STATI GENERALI DELLA MONTAGNA
Salone del Lingotto
Torino – 27-29 settembre 2001

Documento finale

Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2002 "Anno Internazionale delle Montagne", per promuovere una maggiore presa di coscienza a livello internazionale dell’importanza globale dei territori montani.

L’Anno Internazionale delle Montagne offre una opportunità unica per inserire le questioni montane ai primi posti nelle priorità mondiali e per assicurare una migliore qualità della vita ed uno sviluppo sostenibile a favore di milioni di persone che vivono nelle zone di montagna.

In Italia, infatti, la montagna rappresenta il 54% dell’intero Paese, nel quale vive e lavora quasi il 20% della popolazione nazionale.

A livello italiano l’UNCEM, Unione Nazionale Comuni ed Enti Montani, il Comitato Italiano per il 2002 (C.I.AIM) e l’Istituto Nazionale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica sulla Montagna (INRM) stanno organizzando, in vista dell’Anno Internazionale della Montagna, una molteplicità di iniziative mirate a definire un nuovo modello che integra tematiche sociali, culturali, economiche ed ambientali per lo sviluppo della montagna italiana.

Gli Stati Generali della Montagna, organizzati dall’UNCEM, si sono svolti a Torino dal 27 al 29 settembre 2001, presso il Centro Congressi del Lingotto, prima tra le iniziative previste, e hanno prodotto il presente documento finale che presentiamo al confronto ed alle riflessioni culturali, politiche ed economiche della società civile tutta.

La montagna entra nella modernità

Alpi, Appennino e montagne in mezzo al mare, costituiscono la spazialità montana italiana.

Qui, l’interazione quotidiana uomo-ambiente ha prodotto un contesto unico di salubrità alimentare e ambientale, energia pulita e produzioni di qualità, difesa e cura del suolo, mantenimento del paesaggio storico anche e soprattutto a beneficio delle aree a forte densità urbana.

Questo processo millenario ha fatto delle montagne italiane una unicità geopolitica esistenziale e produttiva posta strategicamente tra Europa e Mediterraneo.

La montagna entra oggi nella modernità presentando un progetto di governo dei territori montani , predisposto all’interdipendenza territoriale con le aree metropolitane e con gli insediamenti costieri, basato su uno sviluppo socio-produttivo ed economico integrato, condotto dalle conoscenze e dai saperi che le comunità locali di montagna hanno conservato ancora vitali pur rimanendo ai margini della società industriale.

Oggi l’Europa e l’Italia in essa, non possono permettersi di tenere ai margini della new-economy , del mercato globale, della post modernità ciò che in montagna dieci milioni di persone e le loro Istituzioni Pubbliche hanno costruito, pena uno sviluppo continentale destinato alla parzialità, senza approdo di progresso sociale e civile rappresentativo della diffusione territoriale delle opportunità di lavoro e di vita paritario per ogni cittadino, che abiti in città o in montagna.

Le montagne italiane allora, rifiutano la definizione di aree depresse, proponendosi risorsa, sulla quale Stato Nazionale, Regioni ed Unione Europea investono culturalmente, politicamente e finanziarmente.

Se tutto quello cui stiamo assistendo non è un semplice cambio di marcia, un’accelerazione superficiale dei ritmi intrinseci allo stesso processo di evoluzione storica, ma è qualcosa di più e di più complesso, allora occorre un forte progetto, politico e civile, per far sì non solo che la montagna italiana e i suoi abitanti non vengano esclusi da tale evoluzione, ma che entrando in questa evoluzione e gestendola giungano al pieno riscatto di sé, nella consapevolezza del proprio valore.

Gli Stati Generali della Montagna si pongono pertanto questo obiettivo, ambizioso ma al tempo stesso inevitabile, di elaborare, definire e combattere a favore di questo forte progetto.

Il percorso progettuale tracciato e definito dagli Stati Generali della Montagna si esplicita nel presente documento finale, sintetizzabile nello slogan conclusivo:

La montagna: da area depressa a risorsa, da risorsa a mercat

Gli obiettivi generali

Area Istituzioni

Una statualità piramidale sta lentamente delegando poteri e funzioni che per ora riguardano soprattutto i terminali forti come le Regioni ed i grandi comuni.

Nei fatti, proprio perché la logica è discendente, non vi è stata una seria riflessione su quella dimensione intermedia di territorio che sta tra il Comune, la Provincia e la Regione e che permette di accompagnare in termini di rappresentatività, di coesione sociale ed economica la dimensione locale oltre il localismo:

la Comunità Montana è la dimensione territoriale intermedia funzionale a questa logica nella specificità territoriale montana.

Constatazione ovvia, questa, se non fossimo in presenza di una filosofia istituzionale non da piramide, ma da tempio greco: tante colonne, il Comune, le Comunità Montane, le Province, le Regioni e lo Stato come architrave che tiene ed interconnette tutte le colonne.

Questa a nostro avviso è la sussidiarietà di cui abbisogna non solo la montagna, ma l’intero nostro paese.

In altre parole occorre che si realizzi un federalismo come trasferimento pieno di atti di sovranità affinché si possa decidere sulla base delle autonome e diversificate esigenze di ogni territorio delle Alpi e degli Appennini.

Lo sviluppo della montagna, infatti, è profondamente legato ai processi di riforma proprio per lo specifico bisogno di governo e di azione politica che contraddistingue la realtà montana dal resto del paese.

La Comunità Montana come dimensione ove il locale montano diventa sistema territoriale adeguato a dare rappresentazione nell’attuale fase di riforme istituzionali:

è questa la sfida e la parola d’ordine da assumere.

Occorre, un’istituzione che sappia "stare in mezzo" fra il locale e il globale. Il futuro di ogni politica di sviluppo territoriale si giocherà, infatti, proprio su questo: sulla capacità di rimbalzare quotidianamente fra il globale e il locale, evitando il duplice rischio da un lato di evaporare nel globale (perdendo il contatto con la realtà) o di trivellarsi nel locale (perdendo di vista gli scenari complessivi). Senza indulgere in comportamenti da sindacalismo istituzionale, ma conquistandosi sul campo la propria ragion d’essere diventando punto di riferimento e snodo essenziale della nuova variabile fondamentale di questo secolo che si apre, il territorio.

Per noi questo vuole essere la Comunità Montana del terzo millennio. E su questo vorremmo che si aprisse una riflessione compiuta, per giungere poi a scelte politiche coerenti e congruenti, sia dal punto di vista dell’impalcatura giuridica che da quello della certezza delle risorse economiche e finanziarie.

Gli Stati Generali hanno rappresentato un momento di confronto forte e costruttivo su che cosa significhi istituzionalmente stare in mezzo tra il locale, il regionale e la dimensione statale, in un quadro storico di riorganizzazione dell’assetto dei poteri in Italia.

Essi ci consegnano pertanto un campo di lavoro sul versante politico-istituzionale ampiamente articolato:

Area cultura e identità locali

Gli Stati Generali della Montagna hanno riconosciuto e sancito il grande valore del patrimonio culturale montano in termini di identità culturale, dignità umana e possibilità reale di fare impresa attraverso un percorso di attualizzazione e trasformazione delle sedimentazioni storiche-culturali conservate in montagna in dimensioni esistenziali moderne e opportunità di lavoro rivolte ai giovani, grazie agli strumenti operativi che la modernizzazione mette a disposizione della società delle montagne.

