LAURA PARIANI

LA CINTA COLOR DEL SANGUE

gennaio 1681

 

 

O minadùr, bel minadùr,

quand spusaré mé fiola?

La spusarò la spusarò

sui sassi della mina...

-e mì ch’aveva intès

int una chiesa fina.

O minadùr, bel minadùr,

dov’è l’anel dla mé fiola?

Sì sì l’anel ce lo farò

di ferro dur longa cadèna...

-e mì ch’aveva intès

una vera d’oro piena.

Minadùr, bel minadùr,

che vita la fa mé fiola?

Stalla e cassìna su per i prà

e la gerla coi sassi cavà...

-e mì ch’aveva intès

che la gudrà felicità.

dalla parte di ADELMO

Mai fatta altra vita, qui si può mica scegliere: le vacche da accudire, il taglio del fieno in estate, la raccolta delle noci e delle castagne, la legna per l’inverno, il carbone... Lo sappiamo tutti: la sorte è questa quando si nasce in valle. Ché è una terra volpina la nostra: madre severa, con questi prati erti tra le pietraie che Domineddìo ci ha dato in sorte, il verde vivo del muschio nelle forre, il campanile che dà il segnale dell’Angelus, i casolari sparsi e, in fondo, là dirimpetto al paese, le ghiacciaie dei Trìboli Santi. E, soprattutto, con la mina della Crèia, l’ultima risorsa nei periodi cattivi quando l’annata è più matrigna.

Pensateci, gente, alla Crèia, dove l’ha messa Domineddìo: scoscesa sull’erta bruciata dal gelo, ché noi del paese ci dobbiamo salire fra boschi e prati per un sentiero lungo come la fame. Un cammino nato dallo scavo di passi per gli anta-millànta seculòrum, tra pietroni alti come scalini di giganti, che nel nostro andare faticoso fan pensare a chissà come dev’essere dura la scala del paradiso... Quasi un’ora di cammino difficile, così ha voluto il Signore, sia sempre fatta la Sua volontà così in cielo come in terra. Chiaro che la discesa ci vuol di meno: ché va giù, dovrei dire precipita, per una stradaccia spaventosa simile a un canalone, di quelli che i massi dei Trìboli Santi incidono profondi sul pendio, quando rovinano a valle.

Tutto il dì alla Crèia, questa è la nostra vita, quando è stagione morta o vengono i periodi che gli Statuti lo concedono; poi la sera in paese, stracchi finiti: le spalle a pezzi e le dita grónchie. E le donne sempre al loro posto, ché in miniera possono entrarci mica. Mai, a memoria d’uomo, è successo: porterebbe male. Chi l’ha detto? Che importa, da che mondo è mondo lo sanno tutti, i nostri vecchi stavano cent’anni col culo al bagnato prima di decidere una cosa...

Ma poi è arrivata questa Dolinda del malaugurio... L’abbiamo capito tutti, fin dall’inizio, che quella fiòla in paese non poteva portare niente di buono. Troppo saporosa, non so se mi spiego, e ogni ragazza bella ci ha la sua lantiggèlla... Quelle trecce brune come da noi non se ne sono mai viste, quello spillone d’argento che mentre chiacchierava se lo toglieva e con noncuranza lo faceva girellare intorno alle labbra e alle sopracciglia: da rimanerci imbesuìti a rimirarla, ché astuzia di donna le vince tutte, si sa... E quegli occhi poi, l’avete ben vista, no? un lampo di fuoco giallo nei tagli ombrati di ciglia lunghe; lo sguardo come brace pizza. Ho sentito dire che dal suo paese l’avessero allontanata per qualche peccato di mala arte, che l’accusassero di essere una strìa insomma... L’hanno portata a Ivrea dei parenti; poi, attraverso il canonico Pogno, l’hanno mandata quassù da noi: e il gabelliere l’ha presa a servizio... Ma noialtri, gente del posto, non abbiamo mai legato con quella-lì: buondì, bonasera, Dio sia lodato e via.

Ah, certo che, se invece parlate con le vostre donne, storie ve ne conteranno tante, per sette impiccati: che sua madre era di quelle che fanno i patti con il Gran Capro... Lo sapete anche voi come parlan le donne: gli uomini hanno la bocca nel cuore, ma le donne hanno il cuore in bocca. Comunque, vero o falso quel che dicevano di lei, che ce n’importava a noi? Anche se di sicuro la razza da cui uno nasce la conta. Ah sì. Verità principe. Che o per la sella o per la spalla, un puledro deve somigliare alla cavalla che l’ha messo al mondo...

Che però la mia Francesca se la sia fatta amica è parola grossa. Al massimo ci avrà parlato assieme qualche volta. Che so io, al pascolo, alla fontana, in stalla dopo il rosario della sera: in fin dei salmi son ragazze della stessa età, tredici anni, anche se quella Dolinda sembra già una donna fatta e finita. Larga di fianchetti, non so se mi spiego. Ché io adesso sarei già andato da lei a castigarla come si fa con le donne di malaffare, se non mi sentissi queste gambe di pezza che oggi mi porto...

E pensare che era un paese così tranquillo qui da noi, fin da quando, tanti sècula-seculòrum avanti, gli àvoli nostri scelsero questi prati alti, e salirono per questi boschi a misurare, falciare, costruire baite e fienili, a scavare i primi crosi...

