RSU

 

"Mi creda, l'Italia, l'hanno rovinata i sindacati". E' una di quelle frasi che, credo solo nel nostro bel paese, hanno fatto storia. Il contenuto è palesemente idiota, oltre che falso, ma come tutte le affermazioni assolute genera un certo sconcerto, un senso di spiazzamento. Come quando si sente dire "i tedeschi sono nazisti" o "l'uomo è cacciatore" Controbattere queste penose banalità spacciate per verità assolute senza cadere nella pedanteria, in un eccesso di distinguo e di analisi, è difficile. Forse bisognerebbe rispondere a tono tipo "no, secondo me l'Italia l'hanno rovinata i frati francescani"; e vedere l'effetto che fa. Ma non ho potuto non pesare alla responsabilità che mi cadeva addosso ("potrò anch'io contribuire finalmente alla rovina d'Italia?") nel momento in cui il responso delle urne mi indicava come rappresentante sindacale di Istituto. Non è stato difficile essere eletto nel vuoto pneumatico creato da anni di latitanza sindacale e di indifferenza della categoria ai vili problemi del diritto. Chiunque avesse timidamente alzato la mano per proporre una candidatura sarebbe stato eletto a furor di popolo. E così è stato nel mio Istituto, 80 insegnanti, 3 candidati, 3 eletti.

Mi rendo subito conto che l'RSU non segna una trasformazione epocale per la vita degli istituti scolastici. Il rappresentante sindacale interno è ancora una figura incerta, dai contorni indefiniti, occupato soprattutto a macerarsi nel dubbio se ciò che gli chiedono insistentemente i colleghi abbia qualcosa a che fare con i compiti che dovrebbe svolgere. "Quanti punti mi danno per il secondo figlio?" "Senti, sono qua dentro da 19 anni, calcola la laurea, tre anni di supplenze; secondo te quando posso andarmene in pensione?" "ciao, sono il supplente di scienza della quinta As, mi hanno detto che tu sei il rappresentante sindacale, volevo chiederti…" Ho quasi la certezza che il terreno d'azione di un RSU non sia propriamente questo. D'altra parte, come si è detto, la classe insegnanti ha una tradizione di bassissimo profilo sindacale, è una delle più ignorante sui contenuti normativi che regolano il lavoro. Ed è quindi inevitabile che gli insegnanti si rivolgano al collega per rovesciargli addosso i tanti dubbi e le frustrazioni accumulate in tanti anni, quando non si capiva bene non solo quali erano i diritti elementari da difendere, ma anche cosa ci stava a fare il sindacato oltre ad indire soporifere assemblee per illustrare i termini delle contrattazioni con il governo e per dire che sì, in fondo, il contratto fa schifo ma è la cosa migliore che in questa congiuntura si può strappare. C'è insomma da impostare e costruire un rapporto assente e forse può risultare più facile all'interno delle mura dell'istituto. Quindi non posso iniziare dicendo no a tutti, arroccandomi dietro i miei limitatissimi compiti. Scelgo così di affondare la testa nel contratto (nessuno di noi lo ha mai letto, ovviamente, e mi chiedo se altri lavoratori lo fanno). Un'orgia di art., Cod., rif., D.P.R., D.M., tabelle, parametri. Insomma, lo Stato. Decido di muovermi in quella selva appiccicosa facendo appello all'orgoglio intellettuale di chi, in fondo, ha affrontato e capito qualcosa dei Lineamenti di Filosofia del Diritto di Hegel. Un contratto scritto da qualche testa d'uovo non può essere tanto più criptico. Cerco le riposte possibili alle richieste dei colleghi e dopo due o tre giorni, un po' incerto, un po' goffo, un po' orgoglioso del raccolto fatto, cerco l'interessato, leggiamo assieme i termini di legge tentando di decodificarli (e poi le sotto, e le contro leggi) e giungiamo a meste conclusioni: che per la pensione non si cava niente dal contratto ed è meglio che vada a chiedere direttamente in Provveditorato; oppure che non vale la pena finire muro contro muro con il preside per quella questione di orario. Mi sembra di essere più un assistente spirituale che un sindacalista. Forse ci vuole il fisico: l'aria un po' arcigna, il sigaro, lo sguardo penetrante e deciso, la giacca di velluto a coste, la mano perennemente appoggiata su guancia e tempia, a reggere la testa un po' reclinata, esito di ore e ore trascorse al tavolo delle trattative. Un'aria alla Trentin insomma.

