Senza stato né legge. 8 marzo: per liberarsi dalle tutele, frantumare i modelli, riprenderci la vita


Difficile, almeno per me, parlare dell'otto marzo.
Da un lato questa è una data che, come dicono molte donne, ci ha r8, perché diventata nel corso del tempo una commemorazione senz'anima, un modo per lavarsi la coscienza, una data rituale. Però questo giorno ha in sé anche una storia grande, potente, che racconta alcune tappe del cambiamento che le donne hanno portato nella società, nel rapporto tra le persone, nel mondo del lavoro.
L'8 marzo quest'anno compie 100 anni. La data simbolo dell'8 marzo 1908 forse non è storicamente documentata: alcuni storici sostengono che l'incendio in una fabbrica tessile in cui morirono più di cento  operaie in sciopero non accadde quell'anno, altri che non accadde a New York, ma a Chicago.
Quando le disquisizioni tecniche prendono il sopravvento è perché vogliono celare la verità più evidente e più rivoluzionaria: le donne hanno cominciato a prendere coscienza di essere vessate non solo come classe operaia e subalterna, ma anche come donne.
Da allora il movimento delle donne ne ha fatta di strada.
E così dopo 100 anni che hanno visto cambiamenti profondissimi e lotte altrettanto ampie, ci troviamo al presente.
Da due anni il movimento delle donne ha ripreso con forza le sue lotte, non uscendo dal silenzio perché non le donne non erano mai state zitte, ma piuttosto uscendo dal particolarismo e riprendendo un percorso comune di lotta e di confronto.
Il 23 e il 24 febbraio scorso a Roma si è tenuta una grossa assemblea di femministe e lesbiche che ha discusso strategie di resistenza e trasformazione del mondo.
Assemblee di donne in tutta Italia hanno preparato questo otto marzo con lo slogan "Tra la festa, il rito e il silenzio scegliamo la lotta", promuovendo moltissimi e diverse iniziative, disertando i luoghi in cui si celebra una festa priva di significato e rituale, perché, come leggo su uno dei tanti volantini, "le donne sono dappertutto, ma non dove voi ve le aspettate…".
Per raccontare la situazione di noi donne mi piacerebbe fare un collage di titoli di giornale, anche solo dell'ultima settimana: una donna viene brutalmente picchiata sul luogo di lavoro perché aveva osato reclamare il diritto di andare in bagno, un'altra abortisce dopo esser stata picchiata dal marito perchè era incinta di una femmina, una donna di 21 anni rischia la morte per emorragia perché le avevano praticato un aborto clandestino… e parliamo di donne rimaste vive, ad altre va molto peggio. Parliamo di donne la cui storia è stata raccontata: male, parzialmente, mettendo in luce solo ciò che faceva più comodo, ma comunque la cui storia può diventare per altre momento di riflessione e far montare la rabbia.
Così come mi piacerebbe riportare le mille esperienze di lotta ed auto-organizzazione che in tutto il mondo le donne stanno realizzando, ma che riescono ad essere lette solo su alcuni siti di donne.
Non mi piace invece parlare di diritti, di necessità di difendere qualche legge.
Negli ultimi tempi le donne vengono sempre più spesso definite egoiste ed irresponsabili.
Ma questo attacco continuo può trasformarsi in una trappola che inchioda le donne ad una posizione di difesa permanente, impedendoci di affrontare altre tematiche.
Perché questa campagna di odio: proviamo a chiedercelo.
Quale paura incutono le donne? Perché ora?
Tutto intorno parla di necessità di ritorno alla famiglia, facendo leva su temi "morali", ma anche molto pratici quali le difficoltà economiche in cui tutti ci stiamo dibattendo: ogni giorno in tv ci insegnano dove e come fare la spesa per far quadrare il bilancio.
Se si ritorna alla famiglia, se la dimensione pubblica deve far paura, se si ritorna  a vivere dentro le 4 mura (ma quanti ne erano usciti), allora queste 4 mura devono avere un potere forte. Così come un potere forte deve esserci all'esterno. Ed ecco che l'ingerenza dello stato diventa sempre più invasiva: la legge sulla procreazione assistita, le leggi sugli asili, su tutto. Come se la legge potesse aiutare. Invece ingabbia, norma, santifica, può essere utilizzata in modi diversi a seconda delle occasioni.
Proviamo a chiederci se la legge sullo stalking, le quote rosa, sono davvero modi per vedere tutelati i diritti, o se non sia meglio uscire dalla gabbia che ci fa credere che le leggi  possano tutelare dei diritti, quando invece sono un pretesto per ridurci a soggetti da proteggere. Per guardare la vita, donne e uomini, non con gli occhi del neutro e vedere che il pensiero delle donne, ma anche quello degli uomini, e il corpo femminile sono tollerati solo quando si rendono conformi al modello. Modello che riusciremo a frantumare.

R.P.

