Il sindacalismo alternativo e il nuovo corso della CGIL
Note a margine

 

Quando si ragiona sulle recenti e rapide mutazioni del quadro sindacale, si rischia di porre l’accento sugli aspetti più superficiali di vicende che meritano, a mio avviso, una valutazione che cerchi di tenere conto, quantomeno, dei tempi medi del loro sviluppo e della natura effettiva delle forze in campo.

Va di conseguenza evitata la tendenza a spiegare lo svilupparsi della lotta sociale e sindacale con le scelte e le attitudini degli esponenti più in vista delle forze in campo(1) perché l’eccessiva attenzione a questo aspetto della situazione finisce per rendere invisibili proprio le forze sociali delle quali i singoli personaggi sono, al massimo, espressione.

Ritengo, ad esempio, che spiegare una crescita di oltre il 1700% delle ore di sciopero nella prima metà del 2002, rispetto alla prima metà del 2001, con la volontà del segretario generale della CGIL di costruirsi una carriera politica sia possibile solo ad un ceto politico abituato a disprezzare profondamente i tanto esaltati cittadini ed a giornalisti peggiori, se è possibile, del ceto politico che servono. Che Sergio Cofferati si proponga di giocare un ruolo politico nel prossimo periodo è assolutamente probabile ma le scelte di un’organizzazione con milioni di iscritti, migliaia di funzionari, consistenti risorse economiche, legami istituzionali di ogni tipo e con un peso sociale come quello della CGIL, sono il prodotto di valutazioni condivise(2), quantomeno, da un apparato strutturato e complesso, valutazioni che non possono derivare solo, né principalmente, dagli umori e dai progetti personali del leader dell’organizzazione. Si deve, inoltre, tenere conto che la discussione che attraversa l'apparato della CGIL è tutt'altro che trasparente e che l'orientamento reale degli apparatnick va misurato sulla base di scelte sovente differenziate a livello categoriale, locale, aziendale oltre che guardando al peso specifico delle diverse componenti che lo costituiscono.

La stessa propaganda sulla natura "politica" delle recenti scelte della CGIL è, per l’essenziale, stupida o, meglio volta ad utilizzare pregiudizi tanto radicati quanto privi di fondamento. È infatti evidente che ogni sindacato è un soggetto politico(3) e che le scelte del suo gruppo dirigente tengono conto del quadro nel quale sono prese, degli interessi dell’organizzazione, delle pressioni che l’apparato subisce dagli iscritti, dalla massa dei lavoratori, dagli interlocutori partitici e istituzionali, dagli avversari, dal corpo sociale. Questa considerazione vale per la CGIL come per la CISL e la UIL e non toglie o aggiunge nulla ad un’analisi seria dell'attuale scenario sociale.

Proviamo, dunque, a individuare le cause di una situazione che vede un leader moderato come Cofferati giocare il ruolo di capo carismatico della sinistra e l’apparato di un sindacato concertativo porsi come soggetto conflittuale.

Il fratello nemico

L’elezione di Antonio D’Amato alla presidenza della Confindustria, elezione per la quale valgono le stesse considerazioni generali fatte rispetto al ruolo di Sergio Cofferati, ha rappresentato un segnale importante di rottura nel percorso del principale sindacato padronale. Per la prima volta questa carica è stato assunto da un personaggio esterno alla tradizionale oligarchia che ha governato per decenni il capitalismo italiano. L’elezione stessa di d’Amato è stata possibile grazie ad una crisi della coesione interna a quest’oligarchia ed alla crescita del peso della media e piccola impresa. La Confindustria, prima delle elezioni dell’anno scorso, ha vissuto una secca sterzata a destra e ha posto all’ordine del giorno, per un verso, la necessità di rompere la gabbia concertativa che aveva, sino ad allora, caratterizzato le relazioni sindacali in Italia e, per l'altro, la richiesta di un ulteriore incremento del finanziamento pubblico alle imprese.

Gli stessi accordi che avevano permesso di ridurre significativamente retribuzioni e diritti dei lavoratori nel passato decennio apparivano come eccessivamente rigidi a fronte dell’esigenza di garantire il pieno dispotismo padronale nelle aziende.

Come è consuetudine, in questioni di questa fatta, il padronato non ha mostrato eccessiva gratitudine nei confronti dell’apparato sindacale e della sinistra politica che pure molto si erano spesi per dimostrare la loro piena disponibilità a fare proprie le esigenze padronali.

