MACEDONIA

L’IMPERIALISMO RIATTIZZA LE TENSIONI NEI BALCANI

LA BALCANIZZAZIONE

Agli inizi del secolo scorso, la disgregazione di due imperi, quello asburgico austro-ungarico e quello turco-ottomano, mise in moto nei Balcani un gigantesco conflitto di appetiti tra le potenze imperialiste per spartirsene le spoglie in quel "crogiuolo" di popoli mescolati tra i due imperi che costituisce la trama profonda di quella che è stata definita la "balcanizzazione", un fenomeno peculiare in cui la questione nazionale è usata piuttosto in modo strumentale da potenze esterne che direttamente dai "popoli"ma che comunque alla fine contribuì al crollo del terzo impero, quello più reazionario, l’autocrazia zarista. L’attuale "questione albanese" non è che il risultato peggiorativo del carattere costitutivamente criminale, di rapina, di spoliazione operato dalle grandi potenze ai danni della popolazione albanese come già di quelle tedesche, romene, ungheresi. Ma esiste anche una secolare "questione macedone", per le mai sopite tensioni con Bulgaria e Grecia. Secondo il censimento del 1981, la popolazione della Repubblica Socialista di Macedonia era pari a 1.912.257, di cui 1.281.195 macedoni, 377.726 albanesi, 44.613 serbi, 39.555 musulmani, 47.223 zingari, 86.691 turchi e 7.190 valacchi, con altri gruppi nazionali minori. Sono stati registrati anche 1.984 bulgari, distinti dai macedoni. Ma un'enorme quantità di macedoni è emigrata in Bulgaria dopo il fallimento della "Grande Bulgaria" prevista dal Trattato di Santo Stefano. Nel 1903, circa metà della popolazione di Sofia era costituita da rifugiati o immigrati macedoni, e questa massa di rifugiati, oltre a destabilizzare internamente la Bulgaria per molti anni, ha consentito l’utilizzo di un'organizzazione, rivale della VMRO (l'Organizzazione Rivoluzionaria Macedone Interna fondata nel 1893), l'Organizzazione Esterna o Suprematisti, creata a Sofia nel 1895 e che puntava a un'incorporazione della Macedonia nella Bulgaria, vale a dire alla formazione di una "Grande Bulgaria". Questa tendenza portò nella II guerra mondiale all’occupazione della Macedonia da parte della Bulgaria con l’appoggio di Hitler.

La cinica spartizione delle spoglie dei due imperi, con i trattati di Berlino prima e, alla fine della I guerra mondiale imperialista, con i trattati di Neuilly, di S. Germain e di Trianon, proseguita nel periodo interguerre e portata al parossismo con la II guerra mondiale, è avvenuta senza alcuna preoccupazione né rispetto delle sorti delle sue popolazioni, in special modo di quella dell’insieme della popolazione di lingua albanese, la cui diaspora va dal Molise alla Calabria al Montenegro al Sud della Serbia al Nord della Macedonia che, a sua volta, è considerata dai serbi come "naturale" zona di espansione e denominata "Serbia meridionale" mentre i suoi abitanti erano considerati dai Greci come "greci slavofoni". Gli spezzettamenti criminali di popolazioni sul territorio operati sulla carta dai predoni di allora determinarono situazioni disumane in quelle popolazioni precedentemente integrate in vasti imperi. La creazione artificiale del piccolo stato d’Albania sotto protettorato imperialista lasciava le regioni vicine popolate da albanesi al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, di fatto ad appannaggio della monarchia serba facente parte della coalizione vincitrice, frustrando il sogno nazionalistico della "grande Albania". Quando, nel 1918, nasce lo stato degli "Slavi del Sud", che dal 1929 si chiamerà Yugoslavia, esso ingloba ancora una buona fetta di popolazione non slava, di lingua e cultura albanese in Kosovo, in Macedonia, nel sud della Serbia e nel Montenegro.

