Alla vigilia del primo giorno di lavoro, i nuovi furono chiamati in direzione, me compreso. Ci chiesero quale fosse il turno che si preferiva. Io coglione scelsi dalle sei alle quattordici. A tutti fecero la paternale e in special modo a me che ero il più giovane. Per prima cosa il Direttore volle vedere le mani. Gliele porsi, le guardò con l’attenzione del chiromante e poi: "Tu con queste mani durerai otto giorni. Sono mani da donna. Troppo delicate. Qui ci vogliono uomini e non damerini. Sei ben piantato, non c’è che dire. Ma un vero minatore si vede subito". Gli dissi "Sì signor mio. Lei m’ha rotto le palle con le mani. Mani che del resto han rotto tanti musi malgrado l’apparenza fragile".

Nessuno gli parlava mai così e questo lo indispettì molto, però mi tenne. Al mattino dopo aver fatto colazione ed essermi infagottato partii. Unica cosa che avevo di buono era una berretta di lana gialla residuato di guerra. Faceva freddo, tanto freddo per il vento del nord. Mille aghi mi trafiggevano dappertutto. Perché il vento non mi spaccasse il cuore mi girai e andai al lavoro camminando all’indietro. Sognavo una coperta o un paltò, tutti erano armati con giubbotti e pelliccia, io no, giacca estiva, camicia maglione marina braghe di tela e scarpe bucate. Ripeto era indecenza.

Avevo la morte addosso e camminavo in mezzo alla strada apposta perché qualche macchina mi schiacciasse, invece mi giravano attorno gridandomi dietro "vaffanculo". Arrivammo al cancello: la solita faccia di poliziotto controllava i ritardi, poi di fronte a noi un gran cartello con il grafico degli infortuni e incidenti. Era il mio viatico quella tabella mortifera. Giunti ai bagni-spogliatoio, il bagnino mi diede la mia catena in dotazione e sparì. La catena arrivava all’altezza della testa con in fondo un secchiello per il sapone e due o tre ganci. Ci si spogliava e s’attaccavano i vestiti borghesi con le scarpe sotto e l’asciugamano li avvolgeva. A operazione terminata si tirava su la catena cinque o sei metri e all’occhiello un solido lucchetto; così si faceva anche finito il lavoro, attaccando i panni sporchi della mina. L’ambiente era caldo e confortevole. E di fronte alle catene una fila doppia di docce.

Quando ebbi appeso tutto con cura alla catena, restai nudo come tutti; tanti mi vennero attorno. Il mio corpo abbronzato destava un misto d’ammirazione e di malinconia. Il mio era sole d’Italia, si vedeva bene per il contrasto bianco della parte dello slip.

Qualcuno mi toccò come per toccare un pezzettino di suolo natio giunto fresco dall’Italia io ringhiai e sparirono. Mi vestii con scarpe pesanti che m’impacciavano i movimenti e andai a ritirare la medaglia che mi era stata assegnata. Ero diventato un numero, il 43. Fumai ancora una sigaretta, poi controllai bene le tasche per via dei fiammiferi. Uno può portarsi le sigarette sotto perché si devono masticare per l’arsura, ma guai se ti trovano un fiammifero. Ci sono sei mesi di lavori forzati al Petit Château di Bruxelles.

Mi unii agli altri e varcai la soglia che portava alla stanza delle lampade. Qui un vecchio chef perquisiva tutti con molto zelo. Mi misi in coda per ritirare la mia lampada: era la 214. Si accendeva girandola. Era alta circa un piede (32 centimetri) pesava tre chili. Aveva un gancio per attaccarla alla cintura. Passai al magazzino. Mi diedero un piccone con il manico corto e un grande badile. Fra gli arnesi e tutto quello che avevo addosso ero molto impacciato. Salii la scala a chiocciola dietro agli altri e arrivai su una specie di ponte dove passavano le berline in convoglio vuoto. Feci un po’ di strada. Passai davanti a un capitello dove troneggiavano santa Barbara e san Leonardo, una per il fuoco e uno per le corde. Li salutai anch’io con rispetto, proseguii, girai a destra, mi trovai in un atrio, pieno di scambi. Il pavimento era di lastre di ferro, a destra avevo la bocca spalancata del pozzo. Piano girai la testa a sinistra e là con un libro in mano i "chef", tutti di fronte a me, gambe larghe e seri. Sembravano antichi guerrieri, tutti giganti.