Che la situazione si sarebbe incrudita lo si è compreso dall’andamento del contratto dei metalmeccanici della primavera 2000, dalla pretesa di Federmeccanica di imporre un contratto peggiore rispetto a quelli previsti dalla concertazione, dalla disponibilità di FIM e UILM a firmare a qualsiasi condizione il contratto stesso, dalla scelta della FIOM di organizzare scioperi contro il contratto rompendo la mitica unità sindacale.

La prevedibile vittoria del Cavalier Berlusconi e le sue ricadute sull'"unità sindacale"

La vittoria elettorale della destra ha avuto immediate ricadute sul piano sindacale.

La concordanza fra programma governativo e programma confindustriale è stata dichiarata pubblicamente e con forza anche se, a mio avviso, dichiarazioni del genere vanno guardate con prudenza.

Il governo si è impegnato, con il famoso Libro Bianco, a dare corso ad una vera e propria mutazione delle relazioni sociali basata su di un criterio generale chiaramente esplicitato e cioè sul passaggio da una situazione che vedeva un sistema di garanzie sociali debilitato da una massa crescente di deroghe a un sistema che ridimensiona radicalmente le garanzie sociali tradizionali sostituendole con alcune, limitate, forme di salario sociale per la massa di coloro che vengono esclusi dall’accesso al reddito.

La stessa campagna per la riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori va colta, se si tiene conto dell’assieme della politica governativa, nel suo significato essenzialmente simbolico visto che, pur avendo una rilevanza reale, è secondaria rispetto all’assieme delle manovre in corso. Si trattava, in buona sostanza, di una dimostrazione della volontà del governo di fare le promesse riforme(4) anche contro la volontà di tutti o di alcuni dei sindacati concertativi.

Il nuovo quadro politico ha reso evidenti le contraddizioni fra CGIL da una parte e CISL dall’altra.

Non dobbiamo dimenticare che alle ultime elezioni il segretario generale della CISL, Sergio D’Antoni, ha tentato di dar vita ad una formazione politica neodemocristiana (Democrazia Europea), che lo ha fatto con l’appoggio, nemmeno troppo nascosto, di settori dell’apparato della CISL e che, dopo la sconfitta elettorale, Democrazia Europea è confluita nella UDC, il settore democristiano della Casa delle Libertà.

La CISL si è trovata, di conseguenza, ad avere una sponda politica sia nel centrodestra che nel centrosinistra (5)e a rapportarsi con il governo nella logica di rafforzare la componente "sociale" della destra (UDC, AN, settori di Forza Italia) e di garantirsi spazi di gestione subalterna della nuova politica sociale del governo stesso.

La CISL, di conseguenza, si è presentata come un sindacato "puro" (6), disposto a trattare "senza pregiudizi" con il governo e, soprattutto, come un sindacato interessato a salvaguardare la propria quota di gestione di spesa pubblica nell'ambito della situazione che la politica governativa andava determinando.

La UIL, all'interno di questa dialettica, ha svolto, per evidenti ragioni, un ruolo minore oscillante fra quello di ponte fra le due organizzazioni maggiori a quello di appendice della CISL (7).

La CGIL di fronte alla débacle della sinistra

Ritengo che, molto schematicamente, sia bene ricordare che l'apparato sindacale tende, per sua stessa natura, ad avere una relativa ma significativa autonomia rispetto agli eventuali partiti politici di riferimento. Si tratta, infatti di un aggregato sociale con proprie modalità di reclutamento, con proprie risorse, con propri interessi che possono essere, volta volta, in convergenza o in collisione con quelli dei settori più vicini del ceto politico.

Questa norma generale è, a maggior ragione, vera nel quadro italiano dopo la crisi del tradizionale sistema dei partiti in conseguenza del passaggio dalla prima alla seconda repubblica.

In estrema sintesi, i DS sono diversi dal PCI anche perché sono un partito dal radicamento sociale debole, un partito che ha metodicamente lavorato a recidere il proprio tradizionale insediamento popolare e, in particolare, operaio.

Al contrario, l'apparato sindacale nonostante (8) la politica concertativa, ha mantenuto una sua significativa "pesantezza", una struttura consistente e radicata sul territorio, una capacità di rappresentanza non trascurabile.

