Ottobre 1934: UN EPISODIO DELLA RIVOLUZIONE MONDIALE
La Comune delle Asturie

Il trascorrere del tempo ci dà la possibilità di commemorare alcune delle maggiori manifestazione delle lotta di classe del proletariato internazionale. Da parte nostra, e come il lettore può verificare in tutti i testi della nostra corrente, non si tratta di un rituale allo stile borghese, poiché ogni sconfitta proletaria (come ogni sua effimera vittoria) costituisce una di quelle che chiamiamo lezioni delle controrivoluzioni, lezioni che sono parte inseparabile del bagaglio dottrinario del nostro movimento, cioè della classe operaia mondiale.

Il moto rivoluzionario dei minatori delle Asturie nel suo settantesimo anniversario non ha certo suscitato grande interesse nei media borghesi. Meglio così. Quando gli studiosi della classe nemica, e i loro ausiliari opportunisti, si danno a ricordare qualcosa che si riferisce alla classe proletaria, lo fanno con la evidente intenzione di corromperne ogni significato.

Qualcuno, nello svolgere quella miserabile funzione, è perfino arrivato ad affermare che l’Ottobre Rosso delle Asturie è stato espressione non della classe operaia, e dei minatori in particolare, ma della società asturiana, una sollevazione a fine separatista, tipica di quella razza indomabile che sarebbero gli asturiani, con ben in mente il ricordo delle famose Guerre Cantabriche contro Roma. Per quanti confronti si facciano, il contesto storico e sociale delle feroci guerre fra i popoli settentrionali della penisola iberica (e non solo delle Asturie) e le legioni romane è completamente differente. Quelle tribù combattevano per mantenere le loro strutture barbare di fronte allo schiavismo invasore. Alcuni dei loro discendenti, duemila anni più tardi, lottarono invece contro la struttura imperante dell’epoca e, per nostra disgrazia, ancora di oggi: la società capitalista, rappresentata nel 1934 dalla repubblica democratico-borghese.

Qui vogliamo ricordare di come si forgiasse la rivolta, del suo impareggiabile ed eroico slancio, del vergognoso e mille volte traditore isolamento in cui fu chiusa, e della sua sconfitta e della brutale repressione cui fu oggetto.

Tre anni dopo l’instaurarsi della repubblica, i lavoratori spagnoli già avevano avuto modo di verificare e soffrire nelle loro carni martoriate che tipo di repubblica quella fosse e quali interessi difendesse, senza lesinare bastone e piombo. L’aggravarsi della situazione economica fece che le lotte rivendicative andassero radicalizzandosi sempre più, e che le masse operaie e contadine povere punissero con l’astensione coloro che li avevano illusi circa il nuovo regime repubblicano, il blocco repubblicano-socialista (PSOE). Questo si riflesse nelle elezioni del 1933 nel quale la destra borghese ottenne una vittoria parziale, parlando in termini elettorali.

Fu proprio questo che motivò la svolta a sinistra, puramente verbale d’altronde, nella direzione del PSOE. Così l’ultrariformista Largo Caballero e il suo seguito imbastirono una campagna al fine di spaventare le destre con parole mai usate prima: rivoluzione sociale, dittatura del proletariato, che potevano impressionare i bacchettoni ignoranti, ma non i circoli del potere reale della borghesia, più preoccupati per il crescente radicalismo delle masse operaie e contadine che per gli eccessi verbali dei riformisti.

È in questo periodo che, su iniziativa del Blocco Contadino e della Sinistra Comunista (la quale non ha alcun legame con la nostra corrente) si dette il via alla Alleanza Operaia. Con una impostazione erronea fin dal principio, queste organizzazioni, che si presumevano critiche di fronte al riformismo socialdemocratico e lo stalinismo, dettero vita ad un Fronte Unico che raggruppava tutte le organizzazioni proletarie, sindacali o politiche, e che manteneva un carattere puramente difensivo. Così dichiarava le sue intenzioni l’Alleanza Operaia di Barcellona: «Le entità sotto firmatarie, di tendenze e aspirazioni dottrinali diverse, però unite nel comune desiderio di salvaguardare le conquiste conseguite fino ad oggi dalla classe lavoratrice spagnola, hanno costituito la ‘Alleanza Operaia’ per opporsi al trionfo della reazione nel nostro paese, per evitare qualsiasi tentativo di colpo di Stato o l’instaurazione di una dittatura, qualora così si facesse, e per mantenere intatti, indiminuiti, tutti quei vantaggi conseguiti fino ad oggi, e che rappresentano il patrimonio più pregiato della classe lavoratrice».

Come sostengono le nostre posizioni sul Fronte Unico politico, il riformismo-stalinismo può solo adempiere ad un compito di sabotaggio degli interessi operai e rivoluzionari. La classe operaia internazionale aveva bisogno, allora e oggi, di un unico partito realmente rivoluzionario e libero da compromessi con altre organizzazioni politiche, per quanto proletarie che fossero, e si sarebbe dovuto stabile un Fronte Unico solo fondandosi sulla base delle rivendicazioni economico-sindacali, capaci di mobilitare sul terreno immediato le più vaste masse proletarie.

Il sabotaggio di PSOE-UGT non tarderà a manifestarsi in occasione dello sciopero contadino dell’inverno 1934. Il padronato agrario, incoraggiato dal trionfo elettorale dei suoi rappresentanti, aveva deciso di revocare le maggiorazioni salariali che il proletariato dei campi aveva ottenuto con dure e sanguinose lotte. La Federazione dei Lavoratori della Terra (UGT), spinta dal profondo rancore dei contadini contro gli attacchi padronali, indiceva allora lo sciopero generale in tutte le campagne spagnole, in un momento propizio, la mietitura. Ma lo sciopero fu tradito dagli stessi che lo avevano proclamato, negandogli la solidarietà del proletariato delle città ed isolando i lavoratori agricoli dal resto della classe operaia. Da parte sua la CNT, contraria, e non le mancavano i motivi, alla collaborazione con i riformisti del PSOE-UGT, non appoggiò lo sciopero contadino, anche a seguito della sconfitta dei precedenti, come sempre, prematuri e disorganizzati movimenti insurrezionali, che erano stati repressi ferocemente dallo Stato borghese.