Un grande disegno di trasmissione delle conoscenze, lette in termini economici e portate a sistema produttivo diffuso attraverso gli strumenti della modernizzazione.

In questo senso, il premio Nobel Rita Levi Montalcini, in una video-intervista durante l’Assemblea Plenaria degli Stati Generali della Montagna, delinea efficacemente e in poche parole la strada da percorrere: "La scienza è essenziale ad uno sviluppo moderno della montagna che ricerchi il miglioramento delle condizioni di vita di ogni singola persona, nella misura in cui essa si radica e si innesta nella civiltà esistente. I dieci milioni di abitanti della montagna mi hanno aperto uno scenario che non conoscevo e che va affrontato in termini progettuali con una alleanza fra gli attori locali pubblici e privati, i soggetti della ricerca scientifica e l’UNCEM".

Su queste autorevoli e prestigiose premesse si sviluppa il progetto pilota dell’area Cultura e identità locali in collaborazione con l’Istituto Nazionale della Ricerca Scientifica e Tecnologia per la Montagna (INRM), la rete dei comuni montani d’Europa, delle arti, dei mestieri, della scienza articolato su un itinerario reale e virtuale di "laboratori" da diffondere gradualmente su tutto il territorio montano italiano ed europeo.

I laboratori di partenza sono:

Lo Scriptorium di Fonte Avellana, testimonial del progetto "Processi della conoscenza e della comunicazione, nella interazione uomo/ambiente; dai codici amanuensi attraverso la carta stampata, sino alla comunicazione telematica"

Bajardo, testimonial del progetto: Comune montano d’Europa delle arti, dei mestieri, della scienza: il sentiero dell’attualità e progettualità culturale dei comuni montani e delle comunità locali di montagna

Centro Culturale NovaCana, testimonial del progetto "Laboratorio del pensiero creativo della filosofia montana", quale centro di accoglienza e disponibilità fisica del pensiero e della parola creativa: spazio di elaborazione e diffusione attraverso incontri, stage , seminari , corsi anche transnazionali.

Osservatorio Appennino Meridionale Università di Salerno

Ai luoghi fisici corrispondono luoghi virtuali, quali spazi reali di incontro e confronto di tutte le dinamiche culturali della montagna.

Da questi poli, traslocherà in termini operativi, una molteplicità di progetti d’impresa interattivi tra loro, fondati sulla valorizzazione del patrimonio culturale e sulla traslocazion e in tempo reale di processi di conoscenza.

Area Economia

I lavori degli Stati Generali della Montagna hanno prodotto una nuova concezione del sistema economico montano, quale depositario di molteplici risorse funzionali indispensabili alla crescita economica della nazione intera, incluse quindi le aree di pianura e urna. Oggi la montagna si connota come un sistema integrato di risorse economiche e competenze imprenditoriali e tecniche, cui si aggiunge la capacità di gestione a livello locale degli aspetti finanziari, soprattutto valorizzando le risorse interne. A ciò si aggiunge la capacità umana di creare processi di utilizzo, forzando l’elemento naturale ai fini produttivi e, contemporaneamente, imparando a convivere con esso; capacità imprenditoriale di creare sistemi produttivi che, da forme elementari, si evolvono verso percorsi di tecnologia.

Lo sforzo sostenuto per mantenere inalterata la propria identità deve trovare oggi un riconoscimento in termini di opportunità, nella misura in cui progetti produttivi a forte connotazione territoriale traggono dal loro legame con il territorio una connotazione di unicità di prodotto e per i quali, quindi, la globalizzazione diventa un fattore positivo di valorizzazione e di integrazione con il sistema mondiale.

Il sistema imprenditoriale delle aree montane, inoltre, rappresenta un vero e proprio giacimento di saper fare, saper creare, saper valorizzare la storia e la cultura italiana. Questa sedimentazione imprenditoriale si connota e si propone come spazio di trasmissione intergenerazionale di valori verso i giovani, in grado di condurli a costruire nuove dinamiche di impresa partendo dalla propria e dalla storia comune.

Oggi quindi il mondo imprenditoriale montano chiede al sistema legislativo il riconoscimento del proprio valore e quindi la creazione di un contesto di dinamiche positive e di pari opportunità perduranti nel tempo in termini di:

Su queste premesse, sarà possibile realmente creare nelle aree montane una comunità vasta, riaggregata sulla base delle infrastrutture e del governo del territorio, in una dimensione culturale aggregativi.

Area ambiente e risorse

Il modello di sviluppo sostenibile emerso dagli Stati Generali della Montagna è fondato sulla presenza dell’uomo in montagna, quale prima risorsa ed unica reale possibilità di presidio e gestione del territorio montano, elemento chiave per attivare tutte le attività economiche legate alla valorizzazione ed alla tutela delle risorse ambientali.

Quali punti fondanti del progetto strategico sono emersi in modo condiviso:

Conclusioni

Gli Stati Generali della Montagna non hanno rappresentato un punto di arrivo, ma costituiscono l’avvio di un percorso politico mirato a far prendere consapevolezza a tutti i livelli di governo che la montagna non è un territorio marginale, ma piuttosto un patrimonio fondamentale a disposizione dell’intera Nazione, la cui conservazione è indissolubilmente legata alla presenza ed alle attività dell’uomo.

A fronte della funzione sociale che la montagna svolge non si richiedono contributi specifici, ma investimenti strategici, non provvedimenti straordinari, ma norme specifiche, non iniziative di assistenzialismo gratuito, ma politiche di governo concertate.

Gli Amministratori di Montagna sono perfettamente consapevoli delle responsabilità che assumono nei confronti della Nazione quando rivendicano la propria capacità di gestione del territorio, sulla base di una conoscenza di processo millenaria.

La gente di montagna, che ha saputo convivere per secoli con i mutamenti della Storia, preservando e consegnando alla nostra generazione un patrimonio unico in termini di democrazia, relazioni, cultura, economia, ambiente, è pronta per gestire le proprie risorse, per migliorare la propria qualità della vita e quella di tutti i cittadini italiani, per riconsegnare quelle risorse alle generazioni future.

Abbiate fiducia in noi.

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RELAZIONE DI ENRICO BORGHI
Presidente UNCEM

(Stati generali della montagna - Torino, 27 settembre 2001)

Signor Vice Presidente della Camera dei Deputati,
Signor Ministro,
Signori parlamentari e consiglieri regionali
Colleghi amministratori,
Operatori della montagna,

Si apre con oggi – in questa cornice significativa- un percorso impegnativo, difficile e stimolante che, all’insegna dell’avvenimento costituito dall’Anno Internazionale della montagna si incarica di fornire risposte alla domanda che oggi emerge forte e insistente: cosa sarà della montagna intorno all'anno 2000? Dare una risposta, e una risposta che sia corrispondente alle speranze, alle ansie e alle aspettative di chi in montagna quotidianamente opera è l'obiettivo che dobbiamo porci aprendo questi "Stati Generali".