Milano. Niente sconti all'Esselunga


Perchè usare parole forti come schiavismo, supersfruttamento, abusi, violenza fisica e psicologica rispetto ai fatti di Milano? è più "moderno" parlare di "mobbing" come fa la stampa "benpensante".
A una donna di 44 anni, madre di due figli, cassiera da cinque anni al Supermercato Esselunga di viale Papiniano a Milano, che chiede la sostituzione alle 14,45 per un bisogno fisiologico, è vietato di andare in bagno; solo alle 18, dopo ben tre ore, le è consentito di lasciare la sua postazione, ma nel frattempo, non essendo riuscito a trattenerla se l'è fatta addosso in cassa e così rimane fino alle 21, quando termina il suo turno. È facile immagine lo stato di frustrazione e di umiliazione in cui versa la donna, mentre è difficile da immaginare il clima di prevaricazione e di arroganza che la circonda.
La donna sta male, si fa accompagnare al pronto soccorso dove le riscontrano una emorragia cistica.
La donna denuncia il fatto, PARLA. Tutto ciò esce sui giornali e questo non può essere evidentemente accettato se dopo una settimana, mentre si trova negli spogliatoi durante la pausa rigorosamente individuale di 15 minuti, viene aggredita alle spalle da un uomo, grosso, che indossa dei guanti, le benda gli occhi, le tappa la bocca con un tampone e la pesta sbattendole la testa più volte contro il muro; poi, non contento le spinge la testa dentro il water facendo scorrere l'acqua e urlandole "piscia, piscia!". È stata trovata più tardi svenuta a terra. L'uomo rimane per ora misterioso, meno misteriosi sono evidentemente i mandanti.
Sabato, finalmente, dopo una settimana dal primo abuso, i sindacati confederali hanno indetto uno sciopero di otto ore in tutti i supermercati del gruppo e duecento lavoratori, soprattutto delegati sindacali, hanno volantinato e presidiato l'ingresso del negozio per poi entrare in corteo al grido di "vergogna, vergogna!" con qualche spintonamento con i solerti agenti del disordine statale messi a protezione della violenza aziendale. Sciopero purtroppo al di sotto delle aspettative perchè i confederali solo ora si sono "accorti" che hanno lasciato indifesi i lavoratori ed hanno permesso che fossero le imprese a gestire tutto, dagli straordinari alla flessibilità. dalla precarietà ai licenziamenti con il risultato che il ricatto e la paura si diffondessero tra i lavoratori. La stessa gestione aziendale degli straordinari, attualmente fondamentali per l'integrazione di un reddito insufficiente per vivere, costringe le lavoratrici ad elemosinarli, mettendole sulla difensiva e creando concorrenza e conflitto tra loro.
Bisogna cambiare registro se non vogliamo che fatti come questi, incredibili fino a pochi anni fa, tornino ad essere pratica costante ricacciando i lavoratori e le lavoratrici nell'inferno di un lavoro salariato, senza alcun diritto e garanzia. Ricostruire la forza e riconquistarsi la dignità si deve e si può, nella lotta e nella solidarietà.

mariella

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> Caro Veltroni, caro Bertinotti, cari dirigenti del centro-sinistra 
> tutti,
> ora basta!
> L'offensiva clericale contro le donne spesso vera e propria 
> crociata bigotta - ha raggiunto livelli intollerabili. Ma 
> egualmente intollerabile appare la mancanza di reazione dello 
> schieramento politico di centro-sinistra, che troppo spesso è 
> addirittura condiscendenza.
> Con l'oscena proposta di moratoria dell'aborto, che tratta le donne 
> da assassine e boia, e la recente ingiunzione a rianimare i feti 
> ultraprematuri anche contro la volontà della madre (malgrado la 
> quasi certezza di menomazioni gravissime), i corpi delle donne sono 
> tornati ad essere cose, terreno di scontro per il fanatismo 
> religioso, oggetti sui quali esercitare potere.
> Lo scorso 24 novembre centomila donne completamente 
> autorganizzate hanno riempito le strade di Roma per denunciare la 
> violenza sulle donne di una cultura patriarcale dura a morire. 
> Queste aggressioni clericali e bigotte sono le ultime e più subdole 
> forme della stessa violenza, mascherate dietro larroganza ipocrita 
> di difendere la vita. Perciò non basta più, cari dirigenti del 
> centro-sinistra, limitarsi a dire che la legge 194 non si tocca: 
> essa è già nei fatti messa in discussione. Pretendiamo da voi una 
> presa di posizione chiara e inequivocabile, che condanni senza 
> mezzi termini tutti i tentativi da qualunque pulpito 
> provengano di mettere a rischio l'autodeterminazione delle donne, 
> faticosamente conquistata: il nostro diritto a dire la prima e 
> lultima parola sul nostro corpo e sulle nostre gravidanze.
> Esigiamo perciò che i vostri programmi (per essere anche nostri) 
> siano espliciti: se di una revisione ha bisogno la 194 è quella di 
> eliminare l'obiezione di coscienza, che sempre più spesso impedisce 
> nei fatti di esercitare il nostro diritto; va resa immediatamente 
> disponibile in tutta Italia la pillola abortiva (RU 486), perché a 
> un dramma non debba aggiungersi una ormai evitabile sofferenza; va 
> reso semplice e veloce l'accesso alla pillola del giorno dopo, 
> insieme a serie campagne di contraccezione fin dalle scuole medie; 
> va introdotto l'insegnamento dell'educazione sessuale fin dalle 
> elementari; vanno realizzati programmi culturali e sociali di 
> sostegno alle donne immigrate, e rafforzate le norme e i servizi a 
> tutela della maternità (nel quadro di una politica capace di 
> sradicare la piaga della precarietà del lavoro).
> Questi sono per noi valori non negoziabili, sui quali non siamo più 
> disposte a compromessi.
>
> PRIME FIRMATARIE:
> Simona Argentieri
> Natalia Aspesi
> Adriana Cavarero
> Isabella Ferrari
> Sabina Guzzanti
> Margherita Hack
> Fiorella Mannoia
> Dacia Maraini
> Alda Merini
> Valeria Parrella
> Lidia Ravera
> Elisabetta Visalberghi
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> LINK www.firmiamo.it/liberadonna
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Donne e lavoro: penultimi in Europa