L’IMPERIALISMO NON SI COMBATTE CON INVETTIVE MORALI

Coloro che contrappongono idee a idee anche quando si cimentano in giudizi sulle relazioni internazionali, si immaginano diverse politiche estere possibili da parte delle potenze imperialiste. E’ un modo fuorviante di presentare l’imperialismo, che, al contrario, non è affatto uno dei tanti modi possibili di gestire le relazioni tra stati e tra popoli, ma l’unico modo possibile connaturato con un modo di produzione giunto alla sua fase suprema, una fase appunto "ultima" da cui sono esclusi altri modi di progresso da realizzare nella trasformazione del mondo ad uso e consumo di un capitalismo dove ogni orpello cade per cedere il posto al nudo e crudo conflitto di interessi contrapposti, di rivalità per sfere di influenza che mutano a ritmi sempre più veloci. Questo modo di agire dell’imperialismo, anche quando, nella polemica, i comunisti lo attaccano, giustamente, come "criminale", è in realtà un procedere "al di là del bene e del male" e a rigore non potrebbe neppure essere giudicato sul piano etico, perché di morale non può averne. Il proletariato, in condizione di classe sfruttata, priva della proprietà delle condizioni di lavoro, priva di un proprio Stato, nonché di un proprio stato maggiore e di una propria strategia, non può che subire questa politica criminale. Proprio quando i dirigenti delle potenze imperialiste s’intrufolano dappertutto nelle faccende degli stati, essi si fanno beffe, oltre che della logica e della coerenza, del diritto delle genti e delle stesse regole del diritto internazionale precedentemente da loro stessi imposte con la spada. E si fanno beffe anche della storia e della cultura di quei popoli.. E, aggiungendo al danno la beffa, pavesano di morale quello che morale non è, parlando di "ingerenza umanitaria", di "guerra umanitaria" e simili inganni da chierici prezzolati e venduti. Le popolazioni senza distinzione vengono di continuo sballottate, spogliate, deportate, bombardate senza alcun rispetto neppure dei divieti esistenti in fatto di ordigni di distruzione di massa, in balia di una girandola di interessi a geometria variabile.

LE ATTUALI GUERRE NEI BALCANI SONO IL PRODOTTO DELL’IMPERIALISMO

Dopo gli scempi tragici dell’orgia nazionalista della II guerra mondiale, la spartizione in sfere d’influenza rese possibile al regime titoista il compito di garantire la coabitazione di interessi delle borghesie unite nella Federazione Jugoslava in un ibrido di centralismo e di liberismo che, se garantì per un quarantennio lo sfruttamento del proletariato di tutte le etnie, alla lunga non poteva evitare gli effetti dirompenti dello sviluppo ineguale del capitalismo, realizzato anche in un contesto di "non allineamento" contrabbandato come forma peculiare di socialismo. Le differenze economiche maturanti all’interno di una Federazione che lasciava larghe autonomie alle burocrazie locali, in particolare tra un Nord gravitante nell’area del marco e un Sud arretrato, dovevano esplodere con il crollo degli equilibri di Yalta, ridestando gli appetiti delle potenze imperialiste che risoffiano non tanto sul fuoco di mal sopiti nazionalismi quanto sulle rivalità dei clan politici in lotta per la gestione del potere già dalla morte di Tito nel 1980. Da un decennio a questa parte il ruolo delle potenze imperialiste europee in primo luogo e degli USA è stato quello di avviare, estendere ed accelerare il processo di disgregazione della Yugoslavia. Dal 1990 in poi coloro che si atteggiano a pacificatori non fanno che tracciare frontiere che passano attraverso i villaggi, le borgate, i pascoli e, cinismo dei cinismi, attraverso le famiglie stesse. Così, sopito per estenuazione il conflitto in un posto, lo si riattizza in un altro. Con il pretesto del rispetto dei regolamenti, si lascia pieno campo e impunità a capi banda mafiosi che fanno il bello e cattivo tempo su una popolazione e su un territorio ormai in preda alla desolazione. Senza contare le collusioni mafiose, l’intrigo e la corruzione di cui proprio gli italiani sono maestri! E’ in questo modo che Milosevic, già coccolato dagli imperialisti, diventa prima il garante dei loro interessi nel 1995 dopo gli accordi di Dayton e poi, individuato il nuovo pretesto della difesa del popolo oppresso degli albanesi del Kosovo, quegli albanesi che essi stessi avevano affidato al regno dei Serbi nel 1918, è additato come oppressore degli albanesi del Kosovo, il nuovo tiranno da combattere. I Balcani ridiventano polveriera d’Europa anche in termini militari. Tutte le potenze imperialiste gareggiano per esportavi armi, legalmente e illegalmente. Un attivismo febbrile di servizi segreti, banche, intermediari che foraggiano di armi bande di delinquenti mafiosi, contrabbandieri e gruppi guerriglieri che dalla sera alla mattina diventano veri e propri eserciti. L’UCK viene prima finanziata e armata in funzione anti-serba e fiancheggiatrice dell’ag-gressione "umanitaria" NATO e successivamente, quando il nuovo gover-no fantoccio di Kostuniza sancisce la formale metamorfosi del regime serbo e Milosevic è prima detronizzato con l’enfatizzata sceneggiata popolare di piazza e infine arrestato, diventa uno scomodo elemento di perturbazione dei piani imperialisti nella regione che comunque prevedono l’uso dell’esercito serbo come loro braccio armato. Di nuovo gli imperialisti autorizzano, l’8 marzo, l’esercito serbo, che non è certo cambiato rispetto a quello di Milosevic e resta il più forte della regione, a tornare nella striscia di frontiera interdetta dal giugno 1999 tra il sud della Serbia e il Kosovo e vicina alla Macedonia dove si scontrano forze dell’UCK-M e forze regolari macedoni. Dove siano finiti gli aiuti umanitari e il "piano Marschall dei Balcani" ognuno lo può vedere! Non è da dire che i nazionalisti dell’UCK in tutte le varianti e filiazioni abbiano sinceramente a cuore gli interessi della popolazione albanese. Solo i ciechi e gli illusi possono tapparsi gli occhi di fronte a quel che costoro han combinato in Kosovo, traendo profitto da una situazione di miseria che produce criminalità, traffici e contrabbando d’ogni sorta, attentati, assassini, rivalità tra albanesi, serbi e rom.

