rberbeindex Bin Laden
 vedi  documentazione e link AL QAEDA NON ESISTE

----------------------------------------------------------------

rainews24.it - 6  maggio

40 presunti simpatizzanti al Quaeda arrestati ad Abbottabad

 

Al Qaeda conferma : "Bin Laden morto. Lo vendicheremo"

New York
Al Qaeda ha confermato la morte di Osama bin Laden definendola "una maledizione" che si abbatterà sugli "americani e i loro agenti" e ha annunciato che diffonderà un messaggio audio dello sceicco del terrore registrato sette giorni prima della morte.

 

 


 

http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=152497

 

Secondo Geoffrey Robertson, il maggior avvocato per i diritti umani a Londra che tra gli altri ha difeso Salman Rushdie e da ultimo Julian Assange, l'uccisione di Osama bin Laden non e' stata giustizia. "Giustizia significa un processo davanti a una corte indipendente e imparziale. Questa - ha aggiunto citando da Alice nel Paese delle Meraviglie - e' la giustizia della Regina Rossa: condanna prima processa dopo".

 

 

 

 

???

 


 

Ma si può uccidere un'icona?

La notizia dell’uccisione di Bin Laden mi ha colto di sorpresa. Come quando scopro, dai notiziari, la morte di un personaggio pubblico del passato che, semplicemente, non sospettavo fosse ancora vivo. Perché scomparso dai media, da molto tempo. E, si sa, scomparire dai media, per un personaggio pubblico, significa morire. In questo caso si tratta del caso opposto. La morte di Bin Laden mi ha sorpreso perché non sospettavo che lui, Osama,  esistesse davvero. Perché in fondo non è importante. Lo percepivo e lo percepisco come una figura tenuta in vita per ragioni politiche e simboliche. (Come ad esempio, da qualche tempo, Fidel.) Ma in realtà, trasfigurato e trasferito in un’altra dimensione. Da tempo. Perché Osama Bin Laden è l’icona del terrorismo e della guerra al tempo della globalizzazione. Quando tutto è drammaticamente vero e drammaticamente fiction, al tempo stesso. Dove tutto accade sempre “qui”, in diretta. Le Torri Gemelle si sbriciolano sotto gli occhi di tutti, sotto i nostri occhi. Nel momento stesso in cui vengono colpite. Migliaia di vittime reali, esibite al mondo come trofei. Un videogame. Al Qaeda, d’altronde, è anch’essa, un’entità indefinita. Una rete informe e informale. Che agisce associando terrore reale e mediale. Dovunque colpisca, a Madrid, in Marocco oppure in India. Le vittime reali diventano gli attori e i comprimari nello spettacolo della guerra in diretta.

Parallelamente, la guerra lanciata dall’Occidente contro al Qaeda e il terrorismo globale ha bisogno di “luoghi” per rendere comprensibile e rappresentabile un “nemico” senza luogo. L’Afghanistan, l’Iraq. A loro volta spazi simbolici, come la guerra dei nostri tempi. Perché le “nuove” guerre globali corrono lungo il confine sottile tra visibile e invisibile. I missili lanciati da lontano e dall’alto. Da luoghi invisibili. Le bombe “intelligenti”, saranno anche intelligenti. Ma sono cieche. Uccidono alla cieca. E ci lasciano ciechi. Noi non vediamo. E se non vediamo non proviamo emozione. Dolore. Per questo sul terreno agiscono sempre più spesso i “droni”. Robot di guerra. Non provano sentimenti. Non distinguono. Le vittime delle nuove guerre e del terrorismo globale, d’altronde, sono soprattutto civili. Figure indistinte e senza volto. Comprimari. Per questo al Qaeda e i gruppi della sua rete “usano” gli ostaggi mediaticamente. La violenza simbolica deve essere esibita al mondo, per generare emozione.