Il ministro Bonino (Radicali): "Serve un cambio di pass, è un volano per l'economia"
di CLAUDIA FUSANI -repubblica


ROMA - Penultimi in Europa. Negli ultimi mesi ci ha superato anche la Grecia e dopo di noi resta solo Malta. In Italia riesce a lavorare solo il 46,3 per cento delle donne; sette milioni in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro; al sud il tasso di occupazione crolla al 34, 7 per cento. C'è poi "il tetto di cristallo", quella sottile, trasparente ma robustissima pellicola che divide le donne dai posti che contano, li possono sfiorare ma mai afferrare: lo chiamavano così dieci, quindici, venti anni fa; è sempre lì, cristallo puro, infrangibile, beffardo.

Numeri e percentuali che non raccontano la "solita" questione di donne. E' invece una questione di produttività e di crescita economica. Più semplicemente: una faccenda di soldi e di ricchezza, delle famiglie e del paese. Bisogna partire da qui, dal fatto - dimostrato da economisti e specialisti di tutto il mondo - che se le donne lavorassero ci guadagnerebbero gli indici economici del paese, per trovare il giusto punto di vista, non retorico, non stereotipato, per parlare di donne e lavoro.

Il governo Prodi aveva cominciato a metterlo tra le priorità e con la Finanziaria sono stati approvati alcuni articoli, dal sostegno all'imprenditoria femminile ai congedi ad altri interventi per le cosiddette politiche di genere. Una via che rischia di essere abbandonata molto presto nonostante in queste ore di formazione di liste e limature di candidature, l'onda rosa arrivare da tutti i poli in campo con proclami, promesse e codici di autoregolamentazione. Stamani all'università di Catania Emma Bonino, ministro radicale del Commercio Internazionale e per le Politiche europee, convoca esperti di economia e di welfare per tracciare i contorni di una realtà che è sotto gli occhi di tutti ma non riesce ad avere voce. E quando la trova, non ha risposta. Nell'aula magna del rettorato dell'università che ospita il convegno "Donne, Innovazione e crescita: un problema italiano", intervengono anche il ministro per la Famiglia Rosy Bindi e Barbara Pollastrini (Pari Opportunità). Era un appuntamento già preso, precedente alla crisi di governo. Bonino smentisce, ma il lavoro femminile può diventare il jolly da calare in campagna elettorale. D'altra parte hanno diritto al voto 26 milioni di donne e 24 milioni di uomini.

 

Sempre più lontani dall'Europa. Nel marzo 2000 a Lisbona i paesi europei decisero un piano sull'occupazione femminile intesa, appunto, non solo come una questione di genere ma come volano per l'economia nazionale. I paesi partirono da poche ma precise considerazioni: se la donna lavora entra più ricchezza in famiglia - a patto che ci sia un sistema di servizi sociali adeguato - aumenta il reddito e nascono più bambini. Fu deciso, era il Duemila, che l'obiettivo era raggiungere - dieci anni dopo, nel 2010 - quota 60 per cento: cioè il sessanta per cento delle donne devono per quella data risultare impiegate, con un lavoro autonomo o dipendente. La situazione, a due anni da quella scadenza, è che la media europea si aggira sul 57, 4 per cento e quella italiana è fissa sul 46,3 per cento. Penultimi, appunto, nell'Europa dei 27 paesi membri, a dieci lunghezze dall'isola di Malta. In nostra compagnia, sotto il 50%, ci sono Polonia e Grecia. Slovacchia, Romania, Bulgaria viaggiano ben sopra il 50 per cento. Cipro è già al 60%. La Slovenia, appena entrata nella Ue, è al 61,8 per cento. La Danimarca guida la classifica con una percentuale del 73,4%.

La forbice nord-sud. Il nostro sud è il luogo europeo dove le donne lavorano meno in assoluto. Ecco i numeri della disfatta: le percentuali sono bloccate al 34,7 per cento (circa il 70 al nord); dal 1993 al 2006 le occupate sono cresciute di 1.469 mila unità nel centro nord e solo di 215 mila nel sud; molte anche giovanissime smettono di cercare lavoro, le chiamano "inattive" e sono 110 mila tra 2006 e primo semestre 2007. Tra i 35 e i 44 anni, la fascia di età in cui si lavora di più, al nord lavorano 75 donne su 100; al centro 68 e al sud 42.

