Il pericolo imminente e il ritardo delle lotte
 
 
“Non comprendendo le cose, non si possono
comprendere nemmeno gli uomini, se non...
esteriormente. Cioè si può comprendere la
psicologia di questo o quel partecipante alla
lotta, ma non il senso della lotta, non il suo
significato di partito e politico”
 
Lenin, lettera a Gorkij, novembre-dicembre 1909
 
 
Perché ci s’infuria quando dicono che è in pericolo la costituzione? Perché in pericolo c’è ben altro. La situazione della Grecia dovrebbe esserci di insegnamento. Sono a rischio il nostro lavoro, le nostre pensioni, le prestazioni sanitarie, ogni forma di assistenza, e non solo l’istruzione, ma anche l’avvenire dei nostri figli o nipoti.
 
E’ una guerra che il capitale finanziario, il più grande predone di tutti i tempi, ci ha scatenato contro.  Berlusconi e il governo avevano tutto l’interesse a minimizzare la crisi, ma anche molti schierati dalla parte dei lavoratori l’hanno sottovalutata. Anche il più disinteressato militante, se non comprende la situazione, fa un buco nell’acqua. Fino a non molto tempo fa, c’era un nord del mondo in cui i salari  permettevano di vivere, e c’era un sud del mondo su cui si abbattevano tutte le disgrazie economiche e sociali, le guerre, le distruzioni, le carestie, la fame. Oggi, questa divisione è saltata, i briganti imperialisti non cercano le loro prede soltanto nelle ex colonie o semicolonie, ma colpiscono duro anche nelle metropoli. Per esempio, negli Stati Uniti: “Col sostegno pieno e intero del governo Obama, le imprese americane e straniere si servono del livello di disoccupazione e di povertà che non s’era più visto dalla Grande depressione per trasformare gli Stati Uniti in una piattaforma di lavoro a basso costo in competizione diretta col Messico, la Cina e gli altri paesi a basso salario.”(1) Gli Stati Uniti, un tempo il paese delle alte retribuzioni, che tutto il mondo decantava! Ormai le tende e le baracche sono piantate all’ombra dei grattacieli.
 
Per lungo tempo ci fu l’illusione che tale barriera storico geografica non sarebbe mai stata infranta. Ancor oggi c’è chi, vedendo automobili potenti e costose, oppure barche di lusso, chiede: ”Dov’è la crisi?” Non la vede finché non giunge sottocasa, o nel proprio condominio. Inoltre, proprio la crisi accentua le disparità sociali, rende più ricco il ricco e immiserisce gli altri. Nei periodi di boom, fioriscono le piccole industrie, che occupano complessivamente più lavoratori,  il benessere si diffonde, ma nella crisi c’è la falciatura, e la proletarizzazione, anzi spesso la pauperizzazione, si svolge su scala gigantesca. E la questione del debito pubblico vede la guerra delle banche contro la stragrande maggioranza della popolazione.
 
Per fortuna, c’è anche chi ha le idee chiare: “Il debito pubblico, detto anche “sovrano”, cioè il debito dello stato nel suo insieme, non è una novità, né la sua ipertrofia è un’anomalia che si tratterebbe  solo di correggere. E’ intrinsecamente legata al capitalismo, dalle sue origini. E’ uno dei più potenti mezzi collettivi, “socializzati” si potrebbe dire, della classe capitalista per drenare, soprattutto con la scorciatoia dell’imposta, una parte del reddito degli strati poveri e farne del capitale vivente. E’ uno degli strumenti della lotta del capitale contro il lavoro”.(2)
 
La guerra del capitale contro i lavoratori e le masse sfruttate ha svariate forme, ma, come i tentacoli di una piovra, sono tutte collegate fra loro. Elenchiamone alcune. 
La guerra: distrugge forze produttive materiali e umane, e con ciò ringiovanisce il capitalismo, che fa affari d’oro sulla ricostruzione. Quasi cento anni fa, la Luxemburg, pressoché inascoltata, avvertiva che le belve feroci che si erano scatenate contro i popoli coloniali, erano giunte nel cuore dell’Europa. Nella guerra mondiale, i lavoratori europei, le forze del socialismo che dovevano  portare avanti la rivoluzione socialista, erano sterminati a milioni. “Soltanto i lavoratori inglesi, francesi, belgi, tedeschi, russi e italiani uniti possono guidare l’esercito degli sfruttati e degli oppressi dei cinque continenti.” Proprio queste masse venivano sterminate: “Il frutto di sacrifici decennali e delle fatiche di generazioni, è annientato in poche settimane, le truppe scelte del proletariato internazionale vengono strappate alla vita”. (Juniusbroschüre).
 
