Massimo Carlotto

Umberto 1° per grazia di DIO e volontà della nazione RE d’ITALIA, vista la domanda del 29 aprile 1888 con la quale l’avvocato Antonio Melis Leo (fu sindaco di Iglesias) in qualità di rappresentante della The Victoria Mining Company, e visto il processo verbale redatto dall’ingegnere dell’ufficio delle miniere Michele Anselmo e il piano topografico relativo datato Gutturu Pala 11 gennaio 1889 firmato dall’ingegnere Carlo Marx abbiamo decretato che alla The Victoria Mining Company, rappresentata in Italia dal commendatore Giorgio Henfrey, è fatta concessione della miniera di piombo argentifero e zinco denominata Su Zurfuru situata nel territorio del comune di Fluminimaggiore.

Roma addì 30 giugno 1889.

La gente del paese girava alla larga dall’ingegnere Carlo Marx. Non solo per la soggezione derivante dal titolo o per la difficoltà di pronunciarne il cognome (dopo un po’, per decisione comune, venne semplificato in s’ingegneri Marsa) ma soprattutto per quel corvo appollaiato sulla spalla che lo accompagnava ovunque. Gli abitanti non capivano perché quello strano personaggio, che dirigeva due miniere poco lontane, si aggirasse nei dintorni misurando e saggiando il terreno. Tutti credevano che quella non fosse terra da scavare. Dalla notte dei tempi si coltivava e si allevava bestiame.

Il giovane ingegnere tedesco non ci badava troppo. Aveva già abbastanza pensieri per la testa per preoccuparsi dell’ignoranza del popolino. Le due miniere che dirigeva nelle vicinanze battevano la fiacca a causa dei macchinari obsoleti delle laverie e mister Henfrey pretendeva utili sempre maggiori per la compagnia, altrimenti lo avrebbe rispedito a casa. E lui in Germania non ci voleva proprio tornare. Amava quella terra, non solo per la ricchezza delle sue viscere, ma anche per il mare che appariva all’improvviso, alla fine dei sentieri che si arrampicavano sulle montagne.

A quarant’anni sentiva il bisogno di mettere finalmente radici e quello gli sembrava proprio il posto giusto. I suoi calcoli erano esatti ma il progetto era ambizioso: la miniera di Su Zurfuru avrebbe rilanciato l’attività mineraria ma una nuova laveria meccanica avrebbe necessitato di motori idraulici e della costruzione di un canale lungo ben quattro chilometri per deviare il fiume Riu Mannu dalla località di Pubusinu, per la considerevole cifra di 115.000 lire. Doveva assolutamente trovare qualcuno disposto a rischiare un discreto capitale. Marx ebbe un inatteso colpo di fortuna nell’incontro con un impresario piemontese, Giorgio Bernardino Arnodo di Socinto di Valchiusella, che si era trasferito a Fluminimaggiore nella casa della moglie Grazia Concas per gestirne il patrimonio.

L’impresaro, come lo chiamavano in paese, già attivo nella costruzione dei forni per la torrefazione della calamina, si propose per costruire laveria e canale. S’ingegneri tirò un sospiro di sollievo e il progetto, dopo la regia approvazione attesa per oltre un anno, poté finalmente realizzarsi.

Certo Marx non si sarebbe mai aspettato che il progresso tecnologico potesse provocare tanta ingratitudine. Il nuovo secolo era alle porte e il paese avrebbe solo potuto prosperare con la miniera. Aveva previsto circa quattrocento posti di lavoro e le vene di piombo e zinco non si sarebbero esaurite tanto presto.

In realtà i guai per l’ingegnere furono causati dal piemontese. Da buon imprenditore, Arnodo, aveva deciso di risparmiare sui costi della muratura realizzando lunghi tratti del canale in pietra e fango. Appena iniziati i lavori, il fango fece scivolare una frana che seppellì un giovane operaio. Ziu Luisu, che aveva rischiato di fare la stessa fine, tornato in paese raccontò a tutti che "mancai do fessada su compangiu motu a su costau!", che erano stati costretti a continuare il lavoro fino alla fine della giornata con il cadavere adagiato ai margini dello scavo.

Le frane continuarono a ostruire il canale e l’impresaro, per evitare ritardi nei lavori, mandava gli operai di notte a prosciugare il canale per la ripulitura, chiudendo un occhio sulle trote e le anguille che finivano nelle bisacce delle maestranze.

