ESTRATTO DA "LA BEIDANA. CULTURA E STORIA NELLE VALLI VALDESI", N. 15, SETTEMBRE ‘91

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Elementi di storia del sindacato pinerolese

(1948-1967) . (I Parte)

di Lorenzo Tibaldo

Più notte di mezzanotte non può venire: la lotta del minatori

Nel 1953 si fanno strada le prime awisaglie della dura lotta dei minatori della Talco e Grafite. Lo scontro, muro contro muro, tra i minatori e la granitica Madama Villa ha ormai fatto storia.Questa volta, e non sarà una novità, viene disdetto il premio di produzione da parte della Direzione - definito a suo tempo con un accordo del 1949 - e si prevede anche il declassamento delle categorie operaie. Lo sciopero indetto dai minatori - di un'ora al giorno trova la pronta risposta della Madama di ferro: al mulino del Malanaggio si giunge al licenziamento di un membro di C.i. Gli altri minatori vengono sospesi per tre giorni e, in seguito, l' orario viene ridotto a 24 ore.Si acuisce lo scontro : scatta lo sciopero a singhiozzo con effetti devastanti per la produzione. Il 30 e 31 luglio viene dichiarato uno sciopero di solidarietà nella val Chisone con i minatori. Lo sciopero è un innegabile successo, diventando un importante episodio di unità sindacale che travalica per un momento le polemiche di organizzazione.La lotta dei minatori, inconsapevolmente , si tramuta in un laboratorio nel quale vengono sperimentati i primi embrioni di lotta unitaria tra i sindacati, "del resto ,

nelle miniere l'unità non è una cerimonia diplomatica: è vissuta come imperativo che i minatori non tardano a trasferire nelle file del movimento sindacale".

Solo una forte unità consentirà ai minatori di poter resistere nella lunga lotta dei 90 giorni nell’anno successivo.Il 1954 si apre con una situazione socialmente pesante, caratterizzata da una politica padronale condotta secondo i criteri della riduzione d' orario e dei licenziamenti. Inoltre il sindacato si dovrà scontrare con il perdurare dell'intransigenza degli industriali sempre determinati nella loro opera di contenimento e di repressione di ogni opposizione sindacale.Nella stantia area della galleria i minatori covano la ribellione costantemente e inconsapevolmente alimentata dalla politica poco incline alle mediazioni della Madama di ferro.

Il 12 maggio del 1954 gli operai delle miniere sono costretti a decidere di scendere in lotta contro l' ennesimo sopruso della Direzione : il taglio del premio di produzione. Il giorno seguente tutte le miniere sono ferme. Nel corso degli anni i principali nodi rivendicativi furono essenzialmente due : il premio di produzione e il rispetto degli accordi .

Nella lotta del '54 c'era un po' di tutto: rabbia e disperazione. Avevamo alle spelle una base così povera che potevamo reggere anche tre mesi di sciopero ad oltranza come poi è successo. E abbiamo tenuto duro perché allora si diceva: più notte di mezzanotte non può venire (Aldo Peyran).

Gli incontri svoltisi in Prefettura, nell'intento di ricomporre la crisi, non produssero sbocchi positivi. Scendono in lotta anche gli stabilimenti di San Sebastiano e del Malanaggio. I minatori presidiano, per importanza strategica, il mulino del Malanaggio. Il mulino era un punto fondamentale, nevralgico di tutto il processo produttivo e quindi decisivo per la vittoria o la sconfitta di ogni mobilitazione ; proprio per questo "... spesso dovevamo scendere al Malanaggio, dove se non arrivavamo un po' con il muso duro volevano entrare: se macinavano in quel mulino il talco e la grafite (allora la Ditta non importava niente da macinare) si può dire che la lotta era persa o comunque compromessa" (Aldo Peyran)Il protrarsi dello sciopero mise a dura prova la resistenza dei minatori: iniziavano a scarseggiare i soldi e le mogli dei minatori erano costrette a "fare libretto" , ovvero ad acquistare nei negozi a credito .

L’eco della lotta dei minatori mette in moto la solidarietà tra gli altri lavoratori della vallata: solo alla Riv vengono raccolte 1.200.000 lire. Il sindacato americano Afl, in visita all'Unione zonale Cisl, stanzia un contributo di solidarietà di 100 dollari.La tensione sale in diretta proporzione alla sordità espressa dalla Direzione nel prendere in considerazione le richieste dei minatori. La rappresaglia è un'altra arma usata senza parsimonia: dopo il licenziamento di un membro di C.I. della Uil al Malanaggio, Giuseppe Pozzini, vengono licenziati , il 12 giugno ‘66,

17 minatori, tutti membri di Commissione Interna, senza distinzione tra le diverse organizzazioni sindacali. Per la Villa e l'ing. Prever a brutti mali si ricorre a estremi rimedi: tra questi viene anche licenziato Natalino Tessore, pur facendo parte del direttivo nazionale della Lfilie (Libera federazione Italiana Lavoratori Industrie Estrattive).Salvatore Pecoraro, segretario generale nazionale della Lfilie, denunciando i licenziamenti operati dalla Talco e Grafite si stupisce che le autorità provinciali lascino questi abusi alla Talco e Grafite che se il suo capitale ha avuto uno sviluppo è dovuto al continuo sfruttamento dei lavoratori.Preghiamo pertanto l'amico Donat-Cattin di farci conoscere il pensiero del Prefetto a seguito degli abusi della Talco e Grafite e delle giuste rivendicazioni dei lavoratori .

Il perdurare della vertenza per settimane, portò il caso della Talco e Grafite ad assumere un rilievo nazionale, comparendo sui principali giornali e coinvolgendo governo e ministri.Nel pinerolese lo scontro non si circoscrive ai minatori e a Madama Villa, ma partecipano alla contesa anche i due settimanali locali: ((L' Eco del Chisone" e "Il Corriere Alpino''. Il primo si schierò apertamente con la Talco e Grafite, usando ogni strumento e occasione per denigrare i minatori e le loro lotte ; il secondo, con la penna di Carlo Borra , prese partito per la lotta dei minatori.Intanto l'11uglio a Pinerolo il Pli organizza un convegno economico con la partecipazione di molti esponenti politici di primo grado. il ministro dell' industria Villabruna, l'on. Alpino, deputato liberale e, ovviamente per l'azienda la signora Villa e l' amministratore delegato ing. Prever . Il teatro Sociale di Pinerolo è gremito, anche grazie al trasporto gratuito organizzato dalle vallate.Il Convegno, da esemplare manifestazione di esibizione oratoria, si tramuta in una manifestazione di protesta dei minatori, con all'intervento del segretario Cisl di Pinerolo Carlo Borra che legge un volantino dell'Unione Zonale Cisl di Pinerolo , sotto forma di lettera aperta al ministro Villabruna.È una decisa denuncia delle condizioni di vita dei minatori e delle provocatorie azioni della Talco e Grafite. In questa lettera si riferisce sulla vita di stenti e di fatiche.

Tale sia la loro vita basta seguirli giorno per giorno.Uomini che devono lavorare in galleria, or all 'umido ora al caldo, spesso a carponi, a 100- 1500 metri dentro la terra, in un ambiente privo d'aria ma ricco di imprevisti, in un lavoro che è fra i più faticosi.Uomini che per recarsi al lavoro devono fare giornalmente ore di cammino su per le lnverno abbonda). Uomini che impervie strade montane, con ogni tempo (e la neve che d'.devono passare la settimana in baracche a 2000 metri e più, separati dal mondo, in un ambiente che ricorda un po' i "lagher tedeschi(....) Le paghe di questi uomini che lavorano ad estrarre una ricchezza che è italiana sono sulle 30o 32 mila lire al mese.

