GENOVA UN ANNO DOPO

dossier su Genova di 'Rivoluzioni' 30/06/02- per gentile concessione

PRIMA PARTE -------------------------------------SECONDA PARTE -------------------------------TERZA PARTE

A Genova, per parlare di futuro

di Patrizia Sentinelli

La grande manifestazione di Siviglia di qualche giorno fa ha dimostrato quanto le discussioni e le analisi sulla crisi del movimento fossero liquidatorie e, a volte, interessate. Non si tratta di crogiolarsi con l’idea che "il movimento è bello e vincerà" ma di avere consapevolezza e attenzione per alcuni dati politici che hanno sostenuto il nostro affidamento verso il "movimento dei movimenti" e che mantengono tutta la loro pregnanza.

Innanzi tutto la dimensione internazionale che ne è elemento di forza. Possono esserci nelle diverse realtà e in diversi periodi punti più o meno alti, ma c’è un processo mondiale che alimenta un’esperienza che non a caso abbiamo definito il possibile "nuovo movimento operaio", cioè un soggetto politico capace potenzialmente di segnare di sé una fase storica. In secondo luogo la crisi del centro sinistra e della terza via su scala generale, rispetto alla quali le elezioni francesi hanno rappresentato il punto di non ritorno.

Se la prospettiva del centro sinistra è preclusa, le due strade possibili per le forze che lo hanno animato sono, da un lato il liberismo, cioè la fine della terza via con l’approdo alla prima e quindi al neo liberismo; dall’altro, quella indicata dal movimento, cioè di un altro mondo possibile, che richiede, però, una rottura radicale con gli assetti del centro sinistra degli ultimi due decenni.

E infatti – ed è questo il terzo punto di analisi - il movimento incide, suscita coscienze, provoca mobilitazioni diverse.

C’è un contagio tra settori sociali: in Italia, tra i "no-global" e le lotte operaie; in Spagna, nella connessione tra il movimento e il primo sciopero generale dell’era Aznar.

C’è anche una ricaduta politica come dimostrano le stesse recenti elezioni amministrative italiane e il dibattito nella sinistra del nostro Paese.

Tutto ciò non significa esaltazione acritica del movimento. La situazione resta complessa e difficile e richiede iniziativa accompagnata a riflessione rigorosa anche sulle strutture che il movimento stesso si è dato, come sui comportamenti, le pratiche, le modalità con cui si sviluppano le relazioni interne ed esterne al movimento.

Genova rappresenta, perciò, ancora una volta, un appuntamento centrale. Per il suo valore simbolico, ma anche per il suo essere nuovamente luogo collettivo di elaborazione e di approfondimento utili a costruire in modo dinamico gli ulteriori passaggi verso il Forum europeo.

Noi dobbiamo lavorare ponendo come sempre al centro il valore del movimento, della sua autonomia e della sua unità. Ma possiamo utilmente segnalare questioni che ci appaiono dirimenti per questa fase.

Ad esempio in Italia lo scontro aperto sull’art. 18 è destinato, come quello che ci fu sulla scala mobile, ad essere incidente sui rapporti di forza generali e sulla crisi del centro sinistra.

D’altra parte questo scontro poggia sulla non mediabilità del punto di vista dei diritti del lavoro con quello della centralità dell’impresa e segna così le relazioni tra soggetti che vogliono riproporre un’idea di società dei diritti e delle libertà individuali e collettive.

La campagna sull’art. 18, di cui il referendum per l’estensione dei diritti nelle aziende con meno di 15 dipendenti costituisce elemento forte, è paradigmatica di una relazione, di una pratica di massa, di un conflitto di fondo. Per questo parla del e al movimento. E può favorire la costruzione di una proposta per un’altra Europa che può maturare positivamente nella preparazione del Forum di novembre.

A Genova, dunque, non per una commemorazione di giornate splendide e tragiche. L’emozione sarà ancora più grande proprio perché sappiamo che quella storia non è il nostro passato, ma il nostro presente e il nostro futuro.

E’ con questa consapevolezza che il dolore e la rabbia che abbiamo nel cuore per la morte di Carlo e per la feroce repressione subita, possono sembrarci meno schiaccianti. Il debito che abbiamo con lui lo vogliamo onorare nel modo che ci appare meno pesante: lavorando perché non ci siano più morti così e perché quella morte non sia stata inutile.

 

Chi ha deciso la morte di Carlo?

di Haidi Giuliani

Il nonno è morto più di vent’anni fa, quando i miei figli erano bambini. "Un pezzettino di lui vive in ciascuno di voi" ho detto, "abbiatene cura. "

In piazza Alimonda, Beatrice, dai lunghi capelli biondi, il 20 gennaio ha portato uno striscione:

CARLO VIVE

Poco tempo dopo, meno di un mese, abbiamo aggiunto: CON EDO

Edo e Carlo. Insieme nei corridoi del liceo, le prime sigarette fumate di nascosto, le partite a ping pong, le assemblee d’istituto, le manifestazioni per la scuola…Già alto e magro il primo, sempre piccolo e sempre in movimento il secondo.

No, non sono vivi; non ho più bambini a cui raccontare fiabe: Edo se l’è portato via, nel sonno, una miocardite. E Carlo?

E’ passato quasi un anno, trecentotrentanove giorni senza di lui, un senso di stanchezza infinita quando penso ai giorni che devono ancora venire.

Con Antonella Marrone, giornalista prima e poi anche amica, come è successo con tante belle persone conosciute grazie a mio figlio, ho appena ripercorso questo tempo, vissuto come in apnea: la solidarietà dei compagni e di tanta gente per lo più sconosciuta, le indagini, la ricerca di foto e filmati, di documenti e testimonianze, i rapporti con la stampa, la televisione, l’impotenza di fronte alle falsità e alla disinformazione, la necessità di spiegare come sono andate le cose, i libri, le rappresentazioni teatrali che parlano di lui, la formazione del Comitato, la preparazione del Cd con le canzoni regalate a Carlo…Come in apnea, dicevo, un po’ perché i giorni e le notti si rincorrono carichi di impegni, un po’ perché se ti fermi a respirare il dolore si fa insopportabile.

Un’altra amica mi dice: "Sai, l’altro giorno ho visto un biondino con un berretto, così e così, insomma ho provato un tuffo al cuore…"

No, ai miei occhi nessun berretto è come il suo; non proverò mai il brivido, l’illusione di riconoscerlo in mezzo a un gruppetto di giovani. Ma i ragazzi e le ragazze della sua età, le giovani donne e gli uomini futuri, hanno assunto per me – maestra in pensione, innamorata solo di bambini – un’importanza particolare.

Ne ho conosciuti tanti, in questi mesi, tanti e diversi.

In piazza Alimonda i più tenaci, quelli che si siedono lì e ci restano anche tutta la notte, una bottiglietta di birra e una canna "da fumare con lui", sono quelli che la nostra società perbenista non vuole neanche vedere: hanno i pearcing, i tatuaggi, alcuni di loro frequentano il Sert; hanno il cuore grande, la testa piena di poesia, spesso un cucciolo tra i piedi. Sono i più sensibili, magari ti danno del lei, spesso non parlano. Io ricordo altri giovani, intere generazioni di possibili contestatori, messi a tacere da un nascente, e fiorente, mercato di droga pesante.

Chi ha voluto il loro annientamento?