Ciononostante, la CNT regionale delle Asturie avrebbe abbracciato senza riserve la sua inclusione nella Alleanza Operaia. Era un fatto incontestabile la stretta e fraterna unione esistente fra i lavoratori minatori delle due centrali sindacali, UGT e CNT, nelle Asturie e in Leon, conseguenza delle speciali caratteristiche del lavoro nelle miniere di carbone che facevano vedere nel compagno affiliato all’altra centrale sindacale un fratello di classe, un altro sfruttato con gli stessi desideri di lotta e di emancipazione sociale. Questo fattore, di fondamentale importanza nello sviluppo della lotta di classe, avrebbe determinato l’unità senza crepa alcuna del proletariato minerario delle Asturie.

Il primo ottobre 1934, dopo la rituale rappresentazione parlamentare, il governo Samper aveva presentato le dimissioni. Correvano insistenti voci circa la formazione del nuovo governo che avrebbe incluso un membro della Confederazione Spagnola dei Diritti Autonomi (CEDA), partito filo-fascista che rappresentava gli interessi della borghesia agraria e industriale. Se questo si fosse realizzato, proclamavano solennemente i caporioni del PSOE-UGT, avrebbero chiamato allo sciopero generale e sarebbe stata la rivoluzione. La CEDA andò a far parte del governo, e quelli che avrebbero dovuto fare la rivoluzione si limitarono a chiedere al presidente della Repubblica, con uno sciopero generale pacifico, le dimissioni del governo Lerroux-CEDA.

La situazione che si creò nella classe operaia spagnola è facile da immaginare. Le masse, desiderose di affrontare armate la reazione borghese, vedevano passare i giorni senza che niente succedesse, salvo alcuni episodici scambi di colpi d’arma da fuoco e poco più. Esistevano armi sufficienti per dare il via ad una insurrezione operaia con prospettive di riuscita, però mancava la volontà politica rivoluzionaria di farlo. Il Lenin spagnolo (come gli stalinisti avrebbero chiamato Largo Caballero prima di affrettare la sua caduta in piena guerra civile) dimostrò di non esser altro che un volgare Kerensky.

Mentre questo succedeva a Madrid, nell’altra zona determinante di Spagna, forse la maggiore, accadeva altrettanto a seguito della mossa maestra della piccola borghesia catalanista, che deteneva il potere della Generalitat e alla politica opportunista della Alleanza Operaia catalana, che lasciarono ogni iniziativa nelle mani della sempre borghese Generalitat. Altro fattore determinante, soprattutto a Barcellona, dove era la principale forza proletaria, fu il rifiuto della CNT, che diffidando della svolta a sinistra del PSOE, si limitò al mero appoggio verbale. Sommiamo a questo i ripetuti e scapigliati tentativi insurrezionali precedentemente orditi dalla FAI (organizzazione anarchica che controllava politicamente la CNT), e che avevano lasciato esausta la combattiva milizia confederale.

L’atmosfera sociale spagnola, come può provarsi, era svreccitata, e il suo scaricarsi nel bacino minerario delle Asturie avrebbe presto attratto l’attenzione mondiale.

È certo che l’Alleanza Operaia delle Asturie, il cui embrione era il patto CNT-UGT del marzo 1934, avrebbe inglobato sia il PSOE (trascinatovi dalla forza degli avvenimenti però con la stessa volontà disfattista e riformista che a Madrid) e altre forze politiche, fra le quali il Blocco Operaio e Contadino e la Sinistra Comunista summenzionati (dalla cui fusione sarebbe nato successivamente il POUM) e la succursale stalinista spagnola, il PCE, che all’indomani dell’insurrezione si sarebbe accodato ad un’Alleanza Operaia che fino al giorno prima aveva tacciato di controrivoluzionaria. La combattività dei minatori ancora una volta metteva in evidenza che le loro organizzazioni si vedevano sorpassate da masse proletarie che si collocavano alla loro sinistra al grido di guerra “Fraterna unione proletaria” che faceva tremare la borghesia e suoi accoliti.

Il fallimento dell’adunata patriottica che le destre avevano organizzato a Covadonga per il mese di settembre fu effetto dell’azione contundente della classe operaia delle Asturie. Questo parziale successo avrebbe influito molto sullo stato d’animo dei minatori, i quali, a partire da questo momento, dedicheranno tutte le loro energie alla preparazione dell’insurrezione. Se crediamo alle dichiarazioni del riformismo, l’innesco dell’insurrezione sarebbe stata, all’inizio di ottobre, l’inclusione nel governo dei membri della CEDA.

La iniziale mancanza di armamento fu supplita con l’impiego di grandi quantità di dinamite, strumento di lavoro che, maneggiato da quegli esperti, avrebbe subito dato i suoi frutti. Una dopo l’altra sarebbero cadute in mano dei minatori rivoluzionari le caserme della Guardia Civile e di Assalto del bacino carbonifero, però i lavoratori delle due grandi città, Oviedo e Gijon, avrebbero mantenuto un atteggiamento di attesa, con uno sciopero generale pacifico controllato direttamente dal riformismo. Questo sarà uno dei fattori determinanti l’inizio della sconfitta.

Dopo duri combattimenti i lavoratori rivoluzionari presero possesso delle vie della capitale della provincia, Oviedo, e del principale porto delle Asturie, Gijon. Però in nessun momento la direzione PSOE-UGT, chiaramente maggioritaria nel proletariato, lanciò la parola d’ordine di unirsi ai minatori. Questi, e gli operai della CNT di Gijon, che a mala pena riuscirono ad armarsi, dopo essersi battuti valorosamente contro un nemico molto meglio armato, e che li bombardava impietosamente dall’aria, dovettero ripiegare verso le miniere. Intanto l’aviazione stava facendo stragi fra gli operai e preparando l’avanzata dei mercenari della Legione e dei regolari negri inviati per primi dal governo della Repubblica borghese, che non si fidava della lealtà delle truppe di rinforzo, che per lo più simpatizzavano con i rivoluzionari e alcuni dei quali, sottufficiali e soldati, sarebbero passati ad ingrossare lo loro file unendosi alla sorte dei loro fratelli di classe.