Pagate un quarto meno degli uomini. Anche quando arrivano, ce la fanno e sfondano quel benedetto "tetto di cristallo", alle donne è comunque destinato uno stipendio inferiore di un quarto di quello del collega maschio. I dati della Presidenza del Consiglio dicono che una dirigente guadagna il 26,3 per cento in meno di un collega maschio. Lo chiamano "differenziale retributivo di genere", è pari al 23,3 per cento: una donna percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti di uno stipendio di un uomo. E questo nel pubblico. Nel privato la situazione peggiora. Si legge in "Iniziative per l'occupazione e la qualità del lavoro femminile nel quadro degli obiettivi europei di Lisbona", sintesi delle cose da fare e su cui si era impegnato il governo: "I dati mostrano che il differenziale di reddito tra uomini e donne è maggiore nelle professioni più qualificate e meglio retribuite e nelle aree geografiche dove il reddito medio è più elevato che sono anche quelle in cui il tasso di attività femminile è già a livello degli obiettivi di Lisbona 2010. In conclusione non sembra che il mercato del lavoro, sia nel pubblico che nel privato, offra alle donne un ambiente che garantisce criteri meritocratici né un'adeguata motivazione. Sicuramente non offre pari opportunità".

Solo il 5% nei board delle aziende. Trovare una donna nei consigli di amministrazione e nei board delle aziende è impresa per persone molto determinate. Nel testo messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio si legge che "nel 63,1 per cento delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c'è una donna nel consiglio di amministrazione". Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna. Benché il 40 per cento dei dipendenti delle banche siano donne, solo lo 0,36 per cento ha la qualifica di dirigente contro il 3,11% degli uomini. C'è qualcosa che non torna visto che a scuola, all'università e nei concorsi le votazioni migliori sono quasi sempre delle studentesse.

Le percentuali crescono nelle aziende sanitarie nazionali dove sono donne l'8 per cento dei direttori generali, il 9% dei direttori amministrativi e il 20 per cento dei direttori sanitari. In politica la situazione è nota: ministre e sottosegretarie solo il 20 per cento; le deputate solo il 17 per cento. "Lo sbilanciamento di genere riscontrato in quasi tutte le aziende italiane - si legge nella Nota della Presidenza del Consiglio - può essere un indicatore di scarsa meritocrazia e di processi di valutazione e promozione poco trasparenti. Le pari opportunità sono in Italia un problema evidente come denunciano le statistiche".

Le più sgobbone d'Europa. Buffa storia, questa: l'Italia ha il tasso di occupazione femminile più basso d'Europa ma quelle che lavorano lo fanno più di tutte le altre. Ogni giorno, compresa la domenica, una donna italiana lavora, tra casa e ufficio, 7 ore e 26 minuti, un tempo superiore, appunto, a molti paesi europei (un'ora e 10 minuti in più, ad esempio, rispetto ad una donna tedesca). Facile da spiegare: il 77, 7 per cento del lavoro domestico - spesa, lavare, stirare, rigovernare, accompagnare etc. etc - è sulle spalle delle donne.

La conferenza di oggi affronterà altri temi delicati come "il permanere di una cultura di discriminazione", il lavoro cosiddetto "di cura" - figli, anziani, la casa, la spesa eccetera - che "non solo non è riconosciuto ma neppure è sostenuto da politiche efficaci". Il bilancio finale è un disastro . "Un'emergenza" dice Emma Bonino, " a prescindere da chi vincerà le elezioni, il problema della donna e del lavoro deve essere la priorità della politica". Certo, ci sarà da capire anche perché e da intervenire, ad esempio, sui media che danno una rappresentazione della donna parziale, sbagliata, non reale. Secondo uno studio del Censis (Women and media in Europe, 2006) )del 2006 in tivù trionfa il seguente modello di donna: moda o spettacolo (31,5%), vittima di violenza (14,2%), criminalità o devianze (8,2). A parte la politica (4,8%) e l'arte (0,9%) le altre voci riguardano disagi e sciagure, la cronaca nera prima di tutto. La donna del varietà, la bad girl o la donna del dolore. E tutte le altre, quelle che lavorano appunto? Potrebbe consolare il fatto che in tivù vanno molte esperte donne. Peccato che siano astrologhe (20,7%), esperte di artigianato locale (13,8%), di letteratura (10,3%), giornalismo (6,9%) e politica (4%).

Ma la prima cosa da far capire sarà che l'occupazione femminile deve diventare il terzo ingrediente, insieme a produttività e retribuzioni, di una strategia nazionale che voglia davvero contrastare declino e disagio.