Ma sì, ve l’ho già detto, la Barberina, mia moglie, rifignava-su il naso e mi aveva avvertito: voleva che io intervenissi, che proibissi alla nostra Francesca di vedere quella tal fiòla. Fin dalla prima volta che si trovò davanti la Dolinda, si crociò la fronte dalla paura e se la incise di cristiani scongiuri. "Adelmo, sta’ attento, ché quella-lì porta male" mi disse la Barberina, fin da subito. E io rispondevo: "Col tempo e con la paglia maturan le sorbe; vedremo, la mia donna..." Poi, a furia di sentir ripetere ‘sta solfa, mi son deciso a ordinare alla Francesca di stare alla larga da quella forestiera, che non si sapeva da dove venisse. Ma alle ragazze di quella età l’è come predicare ai porri, lo sapete bene anche voi per esperienza. E poi che cosa ce ne possiamo noi uomini? Fuori di casa tutto il giorno come siamo. O merli o gazze, i figli son così, rari come le mosche bianche sono quelli che non rompon l’anima per qualcosa... E poi diàmine, avevo ben altro da pensare, che quelle leccherìe di donne. Lo sapete, no? come son fatte le femmine: ché gli viene un cervello di gallina a furia di stare tra becchime, odor di fumo sterco e penna, giaculatorie, foglie di salvia e lardelli e pùccia di segala... Che adesso però mi smangio il fegato di non averci prestato orecchio bastante alle dicerìe della Barberina. Ma poco vale il pensiero, se il male è già intravenuto, e il pentirsi è una morte...

Se ho colpa, la è che il lavoro quest’inverno mi ha tenebrato il cervello. Ché la conoscete anche voi la fatica bestia della mina, da spaccarsi la cannetta della schiena: quando al mattino ognuno di noi attacca la roccia, nel suo croso, dove la fatica lasciata a mezzo la sera avanti dà più facile presa al piccone; e così avanti, a misura che la caverna va internandosi. Giù a mordere la montagna, a infuriare a mazzate, quando ancora fa buio e la galleria spuzza di chiuso; a battere i denti di un freddo barbino; con le pozzanghere di acqua stagnante coperte da una crosta di ghiaccio. Quante volte a quell’ora vi ho sentito sacramentare e stramaledire il cielo, la terra, la malasorte e quel lavoro che sapeva di oscuro castigo; borbottando tra i denti, martellando appaiati: uno che regge con le due mani il ferro, l’altro affondandolo a mazzate. Ché, a ogni colpo, quello che regge il ferro gli rintrona il cervello e chiude gli occhi dal dolore. Avanti per ore, senza un minuto di posa, perché il gelo non ci incolli alla pelle la camicia zuppa di sudore...

Finché, a metà mattina, viene la pausa della merenda, quando il sole arriva a lambire l’apertura della grotta; e allora, con la luce, nella mina entrano i canti, le risa, le chiacchiere che ingannano la fatica, le canzoni imparate al reggimento dei francesi. E poi, a stomaco pieno, tutto diventa occasione di storielle: le mazzuole e picconi suggeriscono battute, la mina diventa viscere di donna da percuotere e forare con forza.

Poi, col passare delle ore, mettiamo il materiale cavato nei gerli. Meglio certo sarebbe in cassonetti di legno, da posare sulle sbarre di una slitta. Però si tratta di un peso enorme, e lo sapete bene che la strada verso valle va giù così scoscesa che la slitta bisognerebbe guidarla, perché non piombi e non disperda il carico. Ché, man mano che il sentiero scende, la corsa invelocisce: peso gravissimo che schiaccerebbe, e per soprassello l’abisso che attira... Anche un mulo ne avrebbe rotte le gambe e fiaccato il filo delle reni; perciò ci attacchiamo le nostre donne. Ché a ogni mulo morto corrono soldi, mentre a ogni donna morta basta una croce. E di croci, a consacrare il punto dove qualche portarìna è volata giù, ce ne sono tante; pace all’anima loro. Van giù con le gerle piene e la polvere tra i denti serrati, dai tempi dei tempi ci sono abituate: le donne fatte come si deve non hanno né occhi né orecchi...

Ché fin da piccoli qui i figli nostri imparano il lavoro della mina: a fare la cernita dei materiali, a aiutare i rompìni a sminuzzare le pietre nei mortai, a dare una mano ai ferràri nelle fucine: ché così si impara il mestiere: da braschìno a ferràro e poi, chissà, perfino mastro, se uno ha il suo pianeta in quell’operare-lì... E’ la regola di queste valli antiche che ci diedero il sangue; e il segreto del lavoro nostro l’abbiamo sempre ben difeso - con gli Statuti che proibiscono di andare a servire in fucine forestiere, per esempio – e in fin della fiera l’onore del comune è salvo: abbiamo sempre avuto di che pagare il tributi ai signori del momento e le nostre donne han sempre potuto comprare al mercato d’Ivrea – gran popolo di ladroni - quel che c’era di bisogno.