Nelle retrovie tutto era dedicato all’azione militare ed officine e fabbriche erano convertite alla produzione di strumenti offensivi e difensivi. Però la carenza di munizioni si fece presto sentire. I numerosi prigionieri fatti fra le forze dell’ordine furono ben trattati dai minatori ed assistiti se feriti. Ma poco sarebbe stata riconosciuta alla classe operaia questa sua magnanimità nel momento della repressione borghese, massiccia ed indiscriminata come è sua norma.

Poco a poco gli operai andavano esaurendo le munizioni finché fu forza trattare la resa. Non sarà mantenuta alcuna delle garanzie offerte dal generale massone Lopez Ocha, il quale in compagnia del suo camerata Franco, diresse le azioni repressive. Queste raggiunsero tutti i settori della popolazione mineraria delle Asturie, non solo i membri dei comitati rivoluzionari, contandosi a centinaia gli assassini di uomini, donne e anche bambini piccoli. Niente sembrava placare la sete di sangue operaio della borghesia e dei suoi criminali assoldati. Nel frattempo, il resto del proletariato spagnolo osservava attonito la atroce carneficina, immobilizzato dai suoi dirigenti. La Comune asturiana cadrà eroicamente, abbandonata alla sua sorte da quegli stessi che, due anni dopo, avrebbero ripetuto la medesima politica, stavolta con carattere generale e con l’impronta dell’autentico genocidio, su tutto il territorio di Spagna.
 
 


Asturie 1934

di Maurizio Attanasi

La campagna elettorale dell’autunno del 1933 in Spagna era stata particolarmente accesa, specie in alcune regioni, come nelle Asturie, che avevano conosciuto a partire dagli anni venti una forte sindacalizzazione della forza lavoro, costituita in gran parte da minatori.

Nelle Asturie la Ceda, il partito neo-fascista di Gil Robles, aveva affermato, in maniera non tanto velata, che la vittoria nelle elezioni sarebbe stata il primo passaggio verso uno stato corporativo, come altre esperienze che si andavano affermando in quegli anni in Europa.

Tale minaccia, insieme alla dichiarata mancanza di fedeltà alla repubblica di alcuni partiti che facevano parte della coalizione governativa, generò nel proletariato, ma anche in alcuni settori della borghesia, il timore che si potesse verificare a Madrid quello che era già successo in Italia, Austria e Germania, dove forze fasciste, appoggiate da liberali e conservatori, che credevano di poterle usare, avevano preso il potere con gli strumenti democratici, sopprimendo poi le libertà borghesi e scagliandosi con particolare furore contro il proletariato e i partiti e le associazioni sindacali che lo rappresentavano.

Il governo Leorrux, formatosi dopo le elezioni del ‘33, con l’appoggio esterno della Ceda, si dimise per protesta contro l’atteggiamento troppo prudente del Presidente della Repubblica Alcala Zamora in merito alla concessione della grazia a coloro che avevano partecipato al tentativo di sollevazione di qualche mese prima, guidato dal generale Sanjuro.

A Lerroux nell’aprile del 1934 succedette, per volontà dello stesso Presidente Zamora, un debole governo Samper formato dalle stesse forze politiche che avevano sostenuto Lerroux e con la Ceda alla finestra, pronta a presentare agli alleati il conto dell’appoggio esterno che di fatto garantiva la vita del governo, con la richiesta di dicasteri per i propri uomini.

Gil Robles mise in pratica quando si andava ormai da mesi dicendo nelle coortes, cioè che avrebbe chiesto più peso per il proprio partito, che era determinante per le sorti della coalizione.

Facendo cadere il governo, Robles costrinse il Presidente della Repubblica Zamora il 4 ottobre 1934 a nominare un nuovo governo presieduto da Lerroux, nel quale furono assegnati dicasteri importanti (agricoltura, lavoro e giustizia) a uomini del suo partito.

Prima ancora di conoscere la composizione del governo, il proletariato spagnolo, spaventato dal pericolo fascista, scese in piazza per dire no all’ingresso di forze di destra nel governo e per affermare che era arrivata l’ora della rivoluzione, chiedendo, così come avevano detto i leader del partito socialista (il Psoe), "il potere al proletariato".

Ma se nelle piazze il Psoe era stato abile arringatore, nel momento dell’azione si tirò indietro. Di fronte ad un proletariato che autonomamente scendeva in piazza a chiedere armi per la lotta, i dirigenti del Psoe si limitarono a proclamare uno sciopero generale pacifico.

Scioperi e manifestazioni scoppiarono in tutte le piazze delle maggiori città e un’intera regione si infiammò: le Asturie.

A Barcellona, in reazione alla nomina di un governo in cui era più pesante il ruolo di forze contrarie all’autonomia della regione catalana, fu proclamata la repubblica catalana. Il presidente Company, però, rifiutò l’aiuto delle forze proletarie, che chiedevano le armi per la difesa della neonata repubblica. Preferì appoggiarsi al generale Batet, contando che il comandante in capo delle forze repubblicane presenti nella regione fosse fedele alla causa catalana. Ma compì un grossolano errore di valutazione. Quando il governo ordinò di ristabilire l’ordine nella capitale catalana, Batet obbedì a Lerroux.

Il 5 ottobre1934 a scioperare fu Madrid, che venne bloccata dallo sciopero generale. Sporadiche sparatorie si verificarono sino all’8 ottobre, con i militari impegnati a garantire i servizi essenziali, e i giovani sostenitori del partito radicale (al governo) a fare i netturbini, per aiutare l’esecutivo nella sua lotta contro il proletariato.

Lo sciopero venne proclamato però soltanto dalla Ugt (union general de trabajadores- il sindacato socialista), non dalla Cnt (Confederacion nacional de trabajo il sindacato anarchico), che si defilò dagli avvenimenti di quell’ottobre.

Episodio molto particolare fu rappresentato dalla scoperta che un vaporetto, il Turquesa, trasportava armi con direzione Asturie. Il sospetto che fossero implicati alcuni dirigenti socialisti, fornì il pretesto che la destra aspettava; la Ceda organizzò una imponente manifestazione nella regione delle Asturie, manifestazione che si concluse con i dimostranti che tornarono a piedi alle proprie case, per uno sciopero generale proclamato dai lavoratori contro la stessa manifestazione.