Dopo un mese di dubbi e intense letture di spaventosi plichi informativi passatimi dal sindacato comprendo che il mio ruolo sta pateticamente diventando quello di raccoglitore di lamentele per i corridoi, senza alcun potere di tradurle in pratica sindacale. Come rappresentanti (tutti e tre dello stesso sindacato di base, una situazione ideale) possiamo, in sostanza, indire assemblee e andare di fronte alla controparte (cioè al Dirigente Scolastico) e contrattare qualcosa: il referente per la sicurezza (puoi capire, che spessore politico!); i criteri per le classi (i Presidi intanto fanno come vogliono); qualche misera distribuzione di fondi. Cosette proprio da poco, ma per queste bisogna aprire formali trattative con il Dirigente Scolastico. Convocazioni, discussione frontale, verbale. Il giorno del primo incontro. Io (sopra me i numi tutelari di Trentin e Cremaschi) mi presento con quaderno pulito, biro, e un paccone di fogli inviatimi dal sindacato. Mi manca il righello per sembrare uno studente al primo giorno di scuola. Il preside è un ex collega. Va ricordato che, soprattutto in un paesone di provincia, spesso i Presidi sono conosciuti dai rappresentanti sindacali, in certi casi possono esserci rapporti di amicizia. Di solito sono moderatamente di sinistra, hanno la tessera CGIL da venticinque anni, sono tutti insegnati che a un certo punto hanno deciso di fare qualcosa d'altro rispetto all'insegnamento e si sono trovati davanti alle uniche due mansioni possibili per un docente nella scuola: insegnanti o presidi. E anche se si sono recentemente montati la testa per essersi trovati in mano un bel po' di potere e di soldi in più restano abbastanza lontani, per ora, dal cliché del manager, cinico, freddo, che in sostanza cerca solo di fregarti. Psicologicamente, si sa, avere un nemico aiuta e facilita la vita. sai quale è il bersaglio e dove e come devi mirare. Non propriamente così con il mio preside. Ci diamo del tu, come facciamo da quando, vent'anni prima, ci trovavamo assieme in uno scalcagnato circolo culturale marxista, lui un po' più vecchio, serissimo, io molto più approssimativo nell'orientamento ideologico e culturale. Si organizzavano incontri su "marxismo e psicanalisi" "il ruolo dello stato borghese nel capitalismo avanzato". Venivano non poche persone a sentire quello che si diceva, e ho ancora una registrazione dove un relatore dice ripetutamente "questo è corretto, questo è corretto" durante l'intervento di uno del pubblico. Altri tempi. Oggi, anche un sottile strato comune. Così quando il preside è arrivato da noi proveniente da un altro Istituto della cintura torinese, abbiamo rapidamente riallacciato il rapporto interrotto tanti anni fa, scambiandoci libri, impressioni politiche, giudizi sulla scuola. Condizionato da queste abitudini il mio ruolo di rappresentanza del proletariato scolastico inizia chiedendo alla controparte cosa ne pensa di quel libro che le ho imprestato un mese fa. Non male, risponde la controparte (che ha insegnato per anni la mia stessa materia) ma l'argomentazione è alle volte un po' lacunosa. Sto per controbattere pacatamente quando un'occhiata severa del mio collega sindacalista (un tecnico di laboratorio) mi stoppa. Siamo seri. Si apre l'incontro con questioni di soldi. Un classico, comincio a caricarmi perché gli insegnati sono tra i pochi impiegati che per alcuni lavori extra (pagati una miseria) vedono i soldi dopo mesi, alle volte dopo un anno. Senza incertezze, allora, giù duri. Dopo le rimostranze di rito e qualche mio accenno ironico-storico-critico ("gli operai darebbero il giro alla fabbrica se fossero pagati a giugno per gli straordinari di settembre") il preside chiama la segretaria, intelligente e brillante signora (anche con lei, del tu), che ci sommerge con dati, cifre, analisi accurata dei conflitti di competenze e ci mette di fronte alla cruda verità: i soldi vengono stanziati ma non versati e per questo possiamo pagarvi solo quando arrivano. Sorriso. Punto. Da anni sostengo la necessità del ritorno, dopo le umiliazioni concertative, ad una conflittualità sociale aperta, franca e dura, ma è difficile difendere un metodo e un contenuto di lotta se neppure te li lasciano agire. Poi si parla della sicurezza. Maniglioni antipanico e corsi antinfortunistica, temi necessari ma di contenuto politico debolino. Infine chiediamo educatamente una scheda per segnare le ore di attività collegiale e non dovere riportare su fogli e quaderni ciò che è verbalizzato e ufficializzato dalla scuola stessa. Arriverà, arriverà la scheda, dateci tempo, c'è tanto da fare nell'amministrazione e lo Stato, e il Provveditorato, e il governo di destra, e il Ministero: è mica colpa nostra se ci tagliano soldi e gli organici. Arrivederci alla prossima, la seduta è tolta. Non immaginavo di salire su un palchetto improvvisato ad arringare i colleghi (sfumano lontanissime le immagini di Cremaschi e Trentin, e anche quella di Berlinguer davanti alla Fiat, se occuperete saremo con voi…) ma, via, qualcosa di meno fiacco, meno deprimente.

I mesi successivi trascorrono in totale calma, non ci sono neppure vertenza nazionali a scaldare un po' gli animi.

I colleghi continuano a fermarmi nei corridoi per avere informazioni sulla pensione e sulle sostituzioni per il recupero festività. Quando mi apparirà come auspice Benvenuto mi ritirerò con ordine, darò le dimissioni e lascerò il posto a quel collega che ci tiene tanto, primo e ultimo degli esclusi. Lui non è mai stato al bar con il Preside, è qui solo da due anni, e arriva, come una volta, da un paesino della Basilicata. E' intelligente e grintoso e porta il sopracciglio folto e la rabbia dei briganti che lottavano contro sbirri e funzionari. Non so bene che senso abbia oggi tutto questo, nel nuovo secolo, nel nuovo millennio, nella nuova scuola. Ma se a sorreggerlo durante le "contrattazioni d'Istituto" in presidenza sarà il fantasma di Crocco, c'è da ben sperare.