La ballata di Ed Sadlowski ilmanifesto 27/05/01
"Sono nato nel '38 nel South Side di Chicago, nel quartiere delle fabbriche, quando ancora esistevano le fabbriche. Sono cresciuto a pane e sindacato. Mio padre aveva lavorato 37 anni sui moli dell'Inland Steel; e suo padre aveva fatto il grande sciopero dell'acciaio nel 1919". Parla Ed Sadlowski, figura mitica del sindacato metallurgico americano
ALESSANDRO PORTELLI

Youngstown, Ohio. Costeggiamo la valle orlata di ciminiere spente, venticinque miglia sui due lati del fiume. In basso sulla destra le fabbriche in abbandono, sul fianco della collina a sinistra il vecchio quartiere ungherese, le più antiche case operaie prefabbricate d'America, alcune ancora ben tenute e carine, molte cadenti e sbarrate, la targa commemorativa inchiodata su un albero fra le erbacce. Dietro una svolta si intravede un campanile a cipolla, vagamente orientale. John Russo, del Centro di Studi sulla Cultura Operaia dell'università di Youngstown, me lo indica: "quella è la chiesa che è diventata famosa perché si vede nel film il Cacciatore di Michael Cimino, che è stato girato qui."
E' straordinaria la capacità che ha in America la cultura di massa di creare luoghi di memoria - certe volte di cartapesta, ma spesso no. Questa città aveva cercato di cancellare la memoria; gliel'ha restituita un musicista commerciale come Bruce Springsteen, raccontando in quattro minuti di canzone due secoli di storia dall'inizio al senso di fine attuale.

"Quando le cose cominciarono ad andare male negli anni Settanta - contratti disastrosi, concessioni salariali, rinuncia al diritto di sciopero - sai che trovata venne in mente al presidente del sindacato, Norman McBride? Colazioni di preghiera. Si vedevano a colazione coi dirigenti aziendali e, come è vero Iddio, si mettevano a pregare." Parlo con Ed Sadlowski, figura mitica del movimento che in quegli anni cercò di rinnovare dal basso il sindacato metallurgico. E' una presenza imponente, una voce ruvida, divertita e seducente, un fiume di racconti e memoria.
Sono nato nel '38 nel South Side di Chicago, nel quartiere delle fabbriche, quando ancora esistevano le fabbriche. Ho trovato la ricevuta del dottore che venne a casa: cinque dollari. Sono cresciuto a pane e sindacato: abitavamo di fronte alla sezione sindacale del Cio (Congress of Industrial Organizations); le feste di Natale erano Cio, i vicini erano Cio, mio padre era Cio. Aveva lavorato trentasette anni sui moli della Inland Steel al porto; e suo padre aveva fatto il grande sciopero dell'acciaio nel 1919. L'industria aveva bastonato questa gente come cani per cinquanta, sessant'anni, e in fabbrica c'era ancora chi si ricordava dei tempi prima del sindacato. Prendevano gli operai giovani e gli dicevano, guarda, guarda che ci hanno fatto quei figli di puttana, come ci hanno trattati. Adesso non c'è più nessuno che racconti queste cose di prima mano. Per questo ci vogliono i libri, le storie orali, le storie scritte."

Nel 1983, due giornalisti californiani sulle tracce degli emarginati, Dale Maharidge e Michael Williamson, arrivano a Youngstown, e parlano della sua storia e della sua gente in un bellissimo libro, Journey to Nowhere (sottotitolo, "The Saga of the New Underclass", Hyperion, New York, 1985). Quindici anni dopo, lo legge Bruce Springsteen, ne resta folgorato, e scrive due canzoni: The New Timer e Youngstown. Dice John Russo: "L'abbiamo invitato, è venuto qui, gli abbiamo fatto vedere la città, ha conosciuto le persone la cui storia orale era la fonte della sua canzone. Assorbiva ogni cosa, come una spugna. Però gli ho detto: la canzone è splendida e giusta, ma hai lasciato fuori la rabbia, la lotta che queste persone hanno fatto per impedire il crollo. Lui ha capito, e se confronti la versione in The Ghost of Tom Joad con il nuovo cd dal vivo, vedi che adesso la canta con molta più rabbia, più combattività. E' giusto che sia così, questa è una tough labor town, una dura città operaia."

Ed Sadlowski: Mia madre era figlia di un minatore, nel sud dell'Illinois, vicino a Herrin, Williamson County - la chiamano ancora "bloody Williamson", sanguinosa, sanguinaria. Mia nonna era nata lì e mi raccontava degli anni Venti, quando i minatori presero i fucili e assediarono la miniera e le case dei crumiri e dei capi. Ci fu una battaglia campale, alla fine vennero fuori con la bandiera bianca, come in guerra, e i minatori li fecero scendere giù per i binari e gli spararono addosso, ne ammazzarono una dozzina. Nonna diceva che il direttore aveva una gamba di legno e dopo morto gli diedero fuoco. Ecco da che famiglia vengo, gente che dava fuoco alla gamba di legno del morto e ci rideva sopra.

Youngstown, Division Street, il ponte che scavalca la valle delle fabbriche, quando erano ancora fabbriche. Uno spazio vuoto sparso di rovine: lì c'era la Jeanette Furnace: gli operai la chiamavano Sweet Jenny, e Bruce Springsteen le parla come se fosse una ragazza - "Sweet Jenny I'm going down, here in Youngstown." Oltre la strada, erano cresciute montagne di scorie nocive e inquinanti. Chiuse le fabbriche, lo stato ha abbassato le soglie di tutela ambientale: i mucchi sono stati spianati, ci hanno buttato sopra un velo d'asfalto, e adesso sopra i depositi nocivi c'è un gigantesco deposito di giocattoli della Toys'r'Us - che magari vengono a finire in mano anche ai bambini italiani.