La rivoluzione scoppiò nelle Asturie all’alba del 5 ottobre del 1934. Qui il proletariato più cosciente, rappresentato dai minatori, fortemente sindacalizzati (il Sindicato de obreros mineros de Asturias –SOMA- nel giro di pochi anni, quelli caratterizzati da un forte conflitto, raggiunse ad avere tra i propri iscritti il 60% dei lavoratori del settore), aveva una forte consapevolezza classista, e si ribellò al governo formatosi a Madrid; ma la rivolta non era contro determinate forze politiche, ma contro lo stesso sistema capitalista, tant'è che nella breve vita dell’esperienza asturiana si diede vita a una nuova organizzazione economica e sociale.

Di lì a qualche giorno quasi tutte le Asturie saranno sotto il controllo dei lavoratori insorti. I minatori, per attaccare e disarmare 98 caserme della Guardia Civil, utilizzarono lo strumento del proprio lavoro, la dinamite, che possedevano in abbondante quantità.

Anche se non ci fu un modello unico di organizzazione, si formarono in tutte le città liberate comitati rivoluzionari costituiti dal proletariato e dai lavoratori in armi, ed un comitato provinciale ad Oviedo, capoluogo delle Asturie, uno dei principali centri della lotta dei minatori. In quasi tutte le città si formarono anche milizie armate.

Ad Oviedo, tuttavia, ci furono gravi scontri e la città non fu mai completamente sotto il controllo degli operai perché le forze militari della regione erano tutte concentrate all’interno del capoluogo. Qui l’8 ottobre il comitato pubblicò un bando con cui si puniva qualsiasi atto di saccheggio, rivolgendo un appello agli insorti per la costituzione di guardie rosse e prendendo provvedimenti volti ad organizzare l’approvvigionamento. Il bando affermava, tra l’altro,"la fine radicale di ogni atto di saccheggio, prevedendo che qualsiasi individuo colto sul fatto sarebbe stato passato per le armi". Nel contempo veniva prevista "la confisca di tutti gli articoli di vestiario e viveri esistenti".

I lavoratori, una volta preso il potere, procedettero ad organizzare la vita delle proprie comunità attraverso la creazione di sette commissioni: approvvigionamento e risorse, sanità, lavoro, comunicazione, propaganda, ordine pubblico e giustizia.

Tra le più importanti misure adottate, vi furono l’abolizione della moneta con la sostituzione in alcuni casi dello scambio diretto di beni; le fabbriche di importanza militare, come ad esempio a Mieres (esplosivi) e Turon (mezzi blindati), vennero gestite direttamente dagli operai, che procedettero ad aumentare la produzione per venire incontro alle esigenze del proletariato nella impari lotta contro le ingenti forze che il governo di Madrid si stava preparando ad inviare nella regione.

Molto si è discusso sulla violenza cieca che i minatori avrebbero esercitato sui nemici di classe e in particolar modo su religiosi e uomini di chiesa.

Testimonianze rilasciate negli anni successive da religiosi (vedi Storia della Repubblica e della guerra civile spagnola di Tunon de Lara) confermano come in moltissimi casi i rivoluzionari difendessero e proteggessero i religiosi che si trovavano nei conventi, rispettando i simboli della loro religione e in alcuni casi procurando loro anche del cibo.

La violenza che ci fu, dovuta a secoli di oppressione che il proletariato subiva ad opera dei possidenti e spesso dello stesso clero, fu dunque una vicenda riconducibile a singoli episodi e non la linea politica dei rivoluzionari.

La rivoluzione attecchì anche tra i militari, come dimostrano episodi come l’assalto all’arsenale ad Alicante da parte dei marinai, o ad Oviedo i novecento soldati che, pur assediati dai rivoluzionari, rifiutarono di sparare sulla folla come era stato loro ordinato dai superiori.

Il governo convocò i generali Goded e Francisco Franco e li incaricò, in qualità di capi di stato maggiore, di dirigere le operazioni per la repressione. I due generali accettarono, a condizione che fossero utilizzate le truppe scelte africane. Proposta che venne accettata subito dal governo.

Le Asturie facevano paura e per questo il colonnello Aranda fu incaricato di creare un dispositivo di truppe lungo un arco di cinquanta km, dalla Galizia fino a Valencia, per evitare che truppe di rivoluzionari si recassero in altre regioni a cercare appoggi e sostenitori.

Intorno al 10 ottobre iniziarono i bombardamenti aerei, mentre a Gjion continuavano ad arrivare navi che trasportavano legionari e regulares africani.

Le truppe guidate da Franco e Goded avanzavano a fatica, incontrando una strenua resistenza da parte dei lavoratori insorti. Ma, seppur lentamente, le truppe scelte dell’esercito spagnolo conquistavano casa dopo casa, villaggio dopo villaggio.

Il 18 ottobre 1934 il generale Lopez Ochoa inviò dei messi a Sama per trattare la resa. Bellarmino Tomas, portavoce del comitato provinciale, accettò la proposta di resa, purché le truppe africane non entrassero alla testa delle truppe che conquistavano le città.

La proposta venne accettata solo dal generale Ochoa, non dal ministero della guerra. Le truppe della legione straniera e i regulares mori si comportarono come "un esercito straniero vincitore che gode delle sofferenze dei vinti". (H. Thomas, pag. 87)

La repressione fu durissima; le fonti parlano di centinaia di morti (il numero varia dai 400 ai 2000), con centinaia di uomini e donne imprigionati nelle case del pueblos, trasformate da luoghi di incontri in luoghi di detenzione del proletariato.

Molti abbandonarono le città e si rifugiarono sulle montagne, per continuare la lotta armata.