La stessa dialettica interna ai sindacati ne ha garantito la tenuta in particolare per quel che riguarda la CGIL. La presenza, soprattutto nelle federazioni industriali (la mitica FIOM) di una sinistra che coincide solo in parte con il PRC perché è costituita anche da settori di sinistra DS e gruppi dell'estrema, è per la CGIL una risorsa, in termini di militanza, da non sottovalutare. Nella stessa organizzazione possono convivere pratiche sufficientemente diverse da tener dentro insediamento clientelare e radicamento militante e può sopravvivere a decenni di accordi e di scelte corporative un'identità militante significativa.

Questo universo sociale ha dovuto, a partire dall'anno passato, fare i conti non solo con la vittoria della destra e con la scomparsa di un governo amico ma anche con l'evidente incapacità dei DS di costituire una forza politica capace di giocare un ruolo di opposizione decente.

I DS, al minimo di consenso elettorale della loro storia, sembravano (ed erano) incapaci sia di giocare il ruolo di opposizione parlamentare che di ricostruire un radicamento sociale tale da farne una forza con un significativo potere di interdizione.

L'insistenza dei DS, dal punto di vista programmatico, su di una posizione neoliberale e, soprattutto, da quello della pratica quotidiana in un'attitudine miserevolmente politicista ponevano la CGIL di fronte alla necessità di "scendere in campo" direttamente e di porsi come un vero e proprio "partito del lavoro" capace di imporre una mutazione di rotta alla sinistra parlamentare.

Di conseguenza, il gruppo dirigente della CGIL, verificato al Congresso di Pesaro che la sinistra socialdemocratica dei DS (il correntone) era condannata all'ininfluenza e caratterizzata dall'essere un aggregato eterogeneo di malpancisti, ha aperto le ostilità con il governo sull'assieme della politica economica e sociale.

È interessante notare che questa scelta ha avuto diversi effetti sul quadro politico. Mi limito a ricordarli:

  1.  
  2. il PRC che sino ad allora aveva giocato il ruolo di principale forza politica di opposizione si è trovato spinto in seconda linea, ha visto rafforzarsi al suo interno la componente favorevole all'alleanza con il centro sinistra ed al sostegno pieno alla CGIL, ha cercato lanciando una serie di referendum, di uscire dalla marginalità alla quale sembrava destinato
  3.  
  4. la CGIL ha assunto il ruolo di interlocutore sindacale di gran parte dei social forum, dei centri sociali, del movimento no global. Gli stessi settori che attaccano violentemente i DS trovano normale un rapporto privilegiato con un sindacato che ha una posizione sostanzialmente affine ai DS stessi
  5.  
  6. il movimento dei girotondi, espressione di una rivolta anticleptocratica di ampi strati della classe media colta e semicolta, mentre denuncia la corruzione e l'insipienza dei vari Fassino, D'Alema e compagnia vede nella CGIL una forza di rinnovamento credibile dell'opposizione.

 

In estrema sintesi, grazie a scelte (9) prevedibili ma non meno gravi del governo sul piano sociale, alla natura scandalosa di alcune decisioni della destra su temi quale quello della giustizia, alla crescita di mobilitazione di diversi settori sociali, al fatto che la CGIL ha offerto un punto di riferimento forte alla mobilitazione del lavoro dipendente, si è determinata una situazione nuova che vede questo sindacato riprendere una visibilità ed un'iniziativa che sembravano impensabili da decenni.

D'altro canto, la CGIL non ha modificato in nulla la propria tradizionale linea sindacale, difende il modello corporativo di gestione delle relazioni sociali, a livello categoriale ed aziendale firma accordi a perdere come quello del 4 febbraio per la scuola ed il pubblico impiego.

Vi è, insomma, uno scarto fra pratica sindacale concreta e cultura politica dei militanti e quadri, da una parte, e campagne politiche generali e immagine, dall'altra. Se e come si svilupperà questa contraddizione non è possibile prevederlo oggi ma ritengo non vada sottovalutata.