E invece eccoci qui disperati, con la bocca che ci fa due pieghe di male, la preghiera Tominepatifilispiritusanti che ci si gela sulle labbra, lo sguardo sgomento a ripensare a quel maledetto incidente dell’altro giorno... Come sia successo, lo so mica, la galleria era sicura: l’avevamo scavata insieme, noi stessi l’abbiamo armata, tanto che potevamo dire che era parte di noi, roba nostra. E poi, ciascuno, si sta sempre sul chi vive. Se una delle bestie che teniamo sempre in galleria se la dà a gambe, allora occorre mettersi in salvo: perché un animale sa prima di chiunque altro se qualcosa sta per rompersi e allora è tempo di scappare e alla svelta; oppure se un cuneo dei pali-spia è nella tal posizione: gambe in spalla, via, filare... Invece no, all’ispezione di mezzogiorno tutto era normale. Perfino il cagnetto del Duebargìgli c’è rimasto sotto, schiacciato. Tre morti, il Lipèt, il Pietro e lo Stragiotto. A scavare tutto un giorno siamo stati, per tirarli fuori, con quella polvere gialla finissima che accecava e mordeva la pelle... Troppo grossa l’è stata da mandare giù.

Così, quando oggi mia figlia è venuta a dirmi che la Dolinda quel giorno-là era entrata nella mina, non ci ho visto più, ho dato proprio fuori di matto. Orco boia. Sapete bene anche voi che, quando una donna entra in miniera, viene disgrazia; allora bisogna smettere il lavoro, per quel giorno lì basta. Altrimenti si rischia grosso. Lasciatelo dire a me, che son covato da gallina vecchia. Una volta una donna che si era precipitata in una galleria per dire al marito che il figlio stava male fu picchiata con tanta furia che ne ebbe le gambe rotte: ché, se si tratta della sicurezza della mina, il sangue di noialtri può perfino comandare di uccidere...

Ecco, adesso quel che dovevo ve l’ho detto. Mica potevo tenermi sul gozzo ‘sta cosa. Ora direte voi e io ascolterò. Ché se c’è da pestarla in poltiglia, quella Dolinda, son qui anch’io: i miei pugni e le braccia son forti, son pronto a farlo...

 

 

O minadùr, bel minadùr,

dove la dorme la mé fiola?

Un letto presto ce lo farò

sopra un bel fass di spini...

-e mì ch’aveva intès

lenzöj di tela fini...

O minadùr, bel minadùr,

‘sa mangerà mé fiola?

Alla mé tàura la mangerà

‘gni sorta d’erba grama...

-e mì ch’aveva intès

capponi di santa Anna.

O minadùr, bel minadùr,

‘sa beverà mé fiola?

Ogni sorta d’medisìna,

aceto negro, acqua salà...

-e mì ch’aveva intès

vino appena cavà.

 

 

dalla parte di DOLINDA

Quel che mi manca di più è il Ticino, la valle larga e luminosa dove sentivi lento l’andare delle stagioni, lo sbarlusciare del fiume tra le rame fogliose, la cappella col dipinto di San Rocch e dul só cagnö; ché io sono sempre stata divota a questo santo, perché è uno come noialtri puarìtti che andiamo pé-in-tèra... Ma laggiù al mepaés non ci potevo più vivere perché memà e menòna le hanno mazzate come streghe: sepolte senza croci, senza piatti di fave, con soltanto un bicchiere di vino rovesciato... Di loro mi è rimasto ben poco, tranne questo spillone d’argento che tengo tra i capelli; senza contare la cintura di bombasìna rossa, ricamata dei nomi delle mie ave: la Viulànta che mai rideva, la Pulònia che mai piangeva, la Demètria che mai mangiava, la Martìria che mai dormiva... La porto alla vita, la cintura rossa; sulla pelle nuda, come mi insegnò memà.

Ogni fiurén al nâss cunt ul só cavagnö, ma il mio è stato davvero troppo pesanto. Dicevano che anch’io ero segnata dalla nascita. Mica vero: la colpa è solo del fatto che la nostra era la casa del Mancatutto, mepà l’han portato via i francesi quando io ero appena nata e, senza un uomo a difenderle, per delle donne l’è düra, per cui ci si doveva ingegnare come si poteva. Certo, menòna e memà mi hanno insegnato anche a me a andar per prati e boschi in cerca di erbe da farne medicine, così come loro avevano appreso dalle só àvole. Ma la gente si sa com’è fatta: quando la va bene ti cerca, quando la va male comincia a mormorare; come spola attraverso il telaio volano le male dicerìe. E i legami di sangue pesano: una catena dagli anelli enormi che qualcuno mi ha caricato sulle spalle; di piombo grigio e peso, da cui posso mica liberarmi.

Così, per salvarmi par la pell dul cü, i cugini di mepà mi hanno mandata via, quassù da un lontano parente di parenti. Ma qui non è gente buona, tutti craponi chiusi, e la famiglia dove sto a servizio mi tratta come fossi ‘na bestia: la padrona l’é stizzénta tame ‘na passera biotta; lui, il gabelliere, si crede ‘l padrûn de la melunéra, ma quando mangia si ingozza e fa rumore digustoso con la bocca e a stargli vicino ti volta l’anima dal tanto che spuzza d’aglio. Però mio zio, che mi ha compagnato fin qui, mi ha consigliato di tener da conto ‘l fiato e di adattarmi: "Gnanca le dita da la man înn longhi-nó cumpàgn: devi sopportare, tusa, col tempo passa...". Ah, tutti quei discorsi sul tempo galantuomo che mi sono dovuta sorbire: che Roma non fu fatta in un giorno, che la gatta frettolosa fece i gattini ciechi, che presto e bene non stanno insieme, che la più lunga strada è la più prossima a casa... Ne ho sentite per sette vescovi... Così, per tutti questi mesi, mi è toccato mandar giù di quei strangugliòni: mangiare pan e spüa da farmi risci’are le busecche, perché tutti in questo paese dell’òstrega dormono cunt ul cü traverso...

