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a scolta mp3 Audio Veglia politica sulla Tyssen- (l'infedele-La7) 12.12.07 manca l'inizio

prima parte seconda terza quarta  omelia card. Poletto

La Cina ha un miliardo e mezzo di abitanti (30 volte l'Italia), quindi in proporzione i morti sul lavoro cinesi

sono il doppio dei nostri.

 

Non pensiamo che un aumento di ispettori "buoni" serva a diminuire il numero degli operai uccisi sul lavoro.

 

Pensiamo che il primo provvedimento dovrebbe essere un orario di lavoro ridotto e ritmi minori con un aumento di operai

 

Solo gli operai ribellandosi possono porre termine alla carneficina nelle fabbriche. (o.c.)

rassegna stampa-comunicati

Se il PD di Veltroni e l'Arcobaleno di Bertinotti dovessero mettere nella lista elettorale

 un operaio sopravvissuto per ogni fabbrica, le liste dovrebbero essere lunghe chilometri.

 

Continuano i sopralluoghi
nella vasca del depuratore: esclusa
l'ipotesi di una scarica elettrica
CATANIA
Sono proseguiti per tutta la notte e non sono terminati i sopralluoghi e i rilievi nella vasca del depuratore consortile di Mineo, dove ieri sono morti sei operai e che è stata sequestrata nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla procura di Caltagirone. Nella tarda serata erano stati recuperati i cadaveri nel corso di operazioni rese complesse dalla necessità di bonificare il sito dalla presenza di sostanze tossiche, le stesse che potrebbero avere causato la strage sul lavoro. Secondo i primi rilevi potrebbero essere stato il monossido di carbonio il gas killer, una sostanza chimica presente strutturalmente in siti come questo, anche in relazione alla mancanza di dispositivi di sicurezze e protezioni per le vie aeree.

Una carenza confermata dal comandante dei vigili del fuoco di Catania, Salvatore Spanò, che sin da subito ha escluso che i lavoratori fossero forniti di maschere. Meno probabile l’ipotesi di una scarica elettrica, partita dalla vicina cabina dell’energia che avrebbe fulminato le vittime nel corso di una tragica catena di solidarietà attivata dai sei per salvarsi l’uno con l’altro. Maggiore credito viene data alla possibilità di un guasto alla pompa che improvvisamente avrebbe riversato fango dall’autobotte per l’espurgo o questo sarebbe ritornata nella vasca da un bocchettone del depuratore, in modo tale che gli operai sarebbero finiti nel fondo, intrappolati, ingurgitando melma e respirando gas tossici, compreso il monossido killer. La valanga di melma avrebbe travolto subito i due operai della ditta specializzata Carfì di Ragusa, muniti di stivali, Salvatore Tumino e Salvatore Smecca, già dentro la vasca per ripulire i filtri, poi gli altri quattro sarebbero morti nel tentativo di aiutarli. Bisognerà comunque attendere l’esito delle autopsie per saperne di più: due dei cadaveri sono stati trasportati nell’ospedale di Palagonia e altrettanti in quelli di Caltagirone e Mineo.
8/4/2008 (10:44) - IL CASO

 

Thyssen: chi se ne va costretto
a rinunciare ai ricorsi
Lo ha reso noto il segretario la Fiom torinese. Rinaldini: «L'azienda ha un atteggiamento arrogante». Cremaschi: «E' la dimostrazione che sono dei mascalzoni». L'azienda replica: «Clausola in uso da anni»
TORINO
La Thyssenkrupp, l’acciaieria torinese dove il 6 dicembre hanno perso la vita tra le fiamme sette operai, è di nuovo sul banco degli imputati. La Fiom denuncia: ai lavoratori che lasciano l’azienda, perchè hanno trovato un nuovo lavoro o per entrare in mobilità, fa firmare un verbale. Nascosto nel testo, articolato e di difficile lettura, c’è l’impegno a non costituirsi parte civile, ma anche a non ricorrere contro eventuali responsabilità penali dei dirigenti.

Ma l’azienda, in serata, replica: sono clausole che hanno «lo stesso contenuto e gli stessi riferimenti da molti anni, anche quando i siti produttivi di Terni e di Torino sono appartenuti a diversi azionisti, anche pubblici». E ricorda che «i verbali vengono sottoscritti, ricorrendone le condizioni, in funzione di conciliatori, da un rappresentante delle associazioni datoriali e da uno delle organizzazioni sindacali di categoria».

Il verbale è già stato firmato da una trentina di lavoratori. I legali, che si preparano alla costituzione parte civile di tutti i lavoratori in forza alla Thyssen al momento dell’incendio, sono sul piede di guerra. «Chiederemo che venga riconosciuto che quel verbale firmato dai lavoratori non possa essere inteso come una rinuncia a un diritto. L’azienda ha travalicato i limiti», spiega l’avvocato Elena Poli.

La Fiom parla di «un fatto gravissimo» e, insieme agli altri sindacati, conferma l’intenzione di costituirsi parte civile. «Se la Thyssen - dice il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - utilizzava questo verbale già prima della strage, nasce il sospetto che avesse interesse a cautelarsi. Se invece è stato modificato, ci troviamo di fronte a un’azienda che tenta di sottrarre ai lavoratori un diritto, quello di costituirsi parte civile. In ogni caso, per noi sono atti non validi, lavoreremo perchè vengano rimossi gli effetti».

Per il leader nazionale della Fiom, Gianni Rinaldini, che invita i lavoratori a non firmare, «è un fatto gravissimo che arriva all’indomani della tragedia della Thyssenkrupp e conferma l’atteggiamento di assoluta arroganza dell’azienda e mancanza di ogni forma di sensibilità, soprattutto tenuto conto del procedimento giudiziario in corso nei confronti dei dirigenti della multinazionale. Il sindacato proseguirà la costituzione di parte civile contro la Thyssenkrupp». Duro anche il giudizio espresso da Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom.

«Questa vicenda - afferma - dimostra che i dirigenti della Thyssenkrupp sono dei mascalzoni e bisogna fare il possibile perchè abbiano la sanzione che meritano».

 

Il ministro del Lavoro Damiano: "E' il testo più avanzato nella legislazione europea"
Il ministro Turco: "Le norme puntano alla responsabilità piuttosto che alla punizione"

Sicurezza sul lavoro, il Cdm
approva il decreto legge

Soddisfazione del presidente del Senato Marini: "E' una questione di civiltà"
La normativa nei giorni scorsi era stata duramente contestata da Confindustria


Il ministro del Lavoro Cesare Damiano

ROMA - Via libera definitivo dal consiglio dei Ministri al decreto legislativo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Lo ha annunciato il ministro della salute, Livia Turco. "Ce l'abbiamo fatta, il decreto legislativo non era scontato - ha commentato il responsabile del Lavoro Cesare Damiano - è il testo più avanzato nella legislazione europea".

"La legge prevede un cambiamento di mentalità nei confronti della sicurezza, puntando sull'assunzione di responsabilità piuttosto che sulla punizione o sulla proibizione. - ha detto il ministro Turco - E' stato introdotto il libretto sul rischio sanitario, è stato rafforzato il rapporto tra luogo di lavoro e Asl, è stata rinvigorita la figura del medico competente, è stata promosso l'attività per la formazione dei datori di lavoro ed è stata introdotta anche la figura del rappresentante della sicurezza nei luoghi di lavoro".

Il presidente del Senato Franco Marini ha definito l'approvazione della legge "un fatto importantissimo e una questione di civiltà". Marini, che stamane ha incontrato, nel cantiere di piazza Conca d'Oro, un gruppo di lavoratori edili della metropolitana di Roma, ha ricordato che il Presidente della Repubblica "da più di un anno si rivolge al sottoscritto e al presidente della Camera per sollecitarci a far camminare il più rapidamente possibile i provvedimenti che riguardano la sicurezza sul lavoro perchè in Italia gli incidenti mortali sui luoghi di lavoro hanno una incidenza molto più alta che negli altri paesi e l'edilizia è uno dei settori più esposti, proprio ieri si sono verificati tre casi drammatici".

La nuova normativa prevede piena tutela contro gli incidenti a tutte le lavoratrici e i lavoratori, compresi quelli a tempo determinato "flessibili", a domicilio e a distanza come nel caso del telelavoro. Per combattere le morti bianche, le aziende che non rispetteranno le regole sulla sicurezza (comprese quelle per la messa in regola dei dipendenti) saranno tagliate fuori dalla possibilità di lavorare per le opere pubbliche; e le imprese che hanno oltre il 20% di lavoratori in nero verranno sanzionate. Il testo prevede poi provvedimenti a favore della formazione e iniziative scolastiche per favorire una migliore cultura della sicurezza.
 

Le sanzioni introdotte dal decreto sono state però ampiamente contestate da Confindustria e da altre associazioni imprenditoriali. "Inasprendo le pene non si salva nemmeno una vita umana perché bisogna prevenire. L'impianto è tutto spostato sulle sanzioni e non sulle regole", ha detto nei giorni scorsi il presidente degli industriali Luca Cordero di Montezemolo.

( 1 aprile 2008 )

 

In pochi giorni si uccidono in 16. Turni pesanti e competizione esasperata Francia, una lunga lista di suicidi Da Renault a Paribas, così si muore sul lavoro per stress e depressione Luca Sebastiani Parigi Quattro suicidi da Renault, sei da Peugeot- Citroën, altri quattro alla centrale nucleare di Chinon e uno a testa alla Posta e a Bnp Paribas. Mentre il presidente Nicolas Sarkozy continua a ripetere ai quattro venti il suo slogan del «lavorare di più per guadagnare di più» come formula magica per riempire le tasche dei cittadini alle prese con la penuria di potere d’acquisto, c’è un altro malessere che sembra essersi impossessato dei lavoratori francesi. Da qualche mese, infatti, va allungandosi la lista dei suicidi legati allo stress da carichi di lavoro, un fenomeno preoccupante che, dopo un’abbondante campagna della stampa, ha finalmente richiamato l’attenzione dell’esecutivo. Mercoledì il ministro del Lavoro Xavier Bertrand ha presentato un «Rapporto sulla determinazione, la misura e il trattamento dei rischi psicosociali al lavoro», redatto su suo incarico da un magistrato e uno psichiatra, e ha assicurato che il governo intende mettere in piedi una serie di misure per combattere un fenomeno, quello dei suicidi sul lavoro, che in Francia sembra crescere di pari passo con il tasso di rendimento delle grandi imprese. Il ministro ha promesso che seguirà l’indicazione del rapporto che raccomanda la creazione di un «indicatore globale che osservi simultaneamente lo stato si salute mentale e le condizioni sociali di lavoro», che lancerà l’obbligo dei negoziati tra le parti sociali nei settori professionali più a rischio e che avvierà un’indagine «epidemiologica» sui suicidi del 2009. Un intervento meritevole ma un po’ tardivo quello di Bertrand. Nel 2005, quando era ministro della Sanità, era già passato sulla sua scrivania un rapporto che faceva la sintesi del lavoro di sei commissioni, una delle quali intitolata «Violenza, Lavoro, Salute ». I dati sono a conoscenza da tempo e l’Istituto nazionale di ricerca e sicurezza per la prevenzione degli incidenti sul lavoro e le malattie professionali (Inrs) non fa altro che denunciare un aumento massiccio dello stress da lavoro negli ultimi anni. Secondo l’istituto questo sarebbe la causa, oltre che dei circa tremila decessi dovuti a suicidi e incidenti cardiovascolari, anche delle 400mila malattie e dei tre milioni, tre milioni e mezzo di giornate di assenza dal lavoro. Ma a far esplodere l’attenzione intorno a questo problema fin qui poco conosciuto in Francia, è stato il clamore dei media intorno al caso della Renault e in particolare del suo centro tecnico di Guyancourt, ad Ovest di Parigi. Nello stabilimento d’ingegneria della casa automobilistica, infatti, un numero fuori del comune di suicidi aveva punteggiato l’inizio dello scorso anno. L’ultimo, il quarto, è stato reso noto da fonti sindacali solo il giorno prima della conferenza stampa del ministro del Lavoro. Dopo il terzo suicidio, la scorsa primavera era stato l’amministratore delegato di Renault, Carlos Ghosn a riconoscere l’esistenza «oggettiva di tensioni molto forti» tra gli ingegneri del gruppo, tensioni che richiedevano a suo dire «un piano d’azione concreto per identificare le situazioni nelle quali i nostri collaboratori sono soli di fronte alla difficoltà». Un primo passo, e una prima ammissione implicita di responsabilità dopo che i carichi di lavoro a Guyancourt erano fortemente aumentati in seguito al lancio del Contratto 2009, il piano dell’ad che prevedeva l’uscita di 29 nuovi modelli. «Prima che arrivasse Ghosn – testimonia un ingegnere del centro tecnico rimasto a casa due mesi per depressione – un’auto era concepita in cinque anni, con il suo arrivo ne bastano 36». Un carico di lavoro che genera stress, competizione, isolamento, paura di non farcela e perdita di stima. Come per Raymond, che in primavera si è tolto la vita in casa propria. Dipendente del tecnocentro di Guyancourt sul punto di essere promosso quadro, quella sera ha lasciato una lettera alla moglie in cui ha scritto che il lavoro era «troppo duro da sopportare ». Prima di lui un altro collega, un ingegnere informatico di 39 anni, si era gettato dal quinto piano dello stabilimento, mentre un altro si era tolto la vita poco distante. A settembre la Caisse primarie d’assurance maladie aveva riconosciuto il gesto del primo dipendente come un «incidente sul lavoro », ma non quello del secondo che si era tolto la vita al limite dello stabilimento. E, forse, «fuori degli orari di lavoro». liberazione 16.3

«Cantieri di sangue, sos subappalti»

di Ivan Mazzacani

su Liberazione del 09/03/2008

 

«O il sistema impresa cambia o le leggi dovranno sempre rincorrere un vuoto di sicurezza incolmabile». A due giorni dall'incidente che a Milano ha visto morire il capocantiere Carlo Pistoni travolto da un treno, a parlare di sicurezza è Franco De Alessandri che per la segreteria della Cgil si occupa di edilizia, uno dei settori più a rischio. E lo fa in Lombardia, regione che in Italia detiene la maglia nera degli infortuni mortali: 43 nel 2007, contro i 22 del Veneto, i 19 della Campania e le 18 vittime del Lazio. Le stime sono in difetto ma riflettono una sostanziale stagnazione in materia di sicurezza, se paragonate ai dati degli anni precedenti. Insomma, di lavoro si continua a morire come prima. Anche ieri in Puglia un operaio,Rodolfo Morello, di 54 anni, ha perso la vita, travolto dal crollo del muro di recinzione del cimitero comunale di Lizzanello (Lecce), dove sono in corso lavori di ampliamento.
Le imprese però cambiano e, negli ultimi 10 anni, anche il modo di fare impresa. Con quali effetti sulla sicurezza? «Il primo dato - spiega De Alessandri - riguarda la fine dell'era delle grandi industrie come Pirelli, Fiat, Alfa Romeo, e l'emersione di micro imprese. Oggi registriamo a livello nazionale poche centinaia di aziende con oltre 30 dipendenti e una media di 3,4 operai per impresa. Questo ha determinato anche una svalutazione della forza lavoro per cui il tempo in cui il lavoratore era considerato dall'imprenditore il bene più prezioso dell'azienda è oramai morto e sepolto. Ad essere polverizzato non è solo però il sistema impresa ma l'intero mercato del lavoro».

Si riferisce al sistema di appalti e subappalti?
Sì. E dal punto di vista della sicurezza questo ha inciso drammaticamente sulla sicurezza nei cantieri. Basti considerare il fatto che la stragrande maggioranza degli incidenti accade lungo uno degli anelli che formano la catena dell'appalto. Una percentuale che supera il 70% del totale.

Cosa non funziona nel sistema attuale?
Se si considera la parte più bassa della catena degli appalti ci si scontra con realtà sulle quali non ci si può rivalere sul fronte dei salari, dei diritti e della sicurezza. Spesso non riusciamo a cavare nulla perché sono realtà gestite da farabutti, senza capitale sociale, capaci di chiudere le imprese e rendersi irreperibili.

A cosa è dovuto questo degrado?
Da un lato alla forte richiesta di manodopera legata a medie o grandi opere come l'Alta velocità, il nuovo polo fieristico, o le 4 corsie tra Milano e Brescia. In Lombardia le imprese edili, unico ramo del settore manifatturiero, hanno segnato una crescita tra il 9 e il 10% negli ultimi 10 anni, grossomodo dopo tangentopoli. Ma con il numero di imprese è cresciuto anche il lavoro nero che negli ultimi 4 anni ha segnato picchi del 40% nelle micro imprese, ovvero nella parte finale del subappalto. A farne le spese sono soprattutto immigrati del nord Africa, dei paesi dell'est, molti rumeni o albanesi. Una schiera di nuovi schiavi, vittime persino di caporalato.

I provvedimenti che ha preso il governo Prodi in materia di sicurezza sono sufficienti?
Il governo in parte ha recepito le nostre richieste e indicazioni. Positive sono sicuramente le novità introdotte dai ministri Bersani e Damiano, come l'obbligo di assunzione preventiva degli operai nei cantieri o l'obbligo da parte di un'impresa di richiedere il documento unico di regolarità (durc) per aprire un cantiere. Ma ciò che è stato fatto non credo sia sufficiente. Rimane per me motivo di perplessità l'incertezza della pena nei confronti di chi si rende responsabile dell'insicurezza dei lavoratori o, peggio, di chi li riduce in schiavitù.

Quali provvedimenti sono necessari?
Per prima cosa una legge che preveda requisiti minimi per i quali un'impresa possa stare sul mercato. Non è pensabile che uno possa versare 136 euro alla camera di commercio e aprire una realtà con responsabilità economica e sociale. Occorre capitale sociale, formazione degli imprenditori, mezzi di produzione, la dimostrazione che possa agire in modo legale e trasparente. In secondo luogo occorre una riforma del sistema degli appalti che escluda quelle società che mettono al primo posto il risparmio sulla manodopera in nome della competitività. Un punto fermo che noi rivendichiamo in materia di prevenzione riguarda i costi della sicurezza. Devono essere chiari, precisi, evidenti, a partire dalla committenza. Più volte abbiamo chiesto al governo che, di fronte agli infortuni, soprattutto mortali, la responsabilità debba essere in capo alla committenza e non, come accade oggi, all'appaltatore o al sub appaltatore. Finora siamo stati inascoltati.


 

Dopo la Thyssenkrupp un'altra strage di operai a Molfetta (5 morti). Dal presidente della repubblica Napolitano all'ultimo candidato a ‘rappresentante dei cittadini’, inizieranno i soliti piagnistei ma la realta'  e' questa: gli operai sono condannati a morte. “Solo un'organizzazione operaia che sotterri per sempre la borghesia puo' porre la parola fine alla strage” scrive ad esempio ‘operaicontro’. Noi pensiamo che purtroppo non ci sono scorciatoie: solo la cosciente capacità di lotta dei lavoratori li potrà difendere nel sistema attuale e in quelli futuri. “ La salute non si vende” gridavano gli operai quando sono stati forti.


Decreto governo- il sole24ore

I datori di lavoro, che non si metteranno in regola in materia di sicurezza sul lavoro, rischieranno da quattro a otto mesi di carcere o in alternativa un'ammenda che varierà da 5 a 15 mila euro. Questa la principale novità del decreto attuativo sulla sicurezza sul lavoro appena approvato dal Consiglio dei Ministri.
Nel provvedimento, inoltre, in arrivo sanzioni più severe per le imprese che violano le norme in materia di sicurezza, ma anche l'estensione delle tutele anche ai lavoratori flessibili, l'istituzione dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls). Le norme riguardano per la prima volta tutti i lavoratori: dipendenti, autonomi ed equiparati, a domicilio e a distanza, a progetto e interinali. Queste le principali novità.

- SANZIONI. Arresto da quattro a otto mesi o ammenda da 5.000 a 15.000 euro per il datore di lavoro che non ottempera ai suoi obblighi (valutazione dei rischi ed elaborazione del documento conseguente, designazione del responsabile della prevenzione). Ammenda o, nei casi più gravi, arresto anche per il medico dell'impresa e per progettisti, fabbricanti, fornitori e installatori i cui impianti non risultino a norma.
I responsabili delle aziende dove si svolgono attività particolarmente pericolose, che non redigano il documento di valutazione del rischio, sono puniti solo con l'arresto. Per tutte le altre aziende, in caso di assenza del documento, scattano sanzioni che vanno dall'ammenda fino all'arresto.

- INCIDENTI MORTALI. In caso di colpa dell'azienda in un incidente grave con feriti o morti, vengono applicati ai responsabili sanzioni amministrative fino a 1.500.000 euro e la sospensione dell'attività. Scattano inoltre l'interdizione alla collaborazione con le P.A. e alla partecipazioni ai pubblici appalti e gare d'asta, nonchè le relative imputazioni penali.

- SOSPENSIONE DELL'ATTIVITÀ. Gli ispettori possono disporre, in caso di violazioni gravi, la sospensione dell'attività imprenditoriale. In particolare questo provvedimento scatta quando in un'azienda risultino in nero oltre il 20% dei lavoratori, vengano violate ripetutamente le misure di riposo o si riscontrino violazioni che espongono i lavoratori al rischio di caduta dall'alto, seppellimento, folgoramento, incendio, amianto. La sospensione termina con la regolarizzazione dei lavoratori in nero e l'eliminazione delle situazioni di rischio. E il datore di lavoro che non ottempera al provvedimento di sospensione è punito con l'arresto fino ad un anno.

- APPALTI. Il committente di appalti e sub appalti risponde di tutti gli incidenti che avvengono nei diversi cantieri o siti che coinvolgano i lavoratori delle ditte appaltatrici.
Viene inoltre vietato il massimo ribasso nelle gare di appalto della p.a.

- SORVEGLIANZA SANITARIA. Viene istituito un libretto sanitario e di rischio personale per ogni lavoratore che lo seguirà per l'intera vita lavorativa, anche quando cambierà lavoro o mansione.

- RLS. Nascono i Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. I delegati vengono eletti in tutte le aziende a prescindere dal numero dei dipendenti delle stesse. I RLS accedono a tutti i luoghi di lavoro e vengono consultati nella redazione del documento di valutazione dei rischi.

- FONDI. Per finanziare le attività di prevenzione e dare sostegno alle piccole e medie imprese verranno utilizzati i proventi delle sanzioni pecuniarie comminate alle imprese fuori legge.