I più felici, anche se trascorrono troppo del loro tempo libero in riunioni fumose, sono senza dubbio i giovani "impegnati" (che brutta parola, ma non ne trovo altre) politicamente, nei partiti e nei movimenti, e socialmente, nel volontariato; suppliscono, cioè, a una democrazia incompleta, lei sì immatura, e cercano di correggere quest’abisso di ingiustizia.

Chi dovrebbe essere considerato responsabile al posto loro?

Non ho dimestichezza con la religione, credo di essere nata atea, ma ho imparato a collaborare nella scuola con chi aveva il coraggio di mettersi in discussione, da credente, di fronte ai problemi reali almeno quanto me, da comunista. E a rispettarlo. Come oggi provo grande rispetto per quei giovani che mettono la loro fede al servizio del mondo.

Chi ha l’arroganza di immiserire questa loro grande disponibilità invocando la fede come strumento di supremazia e di guerra di civiltà?

Con quelli "più abbronzati" avevo rapporti di solidarietà da lungo tempo; da lungo tempo soffro incontrandoli agli angoli delle strade, lontani dalle loro famiglie, umiliati. Il sorriso che mi restituiscono può scaldarmi il cuore, ma non posso evitare di chiedermi:

chi li ha costretti a lasciare la propria terra, in alcuni casi strappando le radici e prostituendo, per sopravvivere, il corpo o l’anima?

Dentro ai bar quando fa freddo, o fuori, attorno alle macchinette mangiasoldi, discutendo dell’ultima partita, il capannello è prevalentemente maschile, anche in questo pezzetto d’Europa del terzo millennio. Ora che ritorna l’estate basta una panchina per ritrovarsi. Perché si ha voglia di chiacchierare con gli amici, stare insieme ad ascoltare o a strimpellare una chitarra, maltrattare un tam tam, anche perdere tempo, perché no: è così bello quando lo si fa in compagnia. Tutti consumatori devono essere i nostri ragazzi; non ci sono luoghi dove si possa andare senza spendere soldi. Perché?

Chi ha rubato gli spazi della città?

Chi ha rubato la cultura, la voglia di musica, di arte, di bellezza?

Poi ci sono gli altri; non li amo, lo confesso, ma nello stesso tempo non posso fare a meno di guardarli: sembrano cloni della pubblicità e dei serial televisivi, rassegnati ad essere belli, a piacersi davanti allo specchio; il telefonino sempre acceso, il vestitino all’ultima moda, lo zainetto firmato, il capellino tagliato giusto, perfino la risatina…

So che quando erano bambini anche loro avevano grandi potenzialità e un’anima affamata.

Chi li ha condannati a una visione del mondo così meschina ed egocentrica, ad ideali piccini, a tanta pochezza?

Ho conosciuto tanti giovani, dicevo: li ho incontrato nella luce incerta dei centri sociali, sul palcoscenico di qualche teatro, nelle Comunità di San Benedetto, nelle radio libere. Rivedo i volti solari dei ragazzi del Forum Sociale Antimafia, sorridenti e coraggiosi, a Palermo, in una terra difficile e bella.

Chi sostiene che si possa convivere con la prevaricazione mafiosa?

E tanti ne ho incontrati in lunghe notti di ricerca, nelle fotografie, nei filmati, nelle pagine dei libri, nelle testimonianze rese; giovani venuti a Genova per dire no allo sfruttamento, alle guerre, no alla barbarie dei grandi mercati, alle logiche disumane della finanza; giovani feriti nel corpo e nell’anima.

Chi ha ordinato la violenza?

Chi ha cercato di rapinarli della capacità di sognare?

Chi vuole falsificare, nascondere, stracciare la verità e la giustizia?

Chi ha deciso la morte di Carlo?

 

Un anno in movimento

Salvatore Cannavò*

Da Genova in poi il movimento antiglobalizzazione in Italia conosce una fase di intensa crescita e di radicamento nelle città. La repressione durante il vertice G8, le cariche, gli arresti, l’aggressione alla Diaz, gli orrori di Bolzaneto, lungi dall’annichilire quell’irruzione politica che per tre giorni ha ravvivato il capoluogo ligure, la alimentano e la gonfiano. Tre giorni dopo la "mattanza" del 21 luglio, scendono in piazza in tutta Italia più di 500mila persone contro l’autoritarismo del governo e per ricordare la morte di Carlo Giuliani. Il mese di agosto vedrà la grande stampa totalmente occupata dalle polemiche che investono il governo e le forze di polizia.

Il movimento non smobilita, anzi si rafforza. Segno che coglie un’onda reale e una sensibilità culturale, sociale e politica in cerca di rappresentanza. Questa marea montante dimostra che la faglia apertasi a Genova è più ampia di quanto si pensasse – e infatti gran parte delle forze politiche saranno spiazzate dall’evento – e di quanto gli stessi soggetti promotori dell’iniziativa avessero sperato. Il carico di responsabilità e di oneri sarà pienamente visibile già durante l’estate quando si tratterà di mettere a punto la relazione sulle giornate di luglio da presentare alla commissione parlamentare di indagine. Ma, al di là dell’emergenza, appare chiaro nel breve volgere di poche settimane, che si tratterà di definire un percorso che consenta a questa "onda mobile" di assestarsi, di crescere e di organizzarsi.

5 settembre, in 1500 a Roma

La forma che immediatamente fornisce l’alveo in cui le energie scatenate a Genova potranno fluire liberamente saranno i social forum, strutture nate per partogenesi dall’esperienza di luglio. Già da settembre ne sorgeranno a decine in quasi tutte le città. A Roma, il 5 settembre, saranno 1500 le persone che parteciperanno alla prima assemblea pubblica che, per motivi di affluenza, si dovrà svolgere all’aperto sul piazzale del Campidoglio. Stesse scene si ripeteranno a Milano, Torino, Napoli. Il social forum diventa un simbolo riconoscibile e di massa. La sua formazione, segno tangibile che centinaia di migliaia di persone sono alla ricerca di una nuova forma politica, inclusiva, democraticamente partecipata, che testimoni la volontà di impegno e che riveli la radicalità del movimento. Nella maggior parte dei casi, soprattutto nei piccoli centri, questi luoghi della politica divengono strumento decisivo di elaborazione. Nel loro sviluppo manifesteranno anche limiti e ambiguità: in alcuni casi non vanno oltre l’intergruppi o il coordinamento delle forze più militanti. Passato lo slancio iniziale spesso hanno difficoltà a individuare la propria "missione", le modalità con cui le istanze generali del movimento – l’antiliberismo e l’opposizione alla guerra – possono tramutarsi in una efficace dimensione locale, in un radicamento reale nei territori, nella costruzione di conflittualità sociale o nella realizzazione di iniziative di massa e coinvolgenti. A questa difficoltà si sovrappone, complicandola, la tendenza delle "aree" nazionali del movimento, a privilegiare i propri momenti di iniziativa e la propria visibilità.

Tuttavia è chiaro che oramai si stanno formando due soggetti complementari: accanto alle reti nazionali che hanno costituito l’ossatura del Controvertice si affiancano dei soggetti locali a partecipazione diffusa. La necessità di capire come questo patrimonio riprenda il filo di Genova e si dispieghi, in forma plurale e allo stesso tempo unitaria, coniugando forme di partecipazione locale con le reti nazionali, diventa quindi l’oggetto della prima riunione del Consiglio dei portavoce del Genoa social forum, dopo le manifestazioni di luglio, il 9 e 10 settembre a Bologna.