Altresì si condanna la riduzione del premio di produzione che lo "si riduce in modo da togliere 100-110 lire al giorno (...) si declassano le qualifiche, così al danno materiale si aggiunge la truffa morale" . Sempre nella lettera aperta al ministro viene evidenziata la politica antisindacale seguita dalla Talco e Grafite "Perché certi licenziamenti - 17 per la cronaca - hanno tutto il sapore di una beffa alle libertà sindacali'' .

In una lettera inviata al senatore Guglielmone vengono descritte le conseguenze provocate da questo intervento al Convegno liberale:

"I presenti hanno accolto con uno scrosciante applauso il mio intervento e ciò ha fatto andare in bestia il cav . Prever , che era presente con la Sig.ra Villa, il quale ha cercato di replicare. A momenti nasceva un mezzo tafferuglio" ._Intanto la vertenza giunge ad uno dei suoi epiloghi provvisori: il 23 luglio 1954 l'accordo viene firmato. Vengono ritirati i 17 licenziamenti, ma i risultati sul piano economico sono deludenti. "A Roma abbiamo siglato un accordo con riserva però di presentarlo ai minatori. L' accordo è frutto di un compromesso : ha punti buoni e punti negativi. Come entità di guadagno si sperava di più. Difatti i minatori non vogliono accettarlo e sono tuttora in sciopero' .La vertenza si approssimava alla fine ma non sui binari voluti dai minatori e "L' accordo del '54 firmato a Roma l' abbiamo rispedito al mittente ..." .L' accordo viene rifiutato dai minatori (tra l'altro gli irrisori aumenti salariali ottenuti verranno poi riassorbiti nel premio di produzione) e inizia il tira e molla tra il sindacato spinto a chiedere dei

" perfezionamenti" (ovvero modifiche) dell' accordo e la Talco e Grafite decisa a difendere l' accordo così come era stato concordato e firmato a Roma. Solo l'intervento del sottosegretario al lavoro Sabatini si rivelerà, in qualche modo, risolutore.Intanto Carlo Borra, dopo la dura contesa, cerca di ritessere la sua logica interclassista scrivendo che "Hanno vinto, se vogliamo, i minatori, non tanto per l' ottenuto quanto per la solidarietà e costanza dimostrata in una contesa che è stata durissima. Ma ha vinto, se vogliamo, la Ditta, se, soprattutto, saprà servirsi dell' accordo raggiunto una per collaborazione basata non più su diffidenza ma su un reciproco comune interesse".Anche l'ottica classista della Cgil vede, o meglio cerca di far vedere, il concludersi della lotta dei minatori come un grande successo di questi: per la Camera del lavoro torinese "L' accordo costituisce un grande successo dei lavoratori e ''L'Unità'' dipinge con toni ottimistici i contenuti espressi dall'accordo: "Ora gli 800 minatori....??? tornano al lavoro. Hanno vinto la loro battaglia unitaria" .

Ma il contrasto durerà nel tempo . Prima del concludersi del decennio i minatori ritorneranno più di una volta in lotta. Nel 1957 si avrà uno sciopero durato 17 giorni contro l'aumento della produzione e il 1959 sarà caratterizzato da una lotta di 50 giorni.

ESTRATTO DA "LA BEIDANA. CULTURA E STORIA NELLE VALLI VALDESI", N. 17, NOVEMBRE ‘92

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Elementi di storia del sindacato pinerolese

(1948-1967) . (II Parte)

di Lorenzo Tibaldo

La Talco - Grafite: il pugno di ferro

Gli ultimi anni cinquanta vedono ancora in primo piano i contrasti tra i minatori e la Talco - Grafite : un perenne scontro che si protrae nel tempo innanzi, ad una determinata e rigida politica antioperaia e antisindacale della Direzione di tale Società.

Politica seguita con cinismo, a dispetto delle poco invidiabili condizioni inumane di lavoro in cui si trovavano ad operare i minatori. Nel 1956 la Direzione cerca di" alleviare" le condizioni di lavoro dei minatori colpiti dalla silicosi, malattia professionale che, nel suo stadio finale, conduce inevitabilmente alla morte.

La proposta della Talco - Grafite è la seguente: i minatori silicotici potranno prestare servizio fuori dalle gallerie per sole 24 ore settimanali. Questo però comportava una riduzione del salario del cinquanta per cento; inoltre, se questo non bastasse, accanto a questa drastica riduzione, le paghe corrisposte erano quelle da manovale e non da operaio specializzato.

Questa fu la risposta data dalla Direzione alle insistenti richieste dei minatori della "Gianna" di affrontare il grave e non più procrastinabile problema della silicosi.

"Offerta — sostiene ‘L’Unità’— i cui termini attuali sono assolutamente inaccettabili". Il giornale comunista in più di un’occasione si soffermerà sulle condizioni di vita dei minatori,

ponendo in evidenza la doppia faccia della medaglia: il pregiato prodotto che viene estratto dal sottosuolo trova il suo risvolto nel pesante prezzo umano pagato dai minatori.

Nelle valli Chisone e Germanasca vi era un nodo non facile da sciogliere: utilizzare le risorse economiche presenti sul territorio per favorire lo sviluppa delle Valli e nel contempo coniugare questo sviluppo con il progresso sociale dei lavoratori, dentro e fuori dai luoghi di lavoro. Proprio per affrontare questo tipo di problema venne convocato nel marzo del 1957 a Pomaretto un convegno da un gruppo di minatori. Convegno che intese dibattere sul tipo di sviluppo e di rinascita della Valle e al quale vengono invitati, oltre la popolazione, esponenti politici locali e nazionali, amministratori, partiti politici e sindacati.

Il Pci torinese coglie l’importanza di questo convegno sotto il punto di vista politico. Infatti con una sua lettera inviata alle varie sezioni del Pci della zona Sante Bajardi, a nome del Comitato Provinciale, ricorda che " è indispensabile una larga presenza di compagni e lavoratori per imprimere alla manifestazione ed alla discussione un chiaro orientamento di classe."

D’altronde la situazione delle Valle era duplice: da un lato lo spopolamento della montagna che obbligava la gente ad emigrare, dall’altro le condizioni di vita e di lavoro dei minatori che erano in alcuni casi drammatiche. Lo sviluppo di una Valle sul piano economico significava anche conquistare livelli di lavoro e di vita dignitosi.

Il talco: morbido per la pelle e letale per i polmoni

Dal sottosuolo si estraeva una sostanza preziosa, il talco, molto apprezzato sul mercato ma "Il nostro discorso — scrive il giornale comunista ‘L’Unità’ — si estendeva anche al ‘prezzo' che l’uomo paga per venire in possesso del prodotto, per poterlo utilizzare. Sì, perché il talco, la morbida polvere che sotto la veste di borotalco rinfresca il fisico dopo un bagno e ammorbidisce la pelle ai bimbi e che sotto forma di cipria, toglie il lucido e dà colore al volto delle nostre donne, per coloro che lo estraggono dalle miniere è il compagno della terribile polvere di silice che, penetrata nei polmoni, rappresenta una condanna permanente : la silicosi, una delle più temibili tra le malattie professionali."(3)

Ed ogni lotta per un miglioramento della condizioni di lavoro — portato avanti con tecniche e sistemi ormai vecchi di cinquant’anni — diventa un’impresa ardua contro un padronato di stampo tradizionale che rifiuta ogni minimo avanzamento e progresso sociale.