E quanti giovani massacrati, oggi, in un territorio vastissimo che va dall’Afghanistan alla Libia, passando per Iraq,  Pakistan, Palestina e Somalia.
 
Ci sono anche altri modi di distruggere la gioventù potenzialmente rivoluzionaria: dai quartieri neri americani alle periferie di Berlino, la droga ha fatto strage di giovani, e, giova ripeterlo, non è solo un fatto commerciale, ma anche una precisa azione politica, una forma sottile di repressione. Le bande criminali hanno solo una funzione esecutiva, dietro c’è il capitale finanziario, e anche qualche servizio segreto.
 
L’abbassamento dei salari viene temporaneamente compensato dal credito facile, dagli acquisti a rate, dalle varie Carte elettroniche. Ma firmare un contratto col diavolo sarebbe meno pericoloso, perché il malcapitato può perdere lavoro, soldi e casa, e trovarsi a dormire sotto una tenda, come in America, o sotto un ponte.
 
Di tutti questi disastri sono poi incolpati i lavoratori, rei di voler vivere al di sopra dei loro mezzi.  La distruzione degli strumenti sindacali e politici dei lavoratori fanno parte di questa offensiva, e se ottiene ciò il capitale può anche lasciare pressoché intatta la facciata costituzionale, in modo che resti l’illusione di vivere in uno stato moderno, di diritto, democratico, laico, fondato sul lavoro. D’altronde, neppure il fascismo soppresse lo Statuto Albertino.
 
Non contento di ciò, il capitale cerca di conquistare il cervello e il cuore dei proletari, sia con i tradizionali giochi di circo, sia mettendo i proletari gli uni contro agli altri, statali contro lavoratori privati, vecchi contro giovani, disoccupati contro occupati, italiani, francesi, tedeschi… contro immigrati, migranti gli uni contro gli altri, in un classico “divide et impera”.
 
E’ sempre il capitale finanziario che alleva e scatena i “tagliatori di teste”, i licenziatori professionisti, che si liberano del personale per la maggior gloria della borsa. Una volta si parlava dell’economia reale: questo paese produce tanto tonnellate acciaio, tanti ettolitri di vino, tante automobili. Ora si parla solo di quotazioni in borsa, e i dati della produzione sembrano diventati segreti di stato, a meno che non si trasformino nella fantaeconomia di Marchionne che, in un mercato bloccato e asfittico, continua con la solfa del milione e seicentomila auto che la Fiat produrrà in Italia. Tra poco non gli crederanno neppure più Calandrino, Angeletti e Bonanni. Anche questo è un segno della “cultura” deviante, falsa e malata del capitale finanziario, vera radice dell’imperialismo.
 
Se si capisce che tutti questi disastri, da quello salariale a quello ecologico, dalla speculazione sul petrolio alla distruzione del welfare, non sono una deviazione casuale, una malattia acuta del capitale, ma sono un male senile cronico, che questo è il futuro da incubo che il capitale ci propone, si capisce allora quanto vuote siano le illusioni  di combatterlo con petizioni, richiami alla costituzione, sperando in una resipiscenza di chi governa o governerà. Solo la lotta può ottenere qualcosa, ed è lotta sindacale, politica e teorica.
 
Sì, anche teorica, perché il capitale si sforza sempre di confondere le acque,  di far dimenticare ai lavoratori le loro lotte passate, i partiti di classe e le rivoluzioni. Dobbiamo riscoprire queste tradizioni. Le rivoluzioni  non si programmano, scoppiano quando nessuno se le aspetta, e fino al giorno prima, quasi nessuno le crede possibili, anche perché la borghesia ne dà una visione deformata, sia quando le esalta, sia quando le criminalizza. Se non c’è un partito che, a un certo punto del loro sviluppo, ne assuma la guida, finiscono in un vicolo cieco e lasciano il campo alla controrivoluzione.
 
Per formare il partito di classe, non basta un gruppo di volenterosi, che, nel migliore dei casi, possono formare un circolo. Un partito di classe non è tale se non ha un notevole seguito tra i lavoratori nel corso delle lotte, deve essere in grado di organizzarli e di guidarli. Nascerà quando una parte notevole dei lavoratori ne sentirà l’urgente necessità.
 
Anche se oggi non  si è ancora in condizione di costituire il partito, bisogna parlarne sempre, anche per far conoscere ai lavoratori quegli errori del movimento operaio che, col senno di poi, possiamo individuare, e che sarà bene evitare in futuro.
 
Michele Basso
 
7 ottobre 2011