 

la stampa- La causa contro la Tyssen -pdf

il manifesto del 16 Gennaio 2008
Obiettivo Ue: -25% di infortuni
Bollettino di guerra Europa: oltre 167 mila morti nel 2006, 300 mila gli invalidi. Il Parlamento Ue chiede più ispezioni e sanzioni
Alberto D'Argenzio
Bruxelles

Nel 2006 nell'Unione europea circa 167 mila persone sono morte a seguito di un infortunio sul lavoro o a causa di malattie connesse all'attività lavorativa. 300 mila sono invece i lavoratori che ogni anno subiscono un'invalidità permanente. Per fronteggiare questi numeri da bollettino di guerra, la Commissione ha proposto l'obiettivo di ridurre del 25% decessi e infortuni, una proposta per certi versi «ambiziosa», che ha ricevuto ieri l'appoggio del Parlamento europeo.
L'assemblea di Strasburgo ha infatti approvato con 598 sì, 20 no e 23 astensioni la relazione firmata dalla laburista Glenis Willmott con cui il Parlamento sollecita una strategia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro che attribuisca più attenzione ai settori a rischio, in particolare alla siderurgia e all'edilizia, anche attraverso maggiori investimenti e il pieno ricorso ai fondi europei. Con questi ultimi vanno finanziati - dice Strasburgo - la prevenzione, la formazione professionale, il riadattamento e il reinserimento dei lavoratori a seguito di una malattia professionale o di un incidente sul lavoro, ma anche la ricerca sulle malattie che si possono contrarre sul posto di lavoro. Un occhio di riguardo dovrebbe venir dato, anche in termini economici, alle piccole e medie imprese.
Strasburgo chiede anche una migliore applicazione del diritto comunitario, sanzioni più severe per chi non rispetta le leggi e misure di prevenzione, soprattutto all'interno delle imprese.
In rilievo anche le ispezioni sul lavoro, che «costituiscono un fattore essenziale per l'attuazione della normativa sulla salute e la sicurezza». Strasburgo chiede così agli stati membri di fornire ai loro ispettorati nazionali personale e mezzi finanziari adeguati per arrivare ad un aumento del numero degli ispettori (almeno uno ogni 10 mila lavoratori e concentrando gli interventi su comparti e imprese a rischio e sui gruppi più vulnerabili) e a un miglioramento della loro formazione.
Si chiede anche all'esecutivo comunitario un'agenda precisa in modo da poter valutare se gli stati membri stanno effettivamente rispettando gli obiettivi fissati per contenere gli infortuni. I 27 sono inoltre invitati ad adottare incentivi finanziari per promuovere la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro, come degli sgravi fiscali, e a fissare delle regole nelle gare d'appalto che premino le imprese sicure e le aziende certificate come più rispettose degli standard di tutela.
Un testo che rappresenta un passo avanti, ma che non è tutto oro. Popolari, liberali (compresi Pannella e la Sbarbati, ma non la Margherita) e l'eurodestra hanno infatti affossato un paragrafo, il 59 che sottolineava come un «posto permanente» rappresenta «un contributo importante ai fini della salute e della sicurezza sul lavoro».
«Altri emendamenti molto gravi - accusano Agnoletto e Musacchio di Rifondazione comunista - esonerano il datore di lavoro dalla vigilanza verso i subappaltatori sulle condizioni di sicurezza, cancellano i riferimenti al mobbing e all'esposizione allo stress dei precari, sopprimono l'estensione delle regole sulla tutela della salute ai lavoratori atipici e ai precari».

 

 

16/1/2008 (7:41) - L’ULTIMA SCORRETTEZZA DELLA MULTINAZIONALE TEDESCA
Alla Thyssen depistaggio
con gli estintori
Fatti sostituire di notte dopo
la strage. Un tecnico confessa:
me l’hanno ordinato
ALBERTO GAINO- la stampa
TORINO
Un dirigente torinese della ThyssenKrupp ha ordinato alla «Cma sistemi antincendio», fornitrice dell’azienda, di sostituire gli estintori in dotazione dello stabilimento. Si era nei primissimi giorni dopo il rogo e la strage di operai: gli estintori, grazie alla testimonianza dell’unico superstite, Antonio Boccuzzi, erano finiti subito sotto accusa. Vuoti, semivuoti, non funzionanti. L’incaricato della Cma è riuscito a sostituirli tutti tranne i 32 della «linea 5», quella dove le fiamme si sono portate via le vite di 7 lavoratori.

Presentatosi una prima volta ai cancelli dello stabilimento, il dipendente della Cma era stato bloccato con il suo furgoncino dalla reazione dei lavoratori che presidiavano l’ingresso, diventato in quei primi giorni dalla strage un punto di riferimento per loro e per la solidarietà della città. Il tecnico, solitamente addetto alla ricarica degli estintori, fu pure ripreso da una troupe televisiva e intervistato. Smentì qualsiasi intenzione truffaldina. Ma il giorno successivo era di nuovo là e, per più volte, andando e tornando, riuscì nell’intento di sostituire gran parte dei 300 estintori in dotazione alla fabbrica.

L’operazione fu condotta prima che la magistratura ponesse sotto sequestro i mezzi antincendio, e per questo motivo il tecnico non è stato indagato. Chi lo ha chiamato e lo ha incaricato della sostituzione è noto e se non è stato ancora iscritto nel registro degli indagati lo sarà inevitabilmente nelle prossime ore o giorni.
Il tecnico Cma, sentito dai pm, ha rivelato ogni cosa e, a conferma delle sue dichiarazioni, vi sono i tabulati delle telefonate ricevute da lui, comprese quelle dalla sede torinese della ThyssenKrupp. E poi la rapida ed efficace indagine ha consentito al procuratore aggiunto Raffale Guariniello e ai pm Laura Longo e Francesca Traverso di sequestrare una relazione del tecnico al suo committente in cui si dà conto, con una certa meticolosità, estintore per estintore, quali erano funzionanti e quali no, scarichi o difettosi. In pratica, ha fatto lui il lavoro per la procura, dopo che qualcuno, alla Thyssen, si era così tanto adoperato per sottrarre gli unici mezzi antincendio che disponeva la linea investita dall’ondata di fuoco. Una controbeffa.

Altra grave novità, sempre nei rapporti Thyssen-Cma, è emersa ieri in commissione parlamentare, in occasione dell’audizione dei dirigenti italiani dello stabilimento torinese e del titolare di Cma. E’ stato quest’ultimo a rivelare ai senatori presenti di aver segnalato alla Thyssen che «gli impianti di spegnimento erano migliorabili con una modica spesa, 500 mila euro». Si era a settembre scorso e, a quanto pare, non se n’è fatto nulla. Lo riferisce Bruno Tibaldi, vicepresidente della commissione del Senato sugli infortuni.

Non è dato di sapere se fra i dirigenti torinesi della Thyssen presentatisi in Senato vi fosse anche l’esecutore del truffaldino piano di sostituzione degli estintori. In ogni caso, precisa Tibaldi, «hanno tutti ribadito di aver agito secondo le norme e il dottor Arturo Ferrucci, il capo del personale, sul documento segreto di cui si parla da giorni, ha appena detto di non esserne a conoscenza». Gli altri dirigenti ascoltati sono Raffaele Salerno, direttore dello stabilimento, e Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza.

Si può ancora parlare di doppiezza o solo di crescente imbarazzo della ThyssenKrupp ai vari livelli? Nel pomeriggio il sindaco di Torino ha ricevuto una telefonata da Ralf Labonte, direttore generale del gruppo. A Sergio Chiamparino il top manager ha detto che il memorandum segreto sequestrato dalla magistratura non rispecchia il pensiero della ThyssenKrupp e che è stato redatto prima della «venuta a Torino del presidente Ekkehard Schultz, il 19 dicembre scorso per partecipare ai funerali del capoturno Rocco Marzo».
Labonte si è impegnato con il sindaco a lavorare per la ricollocazione degli operai rimasti senza lavoro.

 

Canaglie
L'«inconcludente» Guariniello torchia i vertici della ThyssenKrupp
Memorandum (non più) segreto per istruire i manager sulla strage nell'acciaieria di Torino. «Colpa degli operai, erano distratti».
m.ca- manifesto 15.1

Domenica fino a tarda notte il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello ha interrogato alcuni dirigenti della ThyssenKrupp. Immaginiamo il grande imbarazzo degli interrogati e il sottile piacere dell'interrogante. Un magistrato aggressivo, ma inconcludente, scrive di Guariniello l'estensore del memorandum segreto sequestrato dalla guardia di finanza nella cartella di Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp Italia. Beh, Guariniello qualcosa ha già concluso: ha scoperchiato quasi in tempo reale le strategie difensive, le tattiche di disinformazione, i tentativi di condizionamento che le grandi aziende mettono in campo quando sono nei guai. Quando sette operai muoiono bruciati in uno stabilimento da rottamare, in cui l'Asl ha riscontrato post festum almeno 115 violazioni alle norme di sicurezza.
I dirigenti della Tk saranno imbarazzati anche domani, quando incontreranno a Roma il ministro del lavoro Cesare Damiano. Pure di lui si occupa il rapporto non più segreto: non si può fare pressione sul governo, perché il ministro è «schierato dalla parte dei lavoratori». Un giudizio di cui andare fiero e chissà che Damiano, che non se lo sente dire da un pezzo, non lo incornici. L'incontro era stato chiesto dall'azienda, prima che il rapporto finisse sui giornali.
Ma i nemici veri di cui si occupa il memorandum - sette pagine in tedesco - sono gli operai. La linea difensiva abbozzata nel rapporto, da sviluppare nelle opportune sedi, è tanto semplice quanto abusata: trasformare le vittime in colpevoli. «Erano distratti», per questo nella notte tra il 5 e il 6 dicembre è scoppiato l'incendio che ha fatto strage sulla linea 5. Il documento si sofferma in particolare su Antonio Boccuzzi, l'unico sopravvissuto, il testimone che «va troppo in tv» e lancia accuse «pesanti e false» contro la multinazionale. Andrebbe fermato «con azioni legali». Purtroppo non si può fare, in Italia lui e suoi colleghi sono diventati degli «eroi». Tutti meriterebbero almeno delle «sanzioni disciplinari», in fin dei conti sono ancora dipendenti della ThyssenKrupp. Ma neppure questo è possibile in un paese melodrammatico come l'Italia dove il governo Prodi ha tutto l'interesse a pompare la strage per distogliere l'attenzione da suoi problemi interni.
L'estensore, probabilmente italiano, incastona questa gemma in un bigino storico su Torino a uso e consumo dei vertici tedeschi: «Città con lunga tradizione sindacale di stampo comunista», teatro degli anni di piombo di alcuni delle pagine più sanguinose del terrorismo. Un po' datata e pigra come analisi, soprattutto se remunerata fior di euro.
La scoperta del memorandum inguaia la ThyssenKrupp più per ragioni d'immagine che penali. Dopo una settimana di gelida indifferenza, l'azienda aveva fatto un atto di contrizione per recuperare un rapporto con i familiari delle vittime e con Torino. Ora il sindaco Sergio Chiamparino ha motivo di lamentarsi per un'analisi «caricaturale» della città e soprattutto per la «doppia faccia» dei dirigenti della ThyssenKrupp. Antonio Boccuzzi, i parenti delle sette vittime, i 150 operai dell'accieria, i sindacati leggono il memorandum come una minaccia, un tentativo di condizionare le testimonianze e le trattative per la ricollocazione e i risarcimenti. E la respingono al mittente.
Ieri nella sede della Fiom una cinquantina di operai hanno incontrato i legali del sindacato per valutare la possibilità d'intentare una causa collettiva contro la Tk. «Ci tengono d'occhio, vogliono indimidirci. Sono in difficoltà. Daranno la colpa a noi. Ma per ora non hanno il coraggio di dirlo pubblicamente. Guariniello li ha smascherati». Questa la sintesi dei commenti fattaci dall'avvocato Sergio Bonetto. Lui, che da anni segue l'inchiesta contro i padroni svizzeri dell'Eternit, non è «stupito più di tanto» dal memorandum della ThyssenKrupp. Le sette pagine sono l'inizio di un lavorio per «istruire» i manager su come rispondere ai magistrati, per rompere il fronte delle parti lese, per fare «disinformazione» grazie a quinte colonne nei media. Persino il giudizio «fesso» della Tk su Guariniello collima con quello dei magnati dell'Eternit. Il procuratore torinese «macina lento», sostiene Bonetto, ma alla fine colpisce, «chiedano alla Fiat». In questo caso, aggiungiamo noi, il procuratore torinese è stato molto veloce. In sostanza, ha colto in flagrante e allo stato nascente la costruzione della strategia di difesa e di disinformazione.
Reazioni politiche dopo la scoperta degli altarini della Tk. Un memorandum «ignobile», dice Gianni Pagliarini (Pdci). Una «intollerabile canagliata», fa eco il collega di partito Pino Sgobio. Il ministro Paolo Ferrero (Prc) chiede a Confindustria l'espulsione della ThyssenKrupp Italia. Il leghista Mario Borghezio ha protestato presso l'ambasciata di Germania.

 

 

Cantieri, la strage degli immigrati
Settore edile: nel 2007 la Fillea Cgil ha contato 235 morti bianche. Aumentano ancora le vittime tra i lavoratori stranieri
Roberto Tesi

Sono l'anatomia di un omicidio di massa i dati diffusi ieri dalla Fillea-Cgil relativi agli infortuni nel settore delle costruzioni nel 2007: 235 morti, «un dato sicuramente in difetto a causa della difficoltà a reperire notizie sulla totalità degli incidenti che, spesso, vengono denunciati come domestici, automobilistici o non denunciati affatto». Il monitoraggio della Fillea integra i dati diffusi dall'Inail per il settore «costruzioni e legno» che si fermano a settembre.
Rispetto al 2006 gli infortuni e i morti sono leggermente diminuiti, ma non per gli immigrati. Lo scorso anno, infatti, «i lavoratori immigrati deceduti sono stati 39», il 3,7% in più rispetto al 2006. E c'è un dato che colpisce: tra gli immigrati (che in alcune regioni raggiungono l'80% della forza lavoro occupata) il tasso di infortunio è del 50% superiore a quello dei lavoratori italiani.
Per la Fillea «gli immigrati risultano i lavoratori più deboli ed esposti a infortuni - ma anche i meno pagati e inquadrati ai livelli più bassi - sia per le difficoltà legate alla scarsa conoscenza della lingua, sia per la mancanza di formazione». Senza contare che «la normativa sull'immigrazione rende gli immigrati facili vittime del ricatto».
Come al solito, la percentuale più alta di infortuni mortali (che succedono soprattutto nei mesi di maggio e luglio) avviene al Nord (116 morti, il 49,36% del totale, ma il 64,1% per quanto riguarda gli immigrati); al Centro Italia le percentuali scendono rispettivamente al 18,3% e al 20,5%, mentre nel Mezzogiorno si sono registrati 76 morti, il 32,34% del totale, ma la percentuale scende al 15,38% per gli immigrati. Solo in Molise, secondo i dati rilevati non ci sarebbero stati incidenti mortali.
La regione con il maggior numero di morti bianche seguita a essere la Lombardia con 43 casi dei quali 9 immigrati. Seguono il Veneto (con un numero di incidenti mortali che è la metà di quelli della Lombardia), la Campania e il Lazio.
La maggior parte delle vittime (il 27,70%, 59 casi) erano lavoratori esperti, compresi nella fascia di età tra i 49 e i 55 anni, ma si contano anche 43 morti (il 20,19%) tra lavoratori con più di 56 anni in attesa, forse, di una pensione «anticipata» per lavoro usurante che però non percepiranno mai. Segue la fascia di età tra i 36 e i 45 anni. Tra le vittime, anche due minorenni rispettivamente di 16 e 17 anni. In generale le morti di lavoratori compresi tra i 15 e i 17 anni sono l'8,45% del totale. La Fillea annota che rispetto al 2006 si è alzata l'età delle vittime, «un dato che dimostra il fatto che neanche l'esperienza preserva dai rischi e che fotografa un settore "invecchiato" nella composizione della forza lavoro».
Nei cantieri edili si muore in molti modi, ma la caduta dall'alto - spesso per mancanza delle protezioni previste dalle normative sulla sicurezza del lavoro - è la causa più frequente visto che rappresenta il 42,55% di tutti i decessi, cioè 100 vittime. Tra le altre cause, è notevoli il numero di morti (il 20,85%) provocate da investimenti di gru, carrelli elevatori o ruspe. Quasi il 15% dei decessi deriva, invece, da lavoratori colpiti da materiali di lavoro. Oltre il 10% dei morti deriva dal crollo della struttura alla quale la vittima stava lavorando, mentre il 5,53% è morta nel 2007 per folgorazione, spesso causata dai bracci delle gru che toccano cavi dell'alta tensione.

 

 

 

Denuncia insicurezza, l'azienda lo sospende


 
Sospeso tre giorni dal lavoro, senza retribuzione, dopo aver segnalato una serie di situazioni di pericolo nel reparto in cui presta servizio da anni.

È successo alla fonderia Officine Pilenga di Comun Nuovo, in provincia di Bergamo.

La denuncia arriva dalla Cgil: «Nel reparto officina, dove operano torni, frese e foratori - spiega Valter Albani, responsabile dei lavori per la
sicurezza dell'azienda - un lavoratore diligente e con elevata professionalità ha cominciato a segnalare ai suoi responsabili situazioni di pericolo oggettivo: mancanza di carter, sistemi di purificazione dei vapori non funzionanti, olio e acqua chimica sul pavimento».

Ma le numerose segnalazioni verbali, continuate per anni, non hanno mai - secondo Albani - avuto effetto. Così il dipendente ha deciso di evidenziare i problemi sugli spazi liberi dei fogli di produzione giornalieri che devono essere compilati ad ogni turno. L'uomo è stato però convocato dal caporeparto: «Gli è stato detto - aggiunge Albani - che non era quello il modo di segnalare i rischi. Bisogna farlo verbalmente, o tramite apposite schede, che però io non ho mai visto». Il lavoratore sarebbe stato perfino accusato di mobbing: continuando a segnalare le situazioni di pericolo sui fogli di produzione avrebbe messo a rischio la salute del caporeparto.

Ha 54 anni e da sei lavora nel reparto di officina delle fonderie Pilenga di Comun Nuovo (Bergamo) l'operaio sospeso per tre giorni, senza retribuzione, per aver segnalato gravi carenze, in fatto di sicurezza, all'interno dello stabilimento, come la mancanza di carter, sistemi di purificazione dei vapori non funzionanti, olio e acqua chimica sul pavimento.

L'uomo, Giolivo Zanotti, residente nello stesso Comun Nuovo, ha scontato il suo secondo giorno di riposo forzato e ancora non sa quando
dovrà scontare il terzo: «Stanotte sarei dovuto andare a lavorare, invece sono a casa in punizione e senza stipendio».

L'operaio sta valutando ora l'ipotesi di portare l'azienda in tribunale: «In televisione vedo le marce di solidarietà per i morti sul lavoro - aggiunge - mentre la mia azienda mi dà del demente, cercando di zittirmi in ogni modo. Questo accade nonostante l'Asl, informata dei fatti, abbia già eseguito numerosi sopralluoghi».

La fonderia Pilenga dà lavoro a circa 240 operai e si occupa principalmente della realizzazione di componentistica per automobili. Nel 2007, nel solo reparto officina, ci sarebbero stati cinque infortuni sul lavoro, causati dall'olio presente sul pavimento.

l'unità 11.1.08


Quaderno del dolore operaio- Luigi Ciotti

Gli operai di Torino
diventati invisibili
ezio mauro- repubblica -link

 

Pagherete caro
Loris Campetti- il manifesto 4.1.08

Le associazioni padronali non sono enti morali, l'unica etica che conoscono è quella del profitto. Detta così, sembra una sparata ideologica, un rigurgito di odio di classe fuori stagione. Eppure, a sostenerla sono proprio i leader delle suddette associazioni, che a Torino hanno reagito con sdegno alla proposta del presidente del consiglio comunale di Torino al presidente di Confindustria, Luca Montezemolo: perché non espellete le aziende che violano le leggi sulla sicurezza? Perché non riservate a chi tra voi uccide o danneggia i lavoratori per lucro lo stesso trattamento applicato in Sicilia a chi se la rifà con la mafia? I presidenti dell'Unione industriale, dell'Api e dei costruttori della città colpita dalle fiamme della ThyssenKrupp s'indignano e gridano che le loro associazioni hanno altri scopi: «Il nostro mestiere è fornire servizi, non fare giustizia», ha detto a «Repubblica» il capo degli industriali. Claudia Porchietto, dall'alto della sala comandi dell'Associazione piccole imprese aggiunge che un modo per ridurre gli infortuni ci sarebbe: «Perché non pensare a sgravi fiscali per aiutare le imprese a migliorare la sicurezza»? L'impresa ha l'imperativo morale di fare utili. Se la collettività pretende che per raggiungere tale scopo non vengano uccisi, feriti o avvelenati gli operai che quegli utili all'impresa producono, se ne faccia carico. Lo stato paghi dunque i costi necessari a mettere in sicurezza gli impianti moltiplicando gli sgravi fiscali ai padroni. I quali, poveracci, non possono dilapidare per scopi umanitari il maltolto (o plusvalore), già prosciugato dalle tasse. Una riprova di questa etica d'impresa? Nelle trattative per il rinnovo del contratto, Federmeccanica ha respinto la richiesta di Fim, Fiom e Uilm di un'ora l'anno di assemblea per discutere di sicurezza del lavoro. Ma forse i padroni non sono così cattivi e sarebbero anche disposti a concederla quell'ora. Sempre che lo stato sia disposto a farsi carico dei costi.

 

Torino, Giuseppe Demasi non ce l'ha fatta, era l'unico sopravvissuto
alla strage del 6 dicembre. Era stato sottoposto a tre interventi chirurgici

Thyssen, la tragedia del rogo
morto anche il settimo operaio

Venerdì gli operai dell'acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà
Domani sera alle vittime del lavoro sarà dedicata la tradizionale marcia della pace del Sermig


<B>Thyssen, la tragedia del rogo<br>morto anche il settimo operaio</B>

Il reparto della Thyssenkrupp dove è avvenuto l'incendio

TORINO - E' morto Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio ustionato nell'incendio del 6 dicembre alla Thyssenkrupp di Torino. Il ragazzo era l'unico rimasto in vita dopo la tragedia. Nell'incendio era morto sul colpo Antonio Schiavone, poi nelle settimane successive si sono verificate le altre morti. Demasi era stato sottoposto a tre interventi chirurgici, ma nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate.