 

Bibliografia essenziale

H. Thomas, Storia della guerra Civile spagnola, Einaudi, 1963

M. Lobo, La lotta dei minatori asturiani nella Spagna Franchista, Liguori, 1977

H. Browen, La guerra Civile spagnola, Il mulino, 1996

M. Tunon de Lara, Storia della repubblica e della guerra civile in Spagna, Ed. Riuniti, 1966


Guerra civile e rivoluzione in Spagna.
1.La Spagna agli inizi degli anni trenta 2.Caratteristiche del movimento operaio spagnolo 3.La politica del Fronte popolare e del PC 4.La guerra civile 5.Il governo Caballero 6.La "rivolta" di Barcellona 7.La sconfitta della rivoluzione 8.Bilancio di una sconfitta. Di Giorgio Amico. Febbraio 2000.


La Spagna agli inizi degli anni trenta

All'inizio degli anni '30 si apre in Spagna una crisi rivoluzionaria di ampie proporzioni, destinata a protrarsi per l'intero decennio e a risolversi più per il rifluire del movimento operaio e contadino che per un'effettiva preponderanza delle forze della reazione. Tuttavia, per oltre cinque anni il movimento rivoluzionario continuerà a creare oggettive situazioni di dualismo di potere, ponendo all'ordine del giorno la questione del socialismo.

Nell'aprile 1931 una forte ondata di lotte nelle campagne e nelle città dà l'ultimo scrollone ad una monarchia agonizzante, nei fatti abbandonata ormai dalle componenti più dinamiche della borghesia. Il regime repubblicano che segue ai moti del '31 non è tuttavia più stabile del precedente. Premuto dalle masse contadine da una parte e dalle esigenze di sviluppo del capitalismo rappresentato dalle forze del radicalismo piccolo borghese dall'altra, il nuovo regime repubblicano è costretto, anche se con mille cautele, a prendere posizione contro la chiesa cattolica, le sue istituzioni, gli infiniti ordini religiosi, il loro enorme patrimonio finanziario e fondiario e contro il ceto dei grandi latifondisti. Il proletariato urbano e agricolo recepisce la caduta della monarchia e i primi timidi provvedimenti di riforma del nuovo regime come una propria vittoria. La repubblica solleva enormi attese di riscatto sociale. Il movimento si allarga ovunque e in modo spontaneo: nelle campagne, nelle fabbriche, nei quartieri proletari delle città industriali nascono le prime forme embrionali di consigli operai e contadini, le juntas. Le rivendicazioni operaie e contadine si fanno sempre più pressanti di contro a un governo, composto da socialisti, radicali e repubblicani, che elude i problemi di fondo ed in particolare evita accuratamente di decidere in merito alla tanto attesa riforma agraria. Nonostante ciò, le forze più conservatrici, agrari e Chiesa cattolica in testa, si sentono minacciate e si adoperano per la restaurazione puntando su gerarchie militari, espressione in prevalenza della borghesia terriera, fanaticamente legate al culto di una presunta "ispanità cattolica", minacciata dall'irrompere della modernità. Già nel '32 viene scoperto un primo tentativo di colpo di stato militare. Il golpe organizzato da un generale in pensione, Sanjuro, si rivela una messinscena da operetta nella tradizione dei pronunciamenti militari propri dei generali spagnoli. Il generale Sanjuro viene arrestato, processato e condannato all'esilio. Ma gli altri generali implicati rimangono ai loro posti. Il tentativo golpista, accantonato in attesa di tempi migliori, ottiene comunque un immediato risultato, spostando a destra gli equilibri politici e frenando ulteriormente la già evanescente volontà riformistica del governo. La borghesia repubblicana inasprisce la repressione nei confronti delle lotte operaie e contadine, tornando a utilizzare come ai tempi della monarchia l'esercito contro i lavoratori. Nel gennaio 1933 a Casas Viejas la Guardia Civil massacra spietamente i braccianti in lotta. La situazione peggiora ulteriormente nel '34, quando nuove elezioni vedono la vittoria delle forze di centrodestra. Il nuovo governo apre decisamente ai latifondisti e alla destra cattolica.Vengono inseriti nel governo alcuni ministri della CEDA, il partito cattolico fondato nei primi anni Trenta che non nasconde le sue simpatie per il fascismo. A Madrid e a Barcellona gli operai scendono in piazza per opporsi a quello che recepiscono come un tradimento delle loro conquiste. Nelle Asturie i minatori insorgono e per alcune settimane controllano la regione. Sarà il generale Francisco Franco, che per questa impresa verrà poi promosso capo di stato maggiore, a reprimere nel sangue la rivolta asturiana. Migliaia di minatori vengono trucidati, decine di migliaia incarcerati, i quartieri operai delle città asturiane messi a ferro e fuoco. È la prova generale di quanto accadrà su scala nazionale due anni più tardi.

Caratteristiche del movimento operaio spagnolo

In questo contesto il movimento operaio spagnolo presenta caratteristiche particolari, che lo differenziano radicalmente dal resto d'Europa, sia per il netto prevalere della organizzazione sindacale sulla forma partito sia per la larga egemonia esercitata dall'anarchismo. Gli anarchici controllano la potente Confederazione Nazionale del Lavoro (CNT), che raggruppa i sindacati operai più numerosi e combattivi. La CNT è anche largamente presente nelle campagne e ispira l'incessante lotta dei contadini contro il latifondo. L'altra organizzazione sindacale di rilievo, l'Unione Generale dei Lavoratori (UGT), la cui influenza andrà rapidamente crescendo nel corso dei primi anni Trenta, si colloca nell'area socialista ed è rigidamente controllata da un apparato burocratico di tendenza riformista. Messi a confronto col movimento sindacale i partiti politici operai rappresentano ben poca cosa. Il partito socialista, senza dubbio il più grosso e il più influente, appare diviso al suo interno in due correnti. La prima , facente capo a Largo Caballero e strettamente legata alla UGT, si caratterizza per un sostanziale riformismo rivestito di un inconcludente massimalismo. La seconda corrente, che fa capo a Prieto, espressione di una piccola borghesia intellettuale, radicale e anticlericale, si dimostra dotata di un maggiore realismo politico che la porterà ad essere la principale alleata del PC e insieme ad esso l'interprete più fedele delle indicazioni di Stalin e del Comintern. Quanto al Partito comunista, fino al '36 e al fronte popolare rappresenta ben poca cosa, sia per l'esiguità dei suoi ranghi sia perché i suoi pochi militanti operai risentono ancora dell'isolamento conseguente alla politica settaria seguita fino al VII congresso dell'internazionale comunista. Dopo la costituzione del fronte popolare il suo ruolo continuerà a crescere fino a diventare dominante negli anni della guerra civile. A sinistra di socialisti e comunisti, opera il Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM), particolarmente radicato nella classe operaia di Madrid e in Catalogna, inizialmente sulle posizioni dell'Opposizione di Sinistra (trotskisti) da cui si era staccato per forti divergenze con Trotskij proprio sulla tattica da seguire nella rivoluzione spagnola.