Così, nell’era della violenza globale tutto si confonde. Vita, morte e fiction. Rappresentate e trasfigurate dalle tecnologie informatiche. Dalla comunicazione. Dalla rete. Dai social network.
Per questo mi ha sorpreso l’uccisione di Osama Bin Laden. Per me e per molti altri, in fondo, non era così “essenziale”, che fosse fisicamente “vivo”. Perché non è più un corpo, una persona, ma un’icona. Il guerriero con la lunga barba, il fucile brandito come una bandiera, accovacciato con le gambe intrecciate. La barba e il turbante. La voce metallica. Lancia, periodicamente, minacce all’Occidente. L’immagine e la voce che tornano, sui media, a ogni attentato, in Occidente. Un’icona. Come il mullah Omar, che fugge in motocicletta, in Afghanistan, inseguito dagli eserciti dell’Occidente. (È ancora vivo?). L’immagine del volto insanguinato di Bin Laden, trasmessa dalla tivù pachistana, d’altronde, è risultata falsa. E ogni altra foto, ogni altra immagina – del suo volto, del suo corpo - diffusa nei prossimi giorni, difficilmente potrà provare qualcosa. Perché anche le immagini “vere”, trasmesse sui media, assumono un significato – e un effetto - “mitico”. Metaforico. Così è difficile non leggere l’uccisione di Bin Laden come un “messaggio”. Il segnale della fine di un ciclo. “Un simbolo abbattuto”, come ha scritto Ezio Mauro.
Dieci anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle.

Simbolicamente: segna la fine della guerra condotta contro il terrorismo integralista islamico. E prelude all’abbandono, da parte dell’Occidente, dei teatri delle guerre globali nel Medio Oriente. Simbolicamente: annuncia la fine della parabola di al Qaeda. Le rivolte nei paesi arabi e islamici, d’altronde, oggi, usano parole d’ordine diverse. Evocano la domanda di democrazia, libertà, lavoro. Al Qaeda non compare in questo nuovo orizzonte.

Ma nell’era della violenza globale, la morte non è sufficiente per morire davvero. Osama Bin Laden, per morire davvero, dovrebbe scomparire davvero. Dai media e dalla rete. Essere dimenticato. Difficile che possa avvenire. Unica alternativa, per ucciderlo davvero e definitivamente: saturarne l’immagine. Svuotarne il significato. Trasformarlo in un consumo globale. Una statuetta, una figurina. Un’immagine impressa sulle magliette o sui posacenere. Sui poster. Un prodotto venduto e comprato sui mercatini di tutto il mondo. Oppure su e-Bay. Tra il Che, Mussolini e Michael Jackson.

( 03 maggio 2011 ) © Riproduzione riservata- repubblica.it


mar, 03 mag @ 09:05
BIN LADEN
Pubblicato in:: Numero942-11
L'uccisione di Bin Laden e la notizia della sua morte, serve solo al criminale di
guerra Obama.

Le elezioni sono vicine.

Abbiamo detto ieri e lo ripetiamo oggi, che per noi e per i ribelli di tutto il mondo
Bin Laden non ha mai avuto nessuna importanza ne da vivo ne da morto.

I ribelli Afghani continuano la loro lotta contro l'occupazione del loro paese da
parte degli USA e della Nato.

I ribelli dei paesi arabi continueranno  la loro lotta.

La crisi economica del capitalismo non è nata con Bin Laden e non morirà con Bin
Laden.

I capitalisti con i loro assassinii ci hanno solo mostrato qual'è veramente la
realtà

  • Ida Dominijanni-il manifesto 2 maggio 2011
    Giustizia, vendetta e spettro del Nemico