Un compito certamente non semplice, ma ineludibile se vogliamo che la montagna sia all'altezza dei tempi nuovi che stiamo vivendo, e sappia cogliere le opportunità date dalle profonde trasformazioni economiche e sociali attualmente in corso.

Per riuscire in questo compito, ci è parso indispensabile che concorressero a costruire il nuovo assetto della montagna nel terzo millennio tutti i tanti attori istituzionali, economici, culturali che quotidianamente lavorano per la crescita e lo sviluppo del territorio montano italiano. In molti avete risposto al nostro appello, e vogliamo sinceramente ringraziarVi. Ora, insieme dovremo lavorare per "fare sistema", per costruire la grande alleanza della montagna italiana proiettata nel nuovo secolo da protagonista.

Così come gli Stati Generali furono, nella Rivoluzione Francese, il momento di svolta e la piena accettazione della dinamica dei tempi nuovi che portò alla costruzione di un nuovo assetto, così ci piacerebbe che questo nostro appuntamento costituisse l’inizio del processo di riscatto della montagna italiana e dei suoi abitanti che, consapevoli delle trasformazioni in atto, non si chiudono in un angolo, ma accettano la sfida per governare la modernità e piegarla a proprio favore.

Il nostro mondo ha pagato sulla propria pelle lo sviluppo della società industriale, che partendo dall'assunto della localizzazione e della concentrazione dei fattori della produzione aveva assegnato ai centri urbani e metropolitani il ruolo di centro propulsore di vita, di raggruppamento e di sviluppo umano.

Eppure, oggi quel modello è entrato irreversibilmente in crisi. Mai come oggi –quindi- la civiltà montanara ha di fronte a sé uno scenario di riscatto. La fine dell’epoca industriale ci consegna una nuova realtà sociale montana, composita e articolata, nella quale convivono gli elementi del passato (l'autonomismo e il legame con le proprie radici) e quelli del futuro (le nuove capacità organizzative ed imprenditoriali, l'accesso agli strumenti del sapere).

Questa nuova realtà può oggi vincere la sfida che i due grandi fenomeni del nuovo millennio - la globalizzazione dei rapporti e la mondializzazione dell'economia - ci pongono.

La nuova società nella quale viviamo si avvia alla fuoriuscita dalla massificazione dei popoli, degli individui e dei prodotti per imboccare la strada della massima diversificazione, in un contesto nel quale l'elemento vincente diventa il sapere, così come lo era la forza nelle società agricole e il denaro nelle società industriali

La civiltà industriale caratteristica del XIX° secolo e di buona parte del XX° secolo – che aveva innescato la crisi epocale della montagna e i suoi "esodi"- sta dunque per essere sostituita da una civiltà ben diversa, nella quale il sapere (o la conoscenza fondata sull’informazione) svolgerà una funzione primaria.

Il nuovo secolo che si è aperto ci trova pertanto impegnati a riconsiderare il significato stesso della montagna, della sua società e della sua prospettiva, in un’epoca che si propone di fuoriuscire dalla massificazione degli individui, e quindi di abbandonare quel modello di società che aveva intaccato le secolari radici della civiltà montanara.

Il nuovo millennio nel quale siamo appena entrati ci svela di fronte agli occhi la cosiddetta "era della conoscenza", contrassegnata dalle parole d’ordine della new economy, dell’information technology, dell’information society.

Con quale spirito i cittadini della montana si accingono ad entrare in questa nuova realtà? Con quello dei volenti o quello dei nolenti? Degli entusiastici o degli scettici? Degli speranzosi o dei preoccupati? Degli informati o degli ignoranti? Dei coinvolti o degli assenti? Dei conservatori o degli innovatori? Dei decisori o dei sudditi? Degli attori partecipi o degli spettatori passivi? Dei costruttori o dei fruitori?

Siamo convinti che la nuova società nella quale entriamo possa essere quella del riscatto montanaro, che si scrolla dalle spalle le tossine di un modello di società urbana impostagli dall’industrializzazione che non era figlio della propria storia e della propria cultura e che si guarda dall’assimilare altri, e diversi, modelli di società che siano estranei dalla propria tradizione storica e culturale e dal proprio orizzonte prospettico.

Oggi vivono e si sviluppano in montagna nuclei imprenditoriali di altissimo livello, non solo per la loro forma economia, ma anche perché rappresentano veri e propri giacimenti in termini di saper fare, saper creare, saper valorizzare la storia e la cultura italiana.

Questa sedimentazione imprenditoriale con fortissimi legami territoriali, si connota inoltre come spazio di trasmissione intergenerazionale dei valori verso i giovani, valori che possono portarli a ostruire nuove dinamiche di impresa partendo dalla propria identità e dalla storia comune.

In tal senso in montagna trova significato quella che possiamo definire old-economy, in quanto economia fondata sul rapporto originario uomo-ambiente e sulle conoscenze accumulate su tale relazione.

Sappiamo che l’avvento della società dell’informazione postindustriale è un evento rivoluzionario in quanto non rappresenta un’evoluzione del vecchio paradigma sociale sotteso alla "società della macchina" (che ha portato alla massificazione dei popoli, all’alienazione degli individui e all’omogeneizzazione dei prodotti), bensì si propone come un nuovo paradigma per molti versi incompatibile con il precedente, e per ciò stesso portatore di un nuovo modello di organizzazione. Di qui la grande chance per la montagna e per i suoi cittadini: governare questo nuovo modello organizzativo, senza considerarlo apoditticamente "migliore", ma per dare una chiave di lettura, di comprensione e di strutturazione socio-politica più consona ai nuovi equilibri che si vanno via via formando, e dai quali la montagna non solo non vuole essere esclusa, ma al contrario vuole essere partecipe per ottenere il proprio riscatto.

Se la nostra epoca è dunque contrassegnata da un nuovo, grande passaggio storico conseguente alla trasmissione della memoria e al recupero dell’informazione tramite i processi informatici e telematici, allora l’informazione stessa diventa perciò stesso la nuova ricchezza, il nuovo mercato, il nuovo lavoro, il nuovo potere, il nuovo sviluppo. Introdotta nelle case con la telematica, diventa anche la forma alternativa di socializzazione del modo di vivere degli uomini. Ma a sua volta essa può generare nuove povertà, non dovute alla mancanza di beni materiali, ma dall’esclusione dai circuiti informativi. Non vogliamo che ciò accada per la montagna italiana, che ha già sperimentato e sperimenta la messa ai margini in molte altre circostanze sociali, economiche e politiche.

E tutto ciò si trasferisce sul piano complessivo, dando vita ai fenomeni solo apparentemente contraddittori ma in realtà intimamente connessi come facce della stessa medaglia della società globale e della società locale, al punto tale che ormai più d’uno parla della nostra società come la società del "glocal", il globale unito al locale.

Se tutto quello cui stiamo assistendo non è un semplice cambio di marcia, un’accelerazione superficiale dei ritmi intrinseci allo stesso processo di evoluzione storica, ma è qualcosa di più e di più complesso, allora occorre un forte progetto, politico e civile, per far sì non solo che la montagna italiana e i suoi abitanti non vengano esclusi da tale evoluzione, ma che entrando in questa evoluzione e gestendola giungano al pieno riscatto di sé, nella consapevolezza del proprio valore.