9 e 10 settembre, Bologna

Le modalità di indizione di questa riunione creano più di un malumore: molti social forum locali lamentano che si tratti di una riunione a porte chiuse, riservata a un presunto e autoproclamato "gruppo dirigente" del movimento. Inoltre la riunione è forse un po’ troppo lontana dagli avvenimenti e non costituisce un’elaborazione politico-emotiva adeguata. Ma comunque si svolge in un clima disteso. Soprattutto prende atto che oltre alle strutture nazionali, il movimento è dilagato dal basso e quindi non può proseguire con le vecchie strutture, né con modalità verticali. Nasce da qui la decisione di convocare la prima assemblea nazionale a Firenze, i successivi 20 e 21 ottobre.

11 settembre, il castigo

L’11 settembre arriva come un castigo. L’attentato contro le Twin Towers a New York, il primo vero shock nel cuore dell’impero e l’avvio della "guerra globale permanente" lanciata dal presidente Usa, Bush jr., costituiscono l’inizio di una nuova fase nella storia del pianeta. Il movimento reagisce condannando immediatamente gli attentati, ma capisce che la situazione politica è destinata a cambiare. Il proclama di Bush - "o con noi o con il terrorismo" - non è solo uno strumento degli Stati Uniti per riaffermare il proprio dominio sul mondo e imprimere alla politica mondiale il proprio ritmo e la propria egemonia, ma anche un’ulteriore minaccia ai movimenti organizzati di tutto il mondo, alle lotte di liberazione popolare, alle varie forme di antagonismo sociale.

15 ottobre, Perugia-Assisi

L’opposizione alla guerra che si prepara e la condanna del terrorismo costituiranno quindi i nuovi due temi di attività del movimento. Il 15 ottobre si svolge la Marcia Perugia-Assisi, organizzata ogni due anni dalla Tavola per la Pace. Nonostante qualche contraddizione e qualche divergenza il movimento si troverà naturalmente in piazza in una manifestazione imponente (tra le 200 e le 300mila persone), esprimendo però una propria elaborazione, molto più radicale di quella degli organizzatori. L’espressione "contro la guerra senza se e senza ma" diverrà un motivo di fondo delle manifestazioni del movimento e dei social forum e costituirà il leit motiv dell’Assemblea nazionale di Firenze che si svolge appena quindici giorni dopo l’avvio, il 7 ottobre, dei bombardamenti angloamericani sull’Afghanistan, additato dagli Usa come la casa madre del terrorismo internazionale e quindi la mente degli attentati su New York.

L’emergenza provocata dalla guerra imporrà una discussione molto serrata e accesa sulla necessità di indire una propria manifestazione e quindi di dare continuità alla mobilitazione dopo lo straordinario successo della Perugia-Assisi.

9 novembre, il vertice del Wto

L’occasione è data dal 9 novembre, data in cui si tiene il primo vertice della Wto dopo il fallimento di Seattle, questa volta in un luogo più tanquillo: a Doha nel Qatar. In coincidenza di quell’appuntamento, inoltre, la Fao terrà il suo vertice annuale proprio a Roma, offrendo così, oltre alla data, un'ulteriore motivazione, quasi un programma politico a una nuova discesa in piazza. Su questo punto il movimento per la prima volta si divide, non già sui contenuti – tutti sono d’accordo sull’opposizione radicale alla guerra – ma sulle forme. I settori cattolici e quelli appartenenti alla Rete Lilliput mostrano disagio per la reiterazione della forma tradizionale della manifestazione, in cui individuano una eccessiva egemonia delle aree più radicali e più legate alle tradizioni dell’estrema sinistra. Questa posizione incide, con gradazioni diverse, sugli orientamenti delle aree nazionali, mentre invece dalla maggioranza dei social forum verrà un’indicazione netta per il corteo nazionale a Roma.

10 novembre, la rinascita

L’esperienza consensuale di Genova, il rispetto per posizioni differenti, la consapevolezza di essere impegnati in un battaglia di lunga durata, consentiranno alla fine di trovare una formula conclusiva che mette d’accordo tutti. Il 10 novembre a Roma si lavorerà sia alla realizzazione di una manifestazione che all’organizzazione di un controvertice "Contro la guerra economica, sociale e militare" a cui dovrà seguire un concerto in piazza. A complicare - ma alla fine semplificherà - le cose interverrà la decisione della maggioranza governativa di indire nella stessa data e nella stessa città una manifestazione di solidarietà e sostegno agli Stati Uniti "vittime del terrorismo". Il 10 novembre si carica così di una simbologia eloquente: da una parte si mobiliterà il "popolo di Genova", additato dal centrodestra italiano al governo come un condensato di teppismo e violenza; dall’altra, invece, la "maggioranza silenziosa" darà prova di sé con una manifestazione guerrafondaia, intrisa di retorica nazionalista, all’insegna della necessità di ripristare "l’ordine e la legge".

Questa situazione contribuisce a far rientrare le divergenze. Tutte le componenti del movimento parteciperanno sia al controvertice che alla manifestazione. La giornata si svolge senza alcun minimo incidente e i risultati finali saranno altrettanto eloquenti: alla manifestazione della coalizione governativa parteciperanno tra le 25 e le 30mila persone; a quella del movimento oltre 120mila. Si tratta di una dimostrazione di vitalità e di forza pari a quella di Genova. Due mesi di clima plumbeo e militarizzato non riescono a fiaccare questa onda mobile; le energie di cui il movimento dispone appaiono inesauribili. Se ne accorgono alcune forze della sinistra moderata italiana che per la prima volta scenderanno in piazza con i social forum.

Il 10 novembre rappresenta quindi un nuovo inizio: le due discriminanti chiave che il movimento italiano proporrà al Forum sociale mondiale di Porto Alegre nel febbraio successivo e che poi inscriverà nel suo "patto di lavoro" – "no al liberismo, no alla guerra" - nascono quel giorno e costituiscono un elemento di identità semplice ma robusto per centinaia di migliaia di persone. Quella manifestazione costituisce un punto di non ritorno, anche se ancora assisteremo ad andirivieni e a oscillazioni. Il movimento ha attraversato indenne la guerra, si è rafforzato e motivato nell’opposizione ad essa ed ora è pronto ad affrontare una fase nuova, quella che vede scendere in campo altre soggettività sociali, altre istanze che con "il popolo di Genova" cercheranno istintivamente un rapporto.