Proprio venerdì gli operaio dell'acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà per il loro compagno che stava lottando fra la vita e la morte e per ricordare le altre sei vittime: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò.

Tra i manifestanti c'erano anche i familiari dello stesso Giuseppe Demasi, il padre Calogero e la sorella Laura, oltre allo zio di Rosario Rodinò, Carlo Cascino, e il padre di Bruno Santino, Antonio. "Giuseppe Demasi si deve salvare per raccontarci quello che è successo, facciamo tutti il tifo per lui", aveva urlato Antonio Santino. Davanti al Cto i manifestanti avevano poi osservato un minuto di silenzio e applaudito a lungo in segno di incoraggiamento per Demasi. Ma il cuore del ragazzo non ha retto. E' morto oggi poco dopo le 13,30.

E sarà dedicata alle vittime del rogo nell'acciaieria della Thyssenkrupp, la marcia della pace del Sermig, che ogni anno da 40 anni la sera del 31 dicembre percorre le vie di Torino e si conclude nell'Arsenale della pace, dove l'associazione del volontariato cattolico tiene la cosiddetta "Cena del digiuno".

Le migliaia di giovani che partecipano alla manifestazione si ritroveranno davanti allo stabilimento di corso Regina Margherita, fermo dal 6 dicembre scorso quando sulla linea di produzione numero 5 le fiamme ustionarono a morte sette. "Scandiremo i nomi di decine di morti sul lavoro - spiega il fondatore del Sermig, Ernesto Olivero - per ricordare che una fabbrica, un cantiere o un ufficio devono essere un luogo di serenità, di promozione umana dove le persone trovano le sostanze per mantenere la propria famiglia e mandare i figli a scuola".

( 30 dicembre 2007 )

 

 

Domani fiaccolata dei lavoratori. In 150 rischiano il posto
Torino, primo incontro
sindacati-Thyssenkrupp
Che fare dell'acciaieria?

Maurizio Pagliassotti
Torino
S<?-- Capolettera -->uperato un Natale davvero mesto i prossimi saranno giorni decisivi per il futuro ThyssenKrupp a Torino. Oggi pomeriggio presso l'unione industriale si incontreranno i vertici dell'azienda, una delegazione di lavoratori e tutti i sindacati. E' la prima volta dalla tragedia che l'azienda esce allo scoperto e incontra i dipendenti. Dopo un ostinato silenzio, interrotto solo dai comunicati sul sito internet e dalle tardive dichiarazioni pubbliche dei massimi vertici della multinazionale in occasione dei funerali, è giunto il momento di mettere le carte sul tavolo per quanto riguarda i piani che la ThyssenKrupp Italia ha preparato in questi giorni per lo stabilimento torinese. Nello specifico si dibatterà del futuro di circa centocinquanta lavoratori (operai ed impiegati), dello stipendio di dicembre e, forse, anche della tragedia avvenuta. Sebbene quest'ultimo aspetto non sia previsto difficilmente non sarà sul tavolo col peso di sei morti e un lavoratore ancora in fin di vita. Si preannuncia, quindi, un incontro teso. E sotto la sede dell'unione industriale saranno presenti in massa i lavoratori del gruppo.
«Non credo, come alcuni miei colleghi pessimisti, che l'azienda si rifiuterà di pagare lo stipendio di dicembre - sostiene Antonio Boccuzzi l'unico scampato alla strage - penso che ci verrà data la cassa integrazione straordinaria e sarà annunciata la chiusura definitiva dello stabilimento». Questa sarebbe una novità. Da tempo lo stabilimento torinese della TK non ha un futuro produttivo, anche se una data precisa di chiusura non è mai stata annunciata. Anzi, è risaputo che l'azienda dopo la sciagura avrebbe ripreso anche subito la produzione dato il recente aumento di ordini proprio sullo stabilimento di Torino. Evidentemente la pressione della magistratura ed i relativi controlli impongono all'azienda il definitivo smantellamento delle linee e la loro ricollocazione a Terni. Aggiunge Boccuzzi: «Il problema ora è l'occupazione di chi non è riuscito a ricollocarsi in questi mesi… le promesse fatte dall'azienda fino ad ora sono state un fallimento».
La ThyssenKrupp in fase di contrattazione con sindacati ed istituzioni torinesi aveva assicurato che avrebbe attuato delle politiche di job replacement , un inglesismo per dire che i licenziati li avrebbe parcheggiati almeno per un po' da qualche parte. Al momento siamo a quota zero. A meno che non si vogliano considerare job replaced gli operai impacchettati con casa e famiglia e spediti a Terni. Al riguardo però giunge voce che alcuni di essi avrebbero rinunciato, forse a causa della paura di un nuovo incidente ma anche per le difficili condizioni incontrate nel trasferimento.
Il sindaco di Torino Sergio Chiamparino ha ribadito sotto Natale che la tragedia ThyssenKrupp è un monito per tutti ed a ha aggiunto: «Ho fiducia che il tessuto produttivo torinese possa assorbire i circa centocinquanta lavoratori della ThyssenKrupp ora in difficoltà. Verrà costituito un tavolo di lavoro con l'Unione industriale dopo l'Epifania». A meno che non si riproduca la tragica pantomima della vicenda Bertone domani le carte saranno più chiare per tutti.
Intanto, prosegue anche in questi giorni l'inchiesta condotta dal procuratore Raffaele Guariniello. L'Asl di Torino sta individuando i dirigenti della Thyssenkrupp da considerare responsabili per il centinaio di violazioni alle norme di sicurezza rilevate nello stabilimento torinese dell'acciaieria. Le violazioni, non riguarderebbero la zona andata a fuoco (la linea 5) ma il resto del complesso. Per i responsabili si prospetta una sanzione pecuniaria e l'intimazione a mettere gli impianti in regola; diversamente non sarà possibile riaprire lo stabilimento. Presso il Palazzo di Giustizia magistrati, inquirenti e periti si sono riuniti per fare il punto delle indagini. In procura è giunta una lettera in cui un operaio della sede di Terni ricorda che ai tempi della vecchia gestione compariva all'ingresso un cartellone con scritto "Sicurezza innanzitutto", mentre la rivista torinese Però , ha rilanciato la notizia - già diffusa da alcune emittenti televisive la scorsa settimana - che ai dipendenti della Thyssenkrupp è giunto, nei giorni successivi al disastro, un numero del giornale aziendale, stampato nelle settimane precedenti, dedicato a questioni legate alla sicurezza in tema di incendi. Comunque vada a finire l'eventuale processo, sembra scontato che se ci fossero dei colpevoli non andranno mai in carcere, in quanto le pene verranno sospese.
Domani, con partenza dall'acciaieria di Corso Regina Margherita e arrivo all'ospedale Cto (dove è ancora ricoverato Giuseppe Demasi, il giovane che lotta per sopravvivere da due settimane) ci sarà un fiaccolata organizzata dagli operai TK per mantenere desta l'attenzione sulla vicenda. Sarà una marcia molto lunga, circa otto chilometri, che si concluderà con una visita ai genitori del ragazzo ricoverato, le cui condizioni di salute rimangono disperate.
Anche per la notte di capodanno dovrebbe esserci un momento di ricordo della tragedia avvenuta, con diversi operai che vorrebbero trovarsi davanti alla fabbrica per una veglia.


27/12/2007

 

 

Vertici ThyssenKrupp incastrati dalle e-mail
In provincia di Varese terzo morto sul lavoro in pochi giorni. Di nuovo in un cantiere. Domani i funerali di Rosario Rodinò, sesta vittima alla Tk
m.ca
il manifesto 21.12.07
Standard di sicurezza buoni negli stabilimenti in Germania, mediocri a Terni, quasi inesistenti nell'acciaieria di Torino, ormai al capolinea. Che nell'impero ThyssenKrupp ci fossero (almeno) tre gradini di sicurezza l'hanno detto molti operai e l'hanno scritto quasi tutti i giornali. Dopo la strage. Prima della strage, se lo scrivevano tra loro i massimi dirigenti della multinazionale.
Risulta dalle e-mail sequestrate dai pm torinesi Laura Longo e Francesca Traverso che affiancano il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello nell'inchiesta sul rogo che ha ucciso sei lavoratori e tiene appesa a un filo la vita di un settimo. E-mail in inglese tra i dirigenti di Terni e Torino, in tedesco tra il gruppo italiano e la casa madre in Germania. La fitta corrispondenza prova che i vertici aziendali erano consapevoli dell'inadeguatezza degli impianti torinesi e che, altrettanto consapevolmente, hanno lasciato correre.
E' un particolare di grande rilievo per l'inchiesta che, da solo, potrebbe aggiungere altri nomi a quelli dei tre dirigenti della Tk Italia già iscritti nel registro degli indagati e appesantire le ipotesi di reato (omicidio, lesioni e disastro colposi). Lo rafforza un altro tassello in mano agli inquirenti: nel 2006, nello stabilimento di Krefeld, su una treno di laminazione identico alla linea 5 di Torino ci fu un incendio analogo a quello della notte del 6 dicembre. Gli operai riuscirono a scappare, ma l'azienda giudicò carenti i sistemi di sicurezza. Li adeguò negli stabilimenti in Germania, non in quello di Torino. Dove, nel 2002, si sviluppò un incendio che durò tre giorni e non fece vittime. Allora i consulenti della procura e i vigili del fuoco calcolarono che per rimmettere in sesto l'intero impianto la ThyssenKrupp avrebbe dovuto investire un miliardo e mezzo di euro. Ora a Terni i segugi di Guariniello hanno scoperto quanto l'azienda ha effettivamente speso. Dividendo la differenza per il numero delle vittime sapremo quanto la ThyssenKrupp ha «risparmiato» per ogni operaio morto. Ecco perché monta la rabbia leggendo sul sito della ThyssenKrupp un comunicato - listato a lutto - che fa dipendendere la strage torinese da «una sfortunata sequenza di eventi». Una rabbia che, stando a un'indagine dell'Ispo, sembra aver smosso la mucillagine nostrana: gli italiani ritengono il rogo alla ThyssenKrupp la notizia «più importante» del 2007.
Ieri mattina dal marciapiede di Corso Regina Margherita gli operai della Tk hanno ribadito che vogliono un «tavolo» attorno al quale discutere del loro futuro (altrove, è sottinteso). Non accettano che l'azienda li consideri «in ferie». Vogliono la cassa integrazione staordinaria per tutti, compresi gli apprendisti che non avevano ancora lavorato 90 giorni continuativamente. Si preparano per un altro funerale. Domani, ancora con il cardinale Poletto, nella chiesa di Nostra Signora della pace diranno addio a Rosario Rodinò, spirato mercoledì mattina. Pensano a una manifestazion, dopo Natale, per sostenere e dare forza a Giovanni Demasi che al Cto ieri ha subìto il terzo intervento chirurgico. Le sue condizioni, dicono i medici, restano «gravissime ma stabili».
Nei tradizionali discorsi di fine anno gli esponenti delle istituzioni e del governo non omettono di citare la «piaga» delle morti sul lavoro. Il ministro del lavoro Cesare Damiano, che nei giorni scorsi aveva parlato di «una strage di innocenti», ieri è tornato sulla ThyssenKrupp: «Gli standard di sicurezza vanno mantenuti, soprattutto se si pretende di tirare al massimo la produzione in uno stabilmento in via di chiusura». Cesare Salvi, presidente della Commissione giustizia al Senato, afferma che gli omicidi bianchi sono «delitti contro la persona», da punire con il carcere, non con una blanda ammenda.
In provincia di Varese terzo morto sul lavoro in una manciata di giorni. Anche questa volta in un cantiere. L.S., 30 anni, titolare di una ditta individuale, è stato travolto da una escavatrice che si è ribaltata.

 

Era ricoverato nel centro ustionati di Genova. Assunto sei anni fa al posto di suo padre
Alle esequie di Rocco Marzo, un collega grida ai dirigenti: "Avete le mani sporche di sangue"

ThyssenKrupp, morto sesto operaio
Tensione al funerale di un'altra vittima


<B>ThyssenKrupp, morto sesto operaio<br>Tensione al funerale di un'altra vittima</B>

Rosario Rodinò, la sesta vittima dell'incendio alla ThyssenKrupp

GENOVA - Nel giorno del funerale della quinta vittima per il rogo alla ThyssenKrupp di Torino, dal centro grandi ustionati di Genova giunge la notizia di un'altra vittima. Rosario Rodinò, il 30 ottobre scorso, aveva compiuto 26 anni. Dopo tredici giorni di agonia, poco prima delle 9, è deceduto nell'ospedale Villa Scassi di Genova.

Era stato assunto in fabbrica quasi sei anni fa dando il cambio a suo padre, che per una vita aveva lavorato nella stessa acciaieria. Per una drammatica coincidenza, all'arrivo in ospedale al Mauriziano di Torino, prima di essere trasferito al centro ustionati di Genova, l'infermiera che ha accolto Rosario al pronto soccorso è stata la madre di Bruno Santino, un'altra vittima della tragedia alla ThyssenKrupp.

"Aveva ustioni su quasi tutto il corpo", ha detto Mauro Pierri, il direttore sanitario dell'ospedale genovese dove era ricoverato Rosario. "L'abbiamo mantenuto in coma farmacologico perché non sentisse dolore".

Cordoglio per la morte dell'operaio è stato espresso dalla ThyssenKrupp che, in una nota, fa sapere che non mancherà "di stare vicino alla famiglia, assicurando tutto il supporto umano e finanziario necessario".

Stamane nella parrocchia di San Giovanni Maria Vianney a Torino dove si sono celebrate le esequie di Rocco Marzio, il quinto operaio morto nel rogo, era presente anche l'amministratore delegato del gruppo, Harald Espenhahn. Tanto dolore tra i compagni di lavoro e qualche momento di tensione quando Ciro Argentino, sindacalista dell Fiom e collega delle vittime, ha strappato il nastro che pendeva dalla corona inviata dall'azienda. "Avete le mani sporche di sangue", ha urlato il sindacalista.

In prima fila, vicino alla bara, sedevano la moglie di Rocco, e i loro due figli, Alessandro e Marina. L'arcivescovo di Torino, cardinale Severino Poletto, officiando i funerali ha detto: "Solo ieri sono morti altri cinque operai: quella della sicurezza su lavoro è un'emergenza nazionale".

L'incendio alla linea 5 si era sviluppato all'alba del 6 dicembre scorso nello stabilimento torinese della multinazionale. Il nome di Rodinò si va aggiungere alla lista delle vittime che già contava Antonio Schiavone, 36 anni, Roberto Scola (23), Angelo Laurino (43), Bruno Santino (26) e Rocco Marzo (54), che è deceduto domenica scorsa.

Resta ricoverato in gravissime condizioni un settimo operaio, il ventiseienne Giuseppe Demasi, ricoverato al Cto di Torino.

Accertate le cause dell'incendio, la procura di Torino sta cercando di definire le responsabilità. Per ora gli indagati sono tre, ma alla luce di quanto sta emergendo, il quadro potrebbe essere modificato. I magistrati contano di chiudere le indagini entro la fine di gennaio.

( 19 dicembre 2007 )

 

 

il commento
Morti e derisi
Ivan Della Mea

Sono un comunista che molto ha sbagliato. Ci ho pensato bene e ho deciso: perché mai dovrei precludermi la stupenda possibilità di sbagliare ancora? La mia vita l'ho informata al principio che a far giusto non c'è gusto.
Messa così e così messa è mi sono chiesto con chi seguitare a sbagliare dicendomi «oh Mea è un pezzo che sbagli da solo forse è l'ora di finirla anche perché a lungo andare te ti vivi anche un poco pirla». Così è stato e ancora è.
Con chi sbagliare allora? Con la «cosa rossa» o «sinistra arcobaleno» o si vedrà? C'è una sinistra unita? C'è una sinistra? C'è una? C'è? Ma fa di conto che ci sia, o Mea; fa di conto che ci sia per chi muore in fabbrica, nei cantieri: «noi vivremo del lavoro/o pugnando si morrà» e no che non si muore pugnando, proprio no, ci si crepa sul lavoro questo sì e così si fa prima.
Ma c'è una sinistra che abbia onestà bastante per dire che la legge Treu è una mascalzonata e che precarietà e flessibilità sono vere e proprie infamie e che da questo lavoro così come oggi è combinato non è possibile trarre riscatto alcuno e che tutto ma proprio tutto sa di destra e se appena sa un po' meno di destra, un cicinin, siamo talmente bastardi che lo chiamiamo centrosinistra e che per chiunque abbia governato in questi tempi ultimi e assassini è normale che una ThyssenKrupp abbia lucrato un bel 90% di profitto e agli operai sia stato riconosciuto un aumento del 5% sul salario vale a dire una miseria bell'e seccata subito dagli aumenti del costo della vita e poi uno ci muore lì, due tre quattro - con Rocco Marzo morto domenica fanno cinque - e quanti ancora non si sa perché finché la fabbrica c'è deve rendere al massimo e allora ma quali cazzi mai di «se otto ore vi sembran poche»? Perché tredici, sedici sono forse meno? Morti e derisi: sta mica bene.
C'è una sinistra per questi lavoratori sia i morti sia i vivi che magari si vivono come morti a venire? «O cara moglie stasera ti prego/da' retta a me e non cucinare/non credo proprio che potrò tornare/mi hanno morto è l'infamità». Morti e derisi ripeto: sta mica bene.
E ci sono degli intellettuali intelligentissimi che ogni tanto dicono «occhio, la classe operaia non c'è più» nel senso che non è più classe: mica vero maledettissimi cialtroni, 1.300 morti sul lavoro all'anno fanno una gran bella classe: morta.
Ecco che l'ho trovata la mia sinistra, l'unica che mi sta bene, ma c'è il rischio che me l'ammazzino tutta. E allora? Allora devo smettere di piangere perché ho pianto livido rancoroso e questa rabbia che ho dentro debbo condividerla e farla crescere durissima con la rabbia di chi resta per farla rossa e sbatterla e ribadirla sul muso dei manutengoli della politica e questo non nel nome di marx o di lenin o di chissisia dell'album di famiglia di ieri e di oggi bensì nel nome di chi ancora ha coscienza della irrinunciabilità della lotta per se stesso e per chiunque sia sfruttato e sacrificabile sull'altare del profitto.
La sinistra per me è stata è e sempre sarà «questo pugno che sale - questo canto che va/è l'Internazionale - un'altra umanità/Questa lotta che eguale - l'uomo all'uomo farà/è l'Internazionale. Fu vinta e vincerà».
Ecco, vediamo di provare a vincere.

 

I salvati: «Lì dentro noi non ci torniamo»

di Manuela Cartosio

su Il Manifesto del 18/12/2007

Rocco Marzo, capo-turno, è morto domenica. Quinta vittima del rogo alla ThyssenKrupp di Torino. Dove gli operai non vogliono tornare a lavorare

«Non se ne parla nemmeno. Noi lì dentro non ci torniamo». Gli operai della ThyssenKrupp di Torino l'avevano detto subito dopo la strage, quando l'azienda con faccia d'acciaio pretendeva di riprendere la produzione sulle linee non danneggiate dal rogo. L'avevano ripetuto giovedì, ai funerali di Antonio Schiavone, Bruno Santino, Angelo Laurino, Roberto Scola. Ce l'hanno ribadito ieri, dopo che il conto delle vittime è salito a cinque. Il capoturno Rocco Marzo, 54 anni, è spirato domenica mattina alle Molinette. Restano gravissime le condizioni di altri due ustionati, Giuseppe De Masi e Rosario Rodinò.
«Il mio Rocchino non doveva essere lì», dice la moglie Rosetta. Nel calendario di Rocco e Rosetta a fine gennaio c'era la festa per trent'anni di matrimonoio, poi una «nuova vita» con le piccole felicità di una coppia di pensionati. Tutto bruciato. Rocco Marzo doveva essere nella sua «stanzetta» da capo-turno, invece qualla notte si è buttato nel fuoco per cercare di salvare gli operai più giovani di lui. Avrebbe potuto essere nel suo letto: a marzo, con lo «sconto» (si fa per dire) dell'amianto, aveva maturato i requisiti per andare in pensione. Invece, era rimasto a lavorare in una fabbrica condannata a chiudere entro settembre. «L'ultima volta che ci siamo incontrati, il giorno prima del rogo, gli ho detto che per lui era il momento di decidere», racconta Ciro Argentino, delegato della Fiom. A luglio, quando era stato firmato l'accordo per la dismissione, alla ThyssenKrupp di Torino c'erano venticinque «capi». Rocco era uno dei cinque o sei rimasti, non bastavano neppure per coprire i turni.
Gli operai della ThyssenKrupp si incontrano quotidianamente sul marciapiedi di corso Regina Margherita. Discutono le iniziative «di lotta» perché sulla strage non cada il silenzio (oggi vanno alla Regione e in Provincia). Si consultano con i pensionati, ringraziano chi porta solidarietà. Nessuno pensa di tornare a lavorare dove sono morti i «colleghi» che, per alcuni, erano anche parenti. «Non ci sono le condizioni», dice Ciro, qualsiasi cosa concluda l'Asl dopo i sopralluoghi. Per mettere in sicurezza uno stabilimento dove da anni non si faceva la manutenzione straordinaria d'agosto (e neppure quella ordinaria, per altro) occorrono mesi, e settembre è dietro l'angolo. Ci vogliono soldi, e la multinazionale che non ce li ha messi prima non li tirerà fuori ora a fondo perduto. Si aggiungano «il ricordo, l'angoscia, il dolore, la paura». E si capirà che mancano anche le condizioni «psicologiche» per riprendere a lavorare «là dentro».
«La nostra posizione è che quella fabbrica non deve riaprire», dice con nettezza Giorgio Airaudo. Mancano le condizioni «ambientali» e nel termine il segretario della Fiom mette anche «l'offesa che la ThyssenKrupp, con la sua insensibilità, ha recato ai lavoratori e alla città intera». L'Asl darà le sue indicazioni, «ma i lavoratori e il sindacato diranno la loro. A un tavolo di trattativa con un'azienda che deve farsi carico di tutto». Compresi i giorni di fermo che il capo del personale torinese vorrebbe considerare «ferie».
Domenica in un capannonne della ThyssenKrupp Acciai Speciali di Terni il vescovo Vincenzo Paglia ha celebrato la messa di Natale. Un Natale «durissimo» per i familiari delle vittime della strage torinese, ha detto il vescovo, immolate «sull'altare del profitto a ogni costo». Un giudizio simile a quello pronunciato dal cardinal Poletto alle esequie nel Duomo di Torino, dove i capi supremi della ThyssenKrupp erano presenti ma defilati e in evidente imbarazzo. A Terni, invece, il numero uno della multinazionale (Harald Espenhahn) ha preso la parola. «Si sarà sentito a casa sua, ma quella era una messa e a noi non è piaciuto che uno con le mani sporche parlasse quasi dal pulpito», commenta Ciro Argentino, precisando che i colleghi torinesi «la pensano così».
Ieri al palazzo di giustizia di Torino ha fatto tappa «Lavoro da morire», iniziativa itinerante di Magistratura democratica per sensibilizzare le procure in materia d'infortuni. Nonostante l'eccellente lavoro del pool guidato da Raffaele Guariniello, la più atroce delle stragi si è consumata proprio a Torino.