( 11 febbraio 2008 )

 

ansa 24-10-07

LAVORO: PIANO DEL GOVERNO PER LE DONNE
 ROMA - Solo Malta nella Ue a 27, sta peggio di noi per tasso di occupazione femminile. In questa classifica l'Italia registra appena il 46,3% contro la media europea del 57,2%. E la strategia di Lisbona impone di raggiungere il 60% entro il 2010. Per questo è necessario un "cambio di passo" nelle politiche a favore delle donne. Il governo così ha avviato un percorso inserendo oggi una nota aggiuntiva sull'occupazione femminile al rapporto sullo stato di attuazione degli obiettivi di Lisbona. Un piano - presentato a Palazzo Chigi dal premier Romano Prodi e dai ministri Emma Bonino, Rosy Bindi, Barbara Pollastrini e Cesare Damiano - che prevede il varo di un 'Piano d'azione straordinario' (se ne parla già nel Dpef 2008-2011), incentivi per i servizi per l'infanzia e per la conciliazione dei tempi di cura e del lavoro, sostegno all'imprenditoria femminile (la legge 215 sarà revisionata), politiche fiscali a favore di aziende che assumono donne e delle lavoratrici. Le strategie sono urgenti. E' la crescita complessiva del paese ad essere compromessa, dicono gli esponenti del governo. Soprattutto nel sud dove dal 1993 al 2006 le donne occupate sono cresciute di sole 215 mila unità mentre al centro-nord di un milione e mezzo.

C'é poi il lavoro di cura che è un grosso carico per le italiane: tra casa e ufficio lavorano complessivamente 7 ore e 26 minuti, superiore alla media europea e, ad esempio, di un'ora e 10 minuti delle tedesche. Da non trascurare l'annosa questione delle cariche direttive delle donne, un percorso in cui si concentrano spesso discriminazioni. Ed anche quando sfondano il cosiddetto 'tetto di cristallo' i salari delle donne sono pari ai tre quarti di quelli dei colleghi maschi. Più in generale, il differenziale retributivo di genere in Italia si attesta al 23,2%. Una donna in media percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti dello stipendio di un uomo. Il piano del governo prevede, fra l'altro, interventi sulla formazione (come borse di studio in materie tecnologiche) e una riforma nei trattamenti previdenziali in cui, per non penalizzare le donne verso la graduale equiparazione dell'età, si ipotizzano forme di contribuzione figurativa e il riconoscimento del lavoro di cura. Sono, inoltre, previste flessibilità nella gestione del rapporto di lavoro legate soprattutto alla politica di orari non più rigidi e il ricorso al part-time. Le politiche di conciliazione vita-lavoro hanno uno spazio importante nel documento del governo. Sarà modificata la legge sui congedi parentali con la previsione (senza "pesanti aggravi alle imprese") del congedo di paternità rivolto esclusivamente ai padri e limitato ai primi giorni dopo la nascita del figlio. Avrebbe carattere sperimentale e facoltativo, come avviene in altri paesi, per condividere la cura neonatale. Oltre all'incremento degli asili nido, si prevede per le persone non autosufficienti anche l'introduzione di un voucher che servirà a sostenere i servizi ad essi destinati. Ma in particolare ad agevolare il pagamento per l'emersione del lavoro sommerso delle cosiddette badanti.

 

Cronache di lavoratrici in lotta
Trascurato dalla storiografia, il tema del lavoro delle donne all'inizio del Novecento è al centro del volume «Operaie e socialismo» della storica Fiorella Imprenti. A dispetto degli stereotipi, e grazie alla loro combattività, le organizzazioni femminili riportarono successi significativi
Michele Nani-il manifesto 20.12.07