UNA SOLIDARIETÀ PAROLAIA

In questo contesto, parlare, come fa qualcuno, di "politica estera degli operai" come loro "diritto di avere una politica estera complementare (!), separata e contraria a quella dei nostri padroni e dei padroni di tutti i paesi" (Cfr. Operai Contro on line), come minimo denota una grave leggerezza nell’uso di frasi vuote e parole in libertà. Nella buona sostanza, si fa pura demagogia. Chi sono questi "operai" che avanzerebbero un simile "diritto"? Gli unici operai che conosciamo in questa società sono proprio quelli che sono privi d’ogni diritto. E quale diritto poi questi operai dovrebbero rivendicare? Una "politica estera complementare, separata e contraria a quella dei nostri padroni e dei padroni di tutti i paesi": se le parole hanno un senso preciso e non sono parole in libertà, questo significa che "accanto" alla politica estera, l’unica che esiste e che si lascia che esista per suo già vigente "diritto", si invocherebbe, per "diritto", una politica… complementare. Ma dove si sono mai viste "due" politiche "complementari"? Solo i riformisti sostengono la possibilità di una politica operaia complementare anche se opposta come in uno specchio a quella borghese. L’ABC di ogni lotta politica esclude ogni possibilità di "doppio potere", se non in un unico caso che non ha nulla a che fare con il diritto perché ne è la massima e più violenta negazione, ossia nell’esercizio del contropotere rivoluzionario. Ma dove sono i soviet che lo esprimono e il partito rivoluzionario che ne indirizza gli attacchi contro la macchina del potere e del diritto borghese? Senza queste banali credenziali, questi "operai", che al posto di soviet e partiti, mostrano solo generici e introvabili "comitati di solidarietà con le lotte operaie", pretendono di impartire compiti a tutti: "ogni operaio…il primo nemico è il padrone che lo sfrutta", le "lotte dei popoli oppressi contro il proprio padrone (?!) vanno sostenute senza riserve", "noi contro il governo Amato che invia la truppa per schiacciare i ribelli dell’UCK", "gli operai serbi contro il nuovo governo che, con il consenso della NATO, manda l’esercito nella fascia smilitarizzata per reprimere la lotta per l’indipendenza del popolo kossovaro"(in verità si tratta, in questa circostanza, degli albanesi di Macedonia), "vale per gli operai (che cosa debbono fare non si dice) della Macedonia". "Macedoni e Albanesi (non si dice se operai o bottegai) si devono unire contro ogni discriminazione etnica, devono riconoscersi il diritto di lottare con ogni mezzo contro questa discriminazione che colpisce oggi la minoranza albanese" "gli operai dei paesi della NATO, contro i loro governi che agiscono nella zona con truppe d’occupazione che con la forza delle armi impongono gli interessi dei padroni seduti al caldo nelle centrali del capitalismo internazionale".

