Scene di guerriglia urbana a Jamgara, nella regione del Savar, dove mercoledì scorso la polizia ha caricato i lavoratori in lotta per il salario e i diritti, uccidendo una ragazza
Bangladesh, la rivolta degli operai tessili
liberazione 28-5-06
Andrea Milluzzi
Una vittima e decine di feriti, fra cui uno ricoverato all’ospedale con una ferita alla testa da arma da fuoco: è il bollettino degli scontri fra operai tessili e poliziotti in Bangladesh di mercoledì scorso. Un paio di fabbriche bruciate, un’altra dozzina devastate, macchine date alle fiamme e scene di guerriglia urbana per tutta la giornata a Jamgara, nella regione del Savar vicino alla Esp, la “zona delle esportazioni”. A farne le spese Rana, lavoratrice di 25 anni raggiunta alla testa da un proiettile e portata all’ospedale della capitale Dacca, dove morirà la notte stessa. Un altro lavoratore di 30 anni è ricoverato per ferite alla testa.

Gli eventi di mercoledì sono il risultato di un lungo e violento tira e molla fra i proprietari e i dipendenti delle fabbriche tessili del Bangladesh, molte delle quali lavorano per le multinazionali occidentali. I lavoratori spalleggiati dai rappresentanti sindacali avevano stilato un foglio con 11 richieste per la loro condizione di lavoro, fra cui l’incremento dei salari e il pagamento degli stipendi arretrati. Per rafforzare le loro richieste già il 15 maggio avevano organizzato una manifestazione a Jamgara, dove i proprietari delle fabbriche si erano presi 3 giorni di tempo per discutere delle loro rivendicazioni, durante i quali gli stabilimenti sono rimasti chiusi. Dopo 5 giorni però, il 20 maggio, i lavoratori hanno trovato ancora catene e lucchetti agli ingressi e hanno quindi dato vita ad un’immediata manifestazione di protesta. La risposta dei proprietari è stata di inviare 30 “scagnozzi” che si sono buttati sul gruppo, pestando alla cieca e ferendo 30 lavoratori. La rabbia è quindi esplosa e ai proprietari è stato lanciato un ultimatum: entro domenica le richieste dei lavoratori dovevano essere accettate.

Alla scadenza del tempo i primi a scendere in strada sono stati i lavoratori della Bando, seguiti poco dopo da tutti gli altri dipendenti di Jamgara che, in breve tempo, hanno raggiunto la zona Epz attaccando molti degli stabilimenti dell’area (in prevalenza cinesi, coreani e della Malesia). La risposta della polizia e delle milizie private dei proprietari non si è fatta attendere e gli scontri sono cominciati. La voce di tre operai uccisi ha surriscaldato ulteriormente gli animi e la giornata ha preso la piega della guerriglia urbana: fiamme a macchine e fabbriche da una parte, manganelli e pistole dall’altra. I lavoratori hanno eretto barricate lungo le due principali vie della zona bloccando di fatto il traffico, alle 9 di mattina erano più di mille. Contemporaneamente, gli imprenditori tessili della zona si sono riuniti e hanno marciato fino al palazzo del primo ministro del Bangladesh per chiedergli un intervento. Bloccati dalla polizia, solo in un secondo momento sono stati ricevuti, scortati in un cellulare. Nel frattempo gli scontri nella “Esp zone” si inasprivano, con altri roghi per strada. Solo verso le 7 di sera il grosso della protesta è stato sedato, alle 9 è stato tolto l’ultimo blocco stradale.

Dopo la tragica giornata di mercoledì, adesso i sindacati tessili locali e la confederazione internazionale chiedono spiegazioni in merito alla violenza usata dalle forze dell’ordine, mentre gli imprenditori si lamentano dei danni subiti dai loro stabilimenti. E gli scioperi continuano, perché le 11 richieste dei lavoratori ancora non sono state accolte.