Nel giugno del 1902 Milano fu teatro di una singolare manifestazione: radunatesi di buon mattino, circa duecentocinquanta piscinine passarono in rassegna i principali stabilimenti di sartoria. Guidate dalla quattordicenne Giovannina Lombardi, le giovanissime apprendiste invitarono le loro compagne a unirsi alla lotta e inveirono contro le «crumire». Dinanzi al Duomo si spinsero fino a intonare l'Inno dei lavoratori, venendo disperse dalla forza pubblica, che pensò bene di trattenere in questura quattro ragazzine. Giunte alla Camera del Lavoro dovettero attendere il pomeriggio e ne approfittarono per un secondo corteo. Vennero infine accolte con un comizio in milanese e sempre in dialetto presentarono le loro rimostranze ai dirigenti sindacali: aumenti salariali e riconoscimento degli straordinari, alleggerimento dello scatolone utilizzato per le consegne, definizione precisa delle mansioni e dell'orario. Lo sciopero proseguì per più di una settimana e si concluse con una clamorosa vittoria: nonostante le condizioni difficili, circa cinquecento apprendiste fra i 9 e i 14 anni erano riuscite a lottare unite e a ottenere significativi miglioramenti.
L'episodio è emblematico tanto della presenza attiva delle donne nell'economia milanese nei decenni a cavallo fra Otto e Novecento, quanto di un rilevante grado di organizzazione sindacale e di combattività. Eppure il lavoro femminile resta trascurato dalla storiografia, anche da quella più attenta al movimento operaio: spesso gli studi hanno riprodotto le rappresentazioni dell'epoca, che volevano le donne confinate alla sfera domestica o al lavoro dequalificato, e comunque socialmente passive. Tali stereotipi rimandavano allo status subalterno delle donne: nei rapporti sociali valevano a giustificare sia i bassi salari (pensati come complementi secondari del reddito familiare imperniato sul lavoratore maschio), sia la tradizionale sottovalutazione politica e sindacale delle potenzialità delle lavoratrici.
Uno sguardo curioso e attento a fonti tradizionali (gli archivi di polizia, la stampa locale e quella socialista e sindacale, le inchieste dell'epoca) è sufficiente a rivelare quelle potenzialità, come conferma il bel lavoro di Fiorella Imprenti, Operaie e socialismo. Milano, le leghe femminili, la Camera del lavoro (1891-1918) (Franco Angeli, pp. 324, euro 23). L'autrice ricostruisce la sindacalizzazione di alcune categorie di tutto rilievo, forti di migliaia di lavoratrici. Il tessile, innanzi tutto: come altrove, anche a Milano le donne sfioravano i quattro quinti della forza lavoro dell'industria serica e cotoniera ed espressero capacità organizzativa, conflittualità diffusa e quadri dirigenti. Industrializzata più tardi, con l'avvento della macchina da cucire, la sartoria milanese vide la rapida diffusione, accanto alle fabbriche, di un tessuto di laboratori semiartigianali e di lavoro a domicilio: a chi si attardava nell'immagine oleografica della «sartina», sedotta dal lusso della moda e dalle promesse di giovani rampolli, queste lavoratrici risposero con un serrato attivismo, che culminò nello sciopero cittadino del 1907. Le operaie impiegate alla manifattura tabacchi erano più garantite e in quanto dipendenti pubbliche godevano di maggiore continuità nel lavoro, di forme pensionistiche e di tutela: questa condizione non rese meno combattive le mille «tabacchine» milanesi, che dinanzi alla rigida disciplina si spinsero già nel 1901 a occupare gli stabilimenti. Infine, le orlatrici dell'industria calzaturiera fondarono la prima «lega» femminile italiana, sorta a Milano nel 1883, e quindi promossero l'organizzazione regionale e nazionale di categoria: soggette a minori discriminazioni in seno al movimento, per via dello spirito libertario dei calzolai, furono politicamente radicali e per una fase optarono per il sindacalismo rivoluzionario.
L'autrice delinea efficacemente l'emergere dell'organizzazione sindacale femminile in una delle capitali industriali del Regno d'Italia. L'alternativa fra la fondazione di leghe separate e la confluenza nei sindacati «misti» dipendeva in gran parte dalla struttura occupazionale. Nel primo Novecento si delineò tuttavia un processo di ricomposizione, favorito dalla transizione al sindacalismo «industriale» (concentrato in grandi categorie, oltre la frammentazione dei mestieri) e dai frequenti fallimenti delle rivendicazioni sorrette dalle sole organizzazioni femminili. Il legame organizzativo più stretto con il movimento operaio favorì lotte e conquiste, ma non era una novità: andava infatti a rinsaldare il paziente lavoro del quindicennio precedente, quando si era costruito un rapporto di fiducia fra lavoratrici e Camera del lavoro, ma anche fra le prime organizzatrici sindacali e la politica di classe dei socialisti. In questa seconda fase il rapporto con le grandi federazioni, soprattutto con i tessili della Fiot, fu tuttavia problematico. Nel 1910 i dirigenti della Fiot si mostrarono ostili all'ingresso di una donna fra i rappresentanti sindacali in seno al Consiglio superiore del lavoro, scatenando le polemiche di socialiste e femministe.
Sull'onda della discussione nacque una rubrica del periodico di categoria «Le Arti Tessili»: l'esperienza della «pagina della donna» durò due anni, ma si aprì alla voce delle operaie solo nella prima uscita, il 31 gennaio 1911. L'esperimento non resse alle provocazioni di Ercolina Lombardi contro l'atteggiamento dei compagni in merito alla condivisione delle fatiche domestiche, né alla presa di coscienza di una voce maschile: un giovane operaio biasimava chi trattava «ancora la donna come si trattava la schiava nei tempi antichi» e voleva «essere rapidamente servito (molti prendon moglie nient'altro che per questo) onde raggiungere i suoi compagni all'osteria».

riforma 25.1.08

ascolta trasmissioni 'Il voto alle donne'-rai3 terzo anello - link

 

 

Postfazione al ‘Diario di Ada’ – ed. Pon Sin Mor- Torino -  marzo 2004

 

2003: che ne sarà della valle?

Piero lo conosco da sempre. Ha solo due anni meno di me. Tempo fa mi aveva accennato che stava scrivendo qualche cosa ma non gli avevo dato peso. Poi un giorno arriva e mi dice che dovevo scrivere delle considerazioni a margine del ‘Diario’. Me lo dice, nel solito modo che non ammette risposte negative. Però, anche se faccio fatica a scrivere, sono contento perché la ‘storia di Ada’ mi ricorda quelle di mio padre, mio zio, mia sorella e di molti amici che hanno trascorso la loro vita lavorativa al ‘Cotonificio’.