Ci ho provato a adattarmi, giüru sprefóndu, oh se ci ho provato, ma le cose mica si sono aggiustate. Paura e pena, ecco cosa sono state le mie giornate qui. Unico momento tranquillo è quando la sera mi lavo e via a letto, con il mattone scaldato; oppure, come adesso, quando mi siedo qui da sola a guardare il fuoco. E l’onda calda del sangue mi agguanta... "La fiamma è fiato di Dio" diceva menòna... E quanti colori fa: dal verde al rosso fino all’oro, mi sento come la regina di una favola che non mi hanno mai contata. Ecco sì, è il tempo del c’era-una-volta-e-una-volta-non-c’era, sono una regina in viaggio per i miei possedimenti, e ora mi sono fermata un momento a riposare ché la strada è lunga lunga, e ripeto sottovoce i nomi delle mie ave che porto ricamati sulla cintura rossa come il sangue... Sì, sarebbe bello essere regina di terre e di uomini, padrona di qualcosa che mi facesse trionfante e sicura; nessuno oserebbe toccarmi, farmi del male...

Invece sono soltanto una tusa strappata al sopaés da un vento vigliacco che non si vede; con intorno ‘sta gente che parla perché ci ha solo la léngoa in bocca, infilzando una frase cattiva dietro l’altra... Una poratùsa stanca, ché dopo aver fatto tutto il giorno buche e banche per i piantamenti, chinata a spargere letame da ingrasso, ga vegn la dranèra. In queste settimane poi che i maiali son stati ammazzati e c’era da pelarli con le raschie di ferro, prima di attaccarli coi cavicchi alla scala a pioli... E poi a cuocere sanguinacci, a macinare la carne. Lavoro, sempre lavoro...

La sapete la canzùn dul Barbatûs? Fa così:

La cansùn del Barbatûs

ché ul fìg l’é mìa la nûs,

e la nûs l’é mìa ul fìg,

né ‘l parént l’é mìa l’amìs,

né la tèra l’é mìa ‘l fromént,

né ‘l fromént l’é mìa la tèra,

né la pas l’é mìa la guèra...

Ah, al mio paese perlomeno la sera si cantava e si ballava all’osteria di mezìu. Invece qui in montagna il guaio è che le sere non passano mai. Mai un ballo, mai una festa; sempre vicino al fuoco a ascoltare menare il torrone con quelle lunghe favole truci sui lupi della foresta, stupide storie sulle trappole delle gallerie che affondano nelle montagne alla Crèia. ‘Crosi’ le chiamano qui: pozzi scuri, dove manca l’aria. Buchi fondi dove pare che malèfici giganti l’abbiano ben frugata la terra. Ché la vena del ferro è mica a fior di roccia, m’hanno spiegato.

Apriti cielo quando ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a vederle! Impossibile! divieto assoluto di entrarci... Ché a una donna tocca soltanto guardarla da fuori, la mina, allo steccato degli Albini dove ci portano le cavagne di materiale cavato; rimirarla da lontano quella bocca smisurata aperta all’aria, mentre fischia la bufera e il vento mulìna le farfalline di neve. Altrimenti, se una ci entrasse, guàja. Quanti ball da Pédar Gall, direbbe menòna buonanima, che la Madonna l’abbracci tutta là dove sta adesso... Figurarsi! le femmine non ci possono entrare "perché la mina è cosa di uomini!". E allora perché tocca alle femmine sgonnellare giù a valle con le gerle in spalla? Siamo noi ragazze le portarìne: facciamo a turno, e quando tocca a me, tremo per la strada ripida e il troppo peso e il passo che spitüga sull’erba secca e la neve. Ché il cuore per lo stremìzzi si sente di più e nella bocca fa saliva amara... Ogni tanto qualcuna vola giù nel burrone, e s’ciàu. Poi ti mettono una croce, pensa che soddisfazione... Ché a chi è poverettina il Signore le manda questa morte-qui improvvisa, che una va all’altro mondo senza gnanche fare in tempo a vedere il suo buco del culo.

Un posto lugubre la Creia. Pare che la montagna sia ferita. Epperquesto la gente di questo paese è sempre trista, scura in volto... Per non parlare delle ragazze, tutte dei pezzi di sasso, che pensano oggi e parlano domani. Ché qui c’è un proverbio sulle donne: per essere lodata o morta o maritata. Nessun’altra possibilità per chi è nata femmina. E, per soprassello della malasorte, io sono forestiera. I primi tempi neanche mi capivano quando parlavo. Facevano come se non fossi presente... Proprio vero che è meglio essere di man battuta che di lingua ferita... E’ stata dura, delle sere crollavo sul mio paglione e piangevo di nascondòni; ché solo quando nessuno ti vede, si può piangere, diceva memà...

Senza contare poi che gli uomini mi fanno l’occhiolino e dicono cose che mi metton vergogna. Delle volte, di notte, dentro i visceri mi girano quelle loro parole sull’amore della carne, mi pare di agitarmi come in un lago di palta schifosa. L’ossessione rapinosa e feroce nel loro sguardo quando vengon giù dalla mina, con quella striscia di sporco intorno agli occhi, il gorgoglìo delle risa grasse dopo una battuta, con tale scuotimento di reni...