ThyssenKrupp, la tragica fine di un'azienda e di un'esperienza operaia

di Marilde Provera *

su Liberazione del 18/12/2007

 

La tragedia che ha colpito i lavoratori della Thyssen Krupp e le loro famiglie è atroce per il modo con cui cinque persone sono morte e altre due versano in gravi condizioni dopo essere stati aggrediti dalle fiamme e consumati dal fuoco. E anche il segno di una ingloriosa e tragica fine di una azienda e di una esperienza operaia che avrebbe meritato di essere sostenuta con più forza ed attenzione. Parliamo di una storia operaia legata all'impresa siderurgica torinese che vedeva ancora alla fine degli anni 70 12mila attivi su produzioni di grande pregio per il nostro Paese. Le riorganizzazioni europee e mondiali dei produttori dell'acciaio hanno visto queste aziende di proprietà Fiat cedute allo Stato con notevoli profitti per il privato alla fine degli anni 70. Da quel momento con l'industria di stato si è passati attraverso riorganizzazioni e ristrutturazioni che hanno visto ridursi gli stabilimenti e gli organici fino alla nuova vendita da Finsider ai privati all'inizio degli anni 90: in parte il gruppo Riva (che ha già cessato l'attività su Torino da tempo speculando sulla chiusura) e in parte agli acciaieri tedeschi del Gruppo Thyssen Krupp.
Per capacità delle maestranze e qualità del prodotto il gruppo tedesco attraverso una attenta dirigenza italiana aveva ampiamente sfruttato lo stabilimento di Torino investendo in modo interessante in tutti i primi anni sia in macchinari che in sicurezza. Si deve dire che l'attenzione posta dai lavoratori attraverso le organizzazioni sindacali e in virtù della loro alta professionalità era sempre riuscita ad accompagnare la vita dello stabilimento con le misure più idonee a tutelare le persone, i loro orari di lavoro (pur garantendo le lavorazioni a ciclo continuo con lavoro il sabato e la domenica) e le misure di sicurezza a tutela dell'integrità fisica dei lavoratori.
E' ben triste cosa vedere oggi l'interno di quello stabilimento che dà subito l'immagine di trascuratezza, sentire le testimonianze di chi lavora che va a prestare la sua opera non solo con il rispettoso timore verso una lavorazione già di per sé rischiosa ma aggiungendo la paura, perché attorno si sente che mancano strumenti di difesa, manutenzioni idonee e personale con le professionalità per sapere e potere intervenire in caso di bisogno.
La situazione di turni stressati per carenza di personale fanno ben comprendere la mancanza delle figure che si possono occupare di ciò che per l'azienda è diventato il lusso di una adeguata manutenzione agli impianti e per provvedere alle misure pur minime di sicurezza come il ricambio ed il controllo degli estintori o delle pulizie utili anche a allontanare le pericolose carte oleate che frapposte ai nastri da laminare se non rimosse sono inneschi possibili per il dilagare di incendi. Si è lavorato ampiamente sotto organico in questo ultimo anno, se ne sono andati circa 200 lavoratori ma le linee dismesse occupavano solo circa 24 lavoratori e dunque il peso di tutti gli altri 180 che non c'erano più si è riversato sui chi è rimasto allungando i turni e non provvedendo più neppure alle più elementari misure di sicurezza come pure alla squadra interna antincendio.
Una situazione dunque che nel fare di pochi anni ha precipitato uno stabilimento con lavorazioni pesanti e rischiose nello stato di un luogo di quasi certezza di pericolo in cui ogni singolo piccolo intoppo o incendio (non così inusuale in quel processo lavorativo) diviene un effettivo pericolo per la stessa vita di chi presta la propria opera. Così è stato e le responsabilità andranno tutte evidenziate e chiarite e colpite a partire da quelle di una azienda che vede la chiusura di uno stabilimento solo come fonte di possibili maggiori guadagni spremendo fino in fondo impianti e lavoratori fino alla loro usura totale, fino alla morte.
Che brutta fine per quella prestigiosa azienda, che immane danno a quella classe operaia di così grande pazienza e professionalità e quale e quanto dolore per quelle vite spezzate e per quelle persone devastate, quanta sofferenza ed incertezza di futuro delle loro famiglie, e tutto per un pugno di soldi in più ad un padrone avido e senza coscienza sociale.

*deputata Prc-Se

 

 

 

 

 

Del 18/12/2007 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 55)la stampa

Documento
L’allarme di sei mesi fa “La Thyssen è insicura”


I

l ministero sapeva e avvertì la ThyssenKrupp: rischio grave incidente per lo stabilimento di Torino, causa gravi mancanze nella sicurezza. A rivelarlo è un verbale del Comitato tecnico regionale, l’organismo nominato dal ministero dell’Ambiente per effettuare le cosiddette «verifiche del sistema della gestione della sicurezza». Qualcosa di più di un’analisi tecnica. Una disamina a tutto tondo sui responsabili, i dispositivi, gli investimenti. Quattro giorni di ispezione e l’azienda che presenta un proprio Rapporto sulla sicurezza. Documento obbligatorio per uno stabilimento come quello della ThyssenKrupp, considerato ad alto rischio per la presenza di idrogeno e acido fluoridrico nel ciclo di lavorazione. Eppure quel rapporto non ha superato il vaglio del Ctr. Il 21 giugno 2007, alla presenza di due rappresentanti dell’azienda (il direttore dello stabilimento Raffaele Salerno e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafueri), il Comitato ha imposto altri dieci interventi. Alcuni dei quali relativi al rischio incendio. Per il Ctr doveva essere installato un impianto di rivelazione incendi nel deposito dei rotoli di carta; il magazzino dei pallets di legno doveva essere spostato più lontano dalla fabbrica; tutte le tubazioni dovevano essere contrassegnate da colori e simboli per capire quali fluidi vi correvano all’interno; ma soprattutto dovevano essere ottimizzati gli impianti di rivelazione incendi in corrispondenza delle gabbie dei laminatoi; tutte le zone in cui potevano verificarsi perdite di acidi od oli dovevano essere impermeabilizzate e dotate di organi di convogliamento nell’impianto di trattamento reflui e doveva essere tenuta a disposizione una riserva di schiumogeno non inferiore ai 2000 litri. Prescrizioni a cui l’azienda avrebbe dovuto ottemperare entro il 31 dicembre 2007, pena sanzioni pesantissime, compresa la chiusura dello stabilimento.
Erano state soddisfatte queste condizioni? E nel caso non lo fossero ancora state, avrebbero potuto salvare la vita ai cinque operai della ThyssenKrupp? È ancora presto per dirlo. Solo l’esatta dinamica dell’incendio avvenuto il 6 dicembre potrà chiarirlo. Ieri gli esperti del Politecnico avrebbero dovuto anticipare ai magistrati gli esiti della loro indagine. Così com’erano attesi i risultati dell’ispezione dei tecnici della Asl sulla linea 5 (quella sul resto dell’impianto e relative prescrizioni arriverà giovedì). Nel frattempo si stringono i tempi. Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello e i pm Francesca Traverso e Laura Longo hanno stabilito un calendario serrato per chiudere l’inchiesta entro gennaio. Oggi si riparte con l’autopsia su Rocco Marzo, l’ultima vittima. I lavoratori dell’azienda, invece, saranno ricevuti in delegazione in Regione e Provincia per discutere del loro futuro.

 

 

 

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Non ce l’ha fatta Rocco Marzo, il capoturno della ThyssenKrupp coinvolto nell’incidente di dieci giorni fa in cui sono già periti quattro operai. Marzo è morto domenica mattina all’ospedale Molinette di Torino. Nell’incendio aveva riportato ustioni sull’80 per cento del corpo. Era sposato e padre di due figli, uno di 26 e l’altro di 22.

In questi dieci giorni i medici del Cto avevano sottoposto Marzo, che era ormai prossimo alla pensione, a due interventi chirurgici, martedì e venerdì scorsi, per togliergli lembi di pelle necrotizzata. Le sue condizioni erano apparse però subito gravissime. Due operai sono ancora ricoverati, Giuseppe Demasi, e Rosario Rodinò, entrambi di 26 anni. Il primo al Centro grandi ustionati del Cto di Torino e l'altro all'ospedale Villa Scassi di Genova. Il rogo alla ThyssenKrupp si era verificato nella notte fra il 5 e il 6 dicembre scorsi. Fu provocato, secondo quanto stabilito dalle perizie, dalla rottura di un manicotto in cui scorreva olio dopo che si era verificato un principio di incendio.
l'unità- 16.12.07

541:  MORTI SUL LAVORO. (locandina settimanale alp)

Siamo andati anche noi a Torino per rispetto ai morti e alle loro famiglie.

Abbiamo ritrovato una Torino operaia disorientata, arrabbiata ma una Torino operaia sconfitta. La città non si è vista, non si è fatta sentire, non era vicino agli operai, qualche pensionato disorientato. La città olimpica non vuole più saperne degli operai gli ricordano un passato da dimenticare.

Ne parleranno ancora per qualche giorno i giornali e tv, si faranno delle collette, quelle si perchè lavano la coscienza, poi tutto tornerà  al silenzio.

Non abbiamo sentito un minimo di autocritica da parte del sindacato. Non sono solo gli estintori o il telefono che non funzionano. Le cause arrivano da quando il sindacato, come la sinistra, ha giorno per giorno accettato la filosofia dominante che il centro è il mercato,  la competizione esasperata, le privatizzazioni, il futuro in mano alla finanza come le pensioni integrative.

A questa logica si è sacrificato tutto e le imprese hanno fatto ottimi risultati ma hanno trascurato i soggetti che producono la ricchezza. I loro salari sono da fame, la precarietà è la norma, e in particolare si sono trascurati gli interventi per tutelare la vita e la salute dei produttori di ricchezza, con il ricatto che la fabbrica avrebbe preso la strada dell'Est, della Cina, dove appunto i problemi della sicurezza sono marginali.

Ha ragione il Ministro Ferrero quando dice che le leggi ci sono, ma bisogna avere il coraggio umano, sindacale e politico per farle rispettare. Ma questo coraggio lo abbiamo messo da parte in questi anni riconosciamolo.

Il modo migliore per rispettare questi morti è di impedirne altri. A partire da noi, dal nostro impegno sindacale. Siamo un paese dove i salari sono in fondo alla classifica mentre per le morti e infortuni siamo tra i primi.

E non ci consolano le luci della città olimpica.

 

Enrico Lanza

(Del 13/12/2007 Sezione: Prima Pagina Pag. 1)
la stampa 13.12.07
Romano Prodi
IL PRIMO DOVERE


Oggi è il giorno del dolore e del distacco più difficile. È il giorno dell’ultimo saluto a quattro figli dell’Italia del lavoro: Angelo Laurino, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Roberto Scola. Ogni parola che non fosse quella di un omaggio rispettoso sarebbe di troppo. È il momento degli impegni, come l’adozione di misure rafforzate per la sicurezza sui luoghi di lavoro, la sospensione delle attività produttive laddove non ci siano standard adeguati, la richiesta severa di indagini rapide e giuste. Questo il governo ha fatto e continuerà a fare anche dopo oggi. Torino piange - e con Torino tutto il Paese
- quattro vite che non dovevano essere spezzate così. Non posso essere oggi a Torino come avrei voluto. Infatti sarò a Lisbona per la firma del Trattato dell’Unione Europea.
Ma il mio abbraccio forte va al loro ricordo e ai loro cari, così come il mio pensiero corre alla coraggiosa lotta per la vita di Giuseppe De Masi, Rocco Marzo e Rosario Rodinò. Ogni giorno in Italia muoiono lavoratrici e lavoratori. È un’offesa alla democrazia e allo stesso spirito della Costituzione. Abbiamo il dovere di difendere la vita dei lavoratori, garantire tutele e regole, impegnarci per migliorare le condizioni morali e materiali di ciascuno. Il sacrificio di Angelo, Bruno, Antonio e Roberto non deve essere vano. Morire così, nel 2007, è inaccettabile. Ed è per questo che oggi non è solo il giorno del dolore. Ma anche quello dell’omaggio e della promessa: la sicurezza del lavoro e dei luoghi di lavoro diventerà il
primo dei nostri doveri.

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Il ministro: imparate dai camionisti


Quando io lavoravo in Fiat il sindacato e i lavoratori avevano al centro dei loro problemi non solo il salario ma anche la condizione del lavoro in fabbrica: tempi, ritmi, sicurezza. Adesso la situazione è cambiata ed è così negativa che sei spinto a preoccuparti del salario, della precarietà del posto di lavoro e della sicurezza non te ne occupi più e giudichi normali situazioni di lavoro che sono bestiali e non accettabili». Paolo Ferrero esce dalla cerimonia funebre per i quattro «morti assassinati» della Thyssen Krupp scuro in volto e ancora più infossato nel suo cappotto scuro. Parla di «solitudine di questa giovane classe operaia». Ferrero, però, è il ministro del Welfare, l’uomo di Rifondazione nella stanza dei bottoni.

Che cosa farà per rendere meno sola la classe operaia?

«Nel prossimo consiglio dei ministri approveremo i decreti sulla sicurezza. Ho chiesto al premier Prodi la disponibilità ad utilizzarle l’avanzo di bilancio dell’Inail per migliorare i controlli degli ispettori e le prestazioni verso i lavoratori colpiti da infortuni o addirittura morti e lo loro famiglie. A gennaio dovremo mettere mano alla redistribuzione del reddito e dunque dei miliardi di sgravi fiscali da mettere a disposizione delle fasce di salario più basso».

Se fossi un operaio le direi: «Parole, parole, parole...

«E in parte avrebbe ragione perché è evidente che non cambio la situazione se metto 50 euro in più nelle buste paghe dei lavoratori. È necessario aprire una vertenza che metta in campo come parola d’ordine la lotta allo sfruttamento».

Il suo ex compagno di partito, il senatore Turigliatto ha annunciato che voterà contro l’accordo sul welfare. Prc che farà?

«In queste condizioni il voto di sfiducia è solo propaganda e non sposta di una virgola la condizione di impotenza in cui vive la classe operaia. Prc pensa che così non si possa andare avanti e per questo ha chiesto la verifica, ma è evidente che il potere di ricatto che è nella mani di Dini è molto forte. Per questo dico al sindacato, ai lavoratori è ora di tornare in piazza. Di farci sentire a tutti i livelli perché da soli non riusciremo a far diventare il lavoro tema centrale nell’agenda politica».

Urlare paga. Gli operai devono fare come i camionisti?

«Sì. Tornare in piazza. Farci sentire perché se manteniamo la questione sul piano politico la sinistra da sola non riesce a spuntarla. La vertenza contro lo sfruttamento deve partire da chi sta nelle istituzioni, e noi faremo la nostra parte, ma anche dal basso. Il problema è che l’agenda politica di questo paese continua a dettarla la destra. Il problema è che questi quattro morti assassinati, e gli altri operai gravemente feriti, rischiano di essere dimenticati perché la destra non ha sollevato un caso politico. La destra non ha gridato e strepitato come ha fatto per l’ordine pubblico costringendo il governo a seguirla».

Ma la sinistra non basta a sollevare un problema politico?

«Anche ieri ai funerali delle vittime era palese la diffidenza operaia, diffidenza sacrosanta e non infondata. E poi si percepiva un senso di indignazione dell’opinione pubblica che deve avere uno sbocco. Lo ripeto: abbiamo posto il tema della verifica sugli obiettivi che deve avere il governo e siamo pronti ad andare fino in fondo. Ma questa nostra volontà da sola non basta a modificare i rapporti di forza e quindi le priorità. Serve una mobilitazione dal basso».

È un bel modo di scaricare i problemi. Un ministro della sinistra non può fare di più?

«Il problema è come evitare che queste tragedie che ci ricordano l’Ottocento avvengano oggi a Torino. Dobbiamo tutti insieme aprire una vertenza che metta al centro non le veline ma la lotta allo sfruttamento». la stampa 14.12.07

 

Intervista al leader Fiom dopo la tragedia della Thyssen, il corteo,
i fischi, e la nascita della "sinistra". «Una federazione non basta»
Rinaldini: quei fischi ci dicono
è l'ultima chance per la sinistra

Stefano Bocconetti
Cosa si prova ad essere fischiati? Ad essere fischiati da quegli operai con i quali magari ci avevi parlato fino a poche ore prima? «Una domanda strana, il mio stato d'animo te lo puoi immaginare. Quei fischi mi hanno colpito, turbato». Gianni Rinaldini, il segretario della Fiom, è appena uscito dalla riunione del comitato centrale della sua organizzazione. In un brutto hotel a due passi dalla Cgil. Hanno discusso e deciso cosa fare dopo la tragedia di Torino, dopo i quattro operai bruciati alla ThyssenKrupp.

Allora, cosa volevano dire quei fischi?
Hanno fatto toccare con mano a tutti il disagio, la tensione... Ma no, usiamo le parole appropriate: hanno fatto toccare con mano la collera, l'incazzatura dei lavoratori della Thyssen. Cosa chiedevano con quei fischi? Lo stesso che hanno gridato per tutto il corteo, per tutti i cortei: vogliono giustizia. Vogliono giustizia per gli assassinii.

Ma perché se la sono presa anche col sindacato?
Perché se la sono presa con chiunque avessero a tiro. Non so se sia giusto ma è più che comprensibile. E se la sono presa con l'unico interlocutore che conoscono bene. Ma anche qui, smettiamola coi titoli ad effetto. A Torino non c'è stata nessuna "rottura" politica fra quegli operai e le loro organizzazioni. Vuoi la controprova?

Naturalmente.
Insieme, dopo i fischi, siamo ripartiti in corteo. Fino alll'Unione Industriali. E quando qualcuno ha pensato di strumentalizzare questa tensione, lanciando uova e sassi contro la sede delle imprese, sono stati i lavoratori della Thyssen, assieme ai dirigenti sindacali, ad isolare chi voleva che la manifestazione degenerasse. Sono stati gli operai i primi a dissociarsi.

E dunque cos'è stata la manifestazione di Torino?
Un campanello d'allarme. L'ennesimo campanello d'allarme. Che dovrebbe suonare per tutti.

Che intendi con quel "tutti"?
Tutti. Il sindacato, è ovvio. E la sinistra. E' l'ennesimo segnale che viene dal mondo del lavoro industriale. Un segnale che ci racconta anche di un drammatico isolamento, col quale si trovano a fare i conti. Sono soli. E in mille modi diversi urlano il loro disagio. Se nessuno li ascolta, c'è il rischio - in questo caso sì - di una rottura.

Frattura con chi? Con la democrazia?
Quando parlo di frattura non bisogna pensare al senso che davamo a questa definizione 30, 40 anni fa. Non penso, insomma, a qualcosa che scavalchi a sinistra quel che c'è. Non penso che ci sia qualcuno disposto ad imbarcarsi in avventure. No, più semplicemente penso che da qui a poco, c'è il rischio che prenda piede lo slogan: sono tutti uguali. Diranno: di noi, della nostra condizione non parlate mai, non ve ne occupate. E quando lo fate, vi trovate tutti d'accordo a penalizzarci. Siete tutti della stessa pasta. Ecco quando passerà questo stato d'animo, non ci sarà più nulla da fare.

Domanda secca: credi che la "cosa" rosso-verde, nata domenica a Roma, possa invertire la tendenza?
Francamente ti dico che è una possibilità. Ma altrettanto francamente ti dico che è l'ultima. L'ultima chance a nostra disposizione.

Se va male, insomma, ci sarà il nulla?
Questo non lo so. So però che è davvero l'ultima chiamata per costruire un soggetto politico della sinistra, capace di ricostruire le sue radici di massa. Che sia radicato, consistente, insomma. Che abbia radici ben salde nel lavoro.

Obiezione: molti critici hanno detto che la "Sinistra, l'arcobaleno" nasce con troppe nostalgie operaiste. Le cose che tu dici potrebbero alimentare questi timori.
Quando parlo di lavoro non vuol dire riproporre formule, analisi del passato. Conosciamo tutti gli sconvolgimenti introdotti dalla profondità di processi come la delocalizzazione, la finanziarizzazione, l'affermarsi delle tecnologie. Tutto ciò ha delineato davvero un nuovo modello sociale. Dove ogni gruppo di lavoratori compete con un altro gruppo di lavoratori. E di fatto così si distruggono tutti gli elementi di solidarietà, si annienta il vincolo sociale che è stato alla base della nascita del sindacato. O della costruzione di un modello di welfare. Partire dal lavoro, allora, significa aggredire il dato caratterizzante che ha creato tutto questo: la precarietà. Che non riguarda certo solo la fabbrica....

Perché? Cos'è la precarietà?
Precarietà è l'insicurezza nell'accesso al lavoro, precarietà la si vive anche nella postazione di lavoro, con l'impresa che vuole imporre il proprio controllo su tutti i fattori. Naturalmente a cominciare dall'orario. Precarietà è la filosofia che vogliono imporre anche per tutto ciò che riguarda l'uscita dal lavoro. Tant'è che hanno ricominciato a parlare di abolizione dell'articolo 18. E purtroppo, non solo fra esponenti della destra.

Dicevi che la Sinistra è una possibilità. E come ha cominciato a giocarsi quest'ultima chance?
L'ho detto dal palco della Fiera e te lo ripeto: se il soggetto nuovo si limita ad una federazione fra i partiti esistenti ho l'impressione che quella possibilità finiremo per perderla.

Non ti convince la federazione, ti sembra insufficiente. Anche se la "cosa" prendesse a prestito il tipo di organizzazione della vecchia Flm?
Anche questo l'ho già detto. La federazione dei metalmeccanici nacque come ripiego. Doveva essere una transizione verso l'unità. I metalmeccanici non sono riusciti a costruirla e ognuno, ogni sigla è poi tornata a casa propria. Fino ad arrivare agli accordi separati. No, ci vuole molto di più.