Questo materiale che Piero ha raccolto, con certosina pazienza, non è di facile lettura e comprensione. Contiene una grande quan-tità di informazioni: storiografiche, tecniche, giornalistiche, ma so-prattutto sulla vita quotidiana in fabbrica ed i relativi rapporti u-mani e sindacali. Per capirle a fondo occorre aver vissuto le pro-blematiche sindacali degli ultimi vent’anni o lavorare adesso in una fabbrica qualsiasi; ormai tutte le fabbriche sono diventate piccole e grandi ‘manifatture’.

Sicuramente questo opuscolo può diventare un valido strumen-to per chi vuole approfondire i grandi temi di attualità: orario di lavoro, utilizzo impianti, flessibilità, precarietà, ambiente di lavoro, accordi sindacali strani.

Alla manifattura è già successo di tutto e di più.

Voglio ora proporvi alcune considerazioni proprio su questi te-mi e sulle conseguenze concrete, quotidiane, che ne derivano.

Ogni giorno Ada deve misurarsi con situazioni di disagio, le più disparate, che poi automaticamente si ripercuotono su chi le sta attorno, sia nell’ambito famigliare che fuori.

Condizionano la sua vita di relazioni, impedendole la possibilità di partecipare alla vita di gruppo.

Io ho passato trentasei anni alla RIV, poi SKF, e leggendo il Diario provavo una tristezza e una rabbia per le situazioni di Ada. Penso che l’esperienza lavorativa per non essere alienante debba basarsi su: un orario di lavoro che non provochi eccessivi disagi, una mansione con ritmi e condizioni ambientali reggibili, un salario decente, un percorso lavorativo stabile indispensabile per im-postare le scelte di vita.

Dall’esperienza di Ada e delle sue compagne traspare in modo evidente che queste quattro condizioni non solo sono disattese, ma sono presenti al massimo grado della negatività.

Orario di lavoro: nel tessile, con la scusa della concorrenza e dell’utilizzo impianti, è da più di vent’anni che sono state intro-dotte le turnazioni più strane. A partire dal 6x6, allo scorrimento, al lavoro di sabato e domenica, senza parlare del 3° turno fisso. Co-me si può concepire tutta una vita lavorativa con cadenze così sballate? E’ vero che l’essere umano ha forti capacità di adatta-mento, però in questi casi vengono alterati i più elementari cicli biologici: notte-giorno, fatica-riposo – con quali conseguenze sulla salute delle lavoratrici?

Ritmi ed ambiente: agli occhi di un osservatore esterno in una visi-ta guidata allo stabilimento, il cotonificio sembra un ambiente chiaro, pulito confortevole. Invece, per chi vi lavora, quando tutte le macchi-ne sono a pieno ritmo, diventa una cosa infernale. La temperatura in estate può raggiungere anche i 45 gradi (pensate quest’anno quando faceva caldo anche all’ombra in riva al Chisone), con una umidità al-tissima, il tutto condito da ritmi massacranti che non permettono tre-gua altrimenti non si riesce a fare la produzione; tutto questo provoca stress fisici difficilmente sopportabili.

Però Ada è talmente assuefatta e rassegnata che ne parla rara-mente, pur essendo uno dei fattori più negativi della sua esperienza.

Quando vado, sporadicamente, a distribuire volantini alla Ma-nifattura, sui volti delle lavoratrici che hanno terminato il turno si leggono in modo evidente i segni di una enorme stanchezza fisica mista a rassegnazione.

Salari: tutti andiamo a lavorare per i soldi. Perché ci servono per vivere. Quando si lavora in un settore ‘maturo’, come il tessile, il salario è uno dei fattori sempre variabili verso il basso. Come a-vete notato durante la lettura, questo elemento spicca in modo evidente, fino ad assumere aspetti grotteschi. Non capita molto so-vente di trovarsi in situazioni in cui il sindacato conclude accordi con decurtazioni della retribuzione. Una breve comparazione. Io nel '62, quando sono entrato a lavorare alla RIV, e avevo 17 anni, guadagnavo ‘molto’ di più di mio padre che aveva 58 anni e lavo-rava al Cotonificio.

Percorso lavorativo: credo che l’aspetto più devastante per un lavoratore dipendente sia l’incertezza del posto di lavoro. Il non essere mai sicuri di cosa succederà nel breve nel lungo periodo perché dal proprio lavoro dipende l’esistenza propria e quella dei figli. Anche se è molto giovane Ada si chiede se riuscirà a raggiun-gere il traguardo della pensione. Ma alle Ada che hanno 50 anni, se spostano l’età pensionabile – e con queste condizioni di lavoro – viene voglia di buttarsi giù dal ponte.

Un aspetto molto importante da tener presente è che tutte que-ste situazioni negative ricadono su una mano d’opera composta al 85% da donne. Il personale maschile è presente solo nelle man-sioni di coordinamento, di manutenzione e di comando.

Ho voluto tratteggiare questo breve quadro d’insieme, per permettere al lettore di capire a fondo gli atteggiamenti di Ada e delle sue compagne di lavoro.

E’ in questa cornice che percorre le varie tappe della sua non agevole esperienza lavorativa.