Incassare e tacere mi tocca, come mi hanno insegnato menòna e memà; a incassare in silenzio e odiare. Odiarli tutti.

L’unico conforto è stata l’amicizia con la Francesca che ha la mia stessa età, anche se pare più bambina perché non ci ha ancora avuto le sue regole. Ché non sa proprio niente la Francesca, delle cose dell’amore... Perciò le ho spiegato come si fa a sapere che uomo si avrà in sorte: basta mettere sotto il cuscino tre scartozzi con dentro un fagiolo: nel primo uno pelato, nel secondo uno pelato a metà e nel terzo uno intero. Allo svegliarsi si buttan via a caso due scartozzìni e si guarda nell’ultimo: se c’è dentro il fagiolo pelato, ti devi aspettare un marito disperato; se è intiero, invece sarà ricco; se a metà, così così... Poi alla fine di gennaio, quando viene San Paolo dei Segni, si mette fuori dalla finestra una scodella d’acqua con dentro un soldino di rame; e all’alba il ghiaccio che si è formato nella scodella ti indica che lavoro farà lo sposo che ti ha assegnato la sorte. Son cose che mi ha insegnato memà, che gliele aveva raccontate menòna...

Be’, qualche momento bello l’ho passato anche qui. Un pomeriggio che s’andava per lamponi, con la Francesca, l’estate scorsa: arrivate che siamo presso la cappella di Santa Barbara, abbiamo trovato un "pozzo dei desideri". L’ho riconosciuto subito: dalle mie parti ce ne sono più d’uno nei boschi, con un mezzo arco di sasso a coprire il buco; e, nel bordo di pietre, delle nicchiette in cui menòna mi contava che si mettono le offerte di ringraziamento, quando uno dei nostri desideri si avvera. Presempio, ci va una donna che aspetta un bambino, ne beve l’acqua a mani giunte e poi si inginocchia a pregare; oppure una spusa che ci ha ul só òmm lontano, butta un nastro nel pozzo per fare in modo che torni... Ma la Francesca diceva che non era possibile, "Come fai a credere a queste cose?" diceva. "Non solo ci credo: lo so per certo" le ho risposto, suasìva. E mi sono messa giù ginuggiòni e ho chiesto di andarmene via da ‘sto maledetto paese prima che arrivi la prossima primavera. "Se il pozzo mi esaudirà, verrò a offrire in ringraziamento qualcosa di mio"...

E’ la semenza di una stirpe di regine, spersa e superba, che parla in me in certi momenti. Curva sull’acqua del pozzo dei desideri ho visto il mio viso lungo e scuro, i due occhi che lampeggiavano giallo nel taglio obliquo: parevo davvero una regina... Poter diventare acqua...

E’ bello il posto dove sta il pozzo dei desideri: in una radura di felci, dove le rane granchiano alla strangolata; poi, oltrepassata una striscia di bosco, ci si affaccia su un pendio da cui si vede la cascata delle Toffanelle che piomba a valle come un nastro bianco; un salto impressionante, potente, quasquàsi fa male a guardarlo, e quando il vento si alza, scompiglia l’acqua e fa ventagli d’arcobaleno. Poter essere acqua, così pura e libera di andare...

Alla Francesca ho raccontato della mia cintura rossa, le ho mostrato i nomi delle mie ave, così come me li ha insegnati menòna: la Viulànta che mai rideva, la Pulònia che mai piangeva, la Demètria che mai mangiava, la Martìria che mai dormiva...

Ma perché questa gente non mi lascia in pace? Ecco, sono entrate tre vecchie: si siedono sulla panca di fronte a me, tutte aggomitolate negli scialli neri, si muovono solo i grani scuri delle loro corone del rosario tra quelle dita che paiono radici d’albero e dalle bocche si vede sbuffar fuori un po’ di fiato per il freddo... Mi fanno venire in mente le vecchie di certe cantilene che mi cantavano da piscinìna:

Vüna la fila, vüna la tàja,

vüna la fa ‘l cappél da pàja...

Cosa sono venute qui a far pollaio, queste tre befane? A spiarmi?... Amen, che guardino pure.

Che cosa volete vedere, stronze? La mia faccia? E vabbe’, come volete, fate pure, ché da parte mia posso fissarvi negli occhi e nessuna di voi si accorgerà che ho pianto, nessuna mi sentirà lamentarsi, mai.

Se la Dolinda ne avesse voglia, potrebbe anche parlarvi, fredda, distaccata; e nessuna di voi saprebbe mai in quale abisso, oscuro, orribile, irraggiungibile – a chiunque irraggiungibile – la povera Dolinda sia caduta.

Voialtri tutti...

Ho come l’impressione di essere sprofondata in una forra di acqua scura, gelata; che voialtri, che ne siete fuori, mi teniate la testa qui sotto, fino a soffocarmi. E, quando siete sicuri che per me è finita, ridiate con sollievo dalla riva. Annaspo annaspo, cerco di afferrarmi a qualcosa, ma l’acqua è fonda, i sassi sono scivolosi di muschi, non riesco a tenere la presa con le dita, la gola mi si riempie di foglie marce. E vi guardo dallo sprofondo dove mi avete costretto, da questo dolore che mi soffoca, dal mio buio di disperazione.

Buio. Sì, è la parola giusta, l’immagine giusta; voialtri camminate là in alto, dove arriva il sole, mi sembra davvero di vedervi tra i rami dei salici che si sporgono sulla forra dove mi avete gettato; e qui sotto è scurità, gelo e silenzio.