La politica del Fronte popolare e del PC

All'inizio del '36, a causa di uno scandalo finanziario che coinvolge direttamente il primo ministro Lerroux e buona parte del governo, viene sciolto il parlamento; le nuove elezioni nel febbraio '36 vedono la vittoria del Fronte popolare, costituito dalle sinistre (PSOE e PCE) e dai partiti della democrazia radicale, attorno ad un programma vago e minimalistico, che prevede tuttavia l'amnistia per le decine di migliaia di prigionieri politici. Di fronte alla vittoria elettorale dello schieramento democratico, le forze conservatrici e in primo luogo i militari e la gerarchia cattolica preparano il colpo di stato. I generali operano alla luce del sole, i nomi dei cospiratori sono noti, il golpe è l'argomento di moda nei caffè di Madrid, ma il governo non adotta alcuna misura precauzionale pago del giuramento di fedeltà dei generali felloni. I cospiratori possono così in assoluta tranquillità tessere la tela della congiura, stabilendo accordi con Mussolini e Hitler che si impegnano a fornire armi e sostegno finanziario, con gli esponenti della CEDA che siedono in parlamento e col vecchio generale Sanjuro in esilio a Lisbona. Di fronte all'aperto disegno reazionario dei generali i sindacati operai, in particolare la CNT, chiedono la formazione di milizie popolari. Il governo respinge decisamente la proposta, riconfermando la propria fiducia nella lealtà delle forze armate.

Il 16 luglio 1936 parte la rivolta dei generali. Anche di fronte all'aperta sollevazione il fronte popolare si rifiuta di armare gli operai, i contadini, i militanti delle stesse organizzazioni che lo compongono. Inutilmente l'UGT, il sindacato vicino al PSOE maggiore forza di governo, reclama con insistenza l'armamento generale delle masse. Ancora il 18 luglio, con la rivolta militare in pieno sviluppo, il partito socialista e il partito comunista dichiarano congiuntamente che la situazione è difficile ma non disperata e che il governo è in possesso dei mezzi sufficienti per soffocare il pronunciamento sedizioso senza uscire dalla legalità costituzionale. Il rispetto della legalità democratica è il paravento che mal cela la sostanziale paura delle masse armate, tipica di ogni rappresentanza borghese. In questi due giorni il governo si affatica a trovare un compromesso con i generali rivoltosi per arrivare a una mediazione e ad una ricomposizione pacifica della crisi. È il rifiuto dei franchisti, che approfittano delle esitazioni del governo per conquistare terreno, a rendere inevitabile l'armamento del popolo. E comunque sono gli operai a bloccare il golpe, attaccando, spesso a mani nude, le caserme, recuperando armi, convincendo i soldati di leva a passare dalla parte del popolo dopo aver fucilato gli ufficiali. Dal 19 gli operai armati cominciano a organizzare colonne di miliziani che passano al contrattacco riconquistando parte del territorio caduto sotto il controllo dei franchisti. Il 20 luglio, allo scadere dei quattro giorni programmati dai generali per la conquista di tutta la Spagna, sono in mano ai rivoltosi le colonie, poche città dell'Andalusia occidentale a Sud e una parte della Vecchia Castiglia e del Léon al nord. Ovunque la reazione dei proletari, dei braccianti, dei contadini è stata immediata anche se lasciata alla spontaneità e disorganizzata. È questo l'inizio di un rapido processo rivoluzionario che investe tutta la Spagna. Ovunque si formano comitati rivoluzionari di operai, di braccianti, di contadini che assumono tutto il potere; confiscano terre e le distribuiscono, requisiscono le fabbriche e ne controllano la produzione, formano sotto il loro controllo forze di polizia, aprono e gestiscono nuove scuole. I simboli del vecchio potere, le chiese, le gendarmerie, le sedi dei partiti e dei giornali di destra vengono date alle fiamme, si processano e si giustiziano i fascisti. Un pugno di giorni basta a far esplodere la rabbia immensa del popolo, accumulata in secoli di servaggio. Ma non è una collera cieca, senza prospettive. Forte è la consapevolezza fra le masse della necessità dell'organizzazione del potere proletario. Il governo centrale, che non riesce a star dietro al ritmo incalzante degli avvenimenti, è come se non ci fosse. Tutto il potere è nelle mani di un proletariato in armi fieramente determinato a combattere fino alla fine. Mentre questa potente ondata rivoluzionaria incendia la Spagna, blocca e fa retrocedere il golpe franchista, i dirigenti del PCE, scavalcati da un movimento che nulla hanno fatto per scatenare e che non controllano, ribadiscono con ostinazione che in Spagna non è all'ordine del giorno la presa del potere da parte del proletariato, ma la difesa delle conquiste democratiche garantite dalla vittoria del fronte popolare nelle elezioni del febbraio. Su l'Humanité del 3 agosto fanno scrivere per rassicurare la borghesia spagnola e internazionale: "Il popolo spagnolo non sta combattendo per stabilire la dittatura del proletariato... esso non conosce che uno scopo: la difesa dell'ordine repubblicano nel rispetto della proprietà".