E in questo "molto di più" tu che ruolo vorresti giocare?
Diciamo così: io sono interessatissimo ad un progetto che costruisca davvero una nuova sinistra.

Ci vuoi lavorare come sindacalista o come politico?
Ci porterò la mia storia politica e sindacale. Ovviamente inscindibile.

Altra domanda secca, allora: è vero che è diventato impossibile militare nella Cgil restando di sinistra? E' vero, insomma, che la confederazione di Corso d'Italia fa a gara con la Cisl per accreditarsi come il sindacato del piddì?
No, mi dispiace, le cose sono più complesse. C'è un dato di fatto: l'egemonia neoliberista s'è manifestata in modo clamoroso con la nascita del partito democratico. E questo li ha portati a ripensare l'intero capitolo della rappresentanza sociale. Quello che è grave, insomma, non è quale sarà il sindacato più vicino ai democratici ma l'idea che i democratici hanno del sindacato: io lo chiamo sindacato di mercato. Che spezza i vincoli di solidarietà. Cosa, beninteso, che esiste in molti paesi europei.

Invece tu che rapporti immagini fra la Sinistra e i sindacati?
Credo che la Sinistra abbia scelto di avere un rapporto coi movimenti sociali. E dentro questi, naturalmente col sindacato. Certo, esistono diversi modi di rapportarsi alle organizzazioni dei lavoratori. Noi, comunque, abbiamo le idee chiare: vogliamo essere un sindacato rappresentativo, democratico e indipendente. Che fondi la sua forza solo ed esclusivamente sulla legittimazione dei lavoratori. E se sarà così, attenzione perché aumentano le responsabilità anche della sinistra.

Una frase in più per spiegarti meglio.
Ci provo. E dico che abbiamo attraversato tante modelli di rapporto fra sinistra e sindacato. Tutte esperienze fallite. Oggi io dico che la sinistra non può più delegare al sindacato la rappresentanza sociale. La politica si occupa degli indirizzi, il sindacato delle vertenze. Non può più funzionare.

Le ultime polemiche, però, sono nate proprio perché s'è parlato di ingerenza della politica nelle vicende sindacali. Pensa all'accordo sul welfare.
E io insisto: la politica deve avere una sua idea del lavoro, sicuramente deve avercela la sinistra. Altrimenti la concertazione assumerebbe i caratteri neocorporativi. Le parti si mettono d'accordo e il Parlamento ratifica. Ma scherziamo? La politica deve occuparsi del welfare, la sinistra deve occuparsi del welfare.

Deve occuparsi anche del vostro contratto?
Certo. La sinistra deve schierarsi, deve decidere da che parte stare. Anche se non sono i soli...

A chi ti riferisci?
Penso alle difficilissime battaglie che stiamo conducendo in queste ore per il contratto. Stamane s'è fermata la Ferrari domani tutta Genova. Scioperi, cortei, blocchi stradali. A sostegno di una piattaforma che potrebbe offrire gli strumenti anche per controllare che il lavoro sia meno pericoloso. Ma di questo non ne parla nessuno, mai una riga sui grandi giornali. Le morti fanno titolo, la battaglia per evitarle no. E' sconcertante.


12/12/2007


COL FISCHIO CHE TI TUTELO 

I fischi ai sindacati dopo la tragedia sul lavoro a Torino mi sembrano ingiusti. Nel bene e nel male, questi sindacati sono quanto di meglio ha prodotto il movimento operaio in oltre cento anni di storia della società industriale con i suoi alti e bassi. Sono anche una presenza minoritaria nelle imprese. In altre sono del tutto assenti. Gli imprenditori sopportano i rappresentanti sindacali come cani in chiesa. Operando volontariamente per controllare e contrattare le condizioni di lavoro, i delegati si destreggiano spesso fra la diffidenza, l’indifferenza quando non l’ostilità o il dileggio di gran parte dei loro compagni di lavoro. Li rappresentano non perché eletti, ma perché talvolta sono gli unici disponibili a farsi eleggere per interessarsi dei problemi collettivi. Quando le cose vanno male sono accusati di essere privilegiati e compromessi con l’impresa.

Fischiare i politici, poi, oggi è come sparare sulla Croce Rossa o aprire una porta già sfondata.

Ma se vogliamo ragionare di sicurezza sul lavoro e misurare quello che il governo ha fatto a poco più di un anno dal suo insediamento, anche i fischi ai politici appaiono ingenerosi.

Su 4 milioni di imprese, il Ministero del Lavoro aveva solo 4mila ispettori. In dieci mesi il ministro Cesare Damiano ha assunto 1.411 giovani ispettori. La nuova legge sulla sicurezza prevede la sospensione del cantiere quando il 20% del suo personale non è in regola. Dopo i controlli effettuati, 2.224 aziende hanno dovuto sospendere l’attività. Successivamente, 833 hanno regolarizzato la loro posizione. Sono stati versati 40 milioni di euro di sanzioni amministrative e 15 milioni di sanzioni penali. Il numero di nuove assunzioni di soggetti prima non conosciuti dall’INAIL è stato pari a 162.029 unità. Di questi 87.891 sono stranieri e 89.559 hanno meno di 30 anni.

In conclusione, sempre si può migliorare e un’alternativa è sempre possibile, ma non la puoi trovare nell’attesa  che arrivi uno a battere il pugno sul tavolo. L’alternativa non scende dall’alto, ma sale dal basso, con il tempo e con gli altri. Perciò non facciamoci illusioni, se per ragioni di muta decenza, decidiamo di non rinunciare ad un ruolo e a una qualche forma di impegno sindacale, politico e associativo.

 Leggi “Repubblica” del 31 agosto 2007; “Italia Oggi” del 21 settembre 2007; “Repubblica” del 2 agosto 2007.

Mario Dellacqua- None

 

La sicurezza sul lavoro occupa le ultime posizioni nei bilanci d'impresa. Ma anche la politica potrebbe fare di più. Parla il sociologo Luciano Gallino «Il vero problema è che serve un'altra cultura d'impresa»
«Il vero problema è che serve un'altra cultura d'impresa»
Sara Farolfi

La strage torinese alla ThyssenKrupp ha aperto uno squarcio su un mondo, quello del lavoro, responsabilmente dimenticato nel passaggio di secolo. «Si è giocato sul post industriale, come se il lavoro di colpo non esistesse più», dice il sociologo torinese Luciano Gallino, studioso della cultura d'impresa, come anche di quella del lavoro, autore de «Il lavoro non è una merce», da poco uscito per i tipi di Laterza.

Professor Gallino, che idea si è fatto di quanto successo a Torino?
Le cose che succedono sotto casa, come spesso accade, colpiscono di più, ma anche se fosse successo altrove il quadro non cambia. E il quadro è quello di imprese dove, tra le tanti variabili che sottendono alla decisione di cosa, dove e come produrre, la sicurezza viene messa al decimo, ventesimo posto. Mentre ci sono manager che potrebbero fare molto di più, gestendo imprese efficienti e insieme prestando attenzione alla sicurezza.

Quando si parla di siderurgia, di acciaierie, si ha l'impressione di fare un salto indietro di almeno un secolo...
Il lavoro in acciaieria è sempre pericoloso e costa un'immensa fatica. Basta un gesto sbagliato, una vite fuori posto e succede un disastro. Si tratta di stabilimenti dove tutto è enorme rispetto alla dimensione umana e dove perciò sarebbe necessaria un'attenzione cinque volte più alta rispetto ad altri lavori. Va detto anche che il mercato dell'acciaio va fortissimo, alimentato da una forte domanda e da prezzi che seguitano a restare alti. Certo, c'è la concorrenza cinese, ma l'Italia è la seconda produttrice europea di acciaio. In questo contesto, le società siderurgiche lavorano a pieno ritmo e fanno ottimi affari, perciò è ancora più imperdonabile il loro prendere sotto gamba la sicurezza sul lavoro.

Il ministro Damiano dice che serve un'altra cultura del lavoro. Non serve anche un'altra cultura d'impresa?
Il lavoro oggi è meno visibile, perciò sicuramente serve un'altra cultura del lavoro. Qui però è la cultura manageriale, tecnica e dirigenziale, quella cioè che è matrice di decisioni, ad essere importante. E' quando nei quadri decisionali la sicurezza del lavoro non figura che succedono queste tragedie. E oggi non c'è dubbio sul fatto che ci sia una carenza in questo senso.

Che cosa è successo dunque alle imprese nostrane?
Diciamo che siamo rimasti fermi. Non che in altri paesi sia molto diverso, la cultura d'impresa del resto è quella mondiale, quella che ha vinto. Altrove c'è più controllo, o altri tipi di governo d'impresa, ma le problematiche restano. I manager hanno spesso sulla testa azionisti che pretendono reddività del 15% e a cui evidentemente della sicurezza, che invece dovrebbe entrare nei bilanci d'impresa, non importa nulla. Poi c'è una carenza nella formazione. Prenda un qualsiasi corso all'Università e vedrà che, mentre si spendono pagine su pagine sui rischi del capitale, sulla sicurezza del lavoro, che è tema piuttosto complesso, non c'è una riga.

Cosa dovrebbe fare la politica in questo senso?
La politica senza alcun dubbio può fare molto di più, a partire dalle leggi sulla sicurezza del lavoro. l'ultima legge delega in materia, la 123, si basa però su un meccanismo lento e farraginoso, per cui dovremo aspettare altri quattro o cinque anni, e forse un altro migliaio di morti sul lavoro, per vederne gli effetti. Ancora, la politica potrebbe moltiplicare le ispezioni, mettendo anche in grado di svolgere il loro mestiere gli organi preposti. Anche in questo senso però servono risorse e soprattutto formazione.

Quando si parla di sicurezza, si parla però anche di organizzazione del lavoro...
E'esemplificativo in tal senso la direttiva europea sull'orario di lavoro. Il dire che in ogni giornata lavorativa sono necessarie almeno 11 ore di riposo, è stato interpretato da noi con la possibilità di disporre di un orario di lavoro di 13 ore al giorno. E se la legge lo permette, le imprese la sfruttano. Poi ci sono le leggi sul lavoro, la vera porta da spalancare, su cui però non vedo segnali di inversione di tendenza.

Si accusa il sindacato di non fare il proprio mestiere...
Oggi i sindacati sono assillati da diversi tipi di emergenze, dalle tante aziende in crisi alla questione dei salari. Ma sono le imprese stesse, e la legislazione sul lavoro, ad avere fatto sì che le organizzazioni sindacali siano sommerse dalle problematiche dell'emergenza occupazionale.

 

Düsseldorf è lontana da Torino, sindacati tedeschi in silenzio
Dal quartiere generale del colosso nessuno vuole commentare la strage italiana. Stessa "riservatezza" anche da parte dei sindacati che, in Germania, siedono nei consigli d'azienda
Rudi Ostler- il manifesto 12.12.07
Berlino

Düsseldorf, sede del gigante dell'acciaio ThyssenKrupp, è lontana da Torino. All'ufficio stampa non hanno redatto nemmeno un comunicato sulla morte di quattro operai nel laminatoio piemontese, un piccolo impianto, destinato alla chiusura: davvero poca cosa per un colosso con 191.350 dipendenti, 84.999 in Germania e 106.351 all'estero. Né ritengono, gli addetti ai contatti, che qualche dirigente abbia qualcosa da dire, sull'incendio assassino del 6 dicembre: «Lei capisce, le indagini sulle le cause dell'incidente sono ancora in corso. Meglio non commentare se non se ne conoscono le conclusioni».
Capiamo. Ma capiamo di meno quando ci imbattiamo nella stessa riservatezza, e con le stesse argomentazioni, nel campo dei rappresentanti dei lavoratori, tra i funzionari del Betriebsrat, il consiglio d'azienda. ThyssenKrupp, come i gruppi di dimensione internazionale, ha un consiglio che riunisce anche delegati delle filiali estere. Il suo presidente, Thomas Schlenz, dovrebbe parlare anche per i duecento "colleghi" di Torino.
Dovrebbe. Ma ieri era «in riunione». La sua segretaria promette di recapitargli un messaggio, ma non crede che il signor Schlenz troverà il tempo di richiamare. E per rabbonire l'interlocutore, ripete la cantilena già sentita dai portavoce dell'azienda: «Sa, le indagini a Torino sono ancora in corso...». Che gli uffici dei Betriebsräte parlino la stessa lingua dei padroni non è un'eccezione, ma la regola, conseguenza voluta del meccanismo della cogestione. I Betriebsräte, sebbene quasi sempre ex-operai e con la tessera del sindacato in tasca (Schlenz è stato eletto sulle liste della Ig-Metall), sono tenuti per legge a «cooperare» con l'azienda. Siedono nel consiglio di sorveglianza di ThyssenKrupp in numero eguale ai rappresentanti della proprietà (che prevale comunque in caso di dissenso, perché il presidente, scelto tra le sue file, ha voto doppio). Si impegnano a tenere riservate le informazioni aziendali di cui vengano a conoscenza, e questa riservatezza tende a tradursi immancabilmente in complicità. Ben compensata con stipendi da manager.
Sebbene il sindacato dei metalmeccanici Ig Metall abbia una propria rete di fiduciari di fabbrica, anche a ThyssenKrupp, non entra volentieri nel merito di vicende aziendali. Questo è un campo lasciato ai funzionari - "cogestivi" come si è detto - dei Betriebsräte. E così anche alla centrale francofortese del sindacato confermano che "l'interlocutore giusto" per un problema di uno stabilimento estero di Thysse-Krupp è proprio il signor Schlenz. Che i contatti transnazionali tra i diversi stabilimenti dei grandi gruppi siano affidati a "comanager" di questo tipo, è una vera iattura. Con loro la cooperazione operaia al di là delle frontiere, da stabilimento a stabilimento, resterà un miraggio.
Senza nessuna pretesa di mettere in discussione la filosofia della cogestione, alla segretaria del signor Schlenz avevamo affidato una domanda semplice semplice per il suo principale. Volevamo sapere se, come portavoce globale dei dipendenti del gruppo ThyssenKrupp, giovedì prossimo andrà a Torino, al funerale degli operai. Non è giunta risposta. In Italia, un comunicato della società di Terni, ha riferito ieri sera che rappresentanti dell'azienda parteciperanno ai funerali.
La Ig Metall ci segnala però un comunicato di solidarietà con gli operai torinesi della Federazione europea dei sindacati metalmeccanici (Fem). Vi si esprimono «i più profondi sentimenti di simpatia con le famiglie e gli amici dei lavoratori morti a Torino». Un piccolo segno d'attenzione. Ma da un vero legame internazionale tra i sindacati europei capace di trasformarsi in campagne coordinate tra i diversi paesi, magari sulla sicurezza del lavoro, siamo lontani le mille miglia.

 

La tv scopre gli operai, da morti
Norma Rangeri

La tragedia della Thyssenkrupp ha improvvisamente interrotto la liturgia delle notiziole dei morti sul lavoro, obbligando i telegiornali a occuparsi con maggior enfasi del mortale e italianissimo stillicidio di vite perdute nei gironi infernali del lavoro operaio. Ma non ha mutato di una virgola il modo, i linguaggi, l'impegno dell'informazione televisiva. Che era e resta lontana, estranea, disinteressata a rappresentare il lavoro nella quotidianità delle sue relazioni. Anzi, il fatto che adesso venga citato anche il più piccolo infortunio, o che le telecamere siano spedite ai funerali del lavoratore morto in un paese del Lazio, è quasi insopportabile.
Ci sono i morti di Torino e Matrix (lunedì, Canale 5) gli dedica la serata, ospitando in studio l'operaio Antonio Boccuzzi, sul volto i segni della pelle bruciata. In collegamento la giovane vedova di uno dei dipendenti bruciati nell'incendio dell'acciaieria, annientata da un dolore senza lacrime. Mentana ha offerto testimonianze, schede e filmati guidando la serata con partecipazione e commozione, promettendo che Matrix, tra un anno, tornerà a occuparsi della vicenda per verificare cosa sarà stato fatto dalle istituzioni per aiutare i familiari. Ma nel frattempo c'è da scommettere che finita l'emozione del momento, i riflettori si spegneranno e tutto sarà come prima.
Certo la serata di Matrix sembra già un lusso se confrontata con la miseria del solito balletto di onorevoli in lite perenne, offerto contemporaneamente, su Raiuno, da Porta a Porta. Solo verso l'una di notte Vespa ha aperto una finestra sulla Thyssenkrupp. Il servizio pubblico ha informato sui fatti di Torino con mediocre diligenza, meritandosi le critiche del consigliere Rai, Sandro Curzi, colpito dal fatto che il Tg1 avesse aperto il notiziario con la prima della Scala anziché con il rogo degli operai. E aveva ragione il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, quando si chiedeva, ospite di Lucia Annunziata (In mezz'ora, domenica, Raitre) come mai «non c'è una fiction o uno spot che abbiano come protagonista un operaio?». Le ragioni dell'invisibilità del lavoro operaio sono in gran parte da ricercare nel carattere di «iper-realtà» che avvolge la tv (reality ma non solo), nell'autoreferenzialità dell'informazione, nell'asservimento del servizio pubblico alle leggi dell'auditel. Per scovare le ultime vere inchieste bisogna tornare ai primi anni '90 (La donna che lavora di Raffaella Spaccarelli per Raitre). Eppure i Cipputi della «old» come della «new-economy» avrebbero tutte le carte per giocare la partita del palinsesto. Come del resto accade in altri servizi pubblici come la Bbc dove esistono serie dedicate alla working-class, dove esiste un cinema che, da Full Monty ai film di Ken Loach, sa fare il suo mestiere.
nrangeri@ilmanifesto.it

 

 

 

Lacrime e rabbia

di C.R.

su Aprile online del 10/12/2007

"Quella notte siamo andati a morire, non a lavorare, e qualcuno deve pagare" è il ricordo di Antonio, sopravvissuto all'incendio della Thyssen Krupp. Ora, il governo accelera i tempi verso il via libera dei decreti attuativi del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro

In una città listata a lutto, con i negozi che chiudevano le serrande in segno di solidarietà e gli applausi della gente comune, è esplosa questa mattina la rabbia dei 30 mila lavoratori si sono dati appuntamento a Torino per la manifestazione organizzata da tutte le sigle sindacali contro gli omicidi sul lavoro dopo la tragedia della Thyssen Krupp costata la vita finora a quattro giovani operai - Bruno Santino 26 anni, Roberto Scola 33 anni, Antonio Schiamone 36 anni e Angelo Laurino 43 anni -, mentre altri tre ancora lottano tra la vita e la morte in ospedale. Presenti in piazza il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, i ministri Livia Turco e Paolo Ferrero, i segretari nazionali di Fim, Fiom e Uilm, i vertici delle istituzioni locali, il segretario nazionale di Rifondazione Franco Giordano e il vicepresidente del Pd Enrico Franceschini. Non sono mancati i momenti di forte tensione. Fischi e contestazioni nei confronti dei sindacati confederali, parole dure, ''assassini'', ''pagherete caro, pagherete tutto'', ma anche una costante richiesta di ''giustizia'', perché ''non si può ''morire di lavoro''.

Nelle intenzioni delle direzioni di Cgil Cisl e Uil doveva essere una manifestazione silenziosa, ma non appena il corteo si è cominciato a muovere da piazza Arbarello in direzione di piazza Castello, insieme agli applausi che accompagnavano il passaggio dello striscione listato a lutto delle Acciaierie Speciali Terni, si sono cominciate a levare anche le prime proteste contro i vertici dell'azienda, contro le burocrazie sindacali, contro i giornalisti.
Il padre di Bruno Santino è in testa al corteo: tiene in mano un giornale con un titolo a grandi lettere, con la notizia della tragedia. Lo sostengono, ai lati, i familiari, sembra stare in piedi a fatica. Grida il nome del figlio e delle altre vittime: "Bruno, Angelo, Roberto. Bruno, 26 anni", ripete. Il corteo passa lentamente, ma non è un corteo silenzioso, è pieno di rabbia.
"Assassini, assassini" si sente riecheggiare. "E' un cimitero, non una fabbrica"; "Il casco: in mezzo al fuoco, cosa ti serve il casco". Vengono pronunciati a gran voce i nomi dei dirigenti della fabbrica, seguito da: "Ci avete abbandonati", "Pagherete caro, pagherete tutti", e alcuni se la prendono anche con i giornalisti: "Siete buoni a parlare solo della Franzoni".

Davanti alla prefettura, il corteo diventa silenzioso. La gente finalmente cammina piano e in piazza Castello si ferma, rispettosa, per ascoltare la voce dell'unico testimone della strage, Antonio Bocuzzi, la fronte ancora bruciata dalle ustioni: "Antonio, Roberto, Angelo, Bruno- dice con voce piena di dignità e dolore- siete sempre davanti ai miei occhi, ho il dovere di andare avanti, di testimoniare cosa è successo, sono l'unico sopravvissuto di una strage inaudita. Il dolore incredibile di quello che ho visto è paragonabile solo all'inferno. Nessuno questa volta potrà permettersi di dimenticare. Io chiedo ad ognuno di voi di questa piazza e alle istituzioni, due cose soltanto: essere vicini alle famiglie dei nostri compagni che non ci sono più e vi chiedo di andare avanti, per far valere i nostri diritti, far sì che da domani andare a lavorare non sia come andare in guerra.
Quando si è alzato il fuoco- prosegue Antonio Bocuzzi, sopravvissuto all'incendio-, altissimo, enorme, non hanno avuto scampo; l'insulto più grave è sentire qualcuno che insinua che la colpa sarebbe di noi operai. Non si rendono conto delle loro parole. I Vigili del Fuoco ci hanno messo sei ore a spegnere quei fuochi immensi, cosa avremmo potuto fare noi?
Pensate saremmo andati a lavorare quella mattina se avessimo saputo la certezza di andare a morire? Sapere che quel gigantesco impianto si sarebbe guastato era roba da tecnici, responsabilità dell'azienda, e che adesso scaricano le loro colpe su di noi. E sarebbe come uccidere ancora una volta Antonio, Roberto, Angelo e Bruno.
Quella notte siamo andati a morire, non a lavorare, e qualcuno deve pagare. I sindacati tutti hanno fatto tutto quello che era possibile, l'azienda non tenti di scaricare le sue responsabilità. Tutta quella fabbrica ormai era al collasso, sapere che quegli impianti si sarebbero spaccati così improvvisamente non era cosa potessero capire né gli operai né i sindacati. La ThyssenKrupp aveva ricevuto 35 segnalazioni per anomalie, Guariniello svela che alcuni ispettori erano anche consulenti aziendali e noi siamo solo andati a morire".

