PRODOTTO E MODELLO DELLA COMPETIZIONE IMPERIALISTA

L’ARMAMENTO

Se consideriamo l’evoluzione della produzione e della diffusione degli armamenti nell’ultimo decennio, in nessun altro settore della produzione capitalistica possiamo meglio caratterizzare la natura mondiale del mercato e dell’imperialismo. Si potrebbe anche dire che ogni epoca nello sviluppo del capitalismo si riassume nella forma tipica del suo armamento: ai tempi di Engels, quando l’Inghilterra era ancora la prima potenza egemone del capitalismo, la corazzata, "la moderna nave da battaglia non solo è un prodotto, ma nello stesso tempo è un campione della grande industria moderna, un’officina galleggiante specializzata invero nella produzione di…sperpero di denaro. Il paese nel quale la grande industria ha raggiunto il più alto sviluppo ha quasi il monopolio della costruzione di queste navi". Oggi il mercato mondiale vede estendersi il capitalismo in tutto il mondo formando in continuazione potenze emergenti che accentuano la produzione di armi con relativo mercato che assolve anche funzioni anticicliche. E, per quanto alla guerra per mare sia subentrata quella spaziale come elemento strategico, ancora oggi suona profetica l’osservazione di Engels: "Lo stato, al quale oggi una nave costa tanto quanto costava prima un’intera piccola flotta…deve rassegnarsi al fatto che queste navi, così care, siano invecchiate e abbiano quindi perduto il loro valore prima ancora di scendere in mare".

ITALIANI BRAVA GENTE

Per quanto riguarda l’esportazione di materiale bellico autorizzata dal governo italiano, c’è da premettere che la Presidenza del Consiglio dei Ministri è tenuta a presentare al Parlamento una relazione annuale (art.5, legge 185/90). Ciò dovrebbe assicurare, almeno al governo e ai parlamentari, se non proprio ai pacifici cittadini, la certezza e trasparenza sulle dimensioni del fenomeno, nonché l’osservanza del divieto di esportazione verso paesi che violano i diritti umani. Ma, come tante altre, anche questa è una pia illusione, se proprio i governi finiscono per incorrere in veri e propri "falsi in bilancio" come quello in cui inciampò il governo D’Alema allorché il 31 marzo 1999 il Generale Cucchi, suo consigliere militare, presentò la relazione relativa alle armi prodotte e vendute dall'Italia nel 1998, da cui risultava un calo del 6% rispetto all’anno precedente. Si scoprì, ad opera di due ricercatori dell’osservatorio di Firenze sul commercio delle armi (Oscar), che quei valori forniti dal consigliere militare di D’Alema non erano dovuti ad un’improvvisa riconversione dell'industria bellica, ma semplicemente a un'"illusione ottica" provocata da due gravi errori contabili e di trascrizione (marchi per lire e miliardi per milioni). La gaffe, denunciata con conti e tabelle da Oscar, e ammessa dalla Presidenza del consiglio, mostrava un aumento del 30%, anziché un calo del 6%.

Sempre in materia di bilancio della difesa italiana occorre inoltre molta attenzione anche nel discernere i dati sulle spese militari. Nella legge finanziaria 2000 (circa 33 mila miliardi) erano stanziati, all’apparenza, solo 1.985 mld (pari però al +6.4% rispetto all’anno precedente e intorno al 2% del PIL e immensamente inferiore a quello per sanità e istruzione), per la maggior parte stipendi e armamenti. E’ necessario però precisare che le spese effettive per gli armamenti sono decisamente più elevate rispetto a quanto indicato nel bilancio della Difesa: vengono infatti inserite anche nel bilancio del ministero dell'Industria o derivano da impegni presi con provvedimenti specifici. Per il nuovo cacciabombardiere europeo Eurofighter, 16.000 mld, furono stabilite modalità di ripartizione della spesa all'interno delle finanziarie dei vari anni, includendola nella voce generica dei finanziamenti per il settore aeronautico (legge 266, 1997). La corrispondete rata per l'Eurofighter relativa all'anno 2000 è di 820 mld, ma si prevede che verrà ultimato nel 2006. Nel bilancio del Ministero della Difesa non rientrano poi i soldi necessari alle missioni estere che vengono invece finanziate con apposite misure, e che attualmente coinvolgono circa 10.000 militari (l'anno precedente erano 2.823). Considerando quindi anche le voci esterne al bilancio della Difesa, la spesa complessiva è decisamente superiore a quanto dichiarato. Ad esempio nel 1998 la Difesa italiana ha speso più di 40.000 mld (secondo dati Nato) rispetto ai 30.855 previsti in bilancio.