    «Vivo o morto» fu il grido di guerra lanciato da George W. Bush contro Osama Bin Laden all'indomani dell'11 settembre, con annessa taglia di 25 milioni di dollari. Di chiara marca texana, il grido e la taglia annunciarono l'eclissi del lo stato di diritto sotto le macerie delle Torri gemelle. Nel lessico dello stato di diritto, a differenza che nel vocabolario da Far West, vivo o morto non è la stessa cosa: ne va del confine fra la giustizia e la vendetta. Prenderlo vivo, Osama Bin Laden, e consegnarlo a un tribunale, avrebbe aiutato il difficile processo di elaborazione della vulnerabilà impressa sullo spirito pubblico americano dalla ferita dell'11 settembre; annunciarlo morto, aiuta viceversa a suturare quella ferita con un rigurgito di potenza (come dimostra l'improvviso slittamento di senso subito nelle piazze in festa dallo slogan obamiano «Yes we can»). A onta delle parole del Presidente, dunque, più che giustizia è fatta vendetta; il che getta un'ombra sulla festa, e rischia di rievocare gli «spiriti animali» dell'era Bush proprio nel momento in cui la morte di Bin Laden ne sigla simbolicamente la conclusione, già consumata politicamente con l'elezione di Obama e con la sua svolta nei confronti del mondo arabo e islamico. 


    Giustamente si osserva da più parti che l'eliminazione di Bin Laden avviene quando già la «primavera democratica» nordafricana - a sua volta debitrice dello storico discorso di Obama al Cairo nel 2009 - ha decretato la sconfitta del suo progetto, la crisi della sua organizzazione, l'obsolescenza della sua icona. Ma le icone hanno la loro importanza simbolica aldilà della loro fungibilità immediata, e che l'icona del capo di Al Quaeda si sia rotta resta un fatto simbolicamente rilevantissimo aldilà della sua perdita di influenza politica. Bin Laden - un nome che Jacques Derrida soleva scrivere fra virgolette, a significare appunto la potenza dell'icona a prescindere dall'uomo, e perfino dalla sua esistenza reale - non è stato solo il leader della rete terrorista globale che ha mostrato la vulnerabilità della più grande potenza mondiale e tenuto in scacco per un decennio le democrazie occidentali. Pura e ieratica sembianza senza Stato e senza indirizzo, intermittente apparenza mediatica fatta di videomessaggi, incombente presenza virtuale più forte della malattia che lo logorava, il principe saudita ha è stato per dieci anni l'incarnazione del «fantasma fondamentale» dell'inconscio geopolitico occidentale traumatizzato dalla fine del mondo bipolare: il fantasma del Nemico imprendibile e sempre ritornante, lo spettro a cui non smettere di dare la caccia. Non importa che sia vivo o morto, quel che importa è che gli daremo la caccia, diceva Bush con la sua taglia; non importa che io sia vivo o morto, quel che importa è che il mio fantasma continui a incombere sull'America, rispondeva Bin Laden con le sue periodiche apparizioni virtuali. 


    Quanta potenza e quanta violenza reali quel fantasma sia stato capace di muovere lo sappiamo dalla contabilità delle guerre - «permanenti», «infinite», «preventive» - che in suo nome sono state condotte. Ed è alla potenza del fantasma e della caccia al fantasma che il cadavere di Bin Laden oggi mette fine. L'icona si è rotta; la caccia è finita. Che ne sarà, della politica dell'occidente, senza quel fantasma? Guerre, politiche securitarie, controlli pervasivi di polizia, gabbie di Guantanamo: tutto questo dovrebbe di conseguenza svanire. Salvo riprodurre lo spettro per clonazione: dev'essere per questo che in tanti si precipitano a dire che Bin Laden non c'è più ma il pericolo resta anzi si aggrava: morto un fantasma se ne fa un altro, morto un nemico se ne trova un altro. Il nuovo banco di prova della discontinuità di Obama dall'era Bush sta qui, in una politica che del fantasma del Nemico sappia fare a meno, e che, uccisa l'icona,tolga di mezzo rapidamente pure i detriti.

    vedi commenti: 

    http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2011/mese/05/articolo/4559/

    (....)

    • i reali si sposano, Bengasi in festa per i missili sui nipotini, il Papa santo, e poi folle esultanti in USA per l'uccisione di Osama...
      Santa tv, dammi ogni sera di piu'!

      Con tutto il male possibile che abbia fatto Gheddafi, ma se le masse diseredate si fossero prese i suoi insegnamenti come guida, invece di Osama, quanto piu' 'incisive' sarebbero state nel mondo. 04-05-2011 00:19 - Pingi (....)