A nome di Fim-Fiom-Uilm nazionali ha parlato Gianni Rinaldini, numero uno della Fiom: "Non sono morti bianche, siamo di fronte a un omicidio compiuto nei confronti dei lavoratori, una strage. E' un' azienda che ha voluto spremere fino all'ultimo i lavoratori per ricavare profitti. E' normale che ci sia tanta rabbia, bisogna muoversi per colpire i responsabili". Rinaldini ha ricordato che venerdì tutti i metalmeccanici italiani si fermeranno per quattro ore. "E' una rabbia giustificata - ha detto Rinaldini a proposito dei fischi - che esprime uno stato d'animo che va compreso. Sono lavoratori che hanno visto morire i loro colleghi nel fuoco. C'é una richiesta urlata di giustizia in un paese dove di giustizia per i morti di lavoro se n' è fatta ben poca".

"Tutte le morti sul lavoro sono una tragedia, e pongono una questione nazionale di grande drammaticità e peso umano, ma con quelle di Torino, stavolta, "per il modo in cui tanti giovani operai hanno perso la vita, siamo di fronte a qualcosa che va oltre, a qualcosa di atroce". E' la riflessione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - in un colloquio con il quotidiano La Stampa - che sulle morti bianche sollecita che "ciascuno si assuma le sue responsabilità, a cominciare dalle imprese, ognuna delle quali, quando si verifichi un incidente sul lavoro mortale o comunque grave, deve dar conto dei propri comportamenti dinanzi alla magistratura e a tutti i poteri interessati".

Ora, il governo accelera i tempi: il testo per la sicurezza sui luoghi di lavoro prevede pene severe, come l'arresto fino a tre anni e controlli accurati nelle imprese, ma il rischio è che - senza l'approvazione dei decreti attuativi - resti lettera morta. Martedì se ne parlerà in Consiglio dei ministri, ma difficilmente un quadro complessivo si potrà avere prima del 17 dicembre, quando è fissata una riunione tra i soggetti interessati, regioni comprese.
Una spinta a stringere i tempi l'aveva data già ieri sera il presidente del Consiglio Romano Prodi, impegnato a Lisbona nel vertice Ue-Africa, dando appuntamento per il suo rientro a Roma per una verifica sulla necessità di ''spingere o anticipare l'approvazione di alcuni aspetti del ddl Damiano''. E proprio il ministro Damiano saluta la notizia di un nuovo "tesoretto" Inail da 12 miliardi di euro spiegando che "sarebbe una rivoluzione se tornasse ai lavoratori sottoforma di miglioramento delle tabelle di indennizzo e alle imprese come riduzione del costo del lavoro, e cioè come forma di premialità nel caso diminuisca il numero di incidenti".

A chiedere un ulteriore impegno, e cioè il via libera entro Natale ai decreti attuativi della legge approvata il primo agosto scorso, è stato il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero chiedendo al governo di scegliere la via più breve, anche quella della Finanziaria, pur di approvare i decreti. Altrimenti quella legge "è come se non ci fosse o, quanto meno, è un buon proposito destinato a restare sulla carta''. E Ferrero ha manifestato oggi a Torino perché, spiega, ''non siamo di fronte a una fatalità ma a una tragedia che come molte altre si sarebbe potuta e dovuta evitare. Questo è ora compito ineludibile della politica''. E domattina (martedì) alle 9, alla Camera, è fissata una riunione della Sinistra-arcobaleno per adottare una linea comune da tenere nel Consiglio dei ministri che dovrebbe adottare misure per contrastare il fenomeno delle morti sul lavoro. L'orientamento è di chiedere un provvedimento d'urgenza.

«La collera è comprensibile, dai politici nessuna lezione»

di Sara Farolfi

su Il Manifesto del 11/12/2007

Delle contestazioni parla Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom. «Non dormirete sonni tranquilli. Avete il cuore di pietra e il portafogli gonfio. Bastardi» (Nino Santino, padre di una delle vittime)

Dolore e disperazione, collera e rabbia. Un impasto esplosivo di sentimenti che, ieri a Torino, si è riversato direttamente sui sindacati presenti. «Una collera del tutto comprensibile - è il commento di Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom - Siamo di fronte a lavoratori che hanno visto i colleghi bruciare vivi, e non dimentichiamo che ci sono ancora tre lavoratori in condizioni gravissime». Una giornata nazionale di lotta per la sicurezza, con 4 ore di sciopero, è stata proclamata da Fim, Fiom e Uilm per venerdì prossimo.
Come leggi le contestazioni e i fischi che ieri non vi hanno certo risparmiato?
Gli operai hanno chiesto fatti e non più chiacchiere, hanno chiesto che i responsabili siano colpiti e che la vicenda non finisca, come spesso accade, nel silenzio. Questo esprimeva la contestazione. Uno stato d'animo comprensibile, scaricato verso chi con loro interloquisce. Uno stato d'animo che si riversa su tutti, giornali e tv, per non dire dei politici.
Tu stesso però, non molto tempo fa, avevi denunciato il rischio che il sindacato corre di essere percepito come ceto politico.
Sì, ma questo va al di là della contestazione c'è una questione evidente ed è quella di come rafforzare il ruolo della contrattazione. Ieri però non c'è stata nessuna rottura, abbiamo iniziato insieme il corteo e insieme lo abbiamo concluso. Emerge la sensazione di isolamento della condizione del lavoro industriale e ci segnala il problema, il livello intollerabile a cui è giunta ormai la condizione dei lavoratori. Trovo curiose però le dichiarazioni politiche di chi, fino a tre giorni fa, diceva della troppa conflittualità, o persino dell'antimodernità, dei metalmeccanici. Oggi quelle stesse persone ci vengono a dire che va recuperata un'iniziativa sindacale sull'organizzazione del lavoro.
Ti riferisci a quanto ha detto Damiano in questi giorni?
Sì, ma anche a quanto hanno riportato i giornali negli ultimi giorni. Oggi tutti scoprono che nel lavoro industriale c'è stato un processo di marginalizzazione su cui riflettere. Un peggioramento delle condizioni dei lavoratori su tutti gli aspetti. L'istinto sarebbe quello di dire altro, ma la prendo per buona e spero che tra tre giorni non tornino a rispolverare la litania contro il sindacato dei metalmeccanici.
Il ministro Damiano ha detto anche che sono gli stessi contratti nazionali a prevedere, nei cicli continui, la permanenza al lavoro oltre le otto ore in caso di mancata sostituzione.
Si tratta di una norma contrattuale che nulla a che fare con la strage alla ThyssenKrupp. La norma prevede che gli impianti pericolosi non possano essere abbandonati. Nel caso di Torino invece si trattava di straordinari. I lavoratori erano lì non perchè non ci fosse stata la sostituzione, ma per fare ore di lavoro straordinario. Il problema vero è che, in questi anni, c'è stata tutta una legislazione sul lavoro sbagliata.
Per esempio?
La legge 66 sull'orario di lavoro, approvata durante il governo Berlusconi, che non prevede più il massimo giornaliero. Si dice che, nelle 24 ore, devono essercene 11 di riposo, il che significa che si può arrivare a lavorare fino a 13 ore. I contratti naturalmente dicono un'altra cosa, in quello dei metalmeccanici è rimasto il limite di otto ore più due di straordinario. Questo però è indicativo. Perchè dunque la politica non inizia da quello che può fare?
Nel protocollo si è decisa invece l'abolizione della sovracontribuzione sugli straordinari.
Ho già avuto modo di dire che la ritengo una norma sbagliata.
Il delegato sindacale alla Tk ha detto ieri, «abbiamo sbagliato, noi siderurgici abbiamo barattato l'orario di lavoro in cambio di denaro».
I padroni chiedono da sempre di monetizzare il disagio. Noi siamo contro la monetizzazione e contrare a legare gli aumenti retributivi alla presenza, che significa più salario se ci si ammala poche volte. Alla ThyssenKrupp però c'era una situazione particolare, dettata dall'imminente chiusura della fabbrica. Cosa che ha reso più facile il ricatto.
Come giudichi l'atteggiamento delle imprese?
La richiesta di ThyssenKrupp di riprendere il lavoro è un atto semplicemente vergognoso. Ma le questioni della sicurezza riguardano anche il contratto nazionale aperto. Federmeccanica ha respinto la richiesta di un'assemblea annua per la sicurezza, come ha respinto quella per dare ai rappresentanti dei lavoratori più ore di permesso sindacale. E questo la dice lunga sulla sensibilità delle imprese.

O il profitto o la vita

di Luigi Cancrini

su l'Unità del 11/12/2007

 

La morte orribile degli operai di Torino ci ripropone l’evidenza di un fatto di cui troppo spesso ci si dimentica. La violenza che uccide gli operai è quella, disarmante, di una organizzazione del lavoro per cui il profitto conta più della loro vita. È esperienza diretta di un conflitto che esiste ancora, anche in un Paese democratico, fra capitale e lavoro, fra chi sta dalla parte in cui si guadagna molto e chi deve mettere a rischio la sua salute e la sua vita per portare a casa un salario appena sufficiente, spesso, per vivere modestamente. L’azienda che nega ogni addebito è, di questo conflitto e della sua gravità, la prova più diretta e più evidente.
Qualche precisazione va fatta, tuttavia, nel momento in cui una intera città e il cuore di molti di noi si fermano per ricordare quelli che non ci sono più, sulla questione della legge di cui, si dice, abbiamo bisogno.
Per dire subito, con chiarezza, che la legge n. 123 sulla salute e sulla sicurezza sui luoghi di lavoro c’è. Fortemente voluta da questo Governo e da questa maggioranza essa è stata approvata, infatti, il 1 agosto 2007. Essa non è ancora completamente in vigore, tuttavia, perché si tratta di una legge delega: una legge, cioè, che impone al Governo di emanare, entro nove mesi dall’approvazione (entro l’aprile, dunque, del 2008) i decreti che concretamente determineranno un sistema nuovo di tutela dei lavoratori. Provvedendo, in particolare, ad una riformulazione e razionalizzazione dell'apparato sanzionatorio, amministrativo e penale, per la violazione delle norme vigenti e per le infrazioni alle disposizioni contenute nei nuovi decreti: tenendo conto della responsabilità e delle funzioni svolte da ciascuno dei soggetti coinvolti, con riguardo in particolare alla responsabilità dei titolari dell’azienda o dell’impresa, nonché della natura sostanziale o formale della violazione. Ma provvedendo anche (il grande tema della prevenzione) ad una revisione sostanziale del sistema degli appalti che ha dato un contributo decisivo in questo paese alla frequenza delle morti bianche soprattutto, ma non soltanto, nel settore dell’edilizia.
Toccherà ai decreti rendere pienamente solidale, infatti, le responsabilità civile e penale, degli appaltatori (che non potranno più liberarsi delle loro responsabilità) e degli appaltanti. Così come toccherà ai decreti modificare il sistema di assegnazione degli appalti pubblici al massimo ribasso, garantendo che l’assegnazione all’uno anziché all'altro non sia determinata, come tanto spesso accade oggi, da una diminuzione del livello di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Modificando, ancora, la disciplina dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, dove i costi relativi alla sicurezza dovranno essere specificamente indicati nei bandi di gara e risultare congrui rispetto all'entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture oggetto di appalto.
Rivisitando con cura, infine, le modalità di attuazione della sorveglianza sanitaria, adeguandole alle differenti modalità organizzative del lavoro, ai particolari tipi di lavorazioni ed esposizioni (quello che è evidentemente mancato, mi pare, nella ThyssenKrupp di Torino), nonché ai criteri ed alle linee guida scientifiche più avanzate, anche con riferimento al prevedibile momento di insorgenza dell’incidente o della malattia.
Ricordarlo è importante, credo, per due motivi. Per dare conto a questo Governo e a questa maggioranza, prima di tutto, di aver affrontato sul serio questo problema nel primo anno della legislatura. Per ottenere, in secondo luogo, che i decreti siano all’altezza delle aspettative dei lavoratori e che arrivino presto. Anche se non piaceranno a chi, da destra e dal centro, di lavori usuranti e/o pericolosi non vuole sentir parlare. Quello su cui dobbiamo riflettere oggi, infatti, è che anche questi morti potevano essere evitati se la legge e i decreti fossero stati approvati prima quando il paese era nelle mani delle destre.

ThyssenKrupp se ne lava le mani

di Marco Tedeschi

su l'Unità del 10/12/2007

«Nessuna violazione degli standard di sicurezza». Fiom: dichiarazione avventata, soccorsi inefficaci

Botta e risposta. Alla fine, dopo la morte di quattro operai e l’agonia di altri tre lavoratori, dopo lo sdegno in tutto il paese per questa ennesima tragedia in fabbrica, dopo che la procura di Torino ha iscritto alcuni dirigenti nel registro degli indagati, la ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni di Torino ha fatto sentire la sua voce. Un comunicato che però, se possibile, arroventa ancor di più l’atmosfera. «Non c’è alcuna conferma - si legge nel documento diffuso dalla società - che all’origine dell’incendio avvenuto durante la notte del 6 dicembre scorso in una delle linee di produzione del laminatoio a freddo dello stabilimento della ThyssenKrupp vi sia la violazione degli standard di sicurezza». L’azienda tedesca aggiunge poi che «le cause precise dell’incendio sono tuttora in corso di accertamento. Nonostante la produzione dello stabilimento torinese sia progressivamente diminuita fino a raggiungere soltanto il trenta per cento delle sue capacità produttive, la ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni non ha mai smesso di effettuare la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti del sito torinese».
Una presa di posizione che ha subito innescato la dura reazione del sindacato: «È una dichiarazione avventata, frettolosa e prematura», ha commentato il segretario nazionale della Fiom, Fausto Durante, che ha ricordato come le testimonianze dei lavoratori vanno in tutt’altra direzione: «Fino ad ora la ThyssenKrupp si era rifugiata dietro un silenzio tombale in attesa dell’esito delle indagini, adesso ha fatto questa dichiarazione scarsamente cauta. L’estintore scarico, l’idrante malfunzionante e l’assenza di personale specializzato hanno reso sicuramente meno efficaci i primi soccorsi».
Tornando al comunicato emesso dalla ThyssenKrupp, in esso si sottolinea che l’azienda «ha continuamente mantenuto elevati standard di sicurezza, regolarmente verificati dalle autorità preposte, anche perché è sua filosofia investire per la sicurezza risorse umane ed economiche superiori a quelle richieste». Inoltre, si legge nel documento, «nonostante il già previsto e concordato trasferimento degli impianti, la riduzione dei volumi produttivi e la connessa diminuzione del personale, non è stato ridotto il numero degli addetti al servizio antincendio aziendale nè degli addetti al servizio sanitario interno. Anche le ore di straordinario sono diminuite continuamente in questo periodo; infatti, la media attuale di 3,5 ore mensili per dipendente, è una media molto bassa per uno stabilimento siderurgico di questa tipologia». La società, infine, ha ricordato che «negli accordi del luglio scorso conclusi con i sindacati, si è convenuto di procedere ad un progressivo trasferimento degli impianti da completare entro settembre 2008 e a tutti i dipendenti dello stabilimento torinese sono state assicurate garanzie e misure, sia di natura occupazionale che economiche, per il loro futuro; tanto che, in base agli stessi accordi, non è previsto il licenziamento di alcun dipendente».
Una serie di affermazioni che contrastano con quanto dichiarato dai sopravvissuti alla tragedia e più in generale da molti lavoratori dello stabilimento in via di dismissione dove si è verificato il disastro. Circostanze di cui, come detto, si occuperà ora l’indagine condotta dalla procura di Torino. Le ipotesi di accusa sono quelle di omicidio colposo, lesioni colpose e disastro colposo. Non è ancora ufficiale il numero dei dirigenti della ThyssenKrupp indagati, ma secondo indiscrezioni sarebbero tre e forse non tutti italiani. Un’inchiesta in cui i sindacati potrebbero decidere di costituirsi parte civile già durante lo svolgimento della fase istruttoria.
«Mi aspetto che l’azienda spieghi cosa è accaduto nell’incidente che ha ucciso 4 lavoratori e ferito in modo gravissimo gli altri operai», afferma il sottosegretario alla Salute Gianpaolo Patta che oggi alle 15, presso il Ministero della Salute, incontrerà i vertici della ThyssenKrupp e i rappresentanti sindacali di Fim, Fiom e Uil nonché i sindaci di Torino e Terni.

Del 9/12/2007 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 65)la stampa

LA POLEMICA LA FIOM REPLICA ALLE ACCUSE
Il sindacato si difende “In quella fabbrica non potevamo fare di più”


«Singolare la polemica che sento aleggiare secondo cui il sindacato non avrebbe fatto abbastanza. Detto che è ovvio che quando accade una tragedia come questa tutti dobbiamo interrogarci su come abbiamo ricoperto il nostro ruolo, mi pare strano che gli stessi che ogni giorno rimproverano il sindacato di intepretare di interpretare in modo rigido il contratto poi ci rimproverino di non essere più il sindacato degli Anni ‘70». Si scalda il segretario Fiom, Giorgio Airaudo e aggiunge: «Di che cosa si sta parlando? E’ evidente che da anni governiamo con fatica processi di ristrutturazione che mettono a rischio i lavoratori». Cita un paradosso: «Sarà pure la globalizzazione, ma come è possibile che un padrone tedesco nell’Europa unita non abbia detto una sola parola come se Torino fosse una provincia cinese e sarebbe ovviamente sbagliato lì». Non si fa sconti il segretario Fiom: «In quella fabbrica siamo stati schiacciati da una sconfitta, è evidente. Non volevamo che chiudesse e invece chiude. Ma ci stiamo attrezzando per quando i media spegneranno i riflettori: ci sarà una costituzione di parte civile, gli operai stanno scrivendo un dossier. Noi dovremo resistere i lunghi anni di una causa».
E anche Ciro Argentino, delegato Fiom ha delle cose da dire: «L’azienda è come una sfinge, non risponde a nulla, mai. Però noi non abbiamo accettato tutto supinamente: ad esempio sono ci hanno chiesto di lavorare due sabati a novembre e due a dicembre abbiano detto no e scioperato». Sugli orari è netto: «Ci sono due, tre che fanno anche 16 ore, ma non è generalizzato. E poi ci sono quelli che subiscono le pressioni e arrivano in anticipo, ma noi Rsu abbiamo sempre detto che si possono rifiutare, diverso il discorso per il prolungamento nel caso non arrivi il cambio; lì si può discutere a lungo sulla interpretazione del contratto. Ma loro, con gli organici ridotti, dicevano: ”Non fate casino altrimenti chiudiamo prima”. E molti tiravano al massimo per raccogliere denaro in vista della cassa intergrazione». Sulla sicurezza è chiaro: «C’erano cose che abbiamo sollevato non con l’Asl perchè erano gestibili in azienda».

M.CAS.

 

(Del 9/12/2007 Sezione: Cronaca di Torino Pag. 67)

I guardiani del mostro
“Nel silenzio della fabbrica


Escono dallo stabilimento con il volto rabbuiato dopo essere stati immersi per ore in un silenzio innaturale, costretti a ripercorrere nella loro mente i fotogrammi della tragedia. Sono gli operai che ieri hanno montato di guardia all’acciaieria, custodi delle viscere del mostro addormentato: forse per sempre. Marco Bretto, meccanico, si porta addosso tutto il peso di quella solitudine. Ha cominciato alle 6 del mattino, dividendo gli spazi immensi con un elettricista e un addetto al trattamento-acque. Perché l’acciaieria, anche quando è ferma, vive di vita propria. Quando Lorenzo Lauria entra per il cambio sono le due del pomeriggio e Marco non vede l’ora di scappare: «Come ho vissuto queste ore? Potete immaginarlo... Mi sono tornati mille volte alla memoria, i volti dei compagni scomparsi». La linea 5 - «la linea maledetta» come l’avevano ribattezzata in molti assai prima della tragedia -, è sotto sequestro. Non gli altri impianti. Laminatoi, carri-ponte, pompe, cisterne e chilometri di tubature che a cinque-sei metri di profondità corrono fin sotto corso Mortara. Li chiamano «i cunicoli»: «No, da solo io là sotto non ci vado. Nemmeno con la trasmittente. Se ti capita qualcosa non ti trovano più». Roberto Amato, 38 anni di anzianità, settore «ecologia e sicurezza», lo raggiunge poco dopo: «Cosa abbiamo fatto? Il nostro lavoro, anche se ne avrei fatto volentieri a meno. Ma la cosa che mi indispettisce di più è vedere che oggi tutti, anche nel sindacato, si sono messi in prima fila. Quando qui stavano per chiudere nessuno si è preoccupato. Ci dicevano che un accordo migliore di questo con la proprietà non si poteva fare. Chi tutelava i lavoratori in questo frangente? Chi si occupava della sicurezza?».
ALE.MON.


Facevano turni di 16 ore

ALBERTO GAINO
GRAZIA LONGO TORINO

Le vittime per il fuoco alla ThyssenKrupp sono diventate quattro: bilancio sempre più inaccettabile. Ieri mattina è morto Roberto Scola, 33 anni e due figli piccoli. Nel pomeriggio non ce l’hano fatta neppure Bruno Santino, 26 anni, e Angelo Laurino, 43 (due figli anche lui). Gli altri tre feriti sono gravissimi. La parola, ora, tocca ai magistrati: la società è finita nel registro degli indagati 

la stampa 8.12.07


MORTI 2 OPERAI ALLA THYSSEN KRUPP

 MOLTI ALTRI OPERAI IN FIN DI VITA

 Fermiamoci almeno davanti alla morte in fabbrica.

 

Ancora una volta ricordiamoci che gli “omicidi” in fabbrica non avvengono per caso ma solo perchè si vuole risparmiare sulla sicurezza e pensare solo ai profitti degli azionisti.

 

Nei luoghi di lavoro dove in passato ci sono stati morti e infortuni sul lavoro e si è lavorato seriamente, è dimostrato che si può fare qualcosa per tutelare la vita dei lavoratori e la loro salute.

 

Quello che per noi è la normalità deve esserlo per tutti i lavoratori.

 

PER QUESTO DICHIARIAMO PER LUNEDI' 10 DICEMBRE 2007

SCIOPERO GENERALE DI 8 ORE

PER TUTTI I TURNI E PER TUTTI I REPARTI

 

MANIFESTAZIONE A TORINO. CI TROVIAMO ALLA STAZIONE FF.SS DI PINEROLO ALLE ORE 7,30 LUNEDI 10 DICEMBRE

 

Facciamo in modo che alla sera tutti possano tornare vivi a casa dalle loro famiglie.