D’altra parte quali alternative si ponevano davanti al montanaro: la morte per silicosi in miniera o cercare in terre lontane, in altre nazioni lavoro. "Inoltre poter lavorare nella propria terra rappresenta già una fortuna. Tra la silicosi in patria e la tubercolosi nelle miniere belghe e tedesche, è sempre meglio la prima." Non solo, ma accanto alle scarse prospettive di lavoro, l’occupazione in miniera era anche un fatto culturale, una tradizione familiare: " mio padre aveva già lavorato qui ed io poiché l’economia di montagna non basta per vivere sono sceso in miniera."

Il pugno di ferro della Talco-Grafite si fa sentire: le proteste, le rivendicazione operaie vengono affrontate con determinazione. Il ricorso ai licenziamenti divenne una prassi consolidata. Nel settembre del 1957 la Direzione licenzia due minatori dietro la motivazione di scarso rendimento, immediato è lo sciopero di solidarietà e di pretesta dei compagni: "Finché non rientreranno Talmon e Barus — affermano i compagni dei licenziati — noi non riprenderemo il lavoro".

Lo scorso rendimento era una motivazione di comodo della Talco -Grafite, facilmente accollabile sulle spalle dei minatori, in presenza di un aumento di produttività vertiginoso imposto dalla Direzione: si era passati da una produzione media giornaliera di 3-4 tonnellate al giorno per ogni lavoratore ad una successiva richiesta di 6-7 tonnellate.

Ma il sistema più infimo fu il sottile ricatto del licenziamento collettivo: si fa sapere che le attuali miniere" non rendono più",

quindi se "i lavoratori chiedono indennità salariali o anche soltanto miglioramenti per le condizioni di lavoro, le miniere aumenterebbero il loro deficit e sarebbe necessario sospendere l’estrazione del materiale: i minatori verrebbero perciò licenziati perdendo quel poco che hanno."

La percentuale dei silicotici nelle miniere della Valle raggiunse una quota del 50-60%. Percentuale altissima che fece chiedere quante tombe nei piccoli cimiteri della val Germanasca, da Perosa Argentina fino a Ghigo e a Praly sono state riempite con le vittime di questa spaventosa malattia professionale." Si contano sulle dita delle mani coloro che a sessant’anni riescono a percepire la pensione per qualche mese. Oltre all’insorgere della silicosi li ha sfibrati anni di lavoro in condizioni inumane. Nelle gallerie d’alta montagna si lavora in piena estate, a non più di 5°gradi sopra zero: d’inverno, prima di iniziare il lavoro sulla roccia, è necessario spaccare lo spesso strato di ghiaccio che s’è formato nella notte." Tutto questo per dei salari che toccano le 44-45 mila lire per il lavoro qualificato per scendere alle 35-36 mila lire dei manovali.

Situazione che divenne il centro del dibattito del I° Congresso provinciale unitario dell’industria estrattive, che si tenne a Pinerolo, e nel quale si denunciava che accanto alle" malattie che falcidiano i minatori , ed i cimiteri delle nostre valli testimoniano la lunga e triste catena di vite umane stroncate dai 40 ai 50 anni! A questo terribile flagello si aggiunge il supersfruttamento, i bassi salari, le precarie condizioni ambientali, la poca sicurezza dei luoghi di lavoro miniere e cave, in seguito alla scadente attrezzatura: a conclusione dei lavori il Congresso ha stilato una mozione in cui si dettano le norme organizzative e le richieste dei minatori per una vita meno dura, per delle condizioni di lavoro più umane e per un miglior trattamento economico che dia a loro ed alle loro famiglie la possibilità di vivere in condizioni umane e degne di un consorzio civile qual’è quello attuale".

La drammaticità della vita dei minatori viene riportato alla luce da un’inchiesta del settimanale cattolico del pinerolese, "L’Eco del Chisone" nel maggio del 1959. Un reportage che dalla viva voce dei lavoratori delle miniere mette in luce la lenta agonia dell’uomo del sottosuolo, avvolto dalla polvere di silice e dall’aria stantìa, schiacciato dai pesanti carichi di lavoro e senza alternative: "ammazzarci di lavoro, o morire di fame".

E’ una lotta per l’esistenza, fuori e dentro la miniera: " quando un minatore si accorge di essere colpito gravemente dalla malattia deve risolvere un tragico dilemma: o continuare il lavoro, aggravando il male; o chiedere di essere addetto a dei lavori esterni alla miniera. questa seconda soluzione in genere comporta il passaggio ad una qualifica inferiore, con retribuzioni notevolmente più basse."

La mobilitazione alla Talco si continua nel corso degli anni fino a toccare il suo culmine nel 1967 con la richiesta dell’Azienda di 280 licenziamenti.

Le lotte del '62: maggior salario e migliori condizioni di vita

Nel maggio 1962, nei due stabilimenti di S. Sebastiano e del Malanaggio, viene dichiarato uno sciopero di 24 ore con l’adesione totale di tutti i lavoratori. Alla base delle lotta troviamo la richiesta di un premio annuo di L. 72000 e miglioramenti normativi e delle condizioni di lavoro. I bassi salari dei minatori facevano scrivere che non "è quindi eccessiva la richiesta di una quota di 6000 lire mensili". La vertenza si prolunga nel tempo: la lotta si estende a tutta la Talco-Grafite con uno sciopero giornaliero di 4 ore. La piattaforma rivendicativa dei minatori si può riassumere secondo queste linee direttive:

1) adeguamento del salario non su riferimenti puramente nominali, ma legati al reale potere d’acquisto;

2) miglioramento delle condizioni di lavoro nelle miniere( potenziamento del sistema di aerazione, istallazione di impianti di areosol);

3) istituzione di una pensione integrativa e di un’assicurazione per gli infortuni extraprofessionali.

Non si deve dimenticare che il salario del minatore era nettamente inferiore a quello di un lavoratore tessili o di altre aziende presenti sul territorio ( Riv e Beloit). "Alcuni minatori confrontando le loro buste paga con quelle delle proprie mogli occupate negli stabilimenti tessili di Perosa Argentina, riscontrano che il loro mensile è inferiore, mentre il loro sforzo fisico e il rischio che comporta il loro duro lavoro sono di gran lunga superiori. Se il raffronto si estende poi nei confronti dei salari Riv o Beloit si riscontrano a parità di qualifica e di orario una differenza che varia fra 15000 e anche le 20000 mensili."

La risposta della Direzione alle rivendicazioni operaie e di rigidi rifiuto. Dal 19 maggio lo sciopero è di 4 ore giornaliere che i minatori suddividono in due momenti, restando inattivi ogni 2 ore di lavoro. La mobilitazione si concluderà dopo 60 giorni con un accordo tra la Talco-Grafite e i sindacati, con la mediazione del Prefetto.

Quanto accadeva alla Talco non era altro che la miniatura di un processo socio-economico generale. Tra il 1948 e il 1955 la produzione industriale aumentò del 95 per cento, senza però avere una diminuzione della disoccupazione; anzi, nel medesimo periodo essa aumenta del 6 per cento. Il rendimento del lavoro operaio sale in questi sette anni dell’89 per cento, di contro i salari reali crebbero solo del 6 per cento: "un’inchiesta condotta nel 1957 dall’Istituto centrale di statistica appurò che alla famiglia italiana, per fronteggiare le spese essenziali di bilanci, sarebbe occorso un reddito mensile di 70.371.Il salario medio era valutabile, viceversa, in 60.000."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ESTRATTO DA "LA BEIDANA. CULTURA E STORIA NELLE VALLI VALDESI", N. 18, MAGGIO ‘93

Elementi di storia del sindacato pinerolese

(1948-1967) . (III Parte)

di Lorenzo Tibaldo

(…)

L'occupazione delle miniere "Gianna" e "Paola"

Un vecchio detto sostiene che tutte le strade portano a Roma, ma, in val Chisone e Germanasca tutte le strade portano alla Talco- Grafite. Infatti è proprio qui - come in precedenza abbiamo già avuto modo di rilevare - che troviamo la patria dell'intransigenza padronale, di una recondita grettezza culturale nel campo imprenditoriale.