I guai seri iniziarono quando entrò in funzione la laveria e gli abitanti di Fluminimaggiore si resero conto che il canale sottraeva quasi tutta l’acqua del fiume assetando persone, bestie e campi. Inoltre quella che arrivava in paese era inquinata degli scarichi del trattamento dei minerali. Il Regio Ufficio delle Miniere ricevette una montagna di lettere di protesta e fu costretta a effettuare una perizia intitolata "Reclamo di alcuni comunisti (abitanti) di Fluminimaggiore circa la dispersione delle acque lungo il canale della laveria" che concluse a favore dell’amministrazione mineraria, indicando la causa nella scarsità delle piogge invernali.

I risparmi di Arnodo sul rivestimento del canale fece diventare l’acqua che arrivava al paese "trulla", torbida e satura di fango. Le donne stanche di dover cercare in montagna ruscelli limpidi dove poter lavare i panni si rivoltarono, obbligando i mariti a prendere provvedimenti. E così, di notte, l’imbocco della deviazione iniziò a riempirsi di pietre e frasche.

Marx si rivolse ai carabinieri che iniziarono a pattugliare i punti a rischio ma i loro cavalli si avvelenarono bevendo l’acqua a valle della laveria e alcuni morirono. I militi diventarono improvvisamente distratti e le azioni di sabotaggio continuarono indisturbate.

Nel frattempo Giuseppe Lepori, il sindaco, aveva iniziato a riempire bottiglie di acqua "trulla", che etichettava e protocollava con precisione e poi spediva al Dirigente del Corpo Reale delle Miniere. Con altrettanta puntigliosità spediva ordinanze all’ingegnere tedesco affinché ponesse fine all’inquinamento. Marx non si disturbava nemmeno a rispondere. Era convinto che fosse il prezzo da pagare al progresso e a quattrocento posti di lavoro. Di parere opposto gli sconosciuti che una notte uccisero il corvo per rappresaglia mentre il suo padrone riposava.

S’ingegneri Marsa senza l’uccello appollaiato sulla spalla non era più lo stesso. La gente non si abituò mai all’assenza del pennuto e quando il tedesco morì dieci anni più tardi, fu spinta dal rimorso a scrivere sulla lapide del cimitero di Iglesias: "Qui giace Carlo Marx dopo trent’anni di perseverante lavoro nelle miniere sarde".

Il tedesco e il piemontese riuscirono facilmente a dividere il paese. Da un lato agricoltori e pastori, dall’altro i minatori che vedevano nelle proteste un pericolo costante per il posto di lavoro. Ciò avvenne a seguito dell’ennesimo incidente causato dalla politica di risparmio di Arnodo: un muro di sostegno della discarica della laveria crollò riversando nel fiume velenose scorie chimiche. Per placare la rivolta minacciarono la sospensione dei lavori e il conseguente licenziamento delle maestranze.

Il clima a Fluminimaggiore si fece teso e greve. Le due fazioni assunsero posizioni inconciliabili. La miniera attirava una grande massa di lavoratori che avevano abbandonato i campi convinti di emanciparsi, nonostante i rischi di un lavoro malsano e pericoloso. I contadini e i pastori, invece, erano rimasti legati al loro mondo semplice, scandito da ritmi lenti, solitari e rispettosi della natura. I pastori erano i più accaniti nemici della compagnia. La terra che usciva dalla miniera invadeva i pascoli e il brillare delle mine spaventava e disperdeva le greggi.

I rappresentanti del popolo, che sedevano sui banchi del consiglio comunale, erano in preda all’imbarazzo. Non sapevano da che parte stare. La difficile situazione si risolse grazie al deciso intervento di un altro piemontese, Stefano Massole, nativo di Lessolo in provincia di Ivrea. Massole, ricco commerciante e proprietario di un discreto patrimonio immobiliare, si schierò dalla parte dei minatori, affermando che l’inquinamento delle acque era provocato dalle laverie di altre miniere, in particolare Candiazzus e Montenuovo, che dipendevano da altri comuni. L’argomento più convincente riguardò quelle 20.000 lire mensili che i minatori lasciavano nelle botteghe del paese. Con grande abilità riuscì a ottenere dall’amministrazione mineraria la promessa di lavori di risanamento. In effetti venne immediatamente costruito un doppio labirinto per purificare le acque fangose, che non risolse il problema ma contribuì a placare gli animi per un certo periodo.