LA NECESSITÀ DEL PARTITO INTERNAZIONALE

DEL PROLETARIATO

Abbiamo volutamente citato un caso emblematico della faciloneria parolaia e impotente con cui si affrontano le questioni più delicate delle relazioni internazionali per la classe proletaria, che è classe internazionale per eccellenza, nella sua faticosa lotta per la conquista di un’autonomia teorica, politica e organizzativa. L’internazio-nalismo proletario è un cammino obbligato che richiede metodo rigoroso, studio accurato e rifugge da ogni schematismo generico e parolaio e sul quale il futuro della lotta di classe segnerà le sue discriminanti.

Oggi gli intrighi dell’imperialismo si fanno più intensi, frequenti e raffinati. Le forze rivoluzionarie sono ancora troppo modeste, procedono in ordine sparso, decapitate dello strumento essenziale che è il partito internazionale per ambire a chiamare all’azione concertata contro l’imperialismo i proletari di tutto il mondo. Quel che possono fare è combattere contro il proprio imperialismo, continua fonte di contraddizioni sociali e di violenza, misurando gli obbiettivi rispetto alle proprie forze e studiare ogni mossa del nemico per accumulare in forma sempre più estesa e consapevole la propria forza mettendo a buon frutto l’esperienza storica di tutto il proletariato mondiale antica e recente, le tradizioni, la scienza teorica e pratica del marxismo. Questa esperienza va però assimilata e non ridotta a formula astratta e antistorica. Le questioni nazionali, per quanto se ne faccia sempre più largo abuso e mercimonio, esauriscono nella fase suprema del capitalismo la loro funzione di acceleratore progressivo della lotta per l’emancipazione del proletariato. Quel che resta del passato è solo l’incapacità e la non volontà dell’im-perialismo di risolverle e il loro peso sanguinoso che mette i proletari gli uni contro gli altri. Enfatizzare problemi di indipendenza nazionale nel contesto balcanico e chiamare i lavoratori a schierarsi per l’indipendenza dei bosniaci, poi dei kosovari, poi degli albanesi di Macedonia e prima o poi degli albanesi del Montenegro e poi ancora dei Macedoni dai serbi o dai greci (che da tempo non riconoscono la Macedonia se non come terra greca!) equivale a chiudersi gli occhi di fronte all’unica realtà che ci sta di fronte, che è quella di un imperialismo mondiale che gioca ad aprire e tenere congelate anche per decenni queste nuove forme di conflitto. Guerre che non ne mettono a repentaglio gli interessi vitali ma servono bene come strumento per contrarrestare la tendenziale caduta del saggio di profitto e prolungare il ciclo capitalistico con crisi parziali che non fanno altro che rivitalizzarlo, mettendo in moto una produzione di armamenti sempre crescente, ridando fiato alla finanza, al mercato, alla borsa. Né bisogna dimenticare l’insegnamento del passato. Da Marx a Lenin, l’appoggio alle lotte d’indipendenza e alle guerre di liberazione era subordinato all’indebolimento della potenza imperialista dominante e dunque all’indebolimento dell’imperialismo nel suo complesso, in definitiva al rafforzamento del proletariato. Allora le grandi potenze erano risolutamente avverse alle lotte di liberazione nazionale, oggi le fomentano, perché a guadagnarci, in assenza di una strategia e di un partito internazionalmente operanti, sono soltanto loro.

Dante Lepore