L’autunno in piazza

Nell’autunno le piazze di tutta Italia si riempiono di manifestazioni studentesche, le scuole vengono occupate, nelle università continua la mobilitazione contro l’aumento delle tasse e per il diritto allo studio. Si tratta di manifestazioni già viste, di proteste radicate nella società italiana. Ma questa volta il movimento studentesco è diverso da quelli precedenti. E non solo perché contestualmente si esprime un forte e ramificato movimento degli insegnanti – con rivendicazioni non solo sindacali, ma anche di carattere più generale – ma proprio perché le giornate di Genova scoperchiano dieci anni di rassegnazione e di sfiducia, mostrando nuove possibilità e potenzialità. Nelle occupazioni scolastiche, nelle facoltà universitarie in lotta si vedono così i "figli di Genova", quelli che, anche senza aver partecipato alle giornate di luglio, ne hanno assaporato il clima sociale, l’esuberanza ideale e il messaggio politico. Quello che si afferma, un po’ alla volta e senza bisogno di elaborazioni faticose, è un bisogno insopprimibile di partecipazione, un desiderio che si esprime con le occupazioni, da sempre, ma che ora si intreccia con la parola d’ordine del movimento antiglobalizzazione: la democrazia partecipativa. Questa aspirazione appare la traduzione moderna di un tema che ha caratterizzato le "scalate al cielo" del Novecento e che oggi si ripresenta in forme apparentemente più blande o più soffici, ma cariche comunque della stessa utopia. Nelle manifestazioni che contesteranno gli Stati Generali della Scuola, voluti dalla ministra Moratti, gli studenti applicheranno quella parola d’ordine che ha caratterizzato Genova e Porto Alegre. "Riappropriamoci della nostra scuola" è lo slogan degli studenti; "riappropriamoci del nostro mondo", quello del movimento antiglobalizzazione. Quest’ultimo pensa che "un altro mondo è possibile", quello è convinto che sia possibile "un’altra scuola". Entrambi pongono una domanda politica e un’istanza di partecipazione e democrazia che nessuna delle forme politiche e istituzionali esistenti può soddisfare, tanto meno la parata di Moratti e soci. Per questo possono incontrarsi, interloquire, viaggiare insieme.

Questa identità generale, però, non cancella la specifica soggettività studentesca che anzi è il tratto dominante di lotte, dibattiti, manifestazioni comuni. Gli studenti non si definiscono e non si pensano "no global": sono "studenti", hanno una soggettività definita. Ma questa "gelosia" della propria specifica identità non corrisponde a un’arretratezza o a un’incomprensione politiche. Rivendicando la materialità della loro condizione e conferendo così concretezza alle lotte e alle parole d’ordine, gli studenti non fanno altro che assaporare il loro anticapitalismo latente, scoprendone la valenza grazie a un percorso reale, autoformativo e autodeterminato. Il messaggio universale del "popolo di Genova" ha bisogno di arricchirsi di passaggi più parziali, concreti, anche settoriali. Solo così si potrà determinare un allargamento della partecipazione.

Il 20 dicembre 2001 a a Roma, 100mila studenti accerchieranno il governo e i responsabili dell’istruzione pubblica. Lo faranno assieme agli esponenti del movimento di Genova e dimostreranno a quest’ultimo la strada per aprire ulteriormente le proprie finestre e realizzare l’inveramento di quella intuizione con la quale Naomi Klein, ha definito il movimento mondiale.

Il bisogno di movimenti

La vicenda degli studenti mostra come il "movimento", in Italia e nel mondo, abbia assolutamente bisogno dei "movimenti", delle soggettività sociali, delle loro lotte e delle loro rivendicazioni. Un forte movimento dei lavoratori per il salario e per la difesa dei diritti; un forte movimento di migranti, un forte movimento studentesco e giovanile, un forte movimento femminista, e così via. Tutte queste istanze iniziano ad essere comprese nell’elaborazione dei social forum, ma solo l’irruzione di soggettività reali può permettere di affrontare un nuovo sviluppo. In presenza di movimenti organizzati e dotati di obiettivi precisi vengono messe in chiaro anche le questioni apparentemente più complesse: la rappresentanza e la democrazia locale, il tema del "chi rappresenta chi" che occupa gran parte delle assemblee; il coordinamento nazionale e il giusto equilibrio tra realtà di base e strutture organizzate nazionalmente; i rapporti tra le varie aree, il "giusto peso" da assegnare a ognuna di esse; il radicamento nei territori o nei luoghi del sapere e della produzione.

19 gennaio, il movimento apolide

A gennaio sarà la volta dei migranti dimostrare che le possibilità di allargamento del movimento sono date proprio dalla sua capacità di parlare, anzi di far parlare senza mediazioni, il linguaggio delle contraddizioni reali. Il 19 gennaio a Roma sfileranno più di 100mila persone contro il progetto di legge del governo che elimina qualsiasi diritto per i cittadini migranti. La manifestazione è organizzata direttamente dai social forum che, per la loro natura "apolide" diventano uno dei luoghi privilegiati dell’autorganizzazione dei migranti. E’ l’ennesima dimostrazione che lingue culturali e politiche diverse – quella degli "antiglobal" e quella dei "disperati del mondo" – hanno non solo la possibilità, ma anche il reciproco interesse a camminare insieme. Per il popolo di Genova si tratta di un’ulteriore prova della propria vitalità e la dimostrazione che quel filo tessuto tra il 19 e il 21 luglio non si è ancora sfibrato.

In concomitanza con la manifestazione dei e delle migranti, il movimento tiene la sua seconda Assemblea nazionale. Questa volta si tratta in primo luogo di preparare la partecipazione al Secondo forum di Porto Alegre. Già si intravedono i segnali di una ricca, ed eccessiva, presenza di forze, partiti, parlamentari delle sinistre socialdemocratiche europee, in primo luogo di quella italiana. Sarà proprio a Roma che il movimento ribadisce le coordinate del "no alla guerra e al liberismo" come base della propria iniziativa, dichiarando apertamente il proprio livello di autonomia e indipendenza dalla politica organizzata, come poi si vedrà chiaramente a Porto Alegre.

Porto Alegre, verso il Forum europeo

E’ comunque con questo carico di vitalità e manifestazioni che il movimento sbarca a Porto Alegre. In Brasile saranno oltre mille gli italiani presenti, prima delegazione internazionale. E’ il frutto di questi mesi di lotte e di attività permanente, il frutto maturo di Genova. A Porto Alegre la delegazione italiana svolgerà un lavoro politico rilevantissimo. Oltre a partecipare e ad animare workshop e seminari, saranno gli italiani a "guidare" la contestazione dei parlamentari che hanno appoggiato la guerra in Afghanistan e che non si faranno scrupolo di venire al Forum. E sarà sempre la delegazione italiana a svolgere un ruolo centrale nella definizione del documento finale dei movimenti sociali, làddove la doppia discriminante del "no al liberismo e no alla guerra" diventa un punto identificativo accettato da tutti. Questo ruolo sarà sancito formalmente dal movimento internazionale allorquando si accetterà che lo svolgimento del primo Forum sociale europeo si svolga a Firenze (dal 7 al 10 novembre). E’ la prova che l’Italia viene percepita come un riferimento obbligato, punta avanzata della mobilitazione internazionale. Sarà un carico di responsabilità enorme, il cui peso si sta misurando proprio in questi giorni. A distanza di alcuni mesi da Porto Alegre, si rivela però anche come una ottima possibilità per il movimento italiano di uscire dalla fase della contrapposizione di piazza e passare a quella della definizione di una agenda propria.