 

 

ALP/Cub Associazione Lavoratori Pinerolesi.

RSU ALP/Cub

CUB Nazionale

 

ciclinalpcubdicembre2007


Casella di testo: Confederazione Unitaria di Base Corso Marconi 34, 10125 TorinoTel/fax 011.655897 tel 011655454info@cubpiemonte.orgwww.cubpiemonte.org

 

 

Thyssen Krupp: il lavoro uccide

 

Due giovani morti, cinque in fin di vita e altri feriti gravemente.

Non stiamo parlando  di Bagdad o di Gaza ma di Torino e i giovani in questione sono operai dell'acciaieria di Corso Regina Margherita, proprietà della casa tedesca Thyssen Krupp.

La cronaca richiede poche parole: un incendio si è sviluppato per il contatto tra l'olio utilizzato per il raffreddamento dell'acciaio e una fiammella creatasi nel reparto. L'esplosione che ne è seguita ha travolto gli operai presenti e nessuno è potuto intervenire a salvarli perché i mezzi di sicurezza erano assenti o fallati.

Ora tutti piangono su morti e feriti, ma di chi sono le responsabilità?

Dall’inchiesta appena avviata e dalle testimonianze dei lavoratori emerge che la linea dove lavoravano gli operai coinvolti non era dotata di estintori e di adeguati mezzi di sicurezza e che addirittura il telefono di emergenza era staccato!

D’altra parte era noto che la Thyssen era intenzionata a dismettere lo stabilimento nel giro di un anno e, quindi, si è comportata come se la linea non esistesse più. Così gli operai sono stati mandati alla morte senza che la dirigenza si ponesse alcun problema.

Ancora una volta dirigenti ed amministratori dell’azienda hanno deciso di risparmiare sulla pelle dei lavoratori. Il comportamento di questi signori è quello di criminali assolutamente disinteressati alla sorte dei loro dipendenti!

Inoltre la reazione dei lavoratori allo svilupparsi dell'incendio è stata ritardata dalle condizioni in cui operavano: dopo l'ultima crisi aziendale che ha quasi portato alla chiusura dello stabilimento la flessibilità e gli orari si sono dilatati allo spasimo, ormai i turni di dodici ore stanno diventando la norma. Lavoratori stanchi, piegati da turni spaventosi, dalla paura di una chiusura annunciata e dalla disoccupazione, questi sono i morti del sei dicembre: martiri immolati sull’altare del profitto!

Questo incidente non è un caso ma la logica conseguenza di un'organizzazione del lavoro che ha cancellato ogni diritto dei lavoratori e considera la loro morte come uno “spiacevole danno collaterale” e nulla più.

I lavoratori assassinati dalla Thyssen Krupp non devono diventare dei santini, la loro vicenda deve essere un motivo in più per combattere ogni giorno con sempre più vigore per imporre sui posti di lavoro condizioni accettabili.

 

La Confederazione Unitaria di Base indice lo

SCIOPERO DEI METALMECCANICI

manifestazione lunedì 10 dicembre

Piazza Arbarello ore 9.30
 
 
 
ANTONIO SCAVONE E' MORTO
DI ANNI 36 LASCIA LA MOGLIE DUE FIGLI DI 4 E 6 ANNI E UN BIMBO DI DUE MESI
ROBERTO SCOLA E' MORTO
DI ANNI 32 LASCIA LA MOGLIE E DUE FIGLI
 
TRAVOLTI DA UNA FIAMMATA INCANDESCENTE ALLE ACCIAIERIE THYSSENGRUPP DI TORINO.
ALTRI 5 COMPAGNI STANNO LOTTANDO TRA LA VITA E LA MORTE ALLE MOLINETTE DI TORINO.
 
LA COLPA E' DELLA CONFINDUSTRIA ITALIANA!!!
 
IL SUO DISINTERESSE, AI DIRITTI DEI LAVORATORI VA RICERCATA NELL'INCOMPETENZA DI MONTEZEMOLO E DEGLI INDUSTRIALI ITALIANI.
QUESTE PERSONE HANNO TUTTA LA RESPONSABILITA' MORALE DEI MORTI SUL LAVORO.
NEL 2006 SONO MORTI 1552 OPERAI SUL LAVORO.
 
CONFINDUSTRIA CGIL CISL E UIL HANNO FIRMATO UN ACCORDO A LUGLIO 2007 CHE PREVEDE LA DETASSAZIONE DEGLI STRAORDINARI, L'AUMENTO DELLA PRECARIETA' E L'AVVIO DELLA DESTRUTTURAZIONE DEI CONTRATTI NAZIONALI.
 
VERGOGNATEVI!!!
PIANGONO I MORTI SUL LAVORO E LORO, I SINDACATI CONCERTATIVI SONO I PRIMI AD AVERE DISTRUTTO I DIRITTI DEI LAVORATORI CONQUISTATI IN ANNI DI LOTTE.
 
ALLA SKF DI AIRASCA AVANZIAMO 4 ORE DI ASSEMBLEA, MA E' MEGLIO NON FARLE.
LE NOSTRE RSU SONO TROPPO IMPEGNATE A INSULTARE LA DELEGATA DELLA FIOM CHE SI BATTE DA SOLA CONTRO UN AMBIENTE CLIENTELARE.
 
LE RSU DELLA SKF DI AIRASCA SONO TROPPO IMPEGNATE A GIOCARE CON IL COMPUTER NON DOBBIAMO DISTURBARLE!!!
 
IL 9 NOVEMBRE IL SINDACATO DI BASE ED IL FALI A VILLAR PEROSA HANNO SCIOPERATO PER DIFENDERE L'OCCUPPAZIONE NEL PINEROLESE.
ALLA SKF DI AIRASCA PER LE RSU IL PROBLEMA NON ESISTE. LA SOLIDARIETA' ALLA SKF DI AIORASCA NON SAPPIAMO COSA SIA.
 
ANTONIO SCAVONIE' MORTO PER LA NOSTRA
INDIFFERENZA
 
FLMU - CUB PINEROLO federazione lavoratori metalmeccanici uniti.
 
 
 
 
 
LA CONFEDERAZIONE
UNITARIA DI BASE
INDICE LO
SCIOPERO DEI
METALMECCANICI
DI OTTO ORE
MANIFESTAZIONE
LUNEDI' 10 DICEMBRE
PIAZZA ARBARELLO
ORE 9.30

(Del 8/12/2007 Sezione: Cronache italiane Pag. 3)la stampa

Retroscena
“Abbandonati da tutti, anche dal sindacato”
TORINO

Voci inascoltate: «I delegati sindacali delle Rsu hanno più volte segnalato ai vertici della Thyssen che c’erano carenze in materia di sicurezza». Operai dimenticati: in quell’azienda, che cinque anni fa era stata protagonista di un enorme incendio, c’era stata una sola visita, nel 2007, da parte dei tecnici del settore prevenzione della Asl di competenza. Fabbrica pronta per l’archivio: la chiusura dello stabilimento è imminente. È decretata con accordi e anticipata dai licenziamenti. Hanno posato mazzi di fiori davanti ai cancelli dell’acciaieria degli operai straziati dal fuoco. Fiori per una tragedia stra-annunciata. Mazzi di rose e gigli per quegli operai morti con la carne dilaniata, compagni di lavoro di altri operai con la pelle ustionata nell’esplosione. Intelligenze e muscoli dimenticati e trascurati da troppe omissioni. «Non è nostra competenza vigilare negli stabilimenti: noi interveniamo soltanto dopo gli incidenti» dicono cortesi quelli dell’ufficio ispettivo della Inail. E, alla Thyssen, di infortuni non ce n’erano più, da tempo. I «tecnici del dopo», quindi, non avevano più visto le volte dei capannoni, non avevano più vagato tra i macchinari né camminato sulle passerelle d’acciaio che corrono accanto alle vasche. Se avessero visto, forse qualcosa si sarebbe potuto evitare. Ma non sono entrati. E gli unici a reclamare a gran voce più attenzione alla salute erano rimasti i delegati di fabbrica. Uomini con le mani e le tute sporche di grassi e di olio: interfaccia tra gli operai e la dirigenza della multinazionale. «Abbiamo avuto contatti continui con l’azienda - dicono i sindacalisti eletti nelle Rsu della fabbrica -. Sono durati mesi: qualcosa sul fronte della sicurezza era stato fatto». Cosa? Avevano protestato per le macchie d’olio (sono pericolose per gli incendi) e la società era intervenuta. «Ma molte altre sollecitazioni sono rimaste lettera morta» tuona Giorgio Airaudo, segretario provinciale della Fiom. «Non funzionavano gli estintori» accusano oggi gli operai scampati alle fiamme, usciti con il volto annerito dalla fabbrica-mostro che ancora bruciava. E puntano il dito contro la società: «Avrebbe dovuto occuparsi di questo». Ma la cronaca della notte di mercoledì racconta che così non è stato. Gli unici ad aver messo il naso dentro quelle mura erano i stati i vigili del fuoco; gli stessi che, l’altra notte, hanno soccorso gli operai prigionieri delle fiamme. Era febbraio quando sono entrati la prima volta, per tenere un corso di 16 ore e istruire un gruppo di dipendenti sulle questioni della legge 626. Dovevano insegnare ad un gruppetto di lavoratori come si usano estintori e manichette antincendio. A marzo c’era stato il secondo ciclo, altre 16 ore di lezione. Tutto lì. Loro altro non potevano fare. E gli ispettori dell’Asl? Troppo pochi. Appena trenta tecnici per ben 68 mila imprese di industria e artigianato (in totale, 400 mila addetti) da controllare. Anzi, 95 mila, se si aggiungono pure quelle del commercio. Facile intuire che, vista l’esiguità dei numeri, l’Asl, come spiega il responsabile del settore prevenzione Annalisa Conterno, scelga le aziende da «visitare» in base a criteri ben precisi. Uno: se ci sono stati esposti o richieste della Procura. Due: se esistono indicatori di rischio legati al numero di incidenti o di malattie professionali, oppure se sono in corso progetti mirati di prevenzione. Nonostante tutto, però, gli ispettori dell’Asl quest’anno una volta si sono presentati. Non è bastato.
E il sindacato? Giorgio Airaudo allarga le braccia: «Non c’era la sensazione di essere di fronte ad una situazione così disastrosa. Molte inefficienze sono state scoperte soltanto la notte del disastro». Come i telefoni che non funzionavano. Come gli estintori. Ma c’è dell’altro. Ancora Airaudo: «Eravamo concentrati sulla necessità di salvare i lavoratori. Garantire un futuro occupazionale anche quando l’azienda avesse chiuso i battenti». Poi si ferma. Riflette qualche istante e aggiunge: «Anche i responsabili della sicurezza interna non c’erano più. O meglio, una parte è andata via con lo smagrimento degli organici».
Erano rimasti in 200 a lavorare alla Thyssen. Duecento abbandonati. «Succede sempre così. Dopo ogni tragedia sul lavoro ci si rende conto dell’abbandono dei lavoratori» si sfoga il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi. Aggiunge: «Non parlate di casualità. Era già tutto scritto».

 

Le Ferriere, la Fiat lo stato e i tedeschi

di Lo. C.

su Il Manifesto del 07/12/2007

 

Fiat sezione Ferriere, poi Teksid (sempre Fiat), quindi Ilva cioè Iri cioè stato italiano, infine Thyssenkrupp. 13 mila dipendenti all'inizio della corsa, 200 oggi, anzi meno dopo la mezza strage di ieri notte. Le Ferriere sono una delle fabbriche storiche di Torino. Nata nel dopoguerra, resta nelle mani degli Agnelli fino all'82 dopo aver cambiato nome nel '77 in Teksid. Si compone di tre filiere al momento della crisi dell'industria pesante, all'inizio degli anni Ottanta, quando l'azienda torinese inizia a scaricare pezzi di fabbrica sullo stato: il settore inox al 100% entra a far parte dello stesso gruppo a cui appartiene la Terni; gli acciai comuni al 49% Fiat e al 51% Iri e infine l'acciaio omogeneo (soprattutto lamiere per auto) dove la presenza Fiat si riduce al 20%. Nel 1989 si costituisce l'Ilva, l'azienda pubblica in cui si sarebbero dovuti conferire soltanto i settori forti della siderurgia italiana, e cioè Torino, Terni e Taranto. Invece, uno alla volta entrano anche tutti gli altri stabilimenti, alcuni dei quali poco competitivi. Nel '92 la società accumula un debito di 10 mila miliardi di lire e siccome l'Ue impedisce nuove sovvenzioni pubbliche, restano soltanto due possibilità: il fallimento, oppure la vendita. Il primo passo è lo spezzettamento dell'Ilva e il secondo la vendita. Taranto finisce in mano di Riva per una manciata di milioni, Terni e Torino vengono acquistate da un pool di imprenditori con alcuni italiani come Riva, ma di cui Thyssen e Krupp detengono la maggioranza del capitale. Infine, i due giganti tedeschi si unificano nella Thyssenkrupp e acquisiscono l'intero pacchetto azionario delle fabbriche di Torino e di Terni. «L'unica garanzia chiesta ai tedeschi - ci racconta Antonio Romano, memoria storica delle Ferriere, dirigente Fiom oggi in pensione - fu il mantenimento dell'occupazione per 10 anni, rispettato fino al '94 quando esplose la crisi e fu minacciata la chiusura di Terni».
Il resto è cronaca: la Thyssenkrupp, che voleva portare la produzione degli acciai speciali in Germania, fu costretta dalle dure lotte degli operai umbri e dalle mediazioni del governo e delle istituzioni a scendere a patti. Patti amari per i torinesi, con l'annuncio della chiusura delle ex Ferriere. Lo smantellamento degli impianti è andato avanti per tre anni, il personale più professionalizzato è stato messo fuori. Il reparto «esploso» ieri avrebbe dovuto chiudere a febbraio del 2008, ma una coda di commesse ha reso «necessaria» un'intensificazione della produzione tutta a carico degli ultimi operai rimasti, costretti a una insostenibile intensificazione dei ritmi e a un cumulo di straordinari, mente venivano meno le condizioni di sicurezza, con le macchine tirate fino al punto di rottura. Come è successo alle due di notte di ieri.

 


 

Secondo morto alle acciaierie Thyssen, condanna per altro rogo

A Torino lunedì sarà sciopero e lutto

l'unità
 

Seconda vittima nel tragico incidente sul lavoro accaduto mercoledì notte all'acciaieria ThyssenKrupp di Torino. Uno dei sei feriti gravi, Roberto Scola, 32 anni, è morto questa mattina, poco prima delle sette, all'ospedale Cto di Torino dove era stato ricoverato con il 95% di ustioni su tutto il corpo. Restano gravi le condizioni degli altri cinque compagni di lavoro, con ustioni fra il 60 e il 90%, ricoverati in altri ospedali.

Mercoledì notte, appena scoppiato l'incendio, era morto Antonio Schiavone, 36 anni.

Roberto Scola aveva due figli. Quando era arrivato al pronto soccorso del Cto era cosciente e terrorizzato all'idea di non rivedere più i suoi bimbi. Fin dall'inizio, tuttavia, le sue condizioni erano state definite disperate: solo le piante dei piedi non erano bruciate.

Antonio Bocuzzi, un suo collega di lavoro, aveva raccontato di averlo visto, torcia umana, correre e urlare fuori dalla fabbrica.

La prima terapia possibile era reidratarlo: i medici hanno fatto flebo da 1600 cc di soluzione acqua e sale ogni ora. Non respirava, ma un ventilatore gli muoveva i polmoni che hanno respirato fumo in grandi quantità. Sul corpo non aveva fratture. Alle 6,45 è stato dichiarato morto.

Lutto cittadino lunedì a Torino durante lo sciopero e la manifestazione per l'incendio alla Thyssen Krupp. Al lutto partecipa anche l'Ascom torinese che oltre esprimere cordoglio ai famigliari della vittima, invita i commercianti torinesi a spegnere le luci e abbassare le serrande dei negozi per cinque minuti, a partire dalle ore 10, in concomitanza con la manifestazione indetta dai sindacati.

Lunedì sera inoltre, come annunciato dal vicesindaco e assessore comunale Tom Dealessandri, per esprimere il cordoglio di Torino non verranno accese le luci d'Artista che in questo periodo prenatalizio rallegrano il capoluogo piemontese.

Il pool che fa capo al procuratore aggiunto Raffaele Guariniello ha già ascoltato alcuni testi sull'incendio. Sono stati ascoltati alcuni operai che sono scampati al rogo. Sarebbe emerso un «contesto di approssimazione» su alcune misure di sicurezza. In particolare la presenza nel reparto di estintori scarichi e il non funzionamento di un telefono di emergenza, che ha costretto un operaio a prendere una bicicletta per andare a chiedere aiuto ad altri compagni di lavoro.

È anche emerso che c' era una sorta di abitudine a cercare di rimediare da sè ai piccoli inconvenienti senza fare intervenire le squadre di manutenzione. I magistrati vogliono ora capire perchè si fosse instaurata questa prassi e se ciò accadesse per carenze organizzative anche come conseguenza del fatto che la società stava dismettendo l' impianto. Per quanto riguarda le cause del rogo, sembra confermato che tutto sia nato per la rottura di un tubo in cui passa olio idraulico.

Nei confronti dei dirigenti della multinazionale tedesca ThyssenKrupp inoltre pende un procedimento penale al Tribunale di Torino per l' incendio che nel marzo del 2002 devastò una parte dello stabilimento di Torino della Acciai Speciali Terni, lo stesso dove mercoledì notte è morto un operaio ed altri nove sono rimasti feriti. Dopo la sentenza di primo grado, con tre condanne e due patteggiamenti nel maggio del 2004, il procedimento è infatti fermo in Corte d'Appello dal 2005 in attesa che venga definito il dibattimento di secondo grado. Il rischio, sostengono in Procura, è che i reati possano andare in prescrizione.

La pena più elevata, otto mesi di carcere, fu inflitta a Giovanni Vespasiani, presidente del comitato esecutivo; le altre condanne, di entità inferiore, riguardarono altri quattro dirigenti. La sentenza era stata emessa dalla gup Immacolata Iadeluca al termine di un rito abbreviato. L'accusa in aula era stata sostenuta dal pm Francesca Traverso, mentre le indagini furono coordinate dal procuratore Raffaele Guariniello. Il rogo si scatenò nel reparto di laminazione la mattina del 24 marzo. Per domarlo i vigili del fuoco dovettero lavorare oltre quaranta ore, «sparando» 20 mila litri di schiuma e 50 mila litri di azoto liquido. Il pm affermò che alla «Terni» non furono prese adeguate misure precauzionali. Durante le indagini fu anche vagliata la condotta del presidente del consiglio di amministrazione della Thissenkrupp, Helmut Adris, contro il quale, però non si è proceduto.

«Troppe morti sono dovute a processi industriali vetusti o inadeguati». Lo sostiene Angelo Venuti, segretario regionale Cisl-Vigili del Fuoco del Piemonte, che in seguito all'incidente della ThyssenKrupp punta l'indice contro «i risparmi sulle opere provvisionali e sulle misure di prevenzione, la mancata formazione sulle misure di prevenzione del rischio e gestione della sicurezza, e il carente addestramento alle misure di gestione dell'emergenza». «Siamo stanchi - scrive Venuti in una nota - di assistere ad incidenti, spesso mortali, che potevano essere evitati 'perdendò cinque minuti o spendendo qualche soldo in più per la manutenzione o ascoltando la segnalazione dei lavoratori. Serve più rispetto - conclude - per la vita umana e più dignità per il lavoro».


Pubblicato il: 07.12.07
Modificato il: 07.12.07 alle ore 12.50

 

» 2007-12-06 12:49
"Travolti da un'onda di fuoco"
"Le fiamme ci hanno investito, sembrava un'onda anomala del mare, ma anziché acqua era fuoco". E' la testimonianza drammatica di Antonio Michele Boccuzzi, operaio di 34 anni, che nell'incendio all'acciaieria ha subìto ustioni di secondo grado al viso e alla mano destra. Boccuzzi, alla Thyssen da dodici anni, è uno di quegli operai che stanotte facevano straordinari sulla linea 5, dodici ore consecutive di lavoro.

Ora è tornato a casa, ma è sconvolto. Con la voce rotta dal pianto, accetta di parlare brevemente al telefono: "C'é stato un piccolo incendio, dell'olio che bruciava. Pensavamo di riuscire a spegnerlo e abbiamo preso gli estintori. Ma le fiamme si sono velocemente allargate e alzate, poi ci sono state delle esplosioni. Se chiudo gli occhi vedo ancora le facce dei miei colleghi. Erano torce di fuoco. Ho cercato di aiutarli, strappavo loro i capelli bruciati, pezzi di vestiti".

 I racconti sono tutti terribili. "Gli idranti erano rotti, tre estintori su cinque erano vuoti. Il liquido mi arrivava in faccia anziché andare sulle fiamme", dice Fabio Simonetta che, dimesso dall'ospedale, è andato subito davanti alla fabbrica. Ad ascoltarlo c'é un centinaio di colleghi. Sono tutti giovanissimi. Piangono, sono sconvolti, nessuno se l'é sentita di entrare in fabbrica. Ci sono anche ex lavoratori in pensione, qualcuno dei quali ora nell'acciaieria ha il figlio, ci sono sindacalisti e delegati, esponenti delle istituzioni. Stanotte nello stabilimento, in un altro reparto, c'era anche Giovanni Pignalosa, operaio della Thyssenkrupp e delegato della Fiom.

Anche lui, lasciato l'ospedale dove ha passato la notte per l'intossicazione provocata dai fumi, è andato di corsa allo stabilimento. "Mi hanno chiamato e sono corso subito. Ho visto l'inferno, una scena tremenda. Antonio era avvolto nelle fiamme e gridava 'Aiutatemi, muoio'. Ma era impossibile avvicinarsi, tirarlo fuori", racconta singhiozzando. Poi aggiunge: "Abbiamo aiutato alcuni operai, ustionati ma in grado di camminare, ad uscire dallo stabilimento. Se chiudo gli occhi vedo quegli operai in mezzo al fuoco, tre in piedi e due a terra. Erano quasi completamente carbonizzati, irriconoscibili. Nelle orecchie ho ancora le loro urla".

 "Non si può morire in un'azienda che sta smantellando, dove si chiede agli operai di fare straordinari e lavorare dodici ore consecutive", afferma Giorgio Airaudo, segretario generale della Fiom torinese. "Gli operai vanno via di giorno in giorno dalla fabbrica - racconta un lavoratore - perché ormai è finita. C'é chi trova un altro lavoro o accetta il trasferimento a Terni. E così i reparti si svuotano e si sposta la gente, si chiedono straordinari". "Questi ragazzi hanno bisogno di aiuto", dice con le lacrime agli occhi Angelo Portiello, 49 anni, uno dei lavoratori in mobilità verso la pensione.