Nella produzione di armi "leggere" (mitra, fucili, pistole, granate), l’Italia è il 3° produttore del mondo. L’ipocrisia e il cinismo in questo campo sono spudorati: esistono regolamenti, "codici di comportamento", embargo e si prevedono controlli di carattere internazionale che vietano di esportare armi…. verso paesi in stato di conflitto, come se le armi non dovessero servire a fare la guerra! Infatti, in barba ad ogni normativa del genere, il 65% di tale export, che è ancora cresciuto del 41% in un anno, per un giro d’affari di 2.596 miliardi (fonte: Carta), è diretto proprio nel così detto Sud del mondo (specie in Colombia e in Indonesia). In questo Sud, prendendo solo l’Africa dell’ultimo decennio 1990-99, queste armi hanno fatto più di 40 milioni di vittime (Le Monde Diplomatique), pari a quattro volte la prima guerra mondiale.

LICENZA UMANITARIA DI UCCIDERE

Qualche ingenuo potrebbe pensare che la gran massa di armi prodotte e vendute nel mondo sia il risultato di una colossale infrazione criminale delle leggi, che esistono e sono tante. Eppure le fonti ci ammoniscono che la quasi totalità delle armi leggere vendute fuori dal controllo degli stati è stata fabbricata e venduta in modo legale (Le Monde Diplomatique, gen. 2000). E si tratta di un mercato che tira e che rende, se nel mondo si moltiplica la capacità produttiva, soprattutto con produzioni "su licenza". Dal 1960 al 1999 è raddoppiato il numero di paesi che produce armi leggere, mentre il numero di fabbricanti si è moltiplicato per 6. La produzione "su licenza" è fonte di inganno sulla reale consistenza della produzione di armamenti. Le apparenze possono dare l’immagine, ad esempio, di una Unione Europea in fase di stasi. Ma recenti ricerche valutano che 385 imprese in 64 paesi fabbricano armi e munizioni (cifra sicuramente al di sotto della realtà, dato il segreto in questo campo). Nello stesso periodo (1960-99), 14 paesi firmano accordi di produzione su licenza a favore di imprese presenti in 46 paesi per lo più "in via di sviluppo", tra cui Brasile, Cile, Nord e Sud Corea, Egitto, India, Indonesia, Pakistan, Singapore, Sud Africa, Turchia, che hanno poi esportato. La produzione su licenza permette, fra gli altri, ai paesi dell’Est di liberarsi delle armi leggere usate dal Patto di Varsavia per rifarsi uno stock in regola con gli standard Nato.

Questa enorme "industria del massacro", come la chiamava Engels, è oggi giunta ad una ben articolata divisione di compiti sul mercato mondiale, che vede diverse figure riunite tramite quella dell’intermediario, dal produttore al venditore al compratore, al trasportatore al finanziatore all’assicuratore. L’intermediario non è mai il proprietario e il territorio su cui si svolgono le transazioni non è mai quello in cui entrano le armi. Nessuno meglio dei fabbricanti sa come eludere ed aggirare le norme, i divieti, i regolamenti, i codici di comportamento di cui sopra.

Qualche esempio: l’impresa britannica Heckler & Koch, produttrice del mitra Mp5, non può vendere certo illegalmente. Ma, a dispetto dell’embargo decretato dalle Nazioni Unite contro la ex Jugoslavia nel 1991, i combattenti in Bosnia-Erzegovina e in Serbia erano in possesso di mitra Mp5 di questa impresa. Gli stessi che nel 1998 venivano forniti, in numero di 500, alle forze speciali di polizia indonesiana (kopasons) che le avrebbero brutalmente usate nella repressione a Timor Est, ma non dalla Heckler & Koch bensì dalla fabbrica turca MkeK, …su licenza. Tali armi erano state fabbricate nel 1996 a Nottingham e persino l’addestramento dei kopasons indonesiani al loro uso è attestato da documentari inglesi e tutta la tortuosa vicenda mostra implicazioni del governo inglese. Fra l’altro, il caso dell’Indonesia è un emblema del cinismo umanitario con cui oggi si predica e si razzola, senza distinzione tra governi di sinistra o di destra. Anche la belga FN Herstal ha trasferito in Indonesia conoscenze tecnologiche per la produzioni per fucili d'assalto. Tra il 1992 ed il 1996 l'Indonesia ha acquistato armi per oltre due miliardi di dollari, utilizzate principalmente contro gli abitanti di Timor Est. In quell’occasione furono usati persino jet britannici Hawks. Tra i principali fornitori vi sono sfacciatamente proprio quei Paesi che decisero poi l’intervento umanitario sotto l’ombrello ONU. Infatti, tra il 1994 ed il 1995 la Germania ha venduto al regime di Jakarta un'intera flotta; nel 1997 la Gran Bretagna ha esportato 50  carri armati per 130 milioni $, 303 veicoli blindati  e 16 aerei d'attacco; l'Australia 20 aerei militari; la Francia sistemi missilistici; gli Stati Uniti, tra le varie esportazioni, …bastoni elettrici per elettroshock. Lo stesso imperialismo italiano, in questo un po’ meno straccione del solito, ha autorizzato, nel corso degli anni ’90, contratti con l'Indonesia per una sessantina di miliardi, con un picco di circa 50 miliardi, proprio nel 1994, anno in cui la Commissione dei diritti umani dell’ONU condannava il regime di Suharto per violazione dei diritti umani. Una breve sospensione, all’italiana, in ossequio alla legge 185,… e già subito nel '95 le relazioni commerciali riprendevano a pieno ritmo, mentre il parlamento europeo continuava ad esprimere parere favorevole alla cessazione degli aiuti militari a Jakarta. Ancora nel 1997 il Ministro della Difesa Andreatta firmava un accordo di cooperazione militare Italia-Indonesia. (fonte: Amnesty International).