L’angoscia aumentava man mano che se ne andavano tutti. Io ero in disparte e dimenticato. Nessun capo scriveva il mio nome. Faceva freddo, ero a petto nudo sotto la giacchina di tela. Sparirono tutti nel pozzo grande, sopra l’ascensore capace di portare quarantacinque persone. Lo vidi sparire giù sorretto da una corda sottile per tanto peso. Mi si serrò la gola. Finalmente s’accorsero di me.

Mi venne vicino uno alto e magro, rosso di capelli. Parlava l’italiano stentato dei nati lì da padre italiano. Mi domandò se ero il "nuovo" e il numero. Dissi "43". Lo scrisse nel libretto. Mi fece cenno di seguirlo. Caricai l’armamentario e lo tenni sotto le braccia perché le mani erano gelate e non potevo più muoverle.

Scendemmo le scale di nuovo e si montò nell’ascensore piccolo. L’ascensore è chiamato treno. Chiusero la gabbia e suonarono tre colpi. La corda piatta dette uno scossone e si partì. Sul trenino che quando era pieno teneva venticinque persone. Eravamo io e il capo. Accese la lampada, subito un misto di benzolo di muffa e di bagnato mi saltò al naso. Tentai di parlare al capo, ma questi m’ignorava completamente. Teneva le mani strette alle sbarre trasversali della gabbia di polli ed era tutto teso. Dunque anche il bastardone aveva paura. Figurarsi il povero cane che ero io. Dovevo stare accovacciato perché la gabbia era alta un metro per piano ed erano tre i piani. Il treno cominciò a prendere velocità, lunghe scintille partivano dalla guide traballanti. Con la lampada illuminavo il passaggio e vedevo migliaia di pali tutti marci e fradici di acqua, che cadeva continua in quel budello circolare. Chiusi gli occhi per non vedere tanto orrore. Uno strappone me li fece aprire di colpo: eravamo arrivati a quattrocento metri. Si fermò per caricare un capo che doveva venire più giù.

Io mi scostai un po’ per lasciare comodo il nuovo arrivato.

Ma questi mi consigliò di tenermi dentro più che potevo. Poco tempo prima forse sei mesi, uno aveva perso la testa solo perché un attimo l’aveva sporta. A mille e novanta metri se la videro arrivare come un razzo, per poco quella testa non ne uccise degli altri che aspettavano il treno.

Mi raggomitolai tutto come un serpente, e cercai di covare un paio di lacrime. Non ci riuscii e mi rimase il nodo alla gola. Quello che stavo passando in quel momento era semplicemente spaventoso, orribile. Man mano che si scendeva le orecchie cominciarono a gonfiarsi sempre più, non sentivo più niente, la testa pesava come una pietra di mulino. Quando si arrivò le orecchie mi scoppiarono.

Eravamo entrati a più di un chilometro sotto terra per via verticale. Sbarcai dal treno, mi trovai su uno spiazzo largo una decina di metri con una porta in fondo.

La temperatura era sui 30-40 gradi di calore. Mi sciolsi dal freddo e mi trovai in uno stato di benessere tale che non so descrivere. Però durò poco: il sudore fece subito la sua comparsa. Ci levammo la giacca e l’attaccammo al chiodo e si partì. Tutto mi sembrava irreale e morto. Vivevo in un altro mondo fatto di silenzio tombale e di violenti rumori.

 

Raul Rossetti

da "Schiena di vetro" Einaudi Editore