Gli Stati Generali della Montagna si pongono pertanto questo obiettivo, ambizioso ma al tempo stesso inevitabile, di elaborare, definire e combattere a favore di questo forte progetto.

Ci poniamo pertanto il compito, difficile ma stimolante, di ripensare e attualizzare i termini di civiltà e sviluppo dell’affascinante territorio sul quale viviamo e i contenuti della cittadinanza montana, cercando di intuire quali saranno i lineamenti definitivi di una stagione che per il momento evolve nel segno dell’incertezza, e a volte –se guardiamo Oltreoceano- anche della tragedia.

Dipenderà anche da noi il raggiungimento di un nuovo equilibrio fra le esigenze del mercato globale e l’orizzonte dei valori che ci sono propri, i valori dell’autonomia politico-amministrativa, culturale, economica, relazionale e del modello di crescita montana, i quali sono mirabilmente sintetizzati nella "carta di Chivasso" che può senza ombra di dubbio essere considerata la "magna charta" della montagna italiana.

Se lo Stato-nazione entra in crisi di fronte ai mutamenti in atto, e se il paese si interroga attorno al nuovo modello statuale per reggere la sfida dei tempi nuovi, la montagna può costituire un paradigma importante di lettura per il futuro. In essa si è storicamente compiuta nel tempo la scelta della "comunità" quale strumento organizzativo per immaginare una forma di cittadinanza locale che reintegri quanto di buono e di utile si va perdendo con l’indebolirsi della cittadinanza nazionale e con l’affermarsi della cittadinanza globale.

Abbiamo oggi la piena consapevolezza che questo disegno di spessore culturale e di portata politica ha al centro l’Uomo della montagna, quale prima irrinunciabile risorsa del processo di sviluppo, e la ricerca di una soluzione per quest’ultimo in termini di giustizia sociale come prevede –tra l’altro- l’ancora non sufficientemente applicato articolo 44 della Costituzione della nostra Repubblica.

L’esperienza storica di questi anni ci ha dimostrato che il sistema di governo della montagna che pretende di gestire questa realtà dal centro (che sia Roma o i capoluoghi regionali, poco importa) con modelli prettamente metropolitani e sostanzialmente assistenzialistici non regge. Non ha dato risposte politiche effettive, e non ha sortito effetti sociali precisi.

E’ tempo di dare spazio ad un modello diverso, che lasci spazio alle identità delle realtà montane e ne esalti le loro potenzialità politico-amministrative, culturali, sociali ed economiche in un quadro di profonda autonomia armonizzata con l’interesse generale del Paese.

Conquistarci sul campo questo spazio per affermare il nuovo progetto culturale della montagna italiana come grande risorsa per l’intera collettività nazionale è la sfida che vogliamo e dobbiamo giocare e, facendo appello alle nostre migliori energie in un quadro di unità di sforzi e di intenti, soprattutto vincere.

C’è quindi molto da investire, da parte di tutti noi, per rompere quel campo retorico che fa dei territori montani i cugini poveri del capitalismo urbano e pedemontano, delle comunità montane l’area debole delle riforme istituzionali, dell’identità dei montanari un racconto nostalgico che non diviene mai pagina scritta ma rimane sussurro e protesta sommessa che non si percepisce neppure nei corridoi dei palazzi del Potere.

Da troppo tempo, nell’immaginario collettivo la montagna è un soggetto a metà strada fra il bucolico e il paradisiaco, luogo buono per il week-end.

Il punto è che siamo stanchi di essere rappresentati come il mondo di Heidi al pascolo o della mucca viola della pubblicità, concezione dalla quale discendono risposte politiche parziali, settoriali e utili, al piu’, per gli ultimi due giorni della settimana quando il modello urbano di società si trasferisce in quota.
Vorremmo risposte anche per in chi in montagna opera, lavora, e soprattutto vive, anche nei giorni che vanno dal lunedì al venerdì.

Per rompere l’immagine retorica della montagna come realtà periferica e marginale (concezione figlia di una politica centralista e generatrice sostanzialmente di un intervento pubblico di natura assistenzialista), e per fornire invece all’opinione pubblica l’immagine di ciò che realmente la montagna è –e cioè una straordinaria risorsa per la collettività nazionale, e un luogo emblematico della stessa modernizzazione del Paese- dobbiamo lavorare in almeno tre direzioni:

Abbiamo promosso molti incontri di avvicinamento a questo appuntamento, sull’intero territorio nazionale. Questi incontri, come negli "Stati Generali" originari, hanno prodotto molti cahiers de doléances, dai quali traiamo gli spunti per indicare il percorso sui tre temi fondamentali.

Partendo da quello che consideriamo un fondamentale campo di lavoro per i prossimi anni, e cioè quello del rilancio economico-produttivo , occorre sottrarre la transizione economica delle aree montane alla marginalità in cui è stata relegata e inserita a pieno titolo negli scorsi decenni. Il passaggio da un’economia caratterizzata dalla centralità del capitalismo urbano industriale che vedeva nelle aree montane solo una periferia del processo economico ad un sistema economico che riconosca in pieno le dinamiche imprenditoriali montane, caratterizzate da una costellazione diffusa di piccole e medie imprese, dalla loro risalita nelle vallate con il contemporaneo estendersi dell’economia del turismo in moltissimi paesi montani, è il paradigma ove ricollocare oggi l’economia montana.

E’ necessario, in questo caso, reimpostare il racconto dalla fondamenta. Oggi la montagna italiana è a tutto tondo uno dei luoghi emblematici della modernizzazione economica del nostro paese.

Solo per fare un esempio, sia l’arco alpino che tutta la dorsale appenninica sono un luogo strategico della logistica e dei collegamenti. Il problema dei trafori verso il nord Europa e dell’attraversamento orizzontale dell’Italia centrale, cresciuta dal punto di vista trasportistico solo per dinamiche verticali, vede il territorio montano come luogo emblematico della modernizzazione italiana. Il problema –per noi- è quello di ragionare, e di far ragionare, del territorio montano non solo come luogo dell’attraversamento (che rischia di produrre solo danni alla montagna) ma come spazio ove collocare le moderne infrastrutture funzionali al produrre per competere in modo che anche il territorio montano goda dei frutti di questo sforzo. E’ questo il senso degli emendamenti che abbiamo già consegnato al ministro Lunardi per inserire questi concetti nel disegno di legge sul rilancio delle infrastrutture, e sarà questo uno dei concetti del forum di venerdì sull’economia non a caso intitolato "Pensare globale e agire locale".

Perché proprio questa è la chiave della nuova economia montana: è urgente capire che nell’epoca del produrre per competere, dell’economia mondializzata, il territorio montano è uno spazio dal quale si parte per andare nel mondo, tornando poi nella propria vallata. E’ successo così per nomi come Luxottica, Della Valle, Merloni, Auricchio che stanno tutti in montagna. Ma il processo è analogo –anche se inverso- per l’altro pezzo fondamentale dell’economia montana costituito dal turismo. Qui è il globale che entra nel locale, garantendo a quest’ultimo la possibilità di costituire reddito. Governare questo processo con culture dell’accoglienza e dell’accompagnamento, mantenendo e contaminando l’identità locale per renderla capace di subire anche le sfide del nuovo contesto, ed evitare che crisi congiunturali pieghino un tessuto in alcuni casi ancora fragile, è la sfida che la modernità impone e che in questi Stati Generali raccogliamo.