La questione sociale

Su questa agenda inizia ad influire lo sviluppo, tutt’altro che lineare, dello scontro con le politiche governative. Inizia a farsi sentire l’ "effetto Argentina", la dimostrazione che la globalizzazione capitalistica trova ancora come espressione di crisi sociale le vicende nazionali e che queste impongono una strategia e una tattica politica più ravvicinata e immediata. Le manifestazioni contro i vertici internazionali, il cui apice è rappresentato proprio da Genova, vengono affiancate da manifestazioni imponenti contro il proprio governo, anello debole di una globalizzazione liberista in crisi e perciò ancora più violenta e cattiva. L’intenzione del governo di modificare un articolo centrale dello Statuto dei lavoratori, l’articolo 18, che vieta i licenziamenti senza una "giusta causa", determina una resistenza sociale, e soprattutto operaia, che dà vita a cortei, scioperi, manifestazioni ovunque. Il 15 di febbraio può essere una data importante: il settore del Pubblico impiego dei principali sindacati confederali, Cgil, Cisl e Uil, ha deciso di indire lo sciopero generale. I sindacati di base, che nel pubblico impiego hanno il loro principale insediamento, decidono di confluire su quella data per estendere la forza dello sciopero e indebolire cos" la posizione del governo. Il movimento decide anch’esso di convergere su quella giornata per realizzare una grande manifestazione di opposizione sociale. La manifestazione unitaria non si farà, perché nel frattempo i sindacati confederali sigleranno un’intesa, ma comunque il 15 febbraio il sindacalismo extraconfederale e di base realizzerà la sua più grande manifestazione nazionale e i social forum, anche se solo simbolicamente, saranno lì. Così come erano stati in piazza solo tre mesi prima, il 16 novembre, a fianco dello sciopero generale proclamato dalla Fiom-Cgil, il sindacato metalmeccanico, unica organizzazione a non siglare un contratto di categoria rispettose ancora dei parametri della concertazione.

Sono esperienze esemplari che costruiscono una identità nuova: il movimento si riconosce nelle lotte dei lavoratori, quelle di più antica e consolidata tradizione, ma anche di quelle più combattive. La battaglia contro la globalizzazione capitalistica si arricchisce della lotta ai governi che la sostengono e la applicano localmente.

Ma contestualmente si avverte l’urgenza di un’alleanza più stretta con il mondo del lavoro dipendente. Considerato fino a pochi mesi prima un problema esterno, l’acuirsi della crisi sociale e il ritrovato protagonismo del moderno proletariato ripropongono una centralità che sembrava desueta, scalzata dall’emergere di soggettività più indefinite e rarefatte.

23 marzo, in tre milioni

L’adesione allo sciopero generale proclamato dalla sola Cgil e la partecipazione alla sua manifestazione nazionale del 23 marzo costituiranno il suggello di questa consapevolezza. Attorno ai temi del lavoro, della sua difesa e dell’estensione dei diritti che lo riguardano, il movimento si assesterà ancora, parlando un linguaggio sempre più generale.

Il rapporto con la Cgil, in realtà, è indicativo di un ulteriore passaggio di crescita politica. Tra il luglio del 2001 e la primavera del 2002, il movimento "no global" è stato l’unico soggetto a detenere il monopolio della piazza. Con l’irruzione del movimento dei lavoratori, questo monopolio, fortunatamente, si spezza, e il movimento scoprirà la necessità di coniugare la propria indispensabile e ribadita autonomia con la domanda di unità d’azione che sale dal basso. Un problema delicato, che provoca le prime vere divisioni con i settori Cobas meno disponibili a forme unitarie con la Cgil, e che pone in forme concrete e inaggirabili la questione sociale e le moderne forme della lotta di classe. Con la scesa in campo del movimento sindacale, dalle capacità di mobilitazioni ancora formidabili, il tema di come il movimento aggiorna ed estende il proprio campo d’azione si pone con evidenza. Il "movimento dei movimenti" incontra per la prima volta un movimento che non si fa integrare nel suo percorso di lotta ma che non può essere semplicemente affrontato con una contrapposizione. E’ questo, forse, il nodo irrisolto demandato alla discussione dei prossimi mesi.

(Tratto dal libro, "Porto Alegre, capitale dei movimenti". Edizione manifestolibri, 2002)

 

 

 

Fausto Bertinotti, Alex Zanotelli e Vittorio Agnoletto rispondono a cinque domande sul passato, il presente e il futuro del movimento

1. A un anno da Genova, quanto è ancora in vita il "movimento dei movimenti"?

2. Quali sono stati i pregi e i limiti di quest’anno in movimento?

3. Il movimento nasce su una spinta globale e generale. A volte perfino etica. Se è vera questa definizione, ti sembra che la traduzione concreta a livello locale e nazionale sia stata realizzata. E come?

4. A un certo punto il "movimento dei movimenti" non è stato l'unico depositario del protagonismo. Altri movimenti, a cominciare da quello sindacale, si sono affermati. Che relazione esiste o dovrebbe esistere tra queste differenti soggettività?

5. A luglio il movimento ritorna a Genova. A novembre ci sarà il Forum sociale europeo. Come dovrebbero essere vissute queste occasioni e quali sono, più in generale, le prospettive del movimento?

Fausto Bertinotti

"L’alternativa è possibile, costruiamola"

1. Genova ha rappresentato una tappa importante per la crescita del movimento contro la globalizzazione neoliberista. Importante soprattutto perché a Genova abbiamo assistito alla strategia più strutturata messa in atto per colpire il movimento e annichilirne le potenzialità di sviluppo. Abbiamo vissuto una repressione generale e astratta che si è distinta per la sua generalità e astrattezza. La repressione si è rivolta contemporaneamente contro tutte le espressioni del movimento (lasciando indisturbate le frange esterne come i cosiddetti black block), senza distinzioni (dai disobbedienti, agli aderenti alla Rete Lilliput, fino ai giornalisti, ai fotografi e così via) con l’obiettivo evidente di "generalizzare" la violenza e, al tempo stesso, astraendola dal contesto concreto nel senso che non era importante cosa tu stessi facendo a Genova, l’unica cosa di cui eri responsabile era di essere a Genova. La risposta più importante che si è riusciti a dare è quella di rifiutare il terreno di scontro che si voleva imporre. Il movimento è riuscito a "disobbedire" alla logica della spirale repressione/violenza con la quale lo si voleva confinare per sconfiggerlo. Anche solo questo elemento dimostra la novità di questo movimento rispetto alla storia e alla cultura del novecento. Detto questo, non credo che possiamo definire una data rispetto alla quale tematizzare la questione dello stato del movimento, neanche quella emblematica delle tre giornate di Genova. La novità introdotta dal movimento contro la globalizzazione neoliberista è quella di aver agito nel profondo delle culture e delle opinioni e di aver modificato, quindi, la cultura prevalente nella società aprendo una nuova stagione della politica e della cultura nel mondo. Non si misura, quindi, la crescita del movimento sul numero delle manifestazioni che promuove o sull’appeal nei mezzi di informazione. Abbiamo spesso usato la metafora della concimazione: questo movimento è come se avesse dissodato e concimato il terreno. Su di esso chiunque fa una buona semina (nel senso della direzione politica, ideale e culturale) fa raccolti straordinari e impensabili solo alcuni anni fa. Lo stesso esplodere della questione sociale e delle lotte operaie non avrebbe avuto quell’estensione e quel consenso senza quella "concimazione". In questo senso il movimento mantiene una grande forza propulsiva e una straordinaria potenzialità.