 

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Thyssen Krupp: il lavoro uccide

la Confederazione Unitaria di Base indice

sciopero e manifestazione lunedì 10 dicembre

 

 

Un giovane di 36 anni morto, sei in fin di vita e altri feriti gravemente.

Non stiamo parlando  di Bagdad o di Gaza ma di Torino e i giovani in questione sono operai dell'acciaieria di Corso Regina Margherita, proprietà della casa tedesca Thyssen Krupp.

La cronaca richiede poche parole: il tentativo dei lavoratori di spegnere un piccolo incendio prodottosi in linea con i mezzi messi a disposizione dall'azienda ha creato il dramma sviluppando una fiammata che ha letteralmente bruciato vivi gli operai.

Ora tutti piangono su morti e feriti, ma di chi sono le responsabilità?

I mezzi di sicurezza che l'azienda ha il dovere di mettere a disposizione per lavorazioni così pericolose si sono dimostrati non solo inadeguati ma criminalmente distruttivi. Estintori e lancia ad acqua hanno favorito la fiammata esplosiva invece di spegnere l'incendio.

I responsabili dell'azienda non potevano non saperlo ma hanno deciso di risparmiare sulla pelle dei lavoratori.

Inoltre la reazione dei lavoratori allo svilupparsi dell'incendio è stata ritardata dalle condizioni in cui operavano:

dopo l'ultima crisi aziendale che ha quasi portato alla chiusura dello stabilimento la flessibilità e gli orari si sono dilatati allo spasimo, ormai i turni di dodici ore stanno diventando la norma.

Questo incidente non è un caso ma la logica conseguenza di un'organizzazione del lavoro che ha cancellato ogni diritto dei lavoratori e considera la loro morte come uno “spiacevole danno collaterale” e nulla più.

La Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti-CUB di fronte all'ennesima prova del disprezzo padronale per la vita di lavoratori e lavoratrici indice uno sciopero dei lavoratori metalmeccanici dell'intera giornata lavorativa per lunedì 10 novembre con manifestazione fino alla Prefettura.

Per la FLMU-CUB

Stefano Capello

per info 3409839110

Torino, 6 dicembre 2007


L'incidente all'1.30 nella ThyssenKrupp. Investiti dall'incendio provocato dalla fuoriuscita di olio bollente
Ricoverati in condizioni disperate. I sindacati: "Quei lavoratori erano alla linea 5 da 12 ore"

Torino, incendio in acciaieria
un operaio morto, sei in fin di vita

Uno degli intossicati: "Ho visto l'inferno. Antonio era avvolto nelle fiamme e gridava: Aiutatemi, muoio"
Due ore di sciopero nazionale dei lavoratori metalmeccanici proclamate venerdì 14


<B>Torino, incendio in acciaieria<br>un operaio morto, sei in fin di vita</B>

Antonio Schiavone, vittima dell'incendio

TORINO - Fiamme nell'acciaierie della ThyssenKrupp, a Torino. Un operaio è morto ed altri sei sono in fin di vita. Li ha investiti l'incendio provocato dalla fuoriuscita dell'olio bollente che serve per raffreddare i laminati. Già quattro fa aveva preso fuoco una vasca d'olio e le fiamme erano state domate solo dopo alcuni giorni. In quell'occasione, però, non vi erano stati feriti. Stamane all'alba, invece, il bilancio è stato ben più drammatico: è morto Antonio Schiavone, 36 anni, di Envie nel Cuneese, sposato e padre di tre figli di 4 e 6 anni, e di un machietto nato appena due mesi fa.

Versano in condizioni disperate Bruno Santino e Giuseppe De Masi, entrambi di 26 anni, ricoverati con i corpi quasi completamente coperti da ustioni. Grave anche Angelo Laurino, 34 anni, in rianimazione all'ospedale San Giovanni Bosco di Torino. Prognosi riservata per Rocco Marzo, 54 anni, ustionato per l'80% del corpo, e per altri due colleghi tra cui Rosario Rodinò di 26 anni, mentre due lavoratori intervenuti in un soccorso ai compagni feriti, sono stati ustionati, fortunatamente in modo più lieve e lamentano segni di una leggera intossicazione dai fumi. Maurizio Boccuzzi, infine, ha riportato ustioni leggere ad una mano e al volto.

"Ho visto l'inferno", ricorda Giovanni Pignalosa, delegato della Fiom, uno degli operai rimasti intossicati dal fumo dell'incendio. "Antonio era avvolto nelle fiamme e gridava: Aiutatemi, muoio. Ma era impossibile avvicinarsi".

L'incendio è scoppiato all'una e mezza di notte nella linea 5, adibita al trattamento termico dei prodotti di laminazione. Pare che sia traboccato l'olio bollente usato per temperare i laminati. Gli operai hanno cercato in un primo momento di spegnere le fiamme con estintori e una manichetta dell'acqua. L'acqua però, a contatto con l'idrogeno liquido e l'olio refrigerante, pare abbia provocato una fiammata che ha investito gli operai. Quando sono arrivati i vigili del fuoco con decine di squadre, il reparto era competamente distrutto.

Secondo i sindacati , alcuni dei lavoratori coinvolti nell'incidente, erano al lavoro da 12 ore consecutive: avevano già accumulato 4 ore di strordinario. La ThyssenKrupp aveva deciso a luglio di chiudere la fabbrica torinese e di concentrare tutta l'attività produttiva nello stabilimento di Terni, ma ancora nello stabilimento in via regina Margherita sono al lavoro circa 200 dipendenti. Proprio in questo periodo la linea 5 aveva avuto un'intensificazione del ritmo di lavoro e l'azienda aveva deciso di mantenerla attiva fino a giugno.

Proclamato per venerdì 14 sciopero nazionale di due ore dei lavoratori metalmeccanici per chiedere maggiore prevenzione e sicurezza sul lavoro. Altre otto ore di sciopero sono state invece proclamate da Fim, Fiom e Uilm per la città di Torino e Terni, sede del gruppo metalmeccanico ThyssenKrupp. "Chiediamo che si passi dalle parole ai fatti. Non basta la compassione, bisogna che si fermino gli incidenti e i morti sul lavoro", ha detto il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo a nome dei tre sindacati. Domani mattina, i rappresentanti sindacali incontreranno i vertici dell'Unione industriale di Torino.

Il presidente Giorgio Napolitano è convinto che "questo drammatico evento coinvolge ancora una volta la responsabilità di tutti, poteri pubblici e forze sociali, ad assumere il necessario impegno per estirpare l'inaccettabile piaga delle morti e degli incidenti sul lavoro". Parole simili sono state espresse dal ministro del Lavoro Cesare Damiano che ha chiesto a tutta la società italiana di farsi carico dell'emergenza sicurezza: "Il Governo ha fatto molto ma le norme, i controlli e le sanzioni da soli non bastano". Lunedì, in occasione dello sciopero dei metalmeccanici della provincia, la città ha proclamato il lutto cittadino.

( 6 dicembre 2007 )repubblica

LA SCHEDA

La fabbrica in dismissione
con tanti operai giovani


<B>La fabbrica in dismissione<br>con tanti operai giovani</B>

La nube provocata dall'incendio
di quattro anni fa

di OTTAVIA GIUSTETTI
TORINO - Ultimo simbolo della storia siderurgica della città, ThyssenKrupp è una delle storiche acciaierie torinesi nate con la Fiat: è poi passata attraverso numerose crisi, prima a una partecipata statale, poi alla multinazionale tedesca che produce a Torino e nello stabilimento di Terni.

Una fabbrica che non è del tutto nuova a gravi incidenti. Già nel marzo 2003 un incendio divampò nello stabilimento alla periferia nord ovest e per quattro giorni tenne impegnati i vigili del fuoco nel tentativo di spegnere le fiamme. Non ci furono morti né feriti ma la struttura della fabbrica fu gravemente danneggiata. Anche negli anni Ottanta un corto circuito nei cavi sotto i treni di laminazione fece scoppiare un enorme incendio.

Negli ultimi anni, la definitiva crisi dello stabilimento, costruito in una zona ormai densamente abitata, ha portato a un sofferto accordo sindacale siglato nel luglio scorso per la dismissione della sede ThyssenKrupp torinese. Già in questi pochi mesi gli operai sono passati attraverso scivoli e prepensionamenti da quattrocento a duecento; anche per quelli rimasti arriverà presto la cassa integrazione e la mobilità. L'acciaieria che per anni ha dato lavoro a tanti torinesi è considerata nell'ambiente sindacale la fabbrica dei giovani. La stragrande maggioranza dei dipendenti ha meno di 34 anni e in tanti sono parenti tra loro perché per le assunzioni in questa acciaieria funzionava ancora sistema del passaparola.

La crisi ha tagliato il numero di dipendenti e fatto crescere le ore di straordinario: Schiavone era alla sua quarta ora extra. Su questo punto e sulla presunta trascuratezza dei dispositivi di sicurezza nella fabbrica i sindacati annunciano battaglia.

( 6 dicembre 2007 )

8/6/2007 (8:20) la stampa

Thyssen, l’acciaio spezzato
Una manifestazione in Corso Regina Margherita dei dipendenti della Thyssen
Chiusura dello stabilimento in 15 mesi, 400 operai senza lavoro
MARINA CASSI
TORINO
Era nell’aria e adesso la mazzata è arrivata. La Thyssen Krupp ha deciso: entro 15 mesi chiuderà lo stabilimento di Torino. Lo ha comunicato a un gruppone di attoniti sindacalisti ieri a Roma. Potrebbe finire qui la storia, lunga e gloriosa, di un settore industriale che ancora vent’anni fa, in città, aveva 15 mila addetti.

Adesso sono rimasti i 400 di corso Regina Margherita. E basta. Sono giovani, hanno sui trent’anni e sono spaventati a morte all’idea di ritrovarsi in mezzo a una strada. Ieri la fabbrica - mentre la notizia atterrava in città e i delegati volavano per tornare da Roma - non si è fermata perchè lasciare una acciaieria non è come spegnere un computer. Il sindacato e i lavoratori si assumono la sicurezza deli impianti.

Ma è probabile che stamattina siano proclamate otto ore di sciopero. Di sicuro il gruppo dirigente della Thyssen andrà in Comune dal vice sindaco, Tom Dealessandri, per un incontro, già fissato, e nel quale si sentirà dire che «la città giudica non accettabile questa scelta; se hanno dei problemi li possiamo affrontare, ma devono cambiare idea». La Thyssen ieri al sindacato ha assicurato che intende investire in Italia 100 milioni di euro, ma a Terni. Hanno offerto il trasferimento laggiù per 265 dipendenti. Altri 50 potrebbero andare a Milano e 70 in mobilità verso la pensione.

Proposte respinte da tutti i sindacalisti, quelli di Torino e quelli di Terni che subito hanno ricambiato la solidarietà forte e convinta incassata dai torinesi tre anni fa quando era il loro stabilimento a essere nel mirino. Fim, Fiom, Uilm e Ugl chiedono che sia subito convocato un incontro a Roma con il ministro Bersani. Lo chiedono l’assessore regionale al Lavoro Angela Migliasso e la collega della Provincia Condello. Lo chiede Caterina Ferrero di Forza Italia.

Costernato il sindacato torinese che, malgrado la ripresa economica, fronteggia tante crisi aziendali. Per il segretario Fiom, Giorgio Airaudo, la risposta è netta: «Respingiamo il gioco della torre della Thyssen Krupp, che ieri voleva buttare giù Terni e oggi Torino. Non dividerà i lavoratori. Combatteremo il trasferimento delle linee di produzione da Torino a Terni e respingiamo qualsiasi ipotesi di chiusura dell’ultima azienda siderurgica cittadina». Antonio Sansone annuncia: «Non aspetteremo 15 mesi per difendere la fabbrica, lo facciamo da subito e tutti devono impegnarsi. La Thyssen deve sapere che non saremo secondi a Terni nella battaglia per salvare lo stabilimneto». Per la Uilm da Roma Mario Ghini riconosce «il piano di investimenti», ma aggiunge che «non è pensabile che questo passi per la chiusura della sede di Torino».

 

 
CRITICA OPERAIA AI "LAVORATORI" MARXISTI


 

 

Il lavoro e’ una guerra che uccide

(9 dicembre 2007)

La tragedia dell’acciaieria Thyssenkrupp di Torino, dove quattro lavoratori si sono trasformati in torce umane ed hanno perso la vita, mentre altri tre operai coinvolti nel rogo giacciono in ospedale con gravissime ustioni sulla quasi totalità del proprio corpo, ha fatto si che il carrozzone politico e quello mediatico siano tornati ad occuparsi delle morti sul lavoro.
I soloni della politica e quelli dell’informazione hanno in realtà da sempre un approccio molto singolare con l’argomento. I primi non perdono occasione per ribadire che in materia di sicurezza sul lavoro esistono ottime leggi, che purtroppo non vengono rispettate, come se il compito di garantire il rispetto di quelle leggi fosse deputato non a loro, bensì agli uomini politici tedeschi, inglesi o non si capisce bene di quale paese straniero. I secondi denunciano la scarsa sicurezza presente sui luoghi di lavoro e si producono in articoli/servizi di stampo pietistico, quanto mai efficaci nel rimpinguare la tiratura dei giornali o lo share delle trasmissioni TV, ma assolutamente inadeguati per chiunque volesse prendere coscienza dei reali termini del problema. Dopo la tragedia di Torino perfino il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, interpretando come meglio non avrebbe potuto il proprio ruolo istituzionale, ha deciso di “sacrificare” un minuto del proprio tempo e di quello dei tanti vip intervenuti come lui alla prima della Scala, dedicandolo agli sfortunati lavoratori dell’acciaieria Thyssenkrupp che certo, se ancora fossero stati in grado di parlare, non avrebbero mancato di ringraziarlo sentitamente per il nobile gesto. I sindacati confederati, molto meno interessati alla sicurezza dei lavoratori di quanto non lo siano all’integrità del pacchetto sul welfare stipulato con Confindustria, hanno indetto uno sciopero di 2 ore, premurandosi di non creare disagi alla produzione industriale.

Le statistiche ufficiali parlano di 1500 morti sul lavoro ogni anno in Italia, ma dimenticano di conteggiare i molti pendolari che ogni giorno perdono la vita in incidenti stradali mentre si recano sul posto di lavoro o tornano a casa a fine giornata, così come dimenticano tutti coloro (autisti, rappresentanti, fattorini, agenti immobiliari e professionisti vari) che per lavoro guidano un automezzo e giornalmente trovano la morte sulla strada, così come dimenticano tutti coloro che ogni anno muoiono per malattie “professionali” contratte sul luogo di lavoro nel corso della propria vita professionale. In realtà il lavoro uccide in Italia alcune migliaia di persone l’anno e la maggior parte di loro non viene neppure ricordata in un trafiletto sul giornale.
Alcune volte, come nel caso dell’acciaieria Thyssenkrupp la responsabilità della tragedia è da imputarsi al mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza da parte dell’azienda, altre al penoso stato in cui versano le strade ed autostrade italiane, altre ancora al sistema della precarietà che determina la presenza di lavoratori privi di esperienza in mansioni altamente pericolose, altre ancora alla stanchezza determinata da turni di lavoro massacranti.

Ma la reale responsabile della stragrande maggioranza di morti sul lavoro è la vera e propria guerra che giornalmente milioni di lavoratori ed imprenditori combattono per tentare di ritagliarsi qualche briciola di sopravvivenza.
Il mondo del lavoro è diventato negli anni una giungla strapiena di trappole, dove il rispetto per la vita umana e la dignità della persona sono stati immolati sull’altare della produttività e della competizione.
Lo sapeva bene Gabriele Aimar, autista di furgoni portavalori che viveva a Cuneo e nessuno ricorderà mai come “morto sul lavoro”. Gabriele il 3 dicembre si è ucciso con un colpo di pistola, semplicemente perché la polizia la sera prima gli aveva ritirato la patente giudicandolo positivo alla prova dell’etilometro, dopo averlo fermato a bordo della sua auto appena uscito da un pub dove aveva bevuto una birra insieme ad un amico. Senza la patente non avrebbe più potuto lavorare e non sapeva come sopravvivere.
La ricerca della sopravvivenza spinge ogni giorno centinaia di migliaia di lavoratori ad andare ben oltre i propri limiti fisici accumulando ore ed ore di straordinario, la sopravvivenza spinge altrettanti lavoratori ad accettare mansioni che danneggiano, spesso in maniera irreversibile la loro salute, la sopravvivenza spinge i pendolari a buttarsi su autostrade e tangenziali alle 5 di mattina con il sonno che percuote le tempie. Quella stessa ricerca della sopravvivenza induce a lavorare in nero in un cantiere o in un’industria senza che siano rispettate le norme di sicurezza, induce a spingere l’acceleratore nella nebbia per evitare di perdere un cliente, a lavorare ancora anche quando si è ormai privi della lucidità necessaria.
La ricerca della sopravvivenza economica e il tentativo di continuare a restare “sul mercato” fa si che ogni giorno decine di migliaia d’imprenditori perdano la propria umanità trasformandosi in individui senza scrupoli, pronti a barattare qualche scampolo di produttività con la vita delle persone.

Le promesse della classe politica e la falsa indignazione del mondo sindacale sono solamente atteggiamenti retorici che durano un battito di ciglia. Fra qualche giorno, sparita l’attenzione mediatica che avrà trovato nuovi argomenti sui quali costruire tirature ed ascolti, tutto tornerà come prima e probabilmente peggio di prima.
Il mondo del lavoro è un teatro di guerra altamente disumanizzato, dove le persone sono ridotte al ruolo di utensili, esistenze cosificate costrette a rincorrere la speranza di sopravvivere, anche quando in fondo a quella speranza c’è il concreto rischio di trovare la morte. Una guerra senza regole, senza senso e senza futuro. Una guerra combattuta nel nome della produttività e della competizione sfrenata, dove tutti i soldati sono irrimediabilmente destinati a perdere, mentre a vincere sono soltanto i pochi burattinai che attraverso la guerra costruiscono immensi profitti, e poco importa loro se si tratta di profitti realizzati attraverso l’alienazione della vita umana.

Marco Cedolin

fonte: m.cedolin@tin.it

AD UNA PRIMA DISATTENTA LETTURA SEMBREREBBE UN OTTIMA ANALISI, REALISTA, EQUILIBRATA, CREDIBILE, INVECE DI NUOVO SU EVINCE LA VOLONTA' DI UNA PICCOLA-BORGHESIA IN ROVINA DI RAPPRESENTARE GLI STRATI OPERAI SENZA AVERNE E SUBIRNE LA CONDIZIONE. SENZA ESSERE INTERNI AD UNA BATTAGLIA CHE COLLETTIVAMENTE SI SVOLGE IN TUTTE LE FABBRICHE TRA GLI OPERAI E QUELLA MOLTITUDINE DI "LAVORATORI STIPENDIATI" VARIAMENTE ESTESA CHE PUO' ESISTERE E CAMPARE ALLA SOLA CONDIZIONE CHE GLI OPERAI AUMENTINO IL LORO CONSUMO PRODUTTIVO, QUEI "LAVORATORI" DEGLI STRATI ALTI CHE GUARDA CASO SONO OTTIMAMENTE RAPPRESENTATI NELL'AMBITO DELLA GERARCHIA DELLE AZIENDE, DEL SINDACATO E DELLA POLITICA

MENTRE GLI OPERAI CONSAPEVOLI, LUCIDI O INCAZZATI PER UN NONNULLA RISCHIANO QUOTIDIANAMENTE NELLA PRODUZIONE LA PELLE, E QUALORA SI VOGLIANO AFFACCIARE NEL CAMPO DELLA LOTTA SINDACALE E POLITICA RISCHIANO IN PRIMA PERSONA DI ESSERE MESSI AI MARGINI O ESTROMESSI, PUNITI, MULTATI, UMILIATI, LICENZIATI, PROPRIO PERCHE' AMBITI GIA' OCCUPATI DALL' OPPORTUNISMO, DALL'INDIVIDUALISMO, DAGLI ELEMENTI BORGHESI STESSI.

ECCO IL PASSAGGIO RIVELATORE DELL' IDEOLOGIA SOTTINTESA DALL'ESTENSORE:

"Ma la reale responsabile della stragrande maggioranza di morti sul lavoro è la vera e propria guerra che giornalmente milioni di lavoratori ed imprenditori combattono per tentare di ritagliarsi qualche briciola di sopravvivenza."

L'ESTENSORE CI DEVE SPIEGARE CHE COSA HANNO IN COMUNE GLI OPERAI CON I LAVORATORI GENERALMENTE INTESI, GLI OPERAI CON GLI AGENTI IMMOBILIARI, ANCORA GLI OPERAI DI UNA CERTA DETERMINATA GRANDE FABBRICA CON GLI IMPIEGATI ANCH'ESSI "LAVORATORI" CHE VOTANO IN OCCASIONE DI ACCORDI SUGLI STRAORDINARI DOVE POI GLI OPERAI DEVONO SGOBBARLI E LORO (GLI IMPIEGATI) NO?

E, PER NON FARLA LUNGA, DA DOVE E' ORIGINATA QUESTA GUERRA SE NON DALLA CORSA AI PROFITTI DEI PADRONI ESTORCENDO PLUSVALORE DALL'UNICA CLASSE CHE PUO' FORNIRGLIELI? I PRODUTTORI DIRETTI: GLI OPERAI?

COME MAI NESSUNO PARLA DI PRODUZIONE DI PROFITTO E GESTIONE DI PROFITTO DOVE VENGONO COINVOLTE DIFFERENTI CLASSI SOCIALI? PER ESEMPIO LA GESTIONE DEL PROFITTO VIENE BEN VOLENTIERI SPARTITA DAI PADRONI A TUTTE QUELLE CLASSI CHE LA AIUTANO A GESTIRE L'ESISTENTE CICLO ECONOMICO: TUTTE CLASSI CHE HANNO REDDITO, STIPENDI, SOLO I SALARI DEVONO RIMANERE SOTTO UN CERTO LIVELLO SE NO TUTTA LA VITA DELLE CLASSI SUPERIORI VERREBBE MESSA IN DISCUSSIONE, ECONOMICAMENTE, SOCIALMENTE, POLITICAMENTE... STOP PER ADESSO. ASPETTIAMO RISPOSTE _________________________________________________________________
 

 

 

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