Un ambito di lavoro strategico per la montagna è certamente l’agricoltura, che più mai oggi riveste quel ruolo centrale di azienda impostata sulla plurifunzionalità e sulla simbiosi con il territorio. Oggi l’imprenditore agricolo di montagna deve trovare il pieno riconoscimento ad una pluralità di funzioni che ne fanno realmente il tutor del territorio montano e l’elemento di presidio sociale d economico.

Non più aziende marginali, ma imprenditori che garantiscono con la loro presenza, la salvaguardia sociale delle comunità decentrate, il mantenimento vivo del patrimonio culturale, la protezione del territorio e la continuità del paesaggio italiano, la garanzia di una filiera di prodotto agroalimentare di altissima qualità. Oggi il sistema agricolo montano si connota come un vero e proprio giacimento di cultura, di storia, di capacità di gestire i rapporti uomo ambiente. Ed è a questo sistema che deve tornare il ruolo attivo di presidio del territorio montano.

Se consideriamo poi un ulteriore ambito di lavoro, quello dell’identità, ci rendiamo conto che esso risulta essere delicatissimo.

E ci rendiamo conto, al tempo stesso, che gli stessi decisori pubblici –Governo, Parlamento e Unione Europea- stiano sottovalutando una sorta di antropologico malessere dei tanti soggetti rimasti nelle aree montane che assistono sbigottiti alle conseguenze che la modernità sta imponendo alle loro realtà, ovvero lo sradicamento e lo spaesamento, il sentire venire meno le proprie radici identitarie e il sentirsi a volte letteralmente senza più paese.

La dissolvenza della comunità originaria, del fare paese, in molti casi è stata più forte di quanto si possa immaginare dalle città. Il Paese intero dovrebbe interrogarsi e riflettere su cosa ha significato, per i montanari, il lento e assordante scomparire di tante di quelle realtà che i sociologi definiscono "autonomie funzionali". La chiusura di tanti uffici postali, di scuole, di ospedali, o per scendere ancora più nel piccolo dei circoli, dei bar o dei negozietti di paese, della latteria locale non ha solo impaurito i soggetti deboli, ma sta disarticolando un tessuto economico minore, dove ogni funzione aveva un suo significato e reggeva. E analoghi timori aleggiano nei recenti provvedimenti in materia di cooperazione, per i quali chiediamo che si soppesino con attenzione le conseguenze pesanti che potrebbero verificarsi nelle aree montane da un provvedimento non sufficientemente calibrato.

Le comunità di valle rischiano così di perdere senso come comunità economiche caratterizzate dai ritmi lenti della economia pre-globalizzazione, e di non riuscire più ad esprimere una nuova classe dirigente per l’assenza delle nuove figure di leadeship della comunità locale che rimpiazzino la vecchia triade del parroco, del medico condotto e del maresciallo dei carabinieri che ha lasciato sul tappeto, ormai, l’ultima figura-simbolo, quella del sindaco, su cui si scaricano ansie, frustrazioni, paure e rancori.

Occorre che tutti si interroghino sul rischio di una società locale debole e priva di senso di sé, nella quale si invererebbe ancora una volta quando sostenuto da Simone Weil che "chi è sradicato sradica". Una società a rischio di implosione e con poca coesione, nella quale c’è in rischio che la maggior parte dei soggetti si sentano out, al di fuori delle dinamiche della modernizzazione accelerata.

Questi Stati Generali possono essere, sotto questo punto di vista, il primo tassello per innervare le comunità locali sotto stress con il tessuto circostante (provinciale, regionale, nazionale ed europeo) al fine di trarre nuova linfa per dare giovamento alle realtà locali. Non a caso il forum della cultura sarà centrato su un progetto reale e virtuale delle popolazioni montane italiane nella società globale.

Ma non è possibile parlare di coesione sociale senza fare riferimento ai soggetti che la devono promuovere e realizzare. E senza considerare, pertanto, il terzo dei campi di lavoro fondamentali, quello delle funzioni e delle specificità degli enti locali montani.

Ci sembra, al riguardo, che i decisori abbiano sposato, rispetto a questo tema, la logica del "vorrei ma non posso": da più parti giungono attestazioni sul ruolo essenziale che l’ente Comunità Montana svolge nel campo delle autonomie locali dei territori montani. Ma quando si tratta di uscire dalle generiche attestazioni per entrare nel difficile e impegnativo campo delle scelte compiute (sia giuridiche che economico-finanziarie) è difficile trasformare la poesia in prosa.

Nei fatti, si assiste ad un lento processo di delega a valle di poteri e funzioni che per ora riguardano soprattutto terminali forti come le Regioni e i grandi Comuni, assegnando alle Province un ruolo sostanzialmente intermedio e ai piccoli Comuni e alle Comunità Montane il ruolo dell’anello debole della piramide. Proprio perché la logica del "federalismo all’italiana" è una logica discendente, dall’alto verso il basso più che viceversa (un federalismo octroyeé, che sta all’effettivo riconoscimento delle autonomie locali come lo Statuto Albertino sta alla Costituzione Repubblicana) non vi è stata una seria riflessione compiuta su quella dimensione intermedia di territorio che sta tra il Comune, la Provincia e la Regione e che permette di accompagnare in termini di coesione sociale, culturale ed economica la dimensione locale oltre la dimensione del campanile salvaguardando l’autonomia delle singole municipalità.

In altre parole, occorre che si realizzi un federalismo come trasferimento pieno di atti di sovranità affinché si possa decidere sulla base delle autonome e diversificate esigenze di ogni territorio delle Alpi e degli Appennini.

Per esemplificare, in Germania la spesa pubblica è ripartita per il 35% allo Stato, il 35% alle Regioni, il 20% agli Enti Locali, il 5% alla Comunità Europea. In Italia, nonostante le riforme sin qui fatte, lo Stato centrale assorbe ancora il 70-75% delle risorse, alle Regioni va il 15-20% e i residui agli enti locali.La montagna italiana ha bisogno di arrivare rapidamente al superamento di questo tipo di situazione, altrimenti non sarà possibile determinare la disponibilità delle risorse in connessione con la domanda e le opportunità del territorio e non potremo mai parlare di sussidiarietà, di autorevolezza, di sovranità distribuita e diffusa.

Lo sviluppo della montagna, infatti, è profondamente legato ai processi di riforma istituzionale proprio per il maggiore bisogno di istituzione, di governo e di azione politica che contraddistingue la realtà montana dal resto del Paese.
In tal senso, appare sempre più evidente la necessità di prevedere ordinamenti differenziati per il territorio montano nell’ambito della produzione legislativa del Governo e del Parlamento, e in ogni caso di prevedere che ogni provvedimento legislativo venga approfondito e valutato anche sotto il profilo del suo impatto sul territorio montano italiano.