La tattica, apparentemente miope e suicida del PCE, si spiega ampiamente nel quadro più complessivo della strategia staliniana. Per Stalin la questione spagnola si inserisce in un più generale disegno internazionale che tende a privilegiare gli interessi dello Stato russo rispetto a quelli della rivoluzione. L'alleanza con la Francia in funzione antitedesca rappresenta in quegli anni l'asse portante della diplomazia sovietica e a tale obiettivo va sacrificata ogni altra considerazione. Su questo punto Stalin è irremovibile: sia in Francia che in Spagna non si deve in alcun modo uscire dall'ambito di Fronti popolari intesi come ragguppamenti sul piano della democrazia borghese di forze politiche e sociali diverse. In Spagna, poi, va assolutamente evitata ogni accelerazione rivoluzionaria che possa impensierire la borghesia "democratica" di Francia e Inghilterra. Questo ripete incessantemente la stampa del Comintern, per la quale l'azione diretta delle masse è una forzatura "estremistica" che oggettivamente gioca a favore del fascismo, isolando il campo repubblicano. Palmiro Togliatti, nella sua qualità di segretario dell'Internazionale, individua la presunta peculiarità della rivoluzione spagnola nel suo carattere "popolare, nazionale e antifascista". "Noi -dichiara il PCE nell'estate del '36 proprio mentre è più forte la spinta rivoluzionarie delle masse operaie e contadine- non possiamo oggi parlare di rivoluzione proletaria in Spagna, poichè le condizioni storiche non lo consentono. Noi desideriamo solo lottare per una repubblica democratica con un contenuto sociale esteso. Non può essere questione oggi, né di dittatura del proletariato né di socialismo, ma soltanto di lotta della democrazia contro il fascismo". Il governo repubblicano, diretto dal moderato José Giral, evita così accuratamente di prendere tutte quelle decisioni che, come la proclamazione dell'indipendenza del Marocco o una radicale riforma agraria, avrebbero costituito un potente elemento di sfaldamento delle truppe controrivoluzionarie, in gran parte composte di soldati marocchini, oltre che a portare la rivoluzione nelle retrovie franchiste.

La guerra civile

Fin dai primi giorni la rivolta dei generali comincia a ricevere consistenti aiuti materiali da Hitler e da Mussolini, grazie ai quali riesce rapidamente a superare le difficoltà impreviste dovute agli insuccessi militari e al mancato appoggio della marina che è rimasta fedele alla repubblica. Le truppe more e la legione straniera che dovevano essere trasportate via mare in Spagna rimangono bloccate in Marocco; ma già nel mese di luglio un ponte aereo organizzato dai nazi-fascisti garantisce l'afflusso di queste truppe nel territorio spagnolo occupato dai rivoltosi. Rapidamente Franco può riorganizzare il suo schieramento e rilanciare con forze fresche l'offensiva verso Madrid. Il governo repubblicano è costretto a chiedere aiuto: si rivolge al governo di fronte popolare in Francia, presieduto dal socialista Léon Blum. Ma senza esito. Dopo consultazioni con gli inglesi, il governo francese dichiara di auspicare una politica di non-intervento, limitandosi ad una inconcludente azione di pressione diplomatica su Italia e Germania perchè anche le due potenze fasciste si astengano dall'intervenire apertamente in Spagna. L'URSS stessa esita. Fornire a luglio-agosto del '36 armi alla Spagna repubblicana significa irrobustire il potere del popolo in armi; il governo ufficiale non ha alcun potere, non dispone di un esercito regolare o di forze di polizia. Stalin non vuole una rivoluzione in Spagna, gli aiuti verranno concessi col contagocce e sempre mirando a irrobustire lo Stato borghese e il governo. Gli aiuti dell'URSS arriveranno e saranno pagati in oro, circa i 2/3 dell'intera riserva aurea dello stato spagnolo, non appena si profilerà una rottura dell'equilibrio fra masse e governo centrale, a favore di quest'ultimo, e quindi un principio di restaurazione. Gli aiuti sovietici sono preceduti da vari emissari dell'IC e infine da una delegazione ufficiale che stabilirà i termini dell'accordo: oltre a forniture di armi e viveri arriveranno dall'URSS tecnici militari e agenti della Ghepeu col compito, questi, di riorganizzare i servizi di polizia. Il governo Giral non ha alcuna autorità e influenza presso i proletari o i contadini per convincerli a smobilitare le strutture di potere autonome e non ha la forza materiale per farlo. Ai suoi ripetuti tentativi di sciogliere ora questo ora quel Comitato si erano opposte tutte le organizzazioni operaie, eccetto il PC. Durante i due mesi dell'estate '36 il PC si conquista con l'appoggio dato al governo Giral, la fiducia e la stima di tutte le componenti borghesi del fronte popolare, dai repubblicani ai socialisti di destra. Esso si afferma, malgrado continui ad essere una forza minoritaria all'interno del fronte popolare, come il garante più sicuro della restaurazoine del potere statale, come la forza che più di tutti crede nella continuità del potere borghese. Questo ruolo di gendarme a baluardo della democrazia borghese verrrà accresciuto dal peso che avranno nella vita politica della repubblica gli aiuti e l'assistenza sovietica. Prima ancora dell'arrivo della delegazione diplomatica russa, è il PCE, ormai controllato e diretto dagli emissari dell'IC, tra cui Togliatti, la chiave di volta della politica governativa: su iniziativa sua si procede all'inizio di settembre del '36 a un rimpasto ministeriale che porta alla formazione del governo Caballero. Esso sarà composto da esponenti di tutte le forze politiche del fronte popolare e dell'UGT e da novembre anche gli anarchici della CNT vi saranno inclusi.

Il governo Caballero

Col governo Caballero si avvia e si porta a compimento la prima tappa della restaurazione: l'eliminazione della situazione di dualismo di potere e l'accentramento del potere nelle mani dell'apparato statale centrale. Quest'opera viene realizzata quasi in maniera indolore; nel governo sono presenti tutte le forze che dirigono i comitati e i poteri locali, e queste presentano l'operazione di smantellamento delle strutture del potere proletario come dovuta alla necessità di centralizzazione delle conquiste e della direzione della rivoluzione. Gran parte dei comitati vengono sciolti o si trasformano in mere rappresentanze locali del potere centrale controllate direttamente da questo. Nelle fabbriche viene posta fine a ogni forma di controllo e di "autogestione" delle officine: gli orari di lavoro aumentano e i salari scendono di un terzo rispetto al '34-35. Nelle campagne le terre dei latifondisti stranieri o fedeli alla repubblica vengono restituite ai legittimi proprietari; si blocca in ogni regione la spinta alla collettivizzazione; le milizie armate vengono irregimentate sotto il controllo di commissari governativi, sono reintrodotti i gradi militari e le differenze di paga; si da inizio ai primi tentativi di ricostituire un esercito regolare borghese organizzando centralmente il reclutamento di leva; i reparti di polizia sotto il controllo dei comitati vengono sciolti e sostituiti progressivamente da un apparato di polizia sotto il controllo del ministro degli Interni, inquadrato da "esperti" sovietici.