Nel gennaio del 1966 vengono occupate le miniere della "Gianna" e della "Paola". La storia, almeno in questo caso si ripete come da copione, seppur stantio come l'aria che si respira nelle budelle del sottosuolo. La Direzione della Società si è rifiutata di applicare il contratto di lavoro e il premio di produzione viene rinviato sine die. Dopo un periodo di mobilitazione attuata con la lotta dello sciopero a singhiozzo, si giunge all'occupazione delle due miniere. L'intransigenza e l'ostinazione della Talco- Grafite non tarda a ricomparire sulle scena: veniva tolta l'energie elettrica ai compressori e di conseguenza veniva a cessare il funzionamento del sistema dii ventilazione.

Gli operai, di fronte al totale rifiuto della Direzione di rispettare il contratto di lavoro, restano in 150 nei malsani e freddi cunicoli della miniera anche la notte, con una temperatura che varia dai 7 ai 20 gradi e una forte umidità, la quale viene particolarmente recepita per il mancato funzionamento degli impianti di ventilazione. Intanto al di fuori delle miniere si cominciano a preparare le strutture logistiche necessarie a reggere un'occupazione prolungata della "Gianna" e della "Paola": fornire giornalmente delle minestre calde per tutti gli occupanti.

La solidarietà verso gli uomini-talpa sono numerose e provengono da ogni ambiente: la Chiesa Cattolica e quella Valdese, i vari Consigli comunali, il Consiglio provinciale, interrogazioni parlamentari e così via. Gli stessi turisti depongono dei pacchi viveri e offerte per sostenere la lotta dei minatori.

Agape: dalla parte dei minatori

Lo stesso mondo valdese, per decenni poco attento e sensibile ai problemi del mondo del lavoro, impegna tutta la Comunità in favore della lotta dei minatori della Talco-Grafite. Questo è anche un segno tangibile che i tempi, i valori politici di riferimento stanno mutando velocemente. Una sensibilità che va al di là della solidarietà verso i lavoratori in lotta per difendere le loro giuste esigenze, ma cerca di individuare il valore intrinseco della mobilitazione:" Ma al di là di questa vicenda, che sembra ora felicemente conclusa, bisogna sapere vedere molte cose e trarre molteplici insegnamenti, perché non è la lotta per il rispetto di un contratto quello che conta prima di tutto, ma il come e il perché si fa questa lotta e come essa ci lascia più maturi di prima per i compiti del futuro.

Vi è prima di tutto la solidità di questo nerbo di minatori che non hanno mollato e sono stati leali gli uni verso gli altri nell'unità d'azione. Questo è un insegnamento vecchio come il mondo ma sempre valido. Ma il secondo è anche più importante: in questo momento di aumento della disoccupazione e di smantellamento di industrie, una affermazione come questa dei diritti dei lavoratori ci voleva. Come sempre, alla fine dei conti, chi può resistere all'avanzata delle considerazioni puramente tecniche e far valere gli interessi dell'uomo contro quelli della razionalizzazione, sono i lavoratori, i lavoratori stessi." ( Documenti e prese di posizione, in Val Germanasca: capitale e classe operaia nel Pinerolese. Talco e Grafite. "Venticinquesima ora n. 11-12, 31.10.1968 p.6)

Il gruppo di residenti ad Agape, oltre a denunciare lo sfruttamento dei lavoratori e a vedere nella lotta stessa dei minatori un valore intrinseco, di valorizzazione dell'uomo , della sua identità e dei suoi bisogni, coglie nella lotte degli sfruttati anche il referente di essere chiesa, anzi di essere un popolo chiesa da parte della Comunità Evangelica. Viene affermato la responsabilità della chiesa all'interno dei problemi della società , una funzione non consolatrice e mistica ma capace di vivere insieme alla gente i loro problemi e con loro esplorare strade di soluzione, che sono contemporaneamente anche strade di salvezza e di confermazione della dignità umana dell'uomo come parte viva della chiesa.

Vale la pena di citare questo lungo passo perché è esemplificativo e chiarificatore del fermento di riflessione sul sociale e sul modo di vivere la fede. " Se la chiesa è la gente , come noi valdesi diciamo da otto secoli, e non le strutture o le gerarchie, è da questo punto di vista che dobbiamo guardare l'intervento delle chiesa.

Quando si parla di intervento della chiesa, in questi casi, non si deve dimenticare che la chiesa non è una sovrastruttura, ma è formata dalla gente, la quale di solito è già andata avanti, è già intervenuta. Quindi l'intervento della chiesa non vuol dire che approfittando della buona occasione alcuni pastori si fanno avanti per raccogliere le simpatie della gente, esprimendo una platonica solidarietà e cercando così come possono di reinserire la chiesa in un tessuto sociale che sfugge loro completamente. Occorre qui stare bene attenti con quale concetto di chiesa si ragiona.

Se la chiesa è la gente, occorre che i credenti siano capaci di fronteggiare come tali le situazioni che si vanno preparando e le questioni economiche che già toccano le nostre valli.

La predicazione non fa direttamente politica, non si sostituisce al partito nell'azione. Ma se la predicazione non avesse nulla da dire nel momento che stiamo attraversando, non avesse nulla da dire alla gente concreta che vi viene coinvolta, potrebbe osare di presentarsi ancora come predicazione alla chiesa, o non dovrebbe riconoscere di essersi ridotta a cerimonia mistica per un esiguo numero di pietisti?

La scelta non è tra predicazione evangelica e predicazione politica, ma è tra una predicazione che si rivolge alla chiesa nel suo quotidiano muoversi in una situazione che è necessariamente una situazione politica, e una predicazione che si dice di volersi rivolgere alla chiesa ma in realtà si occupa del conforto di qualche comunità religiosa. (ibidem)"

La marcia su Pinerolo

La simpatia e solidarietà che venne nutrita verso i minatori trovava la sua origine anche dalla politica antioperaia che sempre caratterizzato la Direzione della Talco e Grafite, sempre in prima fila a disattendere gli accorti pattuiti e i contratti sottoscritti. Il nodo storico della controversia è quasi sempre il premio di produzione. Nel 1954 i minatori sostengono uno sciopero durato tre mesi e di quasi altrettanta durata sono le agitazioni del 1962.

Nei giorni dell'occupazione un gruppo di minatori organizza una marcia di protesta che si concluderà a Pinerolo, dopo aver percorso tutta la statale del Sestriere. A Pinerolo una delegazione di minatori e sindacalisti venne ricevuta dal Sindaco Aurelio Bernardi, al quale chiese l'intervento presso la Talco-Grafite affinché si ponesse termine alla vertenza,riconoscendo le giuste rivendicazioni dei lavoratori.