2. Sui pregi mi sembra di avere già detto. Per quanto riguarda i limiti, invece, nelle relazioni dentro il movimento e di iniziativa esterna, credo che occorra sempre misurarsi con grande umiltà e capacità di ascolto da parte di ognuno. Abbiamo sempre rifiutato qualsiasi ruolo egemonico in favore di una relazione nella quale ognuno (partito, sindacato, associazione, comitato, gruppo) potesse riconoscersi, nella propria identità e diversità, alla pari. Certamente questa modalità di relazione può comportare alcuni problemi, alcune difficoltà ma è l’unica che può consentire uno sviluppo pluralistico e, al tempo stesso, unitario, l’unico modo nel quale culture, linguaggi e percorsi differenti possono riconoscersi e trovare fili comuni. Ritengo, pertanto, che su tali questioni debba svilupparsi il dibattito dentro al movimento senza che, anche qui, qualcuno intenda impartire lezioni o dare risposte preconfezionate. C’è una difficoltà che va indagata, una difficoltà che è complessiva e riguarda tutti, il "movimento dei movimenti", il sindacato che si fa interprete del conflitto sociale, la sinistra di alternativa. Viviamo un’ulteriore fase dello sviluppo del neoliberismo: si accentua la propensione alle crisi, ma queste crisi, invece che aprire la prospettiva dell’alternativa, vengono riutilizzate ai fini di una radicalizzazione delle medesime politiche. E’ questa la fase politica interpretata dai governi di destra in Europa, basti vedere Aznar che imita Berlusconi e sostituisce alla linea della concertazione con il sindacato, l’attacco diretto. I movimenti rischiano un duplice fronte di difficoltà: si trovano senza risultati e sbocchi concreti e, dall’altra parte sono premuti da destra. Questa difficoltà, che sta dentro al problema dell’efficacia dell’azione politica, come dicevo riguarda tutti e va indagata senza reticenze e senza cercare palliativi.

Ciò non vuol dire che il percorso fatto non sia straordinario. Porto Alegre ne ha rappresentato uno snodo fondamentale, come, al tempo stesso, saranno fondamentali i forum sociali continentali. Penso che il nostro compito debba essere quello di sviluppare la "parte costruttiva" del movimento, ovvero come passare dalla denuncia delle devastazioni delle politiche neoliberiste a quella della progettazione e della costruzione del "nuovo mondo possibile", ovvero dare al tempo stesso continuità ed articolazione all’iniziativa, favorendone, così, il radicamento. Vorrei che su questa espressione "nuovo mondo possibile in costruzione" riflettessimo adeguatamente. "Possibile" è l’affermazione di una potenzialità che dicevano negata quando la cultura dominante affermava il dominio del "pensiero unico", ovvero l’insieme delle politiche neoliberiste applicate in tutti i campi (dall’economia alla cultura e così via). Al tempo stesso, "possibile" vuol dire il contrario di un determinismo storico sovraordinato che scaturisce dallo sviluppo ineluttabile delle contraddizioni. E’ una sfida anche per noi: il realizzarlo è, appunto, "possibile" ma non "necessitato". Infine, "in costruzione", vuol dire sperimentare concretamente le idee e la pratica della trasformazione sociale, realizzare effettivamente dei laboratori sociali, dare vita a processi reali e concreti di alternativa rispetto alle due discriminanti del neoliberismo e della guerra.

3. Effettivamente, il movimento ha una grande forza perché è un movimento generale. Esso, cioè, ha una dimensione mondiale e, al tempo stesso, esprime una critica complessiva ai processi innescati dalle politiche neoliberiste. Per usare una espressione che appartiene alla mia cultura di riferimento, si può dire che il movimento si esprime al livello delle contraddizioni del capitale e questa è la sua forza. Ha individuato nei meccanismi di regolazione della globalizzazione neoliberista l’avversario, quei meccanismi che, al tempo stesso, sono responsabili delle politiche di cosiddetto adeguamento strutturale nei Paesi del sud del mondo e in quelli del nord industrializzato, ovvero quel mix di privatizzazioni e liberalizzazioni che sono il fulcro delle scelte politiche ed economiche portate aventi. E’ riuscito, quindi, a mettere in discussione il "pensiero unico", ovvero l’idea che quelle fossero le uniche politiche praticabili, attraverso la formula semplice ma efficace di "un altro mondo è possibile". Si dice che c’è un approccio, prioritariamente, concreto e non ideologico ovvero si parte dalla contestazione dell’ingiustizia devastante degli effetti delle politiche neoliberiste. Questo approccio è certamente anche dovuto al pluralismo del movimento, ai diversi percorsi e linguaggi delle realtà che vi partecipano. Il punto importante, mi sembra, è che ciò chiede a tutti di misurarsi e misurare la propria visione del mondo attraverso questo approccio. Tu partito, tu sindacato, tu associazione o gruppo non devi rinunciare alla tua impostazione politico culturale, alla tua analisi o alla tua prospettiva: non la devi premettere, né porla come una condizione, devi metterti, invece, nella condizione di compiere un cammino e, in questo cammino, avere la disponibilità di mettere a confronto, "contaminare", linguaggi, modi di agire. Non si può non vedere che, attraverso questa modalità di relazione, sia andata crescendo e maturando non solo una consapevolezza ma anche una capacità propositiva, l’idea che questo mondo, ovvero le politiche che vengono imposte, sia sul piano delle scelte economiche che sulla guerra, non solo vanno messe a critica radicale ma che vanno indicata e costruita una alternativa. Ritorna, così, attuale, dopo che, per alcuni decenni, sembrava cancellato, il tema della trasformazione. Non credo che, anche qui, possiamo porre il tema della traduzione a livello nazionale e locale come una fatto puramente meccanico. (quante manifestazioni, quante sedi locali, ecc.). Certamente, il tema del radicamento del movimento e la capacità, come si dice, di saper agire localmente è fondamentale. Non basta parlare nei convegni di bilancio partecipativo, occorre realizzarle esperienze concrete e misurarsi su queste, per fare un solo esempio.

4. Ho usato prima la metafora della concimazione. Non credo, infatti, che la ripresa del conflitto sociale avrebbe avuto quell’ampiezza e quel consenso senza quanto è avvenuto in Italia e nel mondo grazie all’irrompere del movimento contro la globalizzazione neoliberista. Non credo, inoltre, che il problema debba essere posto nel senso di un movimento sindacale che si aggiunge al movimento dei movimenti e ne contende il protagonismo. Il fatto nuovo è l’irrompere del movimento, come dicevamo prima, e, al tempo stesso, il riesplodere del conflitto sociale. Sono due facce della stessa realtà. Il punto è che chi incontra il movimento, cioè si pone sulla sua lunghezza d’onda e ne interpreta le istanze, si trova di per sé a svolgere un ruolo di protagonista, si trova, cioè, sull’onda del movimento. Lo ha fatto la Fiom per prima, oggi la Cgil che, quindi, per questo svolge questo ruolo importante. Quella di oggi sull’articolo 18 è una battaglia decisiva per sconfiggere lo sfondamento sociale che il governo delle destre vuole imporre. Altri momenti, ricordo per esempio il 1984 sulla scala mobile, hanno visto una mobilitazione così vasta. Vorrei sottolineare la differenza, anzi le differenze. Oggi il neolibersmo è in crisi, crisi di risultati (la recessione) e crisi di consenso e, contemporaneamente è entrato nella scena politica e sociale il movimento. Questo rende oggi possibile vincere. L’articolo 18, quindi, può non essere il fortino assediato sul quale condurre una resistenza estrema e alla fine sconfitta, ma il punto di ripartenza per una strategia nuova di offensiva sociale e politica. Qui è il senso e la prospettiva, per esempio, dei referendum sociali, in primo luogo quello per estendere l’articolo 18, che assieme ad altri, anche settori importanti del movimento (penso alla Fiom e ai sindacati extraconfederali), abbiamo lanciato.