Il sindacalismo alternativo e la CGIL

Ritengo che, per una corretta comprensione di questa specifica dialettica, si debba tener conto di alcuni fatti:

  1. -il sindacalismo alternativo in Italia non è una forza, almeno nelle sue componenti maggioritarie, collocata su posizioni "rivoluzionarie". Molti dei militanti che ne animano le organizzazioni hanno fatto le loro esperienze nei gruppi della nuova sinistra e in quelli libertari ma i sindacati alternativi organizzano consistenti settori di lavoratori che non hanno necessariamente convincimenti generali troppo diversi da quelli dei lavoratori organizzati dai sindacati di stato
  2. -la presenza dei sindacati alternativi si può definire a macchia di leopardo sia per quanto riguarda la collocazione geografica che le categorie nelle quali sono presenti. In generale, va rilevato, che i gruppi di militanti e di lavoratori che lo costituiscono sono passati per una rottura non semplice con il sindacato di stato e che questa rottura, visto che la costruzione di un sindacato è un'operazione più difficile e complicata rispetto a quella della fondazione di un gruppo politico, non è valutabile come un incidente di percorso che permetta un facile rientro nei ranghi
  3. -d'altro canto, il sindacalismo alternativo per consistenza, radicamento, accumulo di esperienze, sviluppo di una propria identità non è, almeno per la gran parte, un gruppo di pressione sui sindacati istituzionali. Che alcune forze politiche, in particolare il PRC, tendano a vederlo in questo modo è un fatto ma fra le intenzioni di queste forze e la realtà dei fatti c'è una notevole differenza
  4. -fra sindacati alternativi e CGIL non si sono ridotte in alcun modo le differenze di posizione su alcune importanti questioni di merito quali la rivendicazione o il rifiuto della concertazione (10), l'esercizio delle libertà sindacali (11), l'atteggiamento di fronte alle imprese guerresche del governo ecc.
  5. -non vi è stata, nel corso dell'anno passato, alcuna tendenza al rifluire di militanti ed iscritti dei sindacati di base verso la CGIL (12) ed, anzi, vi è stata una discreta crescita dal punto di vista della consistenza associativa il che dimostra che la vivacità sociale li ha favoriti non solo dal punto di vista della capacità di mobilitazione che, peraltro, non va sottovalutata.
  6. -certamente il fatto che i sindacati istituzionali abbiano organizzato, in un rapporto conflittuale al loro interno sul quale non vi è spazio per tornare (13), scioperi e manifestazioni contro il governo ha posto i sindacati alternativi di fronte alla necessità di modificare la loro tradizionale posizione sull'opportunità di indire scioperi in date separate e su questo tema vi sono state discussioni anche aspre.
  7. -d'altro canto, anche quando vi sono stati scioperi nella stessa data, le manifestazioni del sindacato di base hanno visto una partecipazione notevolissima e particolarmente interessante proprio perché chi vi partecipava sceglieva di farlo e la sua scelta non poteva essere interpretata come espressione di una volontà di premere su CGIL-CISL-UIL.
  8. -non va, inoltre, sottovalutato il fatto che, in questa situazione, il cartello del sindacalismo alternativo è stato capace di trovare scadenze unitarie che, nel periodo precedente, era stato impossibile individuare sia per oggettive differenze di impostazione e di proposta che per umane tensioni fra i diversi gruppi dirigenti, senza dimenticare il peso degli interlocutori partitici di alcuni di questi stessi sindacati.

 

Ovviamente il futuro riposa sulle ginocchia degli dei e, di conseguenza, non si può escludere nessuna prospettiva. Ritengo, comunque, che le ragioni della nascita e dello sviluppo del sindacalismo indipendente e di base non siano venute meno e che, anzi, l'incrudirsi dello scontro sociale sia una condizione favorevole, purché si sappia affrontare con intelligenza e determinazione la situazione, per lo sviluppo di un sindacalismo classista e conflittuale che, proprio per la sua autonomia rispetto alle tensioni interne al sistema dei partiti oltre che per la coerenza delle posizioni attuali rispetto a quelle assunte nel periodo del governo della sinistra, ha di fronte un notevole spazio di crescita dal punto di vista quantitativo e qualitativo.

 

Cosimo Scarinzi

 

Note.

1.Ovviamente le scelte personali dei singoli leaders politici o sindacali non sono del tutto prive di interesse quantomeno dal punto di vista della cultura politica dei soggetti coinvolti. L'enfatizzazione della rilevanza dei singoli personaggi è, però, espressione di una concezione gerarchica e spettacolare della lotta politica e sindacale.