In occasione di tale marcia di protesta i carabinieri del Comando di Pinerolo denunciarono all'autorità giudiziaria - per non aver richiesto l'autorizzazione per la manifestazione - tre noti sindacalisti: Giovanni Salvai funzionario della Cisl, Aldo Bosio segretario della Cgil e Francesco Bassino segretario provinciale della Camera del Lavoro della categoria dei minatori . Con loro venne anche denunciato un membro di Commissione Interna, Ulisse Pons. Gli imputati ed i loro avvocati, Costanzo e Rollero, confermarono che i carabinieri furono avvertiti preventivamente della marcia di protesta e che erano stati gli organizzatori della manifestazione e non i promotori. Il Pretore di Pinerolo, Elvio

Fassone, assolse Salvai, Bosio e Bassino perché il fatto non costituisce reato e Ulisse Pons per non aver commesso il fatto.

Il rifiuto di pagare il premio di produzione venne anche usato per spezzare il fronte degli scioperanti: la Direzione fa affiggere sui cancelli degli stabilimenti un cartello nel quale la Talco e Grafite si impegna a saldare il premio di produzione del 1965 a tutti i dipendenti che avrebbero ripreso il lavoro nella corrente settimana. Parimenti gli occupanti vengono diffidati di occupare ulteriormente la proprietà privata della società.

L'insieme degli atteggiamenti provocatori della Direzione e la situazione di stallo delle trattative alla Società dell'unione industriali, non fanno altro che inasprire ulteriormente gli animi. La Ditta cerca anche di far trasportare su un camion dal Malanaggio un quantitativo di minerale macinato, già pronto per la spedizione. La la notizia, che si era sparsa tra i lavoratori in lotta, permette di organizzare il blocco dei cancelli dei due stabilimenti del Malanaggio e di S. Sebastiano. I minatori si sdraiarono al suolo,impedendo ad alcuni autotreni di lasciare di lasciare gli stabilimenti. Non si verificarono nessun incidente di rilievo, anche se chi ostruiva il passaggio venne spostato di peso e alcuni minatori portati a Pinerolo e poi rilasciati dopo alcune ore.

Per ripararsi dal freddo i minatori costruiscono davanti ai due stabilimenti due baraccamenti, muniti di stufe per riscaldarsi. Certo, la situazione si faceva dura e difficile. " Da alcuni giorni la situazione alla Talco e Grafite era appesantita per la eccezionale durata dell'agitazione, le difficoltà finanziare di alcune famiglie, la frequenza del 'turno', e, finalmente la neve che a intervalli, cadeva in abbondanza accumulandosi e rendendo difficoltosa la circolazione e particolarmente triste l'ambiente: oltre a ciò, pere l'evidente quanto inevitabile deterioramento di una situazione cui non si riusciva a trovare una via di sbocco."(Diemme. Per i minatori della Talco e Grafiite assicurata l'applicazione del contratto. 'L'eco del Chisone'- 24 febbraio 1966)

La situazione si protrae ormai da troppo tempo, da quell'11 di dicembre del 1965, quando i minatori, a fronte del rifiuto da parte della Talco-Grafite di adempiere a tutte le clausole del contratto nazionale, didero vita a uno sciopero articolato di due ore per turno. A questa prima risposta dei minatori, l'azienda il 22 dicembre sospese il lavoro, mettendo in cassa integrazione i lavoratori fino al 9 gennaio. Al tentativo di serrata i minatori occuparono le miniere. Il 27 gennaio si ha il tentativo di trasportare fuori dagli stabilimenti parte del prodotto finito con il relativo blocco dei cancelli operato dai minatori. Il 9 febbraio avviene la marcia di protesta fino a Pinerolo.

La vertenza viene ricomposta il 17 febbraio, con il riconoscimento delle rivendicazioni avanzate dai lavoratori. "L'Eco del Chisone" mette in dubbio se il gioco vale la candela: " La vertenza come giudicarla? Restando forse su un piano ... pedestre, vorremmo dire: due mesi di agitazione, tormento, preoccupazioni, un mese di

totale inattività, la ipertensione dei rapporti, sono elementi che logorano il ... fegato e sottilizzano il portafoglio di tutti: perché Valeva la pena? Non era meglio concordare nella giustizia una soluzione pacifica?" (ibidem) Obiezione sicuramente valide quelle poste dal settimanale, alle quali però era la Direzione della Società che avrebbe dovuto dare le opportune risposte.

Il colpo di grazia: 280 licenziamenti

Ma l'inverno meteorologici del 1967 non era ancora concluso, quando una doccia fredda colpisce i minatori della Vallate e l'occupazione di tutta la zona: " Ancora una volta torna sulla scena la Talco e Grafite e questa volta purtroppo per la massiccia richiesta di 280 licenziamenti."(Gravi preoccupazioni per i richiesti 280 llcenziamenti alla Talco e Grafite Val Chisone. 'L'eco delChisone'. 19 gennaio 1967) La richiesta avanzata implicava di fatto una riduzione del 40% dei dipendenti: in quel momento erano circa 700 i dipendenti. Decisione drammatica che rischiava di gettare sul lastrico centinaia di famiglie in un periodo, quello invernale, in cui l'economia di montagna non poteva offrire lavori alternativi, seppur saltuari.

Tutto il contenzioso si sposta a Roma presso il Ministero del Lavoro. La signora Villa motiva la decisione di ridurre i dipendenti in quantità così elevata per le difficoltà di collocare il prodotto sui mercati esteri, a causa della concorrenza dei Paesi asiatici. Si ripete per alcuni aspetti un copione già visto alla Mazzonis in val Pellice: l'azienda doveva già da tempo affrontare il suo rinnovamento sul piano tecnologico e organizzativo, tenendo conto che i dipendenti erano diminuiti automaticamente nel corso degli anni, per il raggiungimento dell'età pensionabile o per le malattie. Queste sono le obiezioni che vengono mosse dai rappresentanti dei lavoratori: Lamera, Delloro, Breuza per la Cisl, Savio per la Cgil e Tamagnone per la Uil. La situazione della Talco-Grafite si viene ad inserirsi nella perdurante depressione di tutta la zona montana e prealpina, che faceva invocare la richiesta di una programmazione regionale e il potenziamento di "poli di sviluppo", capaci di garantire un'adeguata garanzia di lavoro per tutta la popolazione delle vallate.

Carlo Borra inoltra un'interrogazione parlamentare, in data 16 gennaio 1967, al Ministro dell'industria e al Ministro del lavoro e della previdenza sociale per avere dati conoscitivi in merito a situazione. In particolare per sapere se la situazione della Talco e Grafite è tale da giustificare i gravi provvedimenti, e se, in caso di mancata volontà dell'azienda ad affrontare la delicata situazione, sia possibile un diretto intervento pubblico, considerando che lo sfruttamento di un prodotto del sottosuolo avviene tramite concessione dello Stato.

Borra nella sua interrogazione rileva "l'attuale impossibilità anche per il periodo invernale di ogni altra alternativa di occupazione nella vallata e tenuto conto che una gran parte della maestranza anziana, colpita da silicosi, è difficilmente inidonea ad altri lavori, chiede che sia intanto invitata l'azienda a sospendere il suo provvedimento e sia provveduto a forme di integrazione salariale adeguate per gli eventuali sospesi."(Interrogazione. Dattiloscritto. 16 gennaio 1967, APCB.)

La situazione occupazionale nel pinerolese era molto critica: ridimensionamento del personale al Cvs di Perosa, alla Riv di Villar Perosa, alla Beloit di Pinerolo, lo smantellamento della Mazzonis della val Pellice.