La pace si interruppe qualche anno più tardi quando qualcuno iniziò a usare l’esplosivo delle miniere per dirimere le controversie. Gli obiettivi bersagliati con maggiore frequenza erano gli esercizi pubblici. In particolare l’albergo con annessa trattoria della sorelle Rancarani, le quali, note per essere coriacee e poco inclini a farsi intimidire, avevano escogitato un sistema di scivoli che applicavano nottetempo alle finestre e alle porte per obbligare i dinamitardi a posare gli ordigni a una certa distanza.

Il sottoprefetto del circondario di Iglesias, Dario Gutierrez, per porre fine all’ondata di deflagrazioni che turbavano il sonno di Fluminimaggiore, istituì la Compagnia Barracellare (un gruppo di vigilantes territoriali che operò in Sardegna fino agli anni Cinquanta) e obbligò l’amministrazione comunale a dotare il paese di illuminazione pubblica.

In realtà l’idea era venuta a Carlo Marx che da tempo aveva predisposto l’illuminazione elettrica della miniera di Su Zurfuru. Le gore inquinate del Riu Mannu erano in grado di produrre l’energia necessaria e di notte la laveria risplendeva di una luce sconosciuta, che eccitava la fantasia e la curiosità della gente, abituata a illuminare le case con lampade ad olio di semi di lentisco e le strade con "su lugori" della luna.

Ogni notte una fila di persone saliva fino a Su Zurfuru a osservare il fenomeno chiamato "sa currenti". Attendevano il momento dell’accensione, stupite che bastasse ruotare un interruttore per accendere contemporaneamente tutte le lampade e poi ridiscendevano a valle commentando a voce alta. La gente disertò poi la laveria quando una delle macchine alimentate da "sa currenti" stritolò l’operaio Vincenzo Arrius di diciassette anni.

Il consiglio comunale però non seguì il consiglio del tedesco e comprò lampioni a petrolio nel numero di cinquantaquattro, che divennero subito obiettivo dei dinamitardi, al punto che primo lampionaio di Fluminimaggiore venne nominato un fabbro, tale Celestino Marras, che poteva eseguire nella sua bottega le continue riparazioni.

L’elettricità rischiarò le notti del paese solo dalla processione in onore di Sant’Antonio da Padova del giugno del 1913, ma subì una brusca interruzione nel 1920, in occasione della medesima ricorrenza, quando la dinamite distrusse un palo della linea durante il comizio del sindaco. I carabinieri arrestarono tutti i facinorosi del luogo ma i responsabili non vennero mai identificati. In compenso il prefetto ordinò il licenziamento dell’unico operaio elettricista, militante del partito socialista.

Giorgio Bernardino Arnodo morì nel cantiere minerario di Malacalzetta mentre ne sovrintendeva i lavori. Carlo Marx, dopo il corvo, perse così un altro amico prezioso. La gente continuava ad evitarlo anche se i minatori ormai lo rispettavano. La sua colpa era quella di appartenere all’amministrazione mineraria che continuava a elargire stipendi da fame e imporre orari estenuanti. Quando l’estrazione dei minerali veniva interrotta per i lavori di manutenzione, i minatori diventavano operai ma non percepivano una lira. E quando qualcuno moriva nelle gallerie infestate dai topi risaliva in superficie solo alla fine del turno. Marx pensava a fare bene il suo lavoro ma i minatori si ammalavano e lui fingeva di non vederli. Agli scioperi i carabinieri picchiavano e arrestavano. Qualche volta tiravano anche il grilletto dei moschetti ma lui non era mai presente, camminava tra i boschi e si stupiva del colore del mare. Non volle mai capire fino in fondo quella terra ma scelse di morirci. A cinquant’anni.

Su Zurfuru non cambiò mai. Continuò a essere una miniera maledetta per quelli che entravano attraverso la stretta porta della galleria principale. Quando il mercato decise che non fruttava abbastanza la chiusero e licenziarono tutti. La lotta dei minatori sardi fu un continuo tradimento. Nessuno ebbe mai il coraggio di dire loro che quella stagione era finita per sempre.

Oggi a Su Zurfuru entrano solo i disperati. Quelli che non hanno lavoro e sono stanchi delle promesse. "Da qui non usciamo fino a quando non ci danno una risposta". Arrivano i giornalisti che si chiedono come si possa resistere in quelle gallerie fetide e allagate. I vecchi seduti all’esterno, quasi tutti ex minatori, li osservano in silenzio.