Che tutti mi dimentichino. Che il mio nome sia cancellato. Che nessuno sappia che io giaccio qui sul fondo ghiacciato, con la mia pena grande come quella di nessun altro.

Ma forse l’angelo dul Signùr mi vedrà, dicono che a lui non sfugga niente, e che il dolore è merito ai suoi occhi, ma non so se sia vero...

Ma tanto a me che me n’infàla di ‘ste tre vecchie barbògie? Mica sto facendo niente di male: guardo il fuoco, rivango i miei ricordi... Le parole che vampano fuori dalla mia testa, senza rumore.

E’ che l’inverno da queste parti è davvero troppo lungo. Nelle altre stagioni è diverso. Presempio, quando devo seguire pecore e capre; a volte c’è anche la mucca da portare al pascolo. Le bestie cercano i pendii soleggiati e da ogni parte è tutto uno scampanellare, un continuo di belati... Ma di gennaio, come tarda il sole in questa valle. Il laghetto resta ghiacciato. Finché arriva la luce e allora le cime, le rocce, i nevai e le foreste fumano vapori. E da lontano vengono i colpi delle mazze degli uomini della Crèia, che battono i minuti delle ore eterne. Un paesaggio triste, col fitto delle pinete, le forre profondamente incise, le conchette umide dove d’autunno è tutto un infuriare maledetto di còlchici viola; e poi la punta del campanile aguzzo come ne avevo mai visti, le bèole grigie del tetto della chiesa coperte di muschi, il cimitero con le fiammelle verdi nelle notti d’estate.

Sì, alla Crèia ci volevo andar dentro da tempo: spesso sono stata a spiare gli uomini quando a mezzodì lasciavano la grotta per andare a imboschirsi per fare i só bisogni, per poi stravacâss-gió sfiniti nel prato, alla piena luce del sole. Neri come fichi. Ma avvicinarmi di più non osavo. Quando ti tocca la giornata che devi fare la portarìna, le gerle te le fanno trovare alla baita degli Albini, più sotto, mica ti lasciano andare fino all’apertura...

Cosa negata rende curiosi. Epperciò smaniavo di sapere come fosse fatta la mina, dal di dentro. Soprattutto quel mistero della sera, quel silenzio ansioso di rovina imminente, quando i colpi di piccone smettevano; seguito poi da un rimbombo spaventevole, di un grido come di bestia. M’han detto che sono gli uomini che gridano a una voce quando il più anziano dà il segnale di smettere. Chissà...

La notte qui è muta come un deserto. Più di una volta ho sognato di entrarci alla Crèia: si apriva la terra, uomini nudi mi si facevano attorno circondandomi, curvi su di me, ispida la barba di molti giorni. E mi facevano sentire come farfalla presa nel vischio. Mi svegliavo agitando le mani come una matta-biràga, con la voglia di pulirmele nelle coperte.

E’ successo che una delle capre che avevo in custodia ha preso il sentiero per la bocca della caverna, l’ho seguita quasi senza accorgermi; il tempo al gh’avea giò ‘na musella e mi aveva presa una tal noia... Sentivo, lontano, nel profondo delle gallerie, quel martellare accanito. Ho fatto qualche passo dentro. Le pareti dell’ingresso gettavano ombre strane, spezzavano raggi; le rocce avevano facce lucentissime di brillante e spaccature sottili sottili come tagli di lama affilata. Ma, a far paura più di ogni altra cosa, era la rabbia di quel picchiare che veniva dal fondo... Dietro una svolta ho intravisto ombre di giganti che si muovevano sulla parete. Li ho spiati: nudi, le guance e gli occhi accesi di collera cieca, patapìm, patapàm. Spaventosi... Sono scappata via, la schiena curva per non toccare la volta, ho sbattuto la testa, abbrancata alla parete.

Poi ho saputo che quel pomeriggio è crollata una galleria, qualcuno c’è rimasto, la campana ha suonato a lutto. Proprio tre giorni fa.

Non dovevo raccontarlo alla Francesca: adesso nessuno mi rivolge più la parola, e in più mi sono accorta che mi sorvegliano. Ma io non ho fatto niente. Basta, tira molla e messéda, non dirò più nulla, mi dovranno cavar fuori i paròll cunt la tenàja. E poi, in fin della fiera cosa mi potranno fare di castigo? Al massimo mi cacceranno via da qui... Oppure...

Ecco, la padrona che arriva. Non parla, con un cenno degli occhi mi ordina di andare a svuotare la cenere e mi tende la secchia.

"Datemi" rispondo, e vado fuori richiudendomi la porta alle spalle.

Fa freddo in questi giorni di gennaio, un freddo becco ché è annata di poca neve e la terra, guardatela, pare un corpo enorme e dolorìto che si torce dal male sotto il soffio di questa maledetta tramontana.

C’è qualcuno che mi sta spiando, lo sento – lo sentite anche voi? – laggiù oltre lo steccato. Farò finta di niente, scaverò una buca qui al piede del melo, per buttarvi la cenere in modo che il vento non se la porti via. Ma sotto la crosticina di neve la terra è ghiacciata, dura come metallo... Amen, cercherò di calcare la cenere con il piede. Sì, ho proprio l’impressione che qualcosa stia per succedere, che qualcuno abbia alzato il paletto della portina e stia entrando nell’orto. Ho paura...