Il servizio informazioni di Agape analizza la situazione di generale depauperizzazione in cui si trovano le Vallate e si sofferma sulle vicissitudini che nel corso degli anni hanno coinvolto la Talco e Grafite e la sua autoritaria conduzione:

1962: tre mesi di scioperio per il riconoscimento formale e la salvaguardia dei premi collegati alla produzione

1963: ripetuti scioperi per il rinnovo del contratto collettivo e per la sua applicazione

1964: scioperi ripetuti per la difesa degli accordi del 1962, contro la riduzione degli orari di lavoro, per il rispetto e l'applicazione del contratto di lavoro

1966: un mese di occupazione, 15 giorni di sciopero per protestare contro le inadempienze contrattuali

1967: riduzione degli orari di lavoro e richiesta di 280 licenziamenti

Inoltre, accanto ai dati forniti, il Centro di informazione affianca delle considerazioni sulla gestione della Talco e Grafite da parte della signora Villa e dell'Amministratore delegato Prever." In tutte queste vertenze la direzione ha continuamente attaccato i diritti dei lavoratori, usando l'arma del ricatto sia per diminuire il costo della mano d'opera, sia per ottenere delle agevolazioni. "(Documentazione. La situazione della Talco e Grafite Val Chisone.Agape, Sevizio Informazioni, ciclostilato non datato, APCB)

La realtà era stata proprio questa:

- nel 1964, la Direzione minaccia la riduzione d'orario e 150 licenziamenti. In alternativa proponeva la rinuncia al premio mensile di produzione di L. 4.000. Sarà poi la stessa Direzione ad ammettere di avere chiesto la riduzione del personale strumentalmente, per ottenere delle agevolazioni fiscali ( in parte poi concesse);

- nel 1966 vengono preannunciate delle riduzioni di orario e dei licenziamenti e in alternativa a queste misure venne proposta la rinuncia all'applicazione dell'accordo del 17 febbraio 1966.

Il Servizio informazioni di Agape oltre a sottolineare la politica antioperaia della Società, articola anche tutta una serie di osservazione critiche sulla conduzione tecnica, economica ed amministrativa ( politica degli altri prezzi nei periodi di congiuntura, vendita sui mercati esteri di talchi miscelati invece che puri, storni di capitali per investimenti estranei alla estrazione del talco). Un insieme di fatti, di atteggiamenti, di decisioni che fanno chiedere da molte parti al Governo la revoca della concessione per lo sfruttamento del suolo pubblico fino a quel momento accordato alla Società.

Da tempo si era consolidata la prassi secondo la quale i minatori dopo essere stati sfruttati, spremuti come limoni veniva buttati sul lastrico, con l'aggiunta della silicosi. Questa opinione viene espressa nel Direttivo della Cisl-Federestrattive, riunito a Perosa Argentina il giorno 14 gennaio 1967, il quale " pur considerando serenamente le difficoltà portate a motivazione dell'azienda ritiene che esse possano e debbano essere valutate obiettivamente, ma ritiene soprattutto che Maestranze che da decenni hanno donato la loro operosità, a molti costata la silicosi, non possono essere oggi sacrificate alle esigenze padronali senza che prima sia cercata ogni possibile soluzione che tenga conto dei loro sacrosanti diritti. ( Comunicato. Direttivo Cisl-Federestrattive, Perosa Argentina 15 gennaio 1967, APCB)"

Il Comitato per la difesa delle miniere

Sul grave provvedimento dei licenziamenti venne costituito il Comitato per la difesa delle miniere () che raccolse al suo interno un'eterogeneo gruppo di persone ( parroci, pastori, sindaci, sindacalisti, studenti, operai), però tutti uniti nell'intento di difendere il diritto al lavoro dei minatori. Il Comitato si assunse il compito di pubblicizzare la lotta e di organizzare forme di solidarietà con i lavoratori delle miniere. Inoltre, come sottolineava il periodico "Venticinquesima ora", il Comitato pur non essendo riuscito ad avere " grossi risultati esterni la sua funzione è stata positiva, perché tra l'altro ha cominciato a mobilitare sui problemi operai nuclei di studenti e forze sociali più vaste. "(Il Comitato viene costituito in seguito alla proposta avanzata da Franco Giampiccoli della Comunità d'Agape. Infatti in questo centro ecumenico venne convocata una riunione nella domenica del 5 marzo. Nella lettera di invito si legge che "il centro ecumenico di Agape, ritenendo sua precisa responsabilità vocazionale l'impegno nella ricerca di una maggiore giustizia sociale" propone un incontro per porre le basi per un costituendo "comitato per la difesa delle miniere". Tale comitato doveva sorgere sulla base "di una piattaforma comune, senza delimitazioni politiche, mediante una presa di posizione aperta alla sottoscrizione di chiunque".

IL Comitato avrebbe dovuto porsi l'obiettivo di costruire una concreta solidarietà verso i minatori, promuovendo tutte quelle iniziative necessarie " a informare e a mobilitare l'opinione pubblica verso una giusta soluzione della vertenza." - Le frasi citate sono tratte dalla Lettera, Agape 3 marzo 1967, firmata da Franco Giampiccoli,APCB)

E' necessario soffermarsi sulle modalità di costituzione del Comitato, che trovò il suo luogo di fondazione nella riunione che si ebbe ad Agape il 5 marzo 1967. Di tale incontro, delle sue motivazioni Franco Giampiccolo stende un resoconto nel quale vengono individuate le coordinate politiche e culturali che legittimano l'intervento nel grave caso della Talco-Grafite, ma, in genere, del credente, in questo specifico caso del credente valdese, nella società.

Secondo Giampiccoli nella società attuale chi non è parte in causa non si può esprimere e non può agire direttamente su problemi che toccano la comunità di cui fa parte. Può solo rappresentarsi attraverso i sindacati o i partiti politici, senza aver modo di poter intervenire in prima persona nella realtà. Nonostante questo ogni cittadino, ogni persona porta su di se una parte di responsabilità su quanto accade." Dove sta in particolare, che ci interessa più da vicino, la sua responsabilità se questo cittadino è un credente e sente come impegno vocazionale il condividere con chi è accanto a lui la responsabilità, i pesi, le lotte, le speranze e soprattutto un impegno concreto."( Le ragioni di questa iniziativa, ciclostilato non datato, firmato da Franco Giampiccoli, APCB) L'iniziativa portata avanti dal Centro ecumenico di Agape mirava quindi a dare la possibilità a tutti, indipendentemente dalle posizioni politiche e partitiche e dal credo confessionale, di un'azione diretta per intervenire attivamente nella delicata crisi della Talco-Grafite.

Veniva ribadito il concetto del personalismo del soggettivismo attivo e operante al di là delle strutture che la società politica e civile già forniva ai cittadini. Tutto ciò per evitare che barriere reali o fittizie potessero frapporsi al bisogno di offrire la solidarietà presente in ogni individuo. " Non sappiamo quali saranno le possibilità concrete di una iniziativa di questo genere. Forse essa consente un tipo di azione nuovo. Le adesioni che sono state date a titolo personale al manifesto presentano un arco assai vasto di posizioni. Certo una parte di queste posizioni sarebbero mancate se si fosse trattato di una presa di posizione per esempio dei tre partiti della sinistra. Il sistema di un Comitato di persone e non di apparati di partito, può forse superare lo schieramento statico dei partiti nel tempo attuale, i loro delicati equilibri, l'impossibilità di alleanze al di fuori di determinati schemi, l'inquadramento di questioni particolari come quella che ci interessa in una cornice di più vasti compromessi e contrattazioni politiche."(ibidem)

Superare gli schematismi ideologici, attraverso la costituzione di un comitato di persone, avrebbe permesso di raccogliere un insieme molto ampio di persone di diversa provenienza politica e culturale, quindi avere una diversa eco presso l'opinione pubblica. Inoltre un comitato di persone poteva in qualche modo alleggerire i pregiudizi che pesavano sulla vita politica e consentire quella diretta partecipazione lontani da calcoli precostituiti o preoccupazioni di schieramento, senza che tutto ciò volesse sminuire l'azione politica e il ruolo assolto dai partiti.