Altro caso emblematico è quello della Pakistan Ordnance Factory, impresa statale che impiega circa 40.000 persone: nel 1986 vendeva per circa 30 milioni di $ all’anno e prevede di esportare per circa 150 milioni di $. Essa produce su licenza per la Heckler & Kock e per la Royal Ordnance, filiale della British Aerospace. Produce pure mitragliatrici Mg3 della tedesca Rheinmetal, consentendo così alla Germania di esportare armi in Kuwait, aggirando l’ostacolo della legge tedesca che vieta di esportare armi in Medio Oriente. Le fonti (cfr. S. Wright, dir. Fondazione Omega di Manchester) ne sottolineano l’abilità nel fornire certificati alla utilizzazione finale delle armi.

LA SANTA BARBARA ATOMICA

Ma veniamo alle armi atomiche. Oggi, dopo i trattati internazionali che avrebbero dovuto porre fine alla proliferazione nucleare, un recente studio del Natural Resources Defense Council di Washington sulle armi nucleari ci informa che c’è in circolazione un quantitativo di ordigni atomici sufficiente a far esplodere il pianeta. La valutazione complessiva è di 31.535 bombe atomiche e il numero è da ritenersi sicuramente sottostimato in quanto considera solo gli stati che hanno ammesso ufficialmente di possederne, cioè USA (10.500 bombe), Russia (20.000), Gran Bretagna (185), Francia (450), Cina (400). Mancano i dati relativi a Israele, India e Pakistan, che non hanno ammesso di essere in possesso di bombe atomiche, mentre come è noto India e Pakistan hanno già effettuato 5 test nucleari. In Europa sono dislocate nelle varie basi americane circa 150 bombe atomiche (45 in Germania, 30 in Gran Bretagna e Italia, 15 in Turchia, 10 in Belgio, Olanda e Grecia). Le 30 atomiche italiane, tutte del tipo B61 (per avere un’idea visiva della loro potenza, ognuna è 200 volte più potente rispetto a quelle di Hiroshima e Nagasaki), sono divise, ha precisato R. Norris, coautore di quella ricerca, tra le basi di Aviano (circa 20 bombe) e Ghedi Torre, Presso Brescia.

A parte quelle dislocate nelle basi per l'uso da parte di missili e bombardieri, una buona parte sono nei sottomarini che rappresentano l'unico mezzo in grado di circolare più o meno liberamente con il proprio carico distruttivo. La superficialità dell’ecologismo alla moda trascura questo "inquinamento" degli oceani quando le petroliere versano in mare il loro carico di morte. Per gli Stati Uniti, quasi il 40% delle loro testate nucleari sono nei 18 sottomarini che compongono la flotta nucleare americana. Di questi, in media la metà sono in giro per il mondo, due o tre per oceano, media identica a quella dei tempi della guerra fredda. Naturalmente anche qui gli accordi internazionali non intaccano la proliferazione. Lo Start 2 prevede il dimezzamento della flotta di sottomarini americani armati con missili balistici Trident, e per contro il Pentagono nel 1999 acquista più di 400 missili. Altri paesi, che non entrano negli accordi, continuano a costruirne. Ad es. la Francia pianifica la costruzione di 6 sottomarini per testate nucleari, di cui ha già varato 2. Ma tutti possono fabbricarsi oggi bombe atomiche. Lo schema è fornito via internet (sito della Federation of American Scientists) e il plutonio necessario all’innesco della reazione nucleare è disponibile grazie ai 400 reattori dislocati in 20 paesi.

Non possiamo qui addentrarci nel complesso capitolo degli armamenti "strategici", in particolare in quello dei sistemi anti-missili, nonché dei relativi dibattiti sulle teorie strategiche in cui si sviluppa sempre più la competizione interimperialistica, ma è certo che i progetti USA vadano ben oltre i trattati a-b-m degli anni Settanta, nel tentativo soprattutto di mantenere il ruolo di superpotenza del pianeta nei confronti non certo più dell’URSS ma delle "potenze emergenti" in Asia, di cui le schermaglie con la Cina di questi giorni mostrano le prime avvisaglie.

 

DL