Quando affermiamo che la Comunità Montana è la dimensione territoriale intermedia funzionale alla logica della specificità territoriale montana, ci sembra di dire cose ovvie. Salvo ravvederci quando ci accorgiamo che la Regione Autonoma siciliana rifiuta di ripristinare le Comunità Montane nel proprio ordinamento (salvo utilizzare comunque i soldi del Fondo Nazionale della Montagna, magari per il rifacimento di qualche marciapiede su qualche lungomare), o che la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia le sopprime senza dire con cosa le sostituirà, o che la Provincia Autonoma del Trentino da tempo immagina di fare la stessa cosa.

Diciamo questo non per iscriverci al partito del sindacalismo istituzionale. Al contrario, siamo convinti che non possa funzionare un meccanismo perverso in cui i piccoli Comuni rivendicano ruoli, funzioni, poteri verso i Comuni medi, questi ultimi lo facciano verso le Comunità Montane, le Comunità Montane a loro volta rivendicano funzioni verso la Provincia e tutti insieme urlano contro il muro centralistico delle Regioni che a loro volontà si assegnano ruoli e funzioni nei confronti dello Stato centrale.

Questo giochino autoreferenziale salta a piedi pari la dimensione della domanda sociale e territoriale, e lievita come una bolla sempre più lontana dalla dimensione territoriale. Noi, invece, per scelta e vocazione vogliamo rimanere fortemente ancorati al territorio e alle sue esigenze. Per questo immaginiamo una realtà istituzionale nella quale alla logica della piramide istituzionale (con venti piramidi su scala regionale che si sostituiscono alla grande piramide romana) si sostituisca una logica del tempio greco, in cui Comuni, Comunità Montane, Province e Regioni sono le colonne di un edificio tenuto insieme dallo Stato come architrave. Questa, a nostro avviso, è la sussidiarietà di cui abbisogna non solo la montagna, ma l’intero paese.

Ed è in questa prospettiva che immaginiamo un ente montano, con un nome così evocativo e significativo come "Comunità", che vinca accompagnando i processi reali del territorio e dimostrando quale istituzione che accompagna, la propria ragion d’essere, più che rivendicando e chiedendo legittimità al Principe che delega potere, nazionale o regionale che sia.

A quest’ultimo chiediamo risposte certe e riforme precise, che saranno sviluppare nell’Assemblea Plenaria sulle Istituzioni, per mettere in condizione gli enti montani di trasformarsi in laboratori aperti a sperimentare –con altri attori istituzionali- forme di accompagnamento e di governo di quella dimensione intermedia che, partendo dalle tante comunità originarie che pre-esistono agli enti (ognuno di noi, insieme all’ essere italiano, si sente valsusino, valdostano, valtellinese, e così via), tende a diventare istituzione accompagnando le realtà economiche e territoriali in maniera adeguata ai tempi moderni.

Occorre, per tornare alle riflessioni precedenti, un’istituzione che sappia "stare in mezzo" fra il locale e il globale. Il futuro di ogni politica di sviluppo territoriale si giocherà, infatti, proprio su questo: sulla capacità di rimbalzare quotidianamente fra il globale e il locale, evitando il duplice rischio da un lato di evaporare nel globale (perdendo il contatto con la realtà) o di trivellarsi nel locale (perdendo di vista gli scenari complessivi).

Per noi questo vuole essere la Comunità Montana del terzo millennio. E su questo vorremmo che si aprisse una riflessione compiuta, per giungere poi a scelte politiche coerenti e congruenti, sia dal punto di vista dell’impalcatura giuridica che da quello della certezza delle risorse economiche e finanziarie.

C’è stata una lunga fase politica in cui la montagna veniva considerata più come "problema" che come "risorsa". La montagna come "problema" riporta prevalentemente ad un’idea di costi, di spesa pubblica, indipendentemente dal fatto che tale spesa sia poi considerata più o meno "produttiva" (a seconda che si guardi con l’ottica "keynesiana" o con quella "monetarista" tale funzione di spesa pubblica). In effetti, le "voci di costo" per la montagna non sono trascurabili:

  1. spesa per le difese idro-geologiche e il riassetto del territorio
  2. spesa per i servizi sociali ed assistenziali
  3. spesa tecnico-sociale per la cosiddetta funzione di "giardiniere della natura"
  4. indennità compensative e integrazioni di reddito

Nessuna società può fare più affidamento (in questo quadro di definitiva affermazione dei valori del mercato globale) su una prospettiva economica sorretta da costanti e massicci trasferimenti dal centro verso la periferia.

La montagna rischierebbe una sconfitta certa se prevedesse per il suo futuro esclusivamente ed eminentemente una politica di spesa pubblica che, oggi, si porrebbe in concorrenza con i fabbisogni del "Welfare State" italiano le cui voci di costo maggiori (sanità, previdenza, istruzione) di per sé drenano i maggiori interventi di investimento, non lasciando spazi per altre funzioni in tal senso.

Se vogliamo uscire dalla fase precedente, e portante la montagna nel nuovo millennio, occorra operare in tre direzioni, e chiamare su questo tema Governo, Parlamento e Regioni a fornire adeguate risposte:

Anzitutto perseguendo tutti gli obiettivi individuati dalla legge 97/94, in particolare per la parte che prevede la "proprietà di risorse", come prodotti della pesca, della caccia, del sottobosco, i marchi di qualità – che non debbono essere più ostacolati da ottuse burocrazie - e la vendita di prodotti certificati, il turismo, l’agricoltura, le filiere del legno, fino a giungere ad una sostanziale riforma della legge sulla montagna, con l’introduzione di norme prescrittive e non di semplice indirizzo e con la previsione di una dotazione finanziaria certa e fissa per il medio periodo anziché aleatoria come l’attuale, assegnando al Fondo Nazionale per la Montagna un compito per lo più perequativo realizzando le riforme "federali" di spesa di seguito proposte

Ma occorre andare più in là, prevedendo controvalori specifici per il "rilascio" di risorse autoctone della montagna. Fondamentale, a tale proposito, applicare sino in fondo e anche in altri campi il corrispettivo sul valore finale del prodotto "acqua" consentito dall’applicazione della legge 36/94 (legge "Galli").

Rispetto a questo tema, vi sarà pure qualche motivo per il quale –a sette anni di distanza - la "Galli" non decolla: fra di essi, non si può non considerare come il territorio montano abbia inteso questa normativa come una sorta di esproprio di un bene fondamentale, al quale porre rimedio non facendo tornare indietro le lancette della storia, ma fornendo garanzie per una presenza obbligatoria degli enti montani nei nuovi soggetti gestori delle acque e una conseguente ricaduta economica sui territori montani.

E’ un tema, questo, sul quale è bene soffermarsi un poco. La risorsa acqua, fino a ieri, era soggetta ad un patto sociale fra gli utilizzatori metropolitani e i territori montani produttori. Sulla scorta di questa costituzione materiale, esisteva un patto compensativo che in cambio del prelievo della risorsa garantiva occupazione e reddito. Oggi questo patto è saltato, perché l’Enel non ha più bisogno di guardiani delle dighe ma di managers in piazza Affari. Così, con il valore aggiunto della montagna si sbarca nella new economy, creando altrove posti di lavoro e accumulazione di capitale. Una logica del genere, decisamente univoca e a somma zero per qualcuno e cento per altri, non può ragionevolmente reggere. Se vogliamo uscire dalla politica assistenzialista per la montagna, è indispensabile riscrivere il patto tra i "padroni delle acque" e il territorio montano, un patto che va riscritto dentro la modernità che avanza.