Concezione che si fondava sia su un certo tipo di democrazia diretta dell'individuo, aliena da tutte le pastoie che i tradizionali sistemi di partecipazione della società politica e civile potevano avere, che sulla necessità di agire direttamente e incisivamente in una situazione, quella della crisi della Talco- Grafite, che si stava incancrenendo sempre di più.

Una scelta di fede

Ma perché Agape si andava impegnando su iniziative di questo genere, particolari e concrete? La risposta data e che " Nel nostro tempo la ricerca della fedeltà al comandamento dell'amore del prossimo non può essere confinata alla sfera delle relazioni private e individuali. Questo significherebbe una pesante limitazione imposta al comandamento stesso nella lettera e nello spirito. Come le generazioni che ci hanno preceduto non hanno agito solo nella sfera privata e individuale, ma si sono impegnate sul terreno pubblico, per esempio nella costituzione di scuole e di altre opere sociali, così oggi la nostra generazione deve saper impegnarsi sul piano delle relazioni pubbliche nella ricerca di una sempre maggiore giustizia sociale testimoniando così in modo concreto la vastità e la profondità dell'esigenza di amore contenuto nella vocazione dei credenti. "(ibidem)

Questa citazione ci riporta e ci ricollega, per alcuni aspetti, alla maturazione avvenuta in parte del mondo cattolico a metà degli anni sessanta, rispetto ai problemi sociali dei lavoratori e dei diseredati e alla necessità della coerenza tra valori di fede e la vita concreta del credente ( in proposito abbiamo citato alcuni documenti legati alle vicende del Cvs di Perosa Argentina o le scelte personali testimoniate da Tonino Chiriotti). Scelte di campo moldo radicali che imponevano il superamento dell'interclassismo, lo schierarsi dalla parte di soffre, degli ultimi. Nel mondo valdese ed evangelico, pur molto diverso per tradizione e cultura, possiamo però trovare dei punti in comune, dei momenti di intersezione che saranno la base di partenza dei movimenti di massa alla fine degli anni sessanta.

Il gruppo del Comitato per la difesa delle miniere era composto da Raimondo Amato, Adolfo Alvaro, Giuseppe Borgaro, Aldo Bosio, Raimondo Genre, Franco Giampiccoli, Ettore Merlo, Aldo Peyran, Giusse Salvai, Carlo Travers, Mauro Ughetto. Il Comitato si battè strenuamente contro i licenziamenti che, in un secondo momento, la Talco-Grafite ridusse a 200. Con il febbraio si conclude la procedura per il licenziamento dei 200 minatori, e la signora Villa con Prever non accettano la proposta avanzata dai rappresentanti dei minatori: sospendere i licenziamenti per un periodi di tre mesi, permettendo un riesame approfondito della situazione e anche in attesa di un intervento governativo che fino a quel momento non c'era stato.

Il 26 febbraio si svolse a Perosa Argentina un'assemblea dei minatori, i quali si trovano innanzi due possibile alternative: rifiutare in blocco i licenziamenti e impegnarsi in una lotta di lunga, quanto incerta, durata per l'esito che si avrebbe potuto raggiungere ( conoscendo le rigidità espresse nel corso degli anni da parte della Talco-Grafite in occasione di lotte e vertenze sindacali), oppure trattare sul numero dei licenziamenti, proponendo integrazioni pensionistiche ai minatori in prossimità di raggiungere l'età pensionabile e delle super liquidazioni per i minatori dimissionari.

La seconda alternative era sicuramente la più percorribile, ma i minatori non intesero accettare una Caporetto sul fronte dell'occupazione, che avrebbe colpito centinaia di compagni, e danno il mandato alla Cgil e Cisl di continuare le trattative con la speranza di conseguire delle soluzioni positive.

La Società intanto continuava sulla sua strada: i licenziamenti effettivi diventarono 100, mentre altri 100 vengono paventati dall'azienda. La risposta dei minatori fu la proclamazione di uno sciopero di tre ore per ogni turno.

Il Comitato per la difesa delle miniere diffuse un volantino nel quale oltre a denunciare la grave situazione occupazionale del pinerolese, che veniva acutizzata dai licenziamenti della Talco-Grafite, si depreca la politica della Società che nel corso del tempo si qualificata con tutta una serie di attacchi ai diritti dei lavoratori: " Dal 1954 quasi ogni anno si sono avuti lunghi e ripetuti scioperi. I lavoratori non hanno scioperato per nuove rivendicazioni economiche ma per la difesa del salario, per la conservazione dei diritti acquisiti e per l'osservanza dei contratti di lavoro." (Salviamo l'occupazione alla Talco & Grafite, il Comitato per la difesa delle miniere, volantino non datato, APCB) D'altra parte la Direzione dell'azienda era stata più volte recidiva nel suo modo di comportarsi ben poco disponibile al confronto, alla trattativa e al compromesso. La sfiducia è diffusa. I lavoratori nel corso delle diverse lotte dal 1954 ad oggi aveva perso centinaia di milioni in salario, mentre la Società, nonostante le sue lamentele, vede salire i suoi utili di oltre un miliardo negli ultimi sei anni ( L. I.081.609.048 utili netti, più un ammortamento di L. 1.290.286.381. Dati forniti dal Servizio informazioni di Agape ).

Il comitato rivolsee un appello a tutta le realtà politiche, amministrativi, culturali, religiose affinché venisse espressa con ogni mezzo la solidarietà alla lotta dei minatori, appoggiando con forza e determinazione la soluzione della vertenza con la totale revoca dei licenziamenti.

Anche al Governo viene rivolto un appello " perché risolva in modo definitivo una annosa situazione che si è fatta insostenibile, e poiché lo sfruttamento di una miniera è lo sfruttamento di un bene nazionale e non privato, ciò potrà realizzarsi attraverso un pubblico intervento atto a risanare questo settore tuttora ricco e vitale, salvaguardare i livelli di occupazione, garantire la valorizzazione del patrimonio pubblico e promuovendo il progresso della vallata. "(Ibidem. al comitato e a tale appello diedero l'adesione oltre 44 persone, rappresentanti di tutta la realtà politica, locale e provinciale politica, oltre a esponenti delle istituzioni amministrativa, del lavoro, della cultura e delle chiese e alcuni deputati e senatori.

La chiesa valdese anche in questa occasione riconferma una coerenza di fede che si unisce con le sofferenze dell'uomo. La Commissione del I distretto " Ricordando la predicazione dei profeti e il messaggio del Vangelo, la Commissione riafferma non essere lecito ad alcuno considerare l'uomo - creato ed amato da Dio , e per cui Gesù Cristo ha dato la sua vita - come semplice pedina nel gioco degli interessi economici, privati o pubblici e che non è parimenti lecito far ricadere su chi lavora il prezzo preponderante delle trasformazioni tecnologiche, delle difficoltà di mercato o di speculazioni varie, anche se legittimi sé per sé."(Testo riportato in "Venticinquesima ora", val Germanasca, cit. pg.6)

La solidarietà formale e a parole, anche la solidarietà sincera e concreta non riesce a far mutare la volontà della Società di arrivare alla drastica riduzione del numero dei dipendenti. L'unica arma di pressione effettiva e sicuramente condizionante era la revoca della concessione governativa allo sfruttamento del sottosuolo, provvedimento invocato da tempo dai minatori.