Ada è stata assunta nel ’90 ed aveva vent’anni. Le sue compa-gne di lavoro erano di tutte le età, dalle giovani come lei a quelle vicine alla pensione. Il lavoro non le è mai piaciuto, però non a-vendo impegni famigliari aveva tempo per riposarsi. Vedeva quelle più anziane sempre stanche, non sempre capiva le difficoltà di chi ha figli da accudire ed il marito che fa altri orari. Adesso Ada ha trentatrè anni e la sua vicina di macchina quattro più di lei.

La sua amica ha due figli: uno frequenta la 3a media ed il più piccolo la 5a elementare. Suo marito lavora alla SKF settore Avio, fa i due turni ed ora è preoccupato perché è in cassa integrazione. Lei lavora il sabato domenica, spesso le chiedono di lavorare in settimana. Sua mamma non può darle una mano perché abita in un altro paese, e in alcuni momenti non regge più la situazione.

Eppure non può licenziarsi, non ce la farebbero con un solo sti-pendio, specialmente nell’ultimo periodo con tutti questi aumenti, senza l’adeguamento dei salari.

Se non bastasse, all’orario disagiato, ai ritmi, ai pochi soldi si aggiunge anche il problema dell’insicurezza.

Infatti da qualche giorno circolano voci di un nuovo riassetto del gruppo Legnano, sembra che possegga uno stabilimento in Egitto, ci saranno ripercussioni negative su Perosa?

La situazione dell’amica di Ada aggiunta a quella di suo marito le pesa come un macigno. In più il prossimo anno devono decide-re la scelta della scuola per il figlio maggiore.

Giorgio è bravo a scuola, però sono preoccupati per le spese, e poi non sanno che indirizzo consigliargli. Anche perché in valle ci sono poche prospettive occupazionali. E’ meglio farlo studiare da perito o da geometra, o forse mandarli all’alberghiero. Con le Olimpiadi è previsto un grosso sviluppo turistico di Torino e delle valli olimpiche però in zona nessuno ci crede.

Ada e la sua amica sono sempre più preoccupate: nelle fabbri-che e in miniera i posti di lavoro continuano a diminuire, e gli altri settori non riescono ad assorbire gli esuberi. Dove troveranno la-voro i nostri figli?

Ada cerca aiuto per rispondere a questi pesanti interrogativi, ma spesso non lo trova, rimane sola senza riposta anzi fatica a ca-pire a fondo molte problematiche, le sembra tutto così complicato.

Sperava che il sindacato le desse una mano a risolvere i pro-blemi dei turni, dei ritmi, invece molte volte lo sente come contro-parte. I sindacalisti vengono solo a spiegare che le proposte del padrone non si possono rifiutare altrimenti perdiamo le commesse, spostano la produzione altrove.

Sì, c’è l’ALP-CUB che dice cose diverse, però è così piccolo e solo su base locale. Gli altri sindacati le spiegano il ‘Just in time’, che il mercato cambia velocemente, che tutti vogliono la maglia alla moda di un certo colore e quindi questo modo di produrre è giustificato.

I partiti Ada non li ha mai sentiti vicini. Solo Rifondazione Co-munista con Paolo Ferrero è stata presente per un certo periodo. Gli amministratori locali poi non parliamone, li ha visti solo per i vari funerali che ci sono stati. E’ ovvio che in una situazione simile qualsiasi persona si sarebbe fatta un’idea molto negativa del sin-dacalismo e della politica in generale. Purtroppo quest’approccio negativo è un dato diffuso ormai in molte fabbriche e anche negli altri luoghi di lavoro.

Però in questi anni, dopo il ‘Diario’, Ada è maturata molto. A-desso che ha messo su casa ed ha dei figli, ha scoperto motivazio-ni nuove per lottare sia in fabbrica che nella società.

Le basterebbe che il sindacato dicesse che ‘il mercato’ non è un dio assoluto al quale sacrificare tutti i valori dell’esistenza; che gli orari strani e la flessibilità sono stati uno sbaglio, anche perché non si è fatta più produzione; che i soldi in busta non sono sufficienti e che l’inflazione è al 6%.

Le basterebbe che i partiti le dicessero che le pensioni non van-no modificate (Dini aveva già fatto un bel casino); che la riforma della scuola è contro i figli dei lavoratori; che la sanità pubblica è indispensabile che rimanga pubblica migliorando nella qualità del-le prestazioni; che la guerra in Iraq e altrove è una cosa sbagliata.

Le basterebbe che gli Amministratori scoprissero che il territorio sta diventando invivibile per la mancanza dei servizi essenziali, che le Olimpiadi non sono il toccasana delle valli; che il turismo non risolverà i problemi occupazionali; che non svendessero il territorio e le sue risorse naturali ai privati.

Tutti quelli che vogliono dare una mano ad Ada non possono trovare la scusa di non sapere cosa fare.

Ps.

Ada ha scritto una lettera all’autore in cui gli chiede, se ha un po’ di tempo libero, di affrontare i seguenti temi: Ada e le pensioni, e Ada e la sanità e i servizi in valle.

Franco Polastro, Perosa Argentina, 10-11-2003