Se questa è un’impostazione corretta, ne discende che è indispensabile istituire forme di compensazione che prevedano la possibilità di prelevare anche a favore della montagna ragionevoli percentuali sui frutti delle infrastrutture che ne utilizzano il territorio: autostrade, grandi impianti industriali, elettrodotti e gasdotti, scali ferroviari.

Ed è infine essenziale – nell’interesse stesso del Paese prima ancora del territorio montano - vincolare annualmente una quota delle risorse che Stato e Regioni stanzieranno nel campo del riassetto idrogeologico a favore di un "Piano straordinario di manutenzione ordinaria dei versanti montani" scansionato negli anni con tempi e risorse certe, come premessa essenziale al riavvio economico-produttivo della montagna italiana.

Nelle comunità "deboli" le risorse si vendono; nelle comunità più forti si investono. Si pensi all’uso delle materie prime nei Paesi in via di sviluppo (da cui si esportano) e nei Paesi industrializzati (nei quali si importano e si impiegano). Bisogna perciò ricavare dalle risorse montane (acqua, ambiente e paesaggio, legno, sasso, ecc.) non tanto e non solo dei corrispettivi in soldi, quanto delle basi di sviluppo.

La montagna oggi non vuole essere più comunità debole, che viene considerata problema e le cui risorse vengono sfruttate altrove insieme con il rempiego del loro valore aggiunto. Essa è comunità forte, perché risorsa da far fruttare – con intelligenza e discernimento, in nome del principio della sostenibilità- a favore di tutto il Paese.

Vi è infine un ultimo campo da considerare, al di fuori del quale oggi non è più possibile operare.

L’orizzonte europeo, infatti, è una realtà imprescindibile per la concretizzazione di tutti gli aspetti sin qui considerati.

Emerge ormai con chiarezza sempre più forte quella che poteva apparire come una verità scontata, talmente banale da essere diventata ormai una giaculatoria ripetitiva: e cioè che l’Europa non la si potrà costruire con il ricorso a schemi semplici e meccanici, né con disegni illuministici che tutto pianificano a tavolino, e neppure soltanto con accordi tra gli Stati.

La nuova Europa sarà il frutto di un procedimento complesso, in cui l’integrazione verso l’unificazione della società civile, degli interessi, delle funzioni, della soggettività politica e delle relazioni con l’esterno si dovranno comporre gradualmente, in termini di alta e vasta mediazione seguendo un disegno politico e non tecnocratico.

Se questo ha un senso, la nuova Europa dovrà puntare molte delle proprie fiches sugli elementi che storicamente, antropologicamente, culturalmente e fisicamente ne costituiscono un collante, un tessuto connettivo, un elemento di congiunzione. E cosa se non le montagne costituiscono tutto ciò?

E’ possibile pensare ad un’Europa del terzo millennio senza una politica per zone che collegano anche fisicamente le aree più sviluppate del continente? Forse in pochi ci hanno pensato, ma i raccordi fra le aree forti della nuova Unione Europea sono assicurati proprio dalle "terre alte". La Valle Padana si collega alla Valle del Reno grazie alla catena alpina, la Catalogna in esplosione economica si connette al Midi francese attraverso i Pirenei, l’Italia stessa trova nell’asse alpino-appenninico lo scheletro sul quale reggersi, secondo la fortunata immagine di Giustino Fortunato dell’osso (le montagne) e della polpa (le pianure). Per non parlare dell’integrazione con l’Est, dove i Balcani diventano il collante verso la realtà slava, e i monti Tatra il collegamento fra Polonia e Ungheria, nuove regioni dell’Europa del 2004. Senza scordare che lungo queste cordigliere si trovano punti di eccellenza in termini sociali ed economici della realtà europea (per restare sulle Alpi, nel sentiero ideale che corre da Grenoble a Bratislava ci si imbatte in realtà come Vorarlberg, Tirolo, Carinzia, Salisburghese, oltre alle note regioni italiane…).

Ha senso un’Europa di "aree forti" connesse fra loro dall’ "osso", per riprendere l’immagine di Fortunato? Indubbiamente no. Ma se ciò è vero, occorre una politica europea per la montagna. Non perché occorre inserire la voce "montagna" nell’elenco delle prebende e delle assistenze che a vario titolo e in varia misura partono da Bruxelles. Ma perché la montagna è il paradigma stesso dell’integrazione europea. Le montagne d’Europa hanno da tempo metabolizzato in sé una concezione politica pluralistica, intimamente tollerante, disponibile alla discussione e alla programmazione concertata. E’ in qualche misura nel loro Dna.

Eppure, anch’esse non sono immuni dalla sfida che la globalizzazione gli pone di fronte, e dall’accentuazione del fenomeno ad esso inverso, costituito dalla crescita del sentimento di localizzazione, che se non governato sfocia in localismo, particolarismo, frammentarismo. Che è l’esatto opposto dell’integrazione, che non a caso alimenta politiche anti-europee. E che non a caso inizia a prendere piede anche nelle terre montane, in assenza di una politica europea per la montagna.

Crediamo che la Commissione Europea e il Parlamento Europeo stiano sottovalutando sia il potenziale ruolo integratore della montagna come elemento di sintesi per l’intera Unione, sia i focolai che stanno sorgendo come spinta anti-globalizzazione e che, andando nel senso della chiusura sostanziale su sé stessi, trovano terreno fertile in alcune parti montane d’Europa in quanto sostanzialmente abbandonate a sé stesse.

Eppure, basterebbe poco. Basterebbe una grande idea-guida, una scelta magari poco convenzionale, una volontà di superare d’un colpo tecnocrazie e burocrazie. Insomma, basterebbe una politica. Che parta dalla constatazione che se l’Europa si farà, questa avverrà attorno ad una statualità nuova, diversa da quella che è stata propria dello stato nazionale, e che trovi nei nuovi elementi di forza i propri tasselli fondamentali. La montagna è certamente uno di questi. Lo sanno il presidente Prodi e il commissario Barnier, è bene che lo comprendano presto tutti i nostri partners europei, e un’iniziativa in tal senso del governo italiano sarebbe indubbiamente di fondamentale importanza.

Nessun modello sarà esauriente, tanto più nei decenni che ci attendono in cui la società civile sarà fortemente influenzata dall’intreccio degli interessi e dal gioco dei soggetti politici e culturali. E allora la necessità di una politica alta, che costruisca il nuovo modello di Europa partendo dagli elementi aggreganti, si farà ancora più forte.

Per questo la montagna è la sfida dell’Europa. E per questo abbiamo un’idea alta dell’Europa, nella quale il dibattito politico non sia solo imperniato sulla qualità della carne e del latte e per la quale la montagna si offre andando al di là del logoro stereotipo dello scarpone e dell’alpigiano al pascolo, e senza cadere nella tentazione riduzionista secondo la quale la montagna è solo una questione ambientale o agricola, come pure più d’uno sostiene in giro per il Vecchio Continente.