Ai minatore rimase l'unica ed estrema strada percorribile: ritornare nei cunicoli, non per lavorare ma per bloccare in modo definitivo l'attività produttiva. E così, il 10 marzo, si giunge all'occupazione, per l'ennesima volta, delle miniere "Gianna" e "Paola". Gli operai si avvicendano nelle gallerie con turni di 12 ore. Ed è proprio in questa occasione che il Comitato per la difesa delle miniere distribuisce a tappeto nella vallate e nel pinerolese il volantino-appello di cui abbiamo riportato un breve stralcio.

Per la Federazione torinese dello Psiup l'occupazione delle miniere operata dai minatori non è altro che l'espressione di tutta una tradizione di lotta dei lavoratori della Valle per migliorare la proprio condizione di lavoro e difenderla dagli attacchi padronali. Non solo, queste lotte sono lotte per la sopravvivenza della comunità della Valle, con i suoi valori e la sua cultura. Secondo il Partito socialista italiano di unità proletaria lo smantellamento delle unità produttive non è un fatto casuale, ma si inserisce in un disegno strategico guidato dalla grande industria: " Ogni Vallata, ogni comunità operaia è oggi infatti minacciata dalla politica di organizzazione del territorio fatta dai monopoli e dal governo. I padroni stanno realizzando una smobilitazione nelle valli per strappare i lavoratori dalle proprie case, per crearsi una riserva di manodopera dequalificata per le grandi fabbriche tipo Fiat." (Volantino. Marzo 1967, firmato: La Federeazione Torinese dello Psiup, APCB)

In realtà, forse, non vi era nessun disegno machiavellico alle spalle del colosso Fiat, ma un processo di riorganizzazione produttiva e il fatto che venivano al pettine alla Talco-Grafite come alla Mazzonis un sistema produttivo obsoleto. Un sistema che aveva fondato la sua concorrenzialità solo attraverso un continuo ricatto alle condizioni di lavoro dei dipendenti, che con il passare del tempo non poteva reggere alla competitività dei mercati. Un dato di fatto era indiscutibile: nel pinerolese negli ultimi tre anni i posti di lavoro diminuirono di 4733 unità.(I posti di lavoro nel Pinerolese sono diminuiti di 4733 unità in tre anni. L'Eco del Chisone, 23 marzo 1967)

Molti erano i consigli e le strade maestre indicate per ricomporre la vertenza: per lo Psiup solo la lotta di tutte le vallate, collegate tra di loro, potranno far naufragare i piani del padronato e, nel caso dei minatori, "soltanto se i lavoratori controllano direttamente la Talco Grafite possono avere la certezza che la Comunità non venga distrutta." (ibidem) Per il settimanale "L'Eco del Chisone" l'unico sbocco possibile era concordare le modalità per giungere ad una riduzione del personale , ciò avrebbe condotto ad una " soluzione più umane che, se attuata con buona volontà, potrebbe risolvere il problema." (G.Mercol.I minatori in sciopero per 3 ore ogni turno. L?Eco del Chisone, 9 marzo 1967)

Il settimanale cattolico apre una riflessione sui fatti delle Talco-Grafite, giungendo alla conclusione che i fatti che accadono nelle miniere ci dicono che siamo ancora ben lontani dall'applicazione degli articoli 41 e 42 della Costituzione. In essi infatti si afferma che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, ma questo riconoscimento e questa tutela sono finalizzati ad assicurare la funzione sociale della proprietà privata, così come la legge intende indirizzare l'attività economica pubblica e privata a fini sociali. " Ma purtroppo, i principi della Costituzione sono spesso inoperanti, perché mancano ancora le 'determinazioni' di una legislazione che ad essi si ispiri, e che diventi strumento adeguato per tradurli progressivamente nella vita economica italiana." (G.Mercol, I minatori per la "Talco" o la "talkco" per i minatori. L'Eco del Chisone, 30 marzo 1967)

Agire in sintonia, almeno parziale, con i dettati della Costituzione avrebbe imposto la revoca della concessione governativa per lo sfruttamento del sottosuolo, arma che forse avrebbe potuto condurre a più miti pretese madama Villa.

Ma nulla viene fatto in questo senso e sabato 25 marzo un centinaio di minatori sfilò per le vie di Pinerolo, con una marcia silenziosa che era partita da piazza Matteotti per concludersi in piazza Facta. Mentre i giornali davano la notizia che l'Italia si era posta al primo posto nella produzione industriale, con un aumento del 60% dal 1960 al 1966, superando tutti gli altri Paesi della Cee e degli stessi Usa, nelle miniere al freddo i minatori difendevano il loro lavoro che era anche l'unica fonte per moltissime famiglie.

L'occupazione terminò il 24 aprile e si giunse ad un accordo di 128 licenziamenti, mentre altri 30 minatori abbandonarono volontariamente l'azienda avendo trovato lavoro altrove. Accordo è un termine improprio: i licenziamenti la Talco-Grafite li aveva fatti per mano sua senza chiedere il permesso a nessuno, anche se non aveva raggiunto la quota di 280 persone come preventivamente si era stato richiesto.

L'Assessorato allo sviluppo della Provincia di Torino fece un'indagine di carattere sociologico sul gruppo dei licenziati: quasi il 59,05% erano dei capi famiglia, il 35,71% era di età fino a 40 anni, il 46,03% dai 40 ai 55 anni e il 17,46% oltre i 55 anni. Per quanto riguarda la scolarità, il 2,40 % era analfabeta, il 7,20 % semi-analfabeta, il 49,6 % aveva la 3^ elementare, il 40 % la licenza elementare e lo 0,8 % la licenza di scuola media inferiore.

Questi dati fanno riflettere su due aspetti: la maggior parte aveva un carico di famiglia di cui era responsabile e la difficoltà a poter trovare un altro lavoro visto la non più giovane età di molti e il basso tasso di scolarizzazione.

Mentre l'amara vicenda dei minatori era alla sua conclusione a Pinerolo ebbe luogo una tavola rotonda sulla Enciclica di papa Paolo VI, " Populorum progressio". Significativo l'intervento di

Tridente, sindacalista della Cisl: " La libertà dei lavoratori, la pienezza del loro affrancamento possono essere realizzate solo con gli altri. Questo problema della solidarietà, anche se più ampio, è uno dei temi centrali della 'Populorum progressio', dove l'uomo è il punto centrale ed insostituibile della crescita economica e non strumento di questa. L'uomo, autore del proprio progresso, economico-sociale, raggiunge la propria pienezza solo attraverso l'utilizzazione degli strumenti indispensabili che servono per sé e per gli altri." (p.g.tr. A Pinerolo tavola rotonda sulla "Populorum Progressio", Eco del Chisone, 25 aprile 1967)

Anche queste affermazioni sono il segnale di una nuova tensione attorno ai valori in cui si richiama alla dignità umana e alla sua autonomia dalla logica del profitto, il nascere di un'alba di nuove speranze e nuove progettualità che coinvolgeranno una gerarazione intera per oltre un decennio

Gli anni che seguiranno, dalla mobilitazione studentesca all'autunno caldo, troveranno - oltre a fatti specifici di politica internazionale e italiana - il loro retroterra in questi anni sessanta. Fase che ha posto le basi sul piano sociale, politico e culturale a quanto accadrà nel 1968 e nel 1969 fino allla seconda metà degli anni settanta, fase storica in cui si assisterà alla crisi e al declino dell'utopia rivoluzionaria, al fallimento del progetto berlingueriano del compromesso storico e all'imporsi sulla scena sociale e politica del dettato ideologico della politica terroristica delle armi.

Lorenzo TIBALDO