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GIULIETTO CHIESA- il manifesto 26/06


Il ministro della Difesa informa che ci sarà un attentato terroristico, grave, terribile, probabilmente batteriologico. Probabilmente in Europa. Non sa dove, né quando esattamente, ma sa che ci sarà. Sembra di capire che la sua fonte d'informazione siano i servizi segreti americani. I quali, insieme al loro presidente e all'intera squadra della sua Amministrazione, ormai da qualche mese annunciano sfracelli e stragi. Tanto generici quanto minacciosi, tanto vaghi quanto sanguinosi, tanto giganteschi nella loro dimensione genocidaria, quanto collocati in un futuro indeterminato.

Thomas Friedman, sul New York Times, qualche settimana fa, è arrivato a proporre, con vaghi toni mafiosi, una specie di patto di non aggressione al suo presidente: "Voi smettetela di terrorizzare il popolo americano e noi smetteremo di attaccarvi".

Il nostro ministro, invece, ci crede, e amplifica il terrore.

Serve a qualcosa? Sì, a terrorizzare la gente normale. Serve a scongiurare gli attentati prossimi venturi, anzi quasi certi? Niente affatto, perché essi vengono dati praticamente per scontati. E' un annuncio preliminare di sconfitta.

Biascicare profezie di sventura non è mai servito a impedirle. Se il ministro avesse delle informazioni certe e attendibili, l'unica cosa che dovrebbe fare sarebbe di tacere accuratamente, inseguire senza chiasso i presunti colpevoli e catturarli. Se egli ne parla in pubblico in questo modo significa che non ha informazioni certe e attendibili. Quindi è del tutto inutile che parli. A meno che il suo scopo non sia, puramente e semplicemente, quello di terrorizzare la gente comune.

E quelli che terrorizzano la gente, a stretto rigore, come vogliamo chiamarli?

Siamo ormai giunti a un tale livello di irresponsabilità istituzionale che non si trovano parole per definire quello che accade. Il vocabolario si è esaurito. Anche perché i giornali e le televisioni ormai le sparano più grosse dei ministri. Un altro membro del Gabinetto Usa ci spara addosso una notizia vecchia di quattro mesi, su un presunto attentatore nucleare? Tutti dietro, senza nemmeno chiedersi (e informare il pubblico) perché mai la notizia venga data solo adesso. Forse perché, finalmente, il colpevole è stato preso? Niente affatto. E allora? Perché adesso? Non viene in mente a nessuno dei nostri editorialisti illustri - sempre così astuti - che qualcuno usi le notizie come un bazooka diretto contro di noi? Un altro giornale "organizza" un altro commando che dovrebbe colpire una chiesa in Italia, e tutti dietro, anche se nessuno ha verificato né le fonti né la verosimiglianza. Poco male. Il quotidiano muore il giorno dopo e chi lo fa si dimentica di quello che ha fatto il giorno prima. La notizia televisiva è ancora più veloce: muore dopo dieci secondi. Che importa?

Così ci preparano alla guerra, con uno stillicidio di scemenze, mescolate ad allarmi. Certi dell'impunità. Perché se l'attentato ci sarà potranno dire che lo avevano previsto. L'ipotesi che l'attentato non ci sia scartiamola ormai dal novero delle possibilità. Visto che ne parlano così tanto dobbiamo convincerci ormai che qualcuno lo farà. Del resto perché mai Osama bin Laden e il mullah Omar sarebbero ancora in libertà, se non per organizzare altri attentati terroristici? Azzardiamo anche il "quando", così aiutiamo il nostro ministro della Difesa a chiarirsi le idee. Per esempio: se e quando le opinioni pubbliche europee dovessero manifestare, oltre al terrore, anche qualche sintomo di diffidenza nei confronti dei terrorizzatori che le stanno trascinando in guerra.

A quel punto un grande massacro sarà maturo.