Per questo, a breve termine va posta la necessità di modifica del Trattato di Amsterdam, al fine di introdurvi la tematica della montagna e di conseguire per essa il formale riconoscimento giuridico, in modo che le zone montane possano essere considerate non più e tanto come area rurale e depressa ma quale giacimento globale di risorse e patrimonio sociale dell’intera collettività, anche nella prospettiva di uno specifico Programma di interventi dell’U.E. per la montagna nella ridefinizione 2007-2013 dei fondi a finalità strutturale. Lo spazio di provvidenze finanziarie offerte da AGENDA 2000 va infatti trasformato in un profilo politico-culturale che definisca la montagna europea come specificità economico-produttiva, alla pari con le aree ad accentuata urbanizzazione (vedi ad esempio il Progetto URBAN). Da ciò consegue l’opportunità di un provvedimento normativo dell’U.E. per la montagna, che si muova sui principi della legge italiana sulla montagna e quindi anche della previsione di una apposita delega commissariale per la montagna europea. Occorre quindi sostenere con forza l’esigenza di unificazione delle diverse montagne con la previsione di un "Obiettivo montagna" in sede europea, da conseguirsi sì con la disciplina dei futuri fondi a finalità strutturale, ma sul quale è necessario agire da subito al fine di suscitare la dovuta consapevolezza sulla questione a livello di U.E.

*******

Siamo convinti, alla luce di quanto sinora esposto, che la montagna potrà svolgere un ruolo strategico per il futuro e riscattarsi dal recente passato costruendosi un nuovo futuro affermando il proprio modello specifico di crescita, nella consapevolezza che così facendo si svolgerà un servizio per l’intera collettività.

Abbiamo la fiducia che questi Stati Generali inizino un percorso, che porti alla celebrazione nel miglior modo possibile dell’importante appuntamento costituito dal 2002, Anno Internazionale delle Montagne.

Per questo, il lavoro che qui condurremo non si fermerà entro queste sale, ma al contrario i temi fondamentali che da qui saliranno saranno sviluppati nel corso del prossimo anno con forum territoriali e tematici in diverse parti d’Italia, per giungere alla fine del prossimo anno ad una complessiva assunzione di impegni e di responsabilità, di fronte all’autorevole presenza del Presidente della Repubblica che ha già dato la sua disponibilità a presenziare alla sintesi del nostro lavoro.

Per conseguire questi risultati dobbiamo uscire dalla rassegnazione, prendere coscienza di noi stessi, recuperare l’orgoglio delle nostre antiche origini, riaffermando con forza le nostre ragion in quadro di sereno confronto con gli altri soggetti presenti sul campo. Dobbiamo uscire dalla sudditanza, sapendo di rappresentare tutti un mondo che sì ha dovuto cedere – per un arco temporale che ora potrebbe finire- alle classi egemoni, ma che non si è mai rassegnato ad essere un mondo dei vinti. E che può tornare ad essere un mondo dei vincenti, capace di indicare –con la saggezza dei principi scritti nel suo codice genetico- la strada di un nuovo sviluppo. I montanari italiani sapranno vincere la sfida della modernità se sapranno essere sé stessi fino in fondo, valorizzando le proprie peculiarità e imboccando strategie di sviluppo specifiche e coerenti con le proprie tradizioni e le proprie risorse

Parlare con il linguaggio della modernità, riflettendo secondo i canoni della tradizione: è questa, in fondo, la condizione che ci consentirà di vincere la sfida.

Avendo sempre la consapevolezza, come ci ricorda John Dewey, che "gli obiettivi e gli ideali che ci muovono sono generati dall’immaginazione. Però non son fatti di sostanze immaginarie. Si formano con la dura materia del mondo dell’esperienza fisica e sociale".

Ed è per questo che c’è bisogno del contributo di ognuno di voi!

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L’ASSOCIAZIONISMO IN MONTAGNA:
IL RUOLO DELLE COMUNITA’ MONTANE

Comunicazione di Bruno Cavini
Segretario generale UNCEM

(Stati generali della montagna - Torino, 28 settembre 2001)

340 i questionari restituiti dalle 360 Comunità montane in essere alla data del 31 luglio 2001, ed, essendo la risposta venuta dal 94% degli Enti interessati, è giusto definire la ricerca un grande successo, anche se questo è stato reso possibile dall’attualità del tema.

Ben 289 le Comunità Montane che svolgono, per conto dei Comuni che la costituiscono, almeno un servizio associato. Ma dalla ricerca emerge un dato di grande interesse: la media nazionale è di 4,2 servizi gestiti da ogni Comunità montana, per un totale di 1218 servizi.

Interessante anche il dato che vede in 889, pari al 73% del totale, i servizi che le Comunità Montane gestiscono per tutti i Comuni, ed in 329, pari al 27%, i servizi che vengono gestiti solo per una parte dei Comuni facenti parte della Comunità Montana. Dato che fa emergere con forza la capacità delle Comunità Montane di una gestione dei servizi a "geografia variabile"; ossia una gestione in tanti casi per tutti i Comuni, ma, sempre la stessa Comunità Montana, in tanti casi anche solo per alcuni. Scelte sempre e comunque fatte nell’interesse degli stessi Comuni.

E, considerato che la media nazionale dei Comuni appartenenti ad una Comunità Montana è di 12, si può affermare, senza pericolo di smentita, che sono oltre 3.000 i Comuni che ad oggi usufruiscono della gestione associata di servizi attraverso la Comunità Montana.

Una estesa gamma, tra servizi tradizionali e innovativi, di funzioni in forma associata garantite dalla Comunità montana, con prevalenza per servizi sociali, raccolta e smaltimento RSU (e, conoscendo la complessità di questi due servizi si comprende immediatamente l’importanza della gestione associata), inoltre funzioni in agricoltura, protezione civile, prevenzione incendi; ma anche ufficio tecnico comune, trasporto scolastico, promozione turistica, attività culturali, sportello unico per le attività produttive, catasto, Centro Elaborazione Dati, per finire ad ufficio statistico, ufficio contabilità, fino a polizia municipale ed altri ancora.

Concentrazione di tale esperienze forte al Centro-Nord (657 servizi al Nord, dove le CC.MM. sono il 42,5% ma erogano il 54% dei servizi -, 440 servizi al Centro, dove le CC.MM. sono il 30,5% ma erogano il 36% dei servizi - e soltanto 121 servizi al Sud, dove le CC.MM. sono il 27% ma erogano il 10 % dei servizi).

Prevalenza della forma della gestione diretta dei servizi (65%) ma anche ampia utilizzazione dell’appalto (31%) e delle società di scopo, appositamente costitute dalla Comunità Montana, che sono il 4%.

Grave insufficienza del Fondo nazionale per gli incentivi delle forme associate, che, nel caso delle Comunità montane, ha coperto soltanto per il 1999 l’11,2% e per il 2000 il 26,5% degli importi di contributo richiesti dalle 175 Comunità che ne hanno fatto domanda, documentando un volume di spesa per i servizi associati attivati pari a circa 250 miliardi