Non mi volterò a guardarlo, farò finta di niente... Come mi batte forte il cuore. E’ che questa cenere grigia mi dà un senso di tristezza e di morte. Che sciocchezza, dovrei pensare a qualcosa di bello, reagire, ritrovare i pensieri del pozzo dei desideri...

Sono più di uno, li intravedo con la coda dell’occhio. Sono venuti a punirmi, ma perché, se io non ho fatto niente? Devo buttarmi in ginocchio? Chiedere pietà?

Senza sapere perché lo faccio – come insegnamento di tutte le mie ave, venuto da dentro... – mi levo lo spillone d’argento; infilo la mano sotto la veste, mi slego la cintura che porto a fior di pelle, coi nomi ricamati - la Viulànta che mai rideva, la Pulònia che mai piangeva, la Demètria che mai mangiava, la Martìria che mai dormiva... -, la lascio cadere sul terreno: che qualcuno raccolga la mia povera eredità. Poi poggio la spalla sul tronco del melo, la mano sulla parte sinistra del petto, come faceva memà. Chiudo gli occhi, in bocca sento il sapore della fine, ma canto...

 

 

O minadùr, bel minadùr,

coma l’è morta la mé fiola?

L’è morta sì l’è morta

l’è morta con gran torment...

-e mì ch’aveva intès

ch’era morta pietosament.

Minadùr, bel minadùr,

‘sa canteré a la mé fiola?

Sulla tomba ci canterò

canzòn che picca e che martella.

-e mì ch’aveva intès

che la vida l’era mìa cruella.

 

dalla parte di FRANCESCA

Strana era strana, raccontava cose che non stanno né in cielo né in terra: che al suo paese si mangiava così, che ci si vestiva cosà, e parlava diverso da noi. Quando dovevo dirle qualcosa, mi toccava parlare adagio, sapevo che se avessi fatto in fretta la Dolinda non avrebbe capito; cercavo di parlare come fa Madre quando scendiamo al mercato di Ivrea a vendere formaggini. Qualche volta la trovavo immobile in cucina, poggiata alla credenza, come una statua, mica pareva una persona viva; succedeva spesso che restasse imbambolata anche per ore in qualche sua fantasticheria. Proprio una statua senza vita, vi dico: non sentiva e non rispondeva, inutile insistere; se la scuotevi, era perfin capace di strillare.

Si sta bene qui alla cappella di Santa Barbara, eh?... Così soletti, tranquilli; con soltanto i lumini bruciati dell’altro giorno, quando quei tre sono stati sepolti... Non c’è neppure il rumore della cascata delle Toffanelle, adesso che è ghiacciata; solo il galoppare delle nuvole bianche. "Poter essere acqua" ha detto una volta la Dolinda, e guardava il balzo della cascata che piombava dall’alto... Era il pomeriggio che trovammo il pozzo dei desideri che sta qui, in fondo a questa radura.

No, a Madre mica l’ho detto, starei fresca. Madre vedeva la Dolinda come il fumo negli occhi; diceva che l’avevano cacciata dal suo paese perché ne aveva fatte di rava e di ravetta, che chissà da che rattatòja di malearti era venuta fuori, e che non poteva che insegnarmi malesempi... Ché avevamo la stessa età, io e la Dolinda, ma lei l’aveva già tirato fuori il germoglio, mentre a me ce ne manca... Lei sempre a inventare qualche modo per imbrogliare, per lavorar di meno: ne sapeva una più del diavolo. Epperciò Madre diceva: "Stacci lontana, che il carbone o scotta o tinge."

Così qualche giorno fa, quando l’ho incontrata alla riale, che veniva già dalla discesa della Crèia correndo come una furia, subito l’ho capito che aveva combinato il guaio: mi ha fatto proprio paura, scarmigliata com’era, la faccia imbrattata di polvere, il vestito a brandelli. Ho capito subito che era entrata nella mina... Sono scappata via, pareva davvero una strìa.

E quel pomeriggio, quando ho sentito la campana della Crèia suonare a martello, mi sono mancati i ginocchi. Davvero "chi non l’ha mai sentita è meglio", ripete sempre Madre, "ché almeno non avrà lo spirito turbato per tutta la vita". Perché quando lassù qualcuno la suona vuol dire sciagura, che non c’è da sperare nulla di buono. Le donne di quelli che lavorano alla mina lo sanno bene; si chiedono, quando sentono la campana: a chi sarà toccato? E corrono su per l’erta, urlando e s’attaccano allo steccato degli Albini, finché non arriva un uomo a spiegare; e solo al momento della certezza, tacciono e piegano la testa, sia fatta la volontà di Domineddìo...

Quella sera la Dolinda è poi venuta a cercarmi nel cortile della legnaia.

"Ho saputo che è crollata una galleria" mi ha detto. Si vedeva che era spaventata a morte.

Le ho scosso il braccio con rabbia: "Non dovevi entrare."

E lei a difendersi: "Non avevo brutte intenzioni, sono entrata solo per dare un’occhiatina."

"Sei pazza, - le ho detto - lo sai cosa significa una donna in una miniera?" Lei piangeva, io urlavo: "Hai visto cosa hai combinato?"

"Ti prego, non dire così..." era bianca come un lenzuolo.

"Sono morti in tre!"

"Non dare a me la colpa!"

"Io la colpa la do a chi se la merita" ho gridato e sono rientrata sbattendo la porta.