Ed Sadlowski: Mio figlio sta all'università del Wisconsin, e l'altr'anno gli studenti hanno occupato il rettorato perché l'università mette il logo sui maglioni e sui vestiti prodotti col lavoro nero e infantile nel Terzo Mondo. C'ero anch'io, gli ero andato a portare un po' di caffè e di ciambelle; qualcuno sapeva della mia storia, ma mi sono tenuto indietro: è una canzone che si devono scrivere da soli. Soltanto il giorno dopo gli ho dato un consiglio. La mattina è arrivata la polizia e ha arrestato tutti gli occupanti. Hanno raccolto i soldi per la cauzione, e ci doveva essere una dimostrazione; e io gli ho detto, pagate la cauzione a tutti, meno tre o quattro. Dicono, perché? Perché quando fate il comizio bisogna che ci sia ancora qualcuno in prigione, qualcuno da liberare. Sembra cinico, ma se vuoi tenere alta la tensione, i martiri ci vogliono.

E gli operai di oggi?
Ed Sadlowski: Si sentono senza diritti, sul lavoro e nella società. Hanno lavori schifosi, vicoli ciechi, sono sfruttati dalla mattina alla sera, poi escono, vanno al saloon e li senti che mugugnano e si lamentano intorno alla bottiglia di birra perché prendono dodici dollari l'ora, dieci, e non ti bastano a vivere. Guardi il futuro, e non c'è.
Mike Olszanski, presidente degli Steel Workers di Gary, Indiana, tra i più militanti d'America, ci sente e interviene: "Io però credo che se gli spieghi chi è che li frega, chi li tiene sotto, lo capiscono, e prendono coscienza."
In albergo, scambio due parole con un operaio delle ferrovie che passa lì le notti, fra un turno e l'altro. Ha idee molto chiare e molto distinte sui capitalisti, sul governo, sui sindacati arrendevoli e burocratici a cui pure è iscritto. Dico, e allora? Allora, niente; che ci vuoi fare, non c'è da fare niente. Se non c'è almeno la speranza di una via d'uscita (penso al primo Moretti: "ma almeno un pezzetto della fase di transizioni ci arriverò io a vederlo?"), sentirsi in un vicolo cieco induce cinismo, rassegnazione, magari opportunismo, più che militanza. Noi abbiamo spento il sol dell'avvenire, e loro hanno acceso la new economy, la borsa e la ruota della fortuna. Si sono impadroniti della speranza. Per forza che fanno il pieno di voti a Torbellamonaca, a Roma.

Ed Sadlowski: La torta in cielo. Si sentono tutti imprenditori, dal lustrascarpe al gelataio a quello che ha un computer in casa e ci lavora ottanta ore la settimana, digita buste e etichette, e in un'ora guadagna la metà degli operai che disprezza tanto, ma si crede di avere sfondato, di essere morto e assunto in cielo. Quella macchina [il computer: lo chiama sempre così, ndr] ha rimesso in vigore cottimo, lavoro nero, lavoro a domicilio. Sono andato in una tipografia a Chicago: un loft sterminato, file di ragazze ciascuna su una di quelle macchine, picchiavano sui tasti, e mi pareva di rivedere le fotografie di Lewis Hine d'inizio secolo, le cucitrici in fila negli sweatshop. Battono sulla tastiera, un lavoro che più manuale non si può, peggio degli operai dell'auto alla catena, ma hanno il colletto bianco e si sentono professionisti,lavoratori intellettuali.

Nei sobborghi ex operai, pullulano le bandiere americane. Dice John Russo: è una città molto nazionalista. Io penso che questa è la peggiore delle trappole in cui stanno prigionieri e non se ne accorgono. Persino al seminario sulle prospettive del marxismo, c'è chi dà la colpa alla concorrenza straniera: "Gli immigrati vengono qui inseguendo il sogno americano e non sanno che i posti di lavoro su cui si regge quel sogno adesso sono emigrati nei loro paesi." Non è vero, se no non verrebbero, ma è un buon capro espiatorio.
In una mostra di Bruce Masson, fotografie struggenti di lavoro e di fabbrica in bianco e nero, accompagnate da bellissime poesie operaie, una poesia descrive in modo molto intenso e coinvolgente la solitudine e la pena per la perdita del lavoro, e conclude: mi avete fregato voi, con le vostre macchine straniere. Prendo un foglietto e butto giù: "Cento / sessantuno operai dell'auto / si sono uccisi / dopo i licenziamenti alla Fiat di Torino. // Gli sta bene, così imparano / a fabbricare macchine straniere."
Lo attacco accanto alla poesia; la gente guarda, simpatizza, poi arriva al distico finale e accusa il colpo.

Ed Sadlowski: Prendi Chicago. Era un città con le spalle larghe, adesso sono tornato al mio vecchio quartiere e sembra Berlino dopo la guerra. Metà della gente sono immigrati messicani, la concentrazione più alta degli Stati Uniti, e li sfruttano gli stessi che sfruttavano noi. Vado al compleanno dei miei nipoti, ci sono tutti i vicini, fanno: ma l'hai visto come vive quella gente, quattro o cinque in una stanza... E io: come i miei nonni. Ci scordiamo la storia, perché cavolo ci scordiamo la nostra storia? Gli sfruttatori sono sempre gli stessi, e noi ci scordiamo la storia.


3/fine; le altre due puntate sono state
pubblicate venerdì 25 e sabato 26 maggio