INTRUSIONI

Nelle gallerie c’erano binari, vagoni, c’erano stazioni.

Portavano uomini e minerali, portavano uomini minerali. Andavano a mungere il burro della terra, che sta insaccato in fondo ai pozzi, in corpo alle montagne.

Sbriciolano la terra per estrarli, scrostano dalle rocce la sostanza intrusa per offrirla a un altare di superficie.

Processano i minerali trasformandoli infine in un residuo da scartare. Noi specie umana siamo addetti alla macina del pianeta, diamo l’ultima mescolata alla cristalleria del sottosuolo ed è subito cenere. Siamo innocenti, abbiamo freddo, fame, sempre più freddo e fame. Quanto più bruciamo, tanto più cresce il numero di assetati, digiuni. La miniera svuotata mostra le nostre viscere non quelle della terra.

Le gallerie sotterranee sono il nostro intestino.

Abbiamo imparato dalle formiche per lo scavo nel corpo che sta sotto i nostri piedi. Abbiamo spinto i nostri operai nei cunicoli del buio fradicio, con l’ombra inchiodata al soffitto dalla lampada bassa, curvi alla raccolta del materiale tiepido e coetaneo d’infanzia del pianeta. Il sottosuolo è grembo di madre ridotta in schiavitù. Delle schiere di figli ne abbiamo sacrificati uno su mille, e a dirla millesima, la parte suona leggera. Quando la vedi esplosa, soffocata, crollata a migliaia di vite dentro le gallerie, sai di preciso che anche loro, i nostri uomini erano minerali, erano combustibile per l’energia erogata in superficie. Erano materia, uno su mille, migliaia sopra milioni, impalati vivi per alzare di qualche grado centigrado l’agio nelle stanze.

E venne il progresso, il martello a raffica penumatica nelle grotte del talco, venne la nuvola di polvere che non si posava mai, passava mai, tritata fina, per fissarsi bene agli alveoli dei polmoni. Venne il progresso e nelle gallerie si aprivano fornelli e camere di scoppio per la dinamite, la miniera sputava i suoi filoni, il piccone trovava il residuo di carica inesploso e completava l’opera in braccio e in faccia al minatore. Venne a forza di battaglie il sincero e unico progresso, la giornata di otto ore.

Serve aria in miniera, bisogna invitare il vento, un ingresso e un’uscita, perché il vento è furbo e non si fa acchiappare e rinchiudere, perché il vento è viaggio e nelle gallerie sta stretto e sbatte. Serve acqua in miniera per abbassare il denso delle polveri, il silicio, l’anidride carbonica, per fare affiorare l’ossigeno dal fango. Serve l’asciutto in miniera quando gronda dal soffitto e infradicia le spalle. Serve fortuna in miniera, ma pure all’aperto che non ti colga una frana, una valanga. Perché la montagna sembra ferma e immobile dal fondo della valle, ma quando ci sali si muove, scarica pietre, neve e si sgrulla come la schiena del cane. Le montagne scricchiolano al vento, mandano a dire, dopo è troppo tardi. E ora non serve nient’altro in miniera, non ha più valore il suo tesoro e non c’è più bisogno di quella vita di salario sudato e tremato. Sia fatta la volontà del progresso che per avidità saccheggia altrove. Nessuno s’inabissa più sottoterra a togliere dal fondo quello che viene tolto a lui. Nessuno più qui svuota se stesso a colpi di piccone, di pala e di vagone. Ecco il pozzo del tesoro lasciato, la vita versata in ginocchio sotto la fiamma fredda dell’acetilene.

Se questo pianeta è nostro, ecco la nostra cura verso la non provata proprietà: un labirinto di canali svuotati e abbandonati.

Se è nostra la terra, qui vediamo quello che ne abbiamo fatto.

Troppo il danno e il dolore: meglio credere che non è nostra, che noi siamo solo i suoi ladri, gli svaligiatori di fortune e riserve naturali. A nessuno venga in mente qui sotto l’immagine di una Babele capovolta. Quelli della scrittura sacra volevano piantare una tenda nel cielo, raggiungerlo a piedi. Qui sotto non cercavamo il centro della terra, solo il suo bottino, da scorticare e incenerire infine. Babele era un gradino per abitare il cielo.

"Quando usciamo inciampiamo nelle stelle, perché le stelle non le vediamo più".

Di tante canzoni dedicate a balconi, cieli, stanze, un paio di versi sono finiti in omaggio pure ai minatori. Anche se loro non ci sono più, da qualche parte le strofe * possono raggiungerli. Perché qualcuno qualche volta riesce a scrivere agli assenti per sempre, ai venuti prima. Riesce a farli affacciare dall’altrove dove stanno insieme. E possiamo vederli inciampare nelle stelle, perché uscire all’aperto dà effetto di vertigine. E bisogna reggersi a un braccio, a una ringhiera. Succede anche a chi esce di prigione. Che possano anche quegli edifici un giorno essere deserti come le miniere.

Lì, dove oggi si estrae il tempo grezzo dalla vita dei condannati per trasformarlo in pena, fatturata dalla contabilità dei tribunali, lì restino fuori cardine le dieci porte e muto il catenaccio. Sarà molto più difficile spiegare che razza di miniere erano e che vantaggio portavano in superficie.

E ora da un’altra parte del mondo degli uomini si infilano nelle gallerie, nelle grotte sul fianco dei monti dell’Afganistan, accendono un detonatore e le fanno crollare. Sono soldati venuti da molto lontano a sfondare porte aperte. Sono strani e stranieri minatori che cercano di estrarre dalle rocce altri uomini, vivi o morti, dai cunicoli in cui si accampano. Sono intrusi e prima o poi se ne andranno, torneranno alle loro case, non tutti, e terminerà anche questa intrusione nel corpo della terra, con l’uomo minatore dell’uomo.

Erri De Luca

 

 

 

 

 

* di De Gregori