E lei è rimasta là fuori, citta citta, smorfiata che non sapeva più che dire.

Come avrà fatto a entrare nella mina senza che nessuno si accorgesse, non lo capisco proprio: dev’esser stato un momento che Domineddìo era voltato dall’altra parte. E, arrivati al tandèmm, non so davvero cosa pensare. Al campo delle cento pertiche. Ci ho il cervello che donda...

Certo che ho raccontato tutta la storia a Padre: ho dovuto. E’ peccato tacere certe cose... Alla Dolinda no, non le ho detto la rabbia degli uomini, non l’ho avvertita di quel che stava per succedere. Mica son scema: non potevo farlo, l’avrebbero fatta pagare anche a me.

Adesso, a ripensarci, sento dentro tutto un rimescolio, non so se ho fatto bene, anche se il curato in confessione mi ha detto stamattina che ho agito giusto. E poi basta, non voglio chiedermi il perché, nessun perché: ché quando cominci a farti certe domande, ti vien voglia di scappare... Domande che sembrano certi steccati di legno marcio, su certi dannati sentierini sospesi sui burroni; posti a cui non ci si deve poggiare, avvicinare, perché dietro c’è il vuoto, si vola giù... Comunque, quel che è fatto è fatto, guai se tremasse l’obbedienza a Padre e Madre: "Certe cose non si possono tacere" dicono i vecchi e hanno occhi duri e senza domande. E’ la legge del nostro paese.

E poi io sono diversa dalla Dolinda, io certe cose mai le avrei fatte, lei era una... be’ forse proprio una strega no, ma matta lo era di certo...

Ma ieri sera non sono riuscita a combinare niente di buono. Mi son messa vicino al camino, in mezzo alle altre donne. C’era un silenzio di tomba. Ho cercato di quietarmi nel lavoro: a ricamare federe per la dote di quando andrò sposa, che chissà quando sarà, il giorno del mai... Certo può anche essere bello guardare i fiori di filo azzurro che nascono sulla tela, compiacersi del lavoro ben fatto, delle parole delle mie sorelle più grandi che lodano e invidiano. Per qualche momento ti pare perfino di star facendo cose molto importanti... Erano tutte gentili con me ieri sera, ché mi sono venute le regole, il sangue insomma; e Madre mi ha detto: "Ora sei donna, basta bambinate, devi rigare diritto!"... E stanotte non riuscivo a dormire, sarà stato per questi maledetti dolori di ventre, sarà stato per la cintura della Dolinda che ho raccolto nell’orto e ho nascosto, senza dirlo a Madre... Perché, ogni volta che chiudevo gli occhi, la Dolinda mi si parava davanti...

Ché io l’altrieri gli uomini li ho spiati: hanno aspettato la festa per riunirsi a parlare, a rompere il pianeta... Ho visto quando Padre l’ha seguita nell’orto, vicino al melo. Mi aspettavo che lei scappasse via, come fa il maiale quando viene la sua ora, che gira l’aia in giostra per sfuggire il coltello. Invece no, s’è lasciata legare senza dire né bi né bo... Da non crederci. Gli uomini l’hanno portata sotto la cascata delle Toffanelle che adesso è tutta gelata. Hanno rotto il ghiaccio del bacino, le hanno cacciato la testa sott’acqua. Solo allora lei ha pianto: stava per crepare ma aveva la forza di opporsi, chiedeva pietà, si dibatteva. Finché non si sono decisi a darle il colpo di grazia e lei non si è mossa più. Padre l’ha buttata dentro nel buco, le erbe d’acqua sicuramente le avranno legato i piedi sul fondo, e poi il ghiaccio nella notte si è riformato...

Che silenzio adesso, qualsiasi parola sembra far male, e il frusciare del vento tra le rame pare l’andare del sangue, lo sgocciolare del sangue tra le mie gambe.

Se mi fa pena, la Dolinda? Non so.

Cosa sono venuta a fare qui, a quello che la Dolinda chiamava il "pozzo dei desideri"? Ma, forse sto facendo una scemata, ché se Madre lo venisse a sapere... Ma lei, la Dolinda, una sera della scorsa estate disse – era proprio lì dove state voi adesso – che voleva esprimere un desiderio. "Che prima della prossima estate me ne vada via da questo paese", proprio così parlò, perché lei non ne poteva più dei nostri posti. In ginocchio su quella pietra. E disse che se il suo desiderio fosse stato esaudito sarebbe tornata qui a gettare nel pozzo qualcosa di suo, come fosse un regalo di ringraziamento... Vedete questa cintura che tengo in mano? L’ho trovata nell’orto, sotto il melo, vicino alla secchia di cenere che Padre ha rovesciato con un calcio. Così rossa, come sangue. Pare la fascia che porta Santa Barbara, così come i pittori frescanti l’hanno raffigurata nella nostra cappella.

Ho pensato che la Dolinda, poverettina, adesso sta laggiù sotto il ghiaccio e non potrà più venire qui al pozzo a portare qualcosa in ringraziamento... Perché in un certo senso è vero che la Dolinda ha ottenuto d’andarsene da qui: il pozzo le ha dato una via di uscita, anche se forse non era quella che lei sperava... Così arrotolo la cintura e la infilo nella nicchia più piccola, tra una pietra e l’altra. Le felci tra poco cresceranno a nasconderla, nessuno la scoprirà.

Non so perché l’ho fatto, non chiedetemelo.