A senso unico
VALENTINO PARLATO
Le notizie che arrivano dalla Palestina sono atroci. Cannonate, decine e decine di morti, immagini di uomini con le mani alzate e chiusi in campi. Bush ha lanciato un ennesimo appello al ritiro delle truppe israeliane, ma è un appello che non richiede ascolto. Colin Powell sarà in Palestina solo venerdì prossimo e Sharon ha tutto il tempo per sistemare le cose, Arafat compreso, il quale più che la vita deve perdere ogni residuo prestigio. Di qui a venerdì altre morti: militari e terroristi lavoreranno di conserva. Violenza, paura, imbarbarimento. Tra lo stato di Israele e il popolo palestinese (oppresso e disperso) la sproporzione di forze è clamorosa, tale che chi si dichiara contro "il pacifismo a senso unico" è fondamentalmente ipocrita: chiedere la pace per chi vede il suo territorio occupato, per chi è aggredito da uno dei migliori eserciti del mondo non è a senso unico, ma nel senso necessario nella situazione data. Assistiamo all'abbandono della causa palestinese, complice il terrorismo kamikaze, che fa riemergere la terribile, inaccettabile, accusa di antisemitismo contro i palestinesi e chi cerca di difenderli. Il riemergere della sola parola, antisemitismo, è micidiale.

Ma anche Israele, per quanto armato e finanziato, è lasciato solo. Occupi, spari, si difenda o aggredisca, sono soltanto affari suoi dei quali deve prendersi la responsabilità e temere la vendetta. L'Occidente che è stato, e può essere ancora, la patria dell'antisemitismo evita ogni intervento di protezione, assai più che di moderazione: la famosa globalizzazione si ferma, quasi che su quell'insanguinante territorio campeggiasse la scritta hic sunt leones. Qualcuno ha parlato di viltà dell'Europa, verrebbe da replicare con qualcsoa di peggio: che ammazzino e si lascino ammazzare. Forse un residuo di antisemitismo rimosso?

Quella della Palestina e di Israele è una tragedia della quale, almeno nel medio periodo, nessuno può prevedere gli esiti. Ma proprio per questo, in questo orizzonte sconfortante, le manifestazioni per la pace in Palestina (fondamentalmente univoche, cioè a difesa dei palestinesi) che ieri ci sono state in tante città d'Europa e anche a Roma, vanno assunte come un segno positivo, un segno di impegnata partecipazione, il rifiuto di scaricarsi la coscienza e dire, "sono affari loro". E proprio per questo la partecipazione di parte degli ebrei della diaspora è stata positiva, ludica e generosa. A Roma lo striscione con la scritta, "Gli ebrei contro l'occupazione" faceva giustizia di altre scritte o esibizioni miopi e vili, fatte da chi scambia l'amore per la propria causa con una partita di calcio. E ancora egualmente, o più importante, è stata la partecipazione delle persone delle varie città d'Europa, delle persone che a differenza dei loro governi sanno che la Palestina è vicina.

Certo, ma forse era inevitabile dati i tempi, alcune di queste manifestazioni, a Roma soprattutto, hanno sofferto di una dissociazione delle forze istituzionali - sindacati e partiti di centrosinistra - che pure le avevano accettate o promosse. E' stato il rivelatore delle attuali difficoltà della nostra politica e della nostra cultura di fronte a una vicenda veramente globale che non si può confinare in un territorio, purtroppo storico, del Medioriente. La favola parla di noi.