariato, frammentato. Alla fine di questo processo di indebolimento strutturale della condizione operaia, la Cob si è ritrovata ad avere come iscritti soltanto il 9% degli operai. la maggior parte dei suoi aderenti sono maestri, lavoratori della sanità e studenti. Negli ultimi anni sono stati i singoli movimenti sociali a determinare l’esito delle lotte. I contadini, per esempio, si mobilitano da soli. Spiega il vicepresidente della Bolivia, Alvaro Garcia Linera: «Noi qui chiamiamo sindacato contadino una cosa che in realtà è una comunità».
Anche i minatori, in un modo diverso da tutti gli altri, sono una comunità. Che si costruisce però sull'identità, non sulle  reali condizioni di lavoro. «Chi è stato minatore - racconta Felipe, medico del distretto sanitario del 'barrio minero' della capitale -  continua a sentirsi tale anche se da anni vende materiale elettrico al mercato». 
Spiega Alexandra, studentessa universitaria che sull'identità dei minatori sta preparando la sua tesi di lauera: «Una caratteristica dei minatori attualmente è che gran parte di loro divide la sua attività tra la miniera e il lavoro nei campi. Questo permette loro di avere un'altra fonte di reddito, o per lo meno di avere qualcosa da mangiare, nei momenti di poco lavoro nella miniera a causa di una diminuzione del valore del minerale nel mercato o in caso di altre emergenze. C'è gente che nelle miniere non trovi mai nei periodi di semina o di raccolta nei campi».
La decadenza della miniera è evidente nella parabola storica della città di Potosì. Nel 1560 nel centro urbano vivevano 160mila persone. L’argento di Potosì sembrava infinito. Si calcola che ne sia stata tirata fuori una massa pura pari a 46mila tonnellate. Tramontata l’epoca dell’argento, cominciò quella dello stagno. Dell’era mitica non c’è più traccia. Dei 700mila abitanti attuali di Potosì, il 70% è povero. Finita l’era del colonialismo classico arrivò un’industria privata che gestì le miniere fino al 1952. Fu allora che i militari decisero di nazionalizzare le tre grandi compagnie minerarie proprietarie dei due terzi dei giacimenti. Il resto rimase in mani private, frammentato in piccole e medie imprese di estrazione. Qualcosa della media impresa è rimasto, ma rappresenta una minima parte della industria mineraria boliviana: pochissimi lavoratori e tecnologia di punta. Dopo la privatizzazione la gente è scappata.
«Del mito operaio della miniera boliviana non c'è più di niente - dice il dirigente di una cooperativa di Potosì - ci siamo rimasti solo noi: i cooperativisti». Le cooperative sono un capitolo a parte, tragico, della industria mineraria boliviana. Le cooperative minerarie sono centinaia e raggruppano il 73% di tutti i minatori boliviani. Sessantamila persone in tutto. In teoria avrebbero dovuto essere un modello di autogestione applicata al lavoro in miniera. Invece sono un modello di sfruttamento. Padri che sfruttano i figli. Madri che partoriscono e tornano a lavorare in miniera. La loro base organizzativa è la famiglia. Questo garantisce molta flessibilità e molta capacità di resistenza, ma nasconde un tasso di violenza elevatissimo. 
Nelle cooperative si produce con metodi arcaici. Spesso senza tecnologie, con attrezzi da museo. E poi si vende a prezzi stracciati, senza nessuna forza di contrattazione, alle imprese private. Quando esisteva l’impresa statale, 30mila addetti, e una grande impresa media, altri trentamila, esistevano comunque i cooperativisti, ma erano una minoranza: 8, 10mila. E’ andata così fino alla metà degli anni 80. Quando sparisce l’industria statale e l'industria privata si frammenta in microimprese, si moltiplicano i cooperativisti.
Sono quasi sempre minatori disoccupati che si organizzano in gruppo, occupano una miniera in disuso, cercano una vena all'interno e se la trovano portano dentro moglie e figli per tirar fuori in fretta più minerale possibile. Dice Alexandra: «Ci si chiudono spesso dentro per non farsi rubare gli attrezzi o il materiale estratto. Ho visto bambini di un anno dormire nei cunicoli delle miniere di Atocha». 
In teoria i minatori cooperativisti, autonomamente o dopo aver trattato col governo, dovrebbero occupare un miniera e investire soldi loro, cercando profitti. In realtà dentro le cooperative si nascondono piccoli imprenditori che dispongono di denaro liquido e fanno lavorare altri come schiavi, li subcontrattano. Dentro la cooperativa c’è una grande gamma di sfruttamento. Quelli nelle condizioni peggiori sono quelli delle miniere d’oro, nella zona nord di la Paz. Sono in stato di schiavitù, la loro vita è al servizio dei padroni che li fanno lavorare indebitandoli. I subcontrattati non possono pagare il debito e indebitano i figli. 
I minatori cooperativisti della Bolivia sono anche il soggetto sociale più 'esplosivo' con cui il governo deve avere a che fare. Morales non è stato il primo a trattare con loro. Anche la destra quando era al potere era costretta a farlo. Apparentemente li ignorava. Discretamente, però, inviava sempre un emissario per trovare un punto d'accordo. Una colonna di minatori infuriati che scende ordinata dall'altopiano verso la capitale, d'altra parte, è un segnale inequivocabile per qualsiasi presidente. Vuol dire che cade il governo.

Angela Nocioni

in data:16/02/2010