5. Credo che il primo punto debba essere di non vivere e praticare questi appuntamenti in modo rituale, una celebrazione del movimento, dei suoi momenti tragici ed esaltanti. Non dobbiamo rincorrere date e scadenze. Dobbiamo, certamente, come si dice, camminare interrogandoci, anche confrontarsi sui limiti e le insufficienze. Penso che sia utile un dibattito senza reticenze e senza rete, senza che, anche in questo caso, qualcuno pensi di avere la lezione da insegnare agli altri. Dobbiamo mantenere la capacità di saper guardare avanti. Penso che il punto sia il seguente. Il movimento ha realizzato un primo grande risultato: ha messo in discussione il pensiero unico della globalizzazione neoliberista. Lo ha messo in discussione veramente, cioè ha colto appieno le contraddizioni di questa che, noi di Rifondazione comunista, con una formula che mi sembra efficace, abbiamo definito una "rivoluzione restauratrice". Nel cogliere queste contraddizioni, è entrato nelle coscienze, ha modificato modi di vedere e culture. E’ la novità di questo inizio secolo. Non è un caso che una nuova generazione, non solo in senso anagrafico, è scesa in campo e che sono state completamente spiazzate idee e politiche, rappresentate su scala mondiale dalle varie esperienze del centro sinistra, che hanno fondato la propria azione sul temperamento delle politiche neoliberiste, assunto come orizzonte sovraordinato e, quindi, invalicabile. Oggi, il salto di qualità che ci si chiede è quello di misurarsi sulla costruzione vera di questa alternativa. Siamo, cioè, in una contraddizione in cui il vecchio ordine neoliberista è in discussione ma una alternativa fatica ad esprimersi. Una contraddizione che ci interroga tutti. In questa fase in cui i governi mostrano il volto più duro della globalizzazione, sia sul piano della guerra, che viene imposta come elemento permanente della vita quotidiana delle persone, che su quello delle politiche sociali, se non si esprime, al livello di quelle contraddizioni, la prospettiva di una alternativa a tali politiche, il rischio reale è quella di una regressione complessiva sia nei termini delle culture democratiche che in quelle delle politiche sociali.

Ognuno, nel suo campo di azione deve misurarsi su questo. Dal nostro punto di vista, il tema che abbiamo posto e sul quale intendiamo impegnare le nostre forze, è quello della costruzione della sinistra di alternativa, cercando anche qui, di imparare dal movimento e dalle esperienze accumulate.

Non ci interessano scorciatoie politiciste, fare un altro partito o, peggio, la cooptazione di ceti politici; ci interessa un percorso nel quale si individuino progetti comuni e relazioni stabili tra soggetti diversi che mantengono ognuno la propria identità, ma che, ognuno singolarmente e tutti insieme, intendono praticare e proporre una alternativa, concretamente qui e ora, alle politiche neoliberiste e alla guerra.

 

Alex Zanotelli

"Ancora insieme, imparando dai nostri sbagli"

1) Da quando sono tornato in Italia sento che ci sono diversi modi per definire il movimento. Io preferirei parlare di società civile, perché è sicuramente più inglobante e più importante. E’ la società civile che sta dicendo no a certe logiche di potere. Resto convinto che si possa fare qualcosa per modificare e migliorare questo mondo. C’è molta gente che si vuole impegnare e cambiare le cose. Si può fare davvero molto. Sono ottimista sul futuro della società civile in Italia, purché le premesse restino quelle di rafforzarla attraverso metodi democratici e trasparenti. Soltanto con il consolidamento delle realtà locali si può sperare in un’azione globale di maggiore portata.

2) Non posso dare un giudizio complessivo. Non è da molto che partecipo alle iniziative italiane. Comunque, tra i pregi metterei la seguente considerazione: nonostante la grossa "botta" presa a Genova, il movimento ha continuato e continua a vivere. E’ un grande risultato. Non era facile dopo essere stato accusato di violenza. Basta vedere la partecipazione alla Perugia-Assisi. Molte manifestazioni hanno dimostrato che c’è una base forte e consolidata. Tra i difetti inserirei le varie anime del movimento con i loro particolarismi. Forse c’è qualche interesse di troppo che non permette al movimento di essere unito. Senza unità non c’è forza. Ma spesso ognuno va per i cavoli suoi. L’unità deve essere trovata su percorsi che vedono tutti d’accordo.

3) Cominciamo dalla spinta globale. Credo che per l’Italia sia vero fino ad un certo punto. Seattle ha fatto esplodere il movimento a livello globale, ma in Italia questa spinta esiste dagli anni 80. Penso che proprio da noi in quegli anni ci sia stato il maggior lavorio europeo sotto la pressione della società civile. Oggi con questo governo il fenomeno ha assunto dimensioni davvero grosse. Per quanto riguarda l’etica e i valori, mi sembra che il quadro sia abbastanza chiaro. Questo movimento nella sua globalità cerca di riportare eticità a livello economico e finanziario. C’è uno sforzo notevole nel tentativo di riportare su un piano etico la vita pubblica.

4) Penso che la società civile dovrebbe essenzialmente inglobare e incoraggiare sindacati e chiesa. Mentre dovrebbe dire no ai partiti. Uno dei problemi grossi ritengo che nasca dall’entrata dei partiti in questa società civile.

5) Una volta che si ritorna a Genova, dovremmo fare una riflessione seria sui giorni del G8. Dovremmo cercare di imparare dai nostri sbagli. Certi atteggiamenti e certi linguaggi che avrebbero potuto provocare violenza, andrebbero rivisti. Se questo è accaduto, è necessaria un’autocritica. Per me è fondamentale la non violenza attiva. Se lo scopo del governo era quello di gettare il marchio della violenza sul movimento, c’è riuscito. Ma anche noi dobbiamo stare attenti ai nostri comportamenti e linguaggi. Oggi il sistema globale finanziario vede con preoccupazione la società civile che chiede eticità e trasparenza. Guardare in avanti? Nessuno può sapere che cosa accadrà domani. Anche questa è la bellezza della storia. In ogni caso, mettiamo l’uomo e la donna al centro di tutto.

 

Vittorio Agnoletto

"Il nostro futuro si chiama partecipazione"

1) Un movimento per definizione ha un moto ondulatorio: momenti di forte visibilità, di mobilitazione di massa, anche attraverso grandi manifestazioni alternati a momenti "carsici" con al centro una discussione interna e fasi di riassestamento dei propri obiettivi. Per sette mesi il "movimento dei movimenti", diventato protagonista dopo il luglio scorso, ha dovuto svolgere un ruolo improprio del quale è stato investito a causa dell’assoluta insipienza e debolezza di quasi tutta l’opposizione politica istituzionale del nostro Paese. Il movimento ha quindi retto quasi completamente da solo il ruolo di opposizione alle politiche del governo Berlusconi ed è stato chiamato a pronunciarsi su un’enorme quantità di temi dovendo rispondere atto dopo atto alle scelte del governo stesso: dalla scuola agli immigrati, dall’appoggio alle prime vertenze sindacali fino alla partecipazione allo sciopero della Fiom e infine all’opposizione alla guerra.