2.Quale sia l'orientamento effettivo, a livello centrale e periferico, dell'apparato della CGIL non è affatto chiaro. È, però, noto che settori della nomenclatura guardano con preoccupazione alla svolta "estremista" della CGIL stessa. Questi settori temono, infatti, sia la difficoltà di governare la dinamica sociale messa in moto da questa svolta che una sconfitta sul campo che ritengono evitabile con una linea più morbida ed unitaria nei confronti di CISL ed UIL.

3.Naturalmente questa presa d'atto richiederebbe ulteriori specificazioni. Nel linguaggio corrente, infatti, politico tende ad essere sinonimo di istituzionale e, nel caso dei sindacati, ad indicare il rapporto con soggetti partitici.

4.Non è il caso di insistere troppo sulla modificazione subita dal significato delle parole "riforma" e "riformismo" che non hanno oramai più nulla a che vedere con l'originario riferimento ad un'ipotesi se non socialista almeno democratica.

5.Naturalmente ci riferiamo, in primo luogo, alla Margherita ma non manca un rapporti fra settori della CISL e gli stessi DS.

6.Nella cultura cislina, l'accento posto sull'autonomia del sindacato soprattutto per far rilevare la propria differenza rispetto al collateralismo della CGIL rispetto al PCI/DS indica non l'indipendenza rispetto alle controparti ma la disponibilità a collaborare con qualsiasi controparte a partire da una (quasi) esplicita rivendicazione degli interessi della stessa CISL e da una, presunta, capacità di tutelare, in chiave moderata, gli interessi dei lavoratori.

Non va, comunque, dimenticato il fatto che, nonostante ripetuti fallimenti, l'ipotesi della ricostituzione della DC e della scomposizione degli attuali schieramenti partitici è tutt'altro che tramontata e che, in questo caso, sarebbe la CISL il principale settore di insediamento sociale di riferimento.

7.Se uno spazio specifico è stato occupato dalla UIL si è trattato di quello di supporter della maggioranza di destra dei DS mediante pratiche di nobile tradizione quale l'iscrizione di quote dei propri aderenti a questo partito al fine di sostenere la posizione D'Alema - Fassino contro la minoranza di sinistra dello stesso partito.

8.E, per certi versi, grazie alla capacità di scambiare concessioni al padronato e al governo sul piano salariale e normativo con il riconoscimento di un proprio ruolo istituzionale nella gestione delle relazioni fra capitale e lavoro.

9.La destra ha dovuto, e dovrà, fare i conti con una situazione economica nazionale ed internazionale che possiamo definire, per usare un eufemismo, non facile. In questo contesto pare difficile che possa evitare di fare scelte dolorose anche per settori della sua base sociale di riferimento ed evitare tensioni fra clientele di vario tipo, rappresentate principalmente da UDC, AN e settori di FI, aree di generico consenso popolare e settori rampanti dell'impresa. Basta pensare, a questo proposito, oltre che all'articolo 18, sin troppo noto, al tormentone sulla necessità di una riforma pensionistica ed alla difficoltà di garantire adeguati flussi di spesa pubblica per il sud.

10.Non si tratta, in questo caso, solo di una differenza di prospettiva. Lo sciopero generale del 15 febbraio 2002, per fare un solo esempio, si è svolto contro la legge finanziaria e contro un accordo firmato congiuntamente da CGIL-CISL-UIL.

11.Anche da questo punto di vista CGIL-CISL-UIL sono perfettamente d'accordo nella pretesa di monopolizzare il diritto di assemblea, di contrattazione, di svolgimento dell'intervento sindacale in azienda e fra i più accaniti avversari dei sindacati di base si trovano esponenti della sinistra CGIL e del PRC.

12.Che, casomai, ha sottratto iscritti a CISL e UIL.

13.I sindacati, come qualsiasi organizzazione, sono fra di loro in un rapporto di fisiologica concorrenza. Questa considerazione vale sia per i sindacati di stato che per quelli alternativi e si deve estendere anche alle componenti interne ai singoli sindacati. Si potrebbe dire che questa concorrenza può avere sia un funzione di stimolo che di frantumazione e che, comunque, permette una dialettica fra movimenti dal basso ed organizzazione che una strutturazione monolitica dei sindacati stessi renderebbe difficile anche se non impossibile.