La "rivolta" di Barcellona

A Barcellona nel maggio '37 il governo sferra l'ultimo attacco al potere proletario che da quella città controlla ancora di fatto il sistema di telecomunicazioni dell'intero paese. I proletari di Barcellona scendono spontaneamente in piazza, respingono le forze di polizia e per quattro giorni erigono barricate, in difesa del potere dei consigli operai. E' l'ultimo vero tentativo rivoluzionario, ma questa volta la direzione del movimento è ancora più debole: solo il POUM, estromesso dalla coalizione governativa, approva e appoggia il movimento; CNT e FAI non prendono apertamente posizione. Il governo ha mano libera nella repressione. Dopo i fatti di Barcellona la repressione colpisce con estrema violenza trotskisti, poumisti, anarchici e più in generale chiunque sia sospettato di simpatizzare per la sinistra rivoluzionaria. Il POUM viene posto fuori legge, i suoi dirigenti arrestati e condannati a pesanti pene per tradimento. Andrés Nin, leader storico del partito e del movimento operaio spagnolo, viene sequestrato e dopo atroci torture assassinato perchè rifiuta di confessare sul modello dei processi di Mosca. La polizia segreta russa ha in Spagna un'organizzazione efficiente, con proprie prigioni segrete, e gode di assoluta libertà d'azione. I rivoluzionari sono oggetto di una caccia implacabile. Molti spariscono senza lasciare traccia come l'austriaco Kurt Landau o il segretario di Trotskij, Erwinn Wolff. Di altri vengono ritrovati i corpi crivellati di pallottole, come nel caso degli anarchici italiani Berneri e Barbieri.

La sconfitta della rivoluzione

La normalizzazione della spagna repubblicana apre inevitabilmente la strada alla sconfitta anche sul piano militare. Lo svuotamento radicale delle conquiste della rivoluzione ha come immediata conseguenza la smobilitazione generale. Pochi giorni prima di essere assassinato, Camillo Berneri aveva scritto che il "dilemma guerra o rivoluzione" non aveva alcun senso e che il solo vero dilemma era "o la vittoria su Franco grazie alla guerra rivoluzionaria, o la sconfitta". Privato del suo contenuto sociale, il conflitto diventa sempre più un confronto puramente militare fra la repubblica allo stremo e le armate franchiste massicciamente appoggiate da Hitler e Mussolini. I comunisti sono i più decisi perchè si passi rapidamente dalla guerra di popolo ad una guerra classica condotta secondo le regole dell'arte militare. Forti del controllo sugli aiuti sovietici, ormai unica fonte di sopravvivenza della repubblica, il PCE alleato ai socialisti di destra determina la caduta del governo Caballero, considerato troppo movimentista, e la formazione di una nuova coalizione diretta da Juan Negrín. In pochi mesi Negrin liquida le residue milizie operaie e contadine, scioglie con la forza i comitati di villaggio dell'Aragona. La repubblica lentamente agonizza, lacerata da lotte intestine, priva del sostegno delle masse popolari, ormai demoralizzate e deluse. A partire dall'estate del '37 la guerra si trasforma in un lento stillicidio di sconfitte. Lentamente, ma inesorabilmente le truppe franchiste assumono il controllo del paese. Nel mese di giugno cade Bilbao, in ottobre tutto il nord, nel febbraio 1938 l'Aragona. Il 26 gennaio 1939 Barcellona cade nelle mani dei franchisti, il 28 marzo i fascisti entrano a Madrid, il 1 aprile tutte le potenze, eccetto l'URSS, riconoscono il governo di Franco.

Bilancio di una sconfitta

Di fronte alla tragedia spagnola molti dei protagonisti e degli storici si sono arrampicati sugli specchi per giustificare la politica del Partito comunista, sostenendo la tesi che non si poteva dividere il fronte repubblicano di fronte all'attacco franchista. I più smaliziati sull'esempio di Togliatti, che come segretario dell'IC porta gravissime responsabilità nel disastro spagnolo e nella repressione dei movimenti rivoluzionari, hanno sostenuto che si trattava di consolidare la prima fase della rivoluzione, quella democratica e che il passaggio alla seconda, quella sociale, sarebbe stato prematuro e distruttivo anche perchè la Spagna repubblicana aveva bisogno dell'appoggio esterno e nessun paese sarebbe stato disposto a fornire aiuti a un governo rivoluzionario. In realtà, è proprio l'arresto del processo rivoluzionario, la separazione meccanica ed astratta della lotta democratica dalla battaglia per il socialismo, a isolare la Spagna, a impedire il consolidamento delle conquiste democratiche, a dare nuova forza e impulso alla spinta delle masse verso forme sempre più avanzate di gestione consiliare del potere. Sciolto il rapporto che lega le masse alla rivoluzione, restaurato lo stato borghese, trasformata la guerra rivoluzionaria nel conflitto di due eserciti regolari, i lavoratori perdono ogni identificazione con gli obiettivi della lotta. L'esperienza spagnola dimostra che l'ondata rivoluzionaria ha bisogno di essere di continuo alimentata e spinta in avanti, legando indissolubilmente e sempre più stabilmente gli interessi immediati delle masse proletarie a quelli della rivoluzione. Se questo legame viene reciso l'ondata rivoluzionaria si esaurisce per rifluire nell'apatia e nel disincanto. E' l'intera esperienza del movimento operaio di questo secolo a confermare questa lezione. In Spagna, ma anche nella Francia del fronte popolare, così come nell'Italia del 1945-48 o nel Cile di Salvador Allende, l'abbandono da parte dei comunisti di una chiara posizione di classe, l'appoggio o addirittura l'entrata nei governi della borghesia in nome di un presunto "realismo" ha sempre determinato conseguenze catastrofiche per il movimento operaio.