Non vi è alcun altro movimento nell’emisfero nord-occidentale che sia stato capace di mobilitare quasi una volta al mese, per sette mesi consecutivi, oltre 150.000 persone.

Ma le stesse caratteristiche pluraliste ed eterogenee del movimento, che ne giustificano la denominazione di "movimento dei movimenti" e che sono il motivo della sua forza, richiedono uno sforzo per cercare forme di mobilitazione che siano rispettose e rappresentative di tutte le anime del movimento. Se per la sinistra politica la mobilitazione di piazza ha sempre rappresentato il modo migliore per rendere visibile una lotta, altre tradizioni hanno nel passato privilegiato forme differenti di impegno: dal consumo critico al non acquisto di prodotti fabbricati da multinazionali non rispettose dei diritti umani. Ora dobbiamo essere capaci di praticare a livello di massa anche queste iniziative.

Io mi rappresento il movimento come un’ellisse composto da circa 300.000 persone con attorno milioni di italiani che, se pur non condividendo in toto le nostre posizioni, si ritrovano d’accordo con noi su singoli obiettivi. Il più clamoroso è costituito dall’opposizione alla guerra: di fronte al 93% del Parlamento che votò a favore, circa il 50% della popolazione era contraria alla partecipazione italiana. Questo non significa che quella stessa popolazione condivida ad es. la campagna per la Tobin Tax o le altre nostre iniziative. Noi dobbiamo trovare forme di partecipazione sui singoli temi che sappiano offrire un ruolo di protagonisti al maggior numero di persone possibili, anche a coloro che non vengono e che forse non verranno mai alle manifestazioni di piazza. Tornando alla metafora dell’ellisse dobbiamo costruire delle tangenti che entrino in contatto con queste aree di consenso specifico e nello stesso tempo lavorare per trasformare consensi parziali in un’adesione più complessiva alle istanze del movimento: ossia costruire un ulteriore ellisse più esterno ma più ampio.

2) Dei pregi diranno altri, penso che per me sia più utile soffermarmi sui nostri limiti. Dobbiamo sfuggire alla tentazione dell’autoreferenzialità, dell’autosufficienza, evitare ogni forma di ideologismo, vivere le nostre differenze come una ricchezza e non come un limite; è necessario essere consapevoli della "mission" complessiva sullo scenario mondiale del nostro movimento, ma nel contempo salvaguardare anche la nostra specificità, non dobbiamo trasformarci in un movimento generalista che si sente obbligato a dover dire la sua su ogni cosa: non siamo un partito, non dobbiamo diventarlo e ritengo sia stato sbagliato aver cercato di costruire liste di movimento.

Questo ovviamente non significa minimamente sminuire la politicità delle nostre azioni.

I social forum erano nati per essere la casa comune di tutti coloro che con o senza altre appartenenze si riconoscevano negli obiettivi del movimento dei movimenti: continuo a pensare che questo debba essere il loro ruolo: noto con preoccupazione in alcune parti d’Italia il tentativo da parte di alcune delle maggiori organizzazioni di costruirvi sopra una propria egemonia. Va evitata ogni lotta per l’egemonia dentro il movimento, dobbiamo invece lavorare insieme per costruire un’egemonia culturale sulla società. Noto un tentativo da tante parti di rafforzare un’identità di gruppo in contrapposizione alla crescita complessiva del movimento: come se il movimento avesse ormai raggiunto il suo massimo sviluppo e si trattasse di dividersi i dividendi. Trovo tutto ciò profondamente sbagliato nell’analisi e negli effetti.

3) L’intreccio tra etica e politica è alla base della stessa esistenza del movimento ed è il motivo principale che ha rimotivato, in particolare in Europa occidentale, molte persone a riscoprire forme di militanza. La consequenzialità tra mezzi e fini deve essere un nostro tratto essenziale; ad es. la nonviolenza deve essere assunta come un elemento costitutivo, fondato su principi etici, del nostro agire nel cuore del dominio liberista. Inoltre, deve apparire chiaro, anche a chi non condivide tale principio, che oggi, se vogliamo veramente costruire un mondo diverso, fondato sulla partecipazione e sul consenso, non vi è alcuna alternativa a questa scelta. Con la stessa chiarezza ritengo inaccettabile che alcune aree del movimento si comportino come se fossero gli unici depositari di tale pratica e che pretendano di fare da giudici verso gli altri: ho imparato in tanti anni di lotta all’Aids ad essere contrario agli esami del sangue obbligatori!

4) Non vi è dubbio che la tenuta del movimento dei movimenti, in assoluta solitudine per tanti mesi, in difesa dei diritti e della democrazia sia stata essenziale non solo per mantenere aperti degli spazi che hanno favorito la nascita di altre espressioni sociali come i girotondi e il movimento dei professori fiorentini, ma anche per garantire una sponda alla Cgil mentre si apprestava a compiere delle scelte che potevano portare ad una lacerazione con le altre organizzazioni sindacali. Questo non significa ovviamente pretendere alcuna primogenitura, né non riconoscere il valore e l’originalità di ogni esperienza. Dobbiamo evitare ogni atteggiamento da "primi della classe", ricercare tutte le superfici di contatto proponendo, nello stesso tempo, senza timori, le nostre ragioni: a chi si batte per il rispetto delle leggi, per un’informazione pluralista, per la tutela dei diritti dei lavoratori dobbiamo chiedere un impegno contro la criminalizzazione dei tossicodipendenti e degli immigrati, per la tutela dei media indipendenti e di movimento, per l’estensione delle tutele sindacali sotto i quindici dipendenti……

5) Genova, un anno dopo: un’occasione per compiere un’operazione di verità, per chiedere giustizia, per discutere del futuro del movimento, per rilanciare le nostre grandi ragioni, già presenti nel Public Forum di un anno fa e schiacciate dalle violenze poliziesche e medianiche. Un’occasione da vivere nel rispetto di quel pluralismo che ci ha sempre contraddistinto, nella speranza che nessuno voglia farne un’occasione per porre la bandiera o l’ipoteca della propria organizzazione, ritrovando invece quello che allora fu "lo spirito di Genova e del Gsf".

Il Forum Sociale Europeo sarà un’opportunità per mostrare la maturità e la competenza, nell’elaborazione e nella progettualità, raggiunta dal movimento, per costruire relazioni più stabili tra i movimenti dell’Unione Europea, quelli dell’est, quelli ormai sviluppatesi nei Balcani e i movimenti e le espressioni di società civile dell’altra sponda del Mediterraneo, per costruire vertenze e campagne continentali capaci di costituire un’azione comune nel prossimo autunno. Penso ad alcune campagne ben strutturate quali, solo per citare alcuni esempi,: per rendere operativa la Tobin Tax, per la difesa dei diritti dei migranti, per il boicottaggio di alcune multinazionali quali ad es. compagnie petrolifere che non rispettano i diritti umani e, certamente non da ultimo, una campagna, questa volta preventiva, contro l’allargamento della "guerra infinita".

Il movimento è destinato a durare ancora molto nel tempo, anche se assumendo, di volta in volta, forme e rappresentanze differenti; un mondo diverso è in costruzione, ma la sua realizzazione è ancora molto lontana, abbiamo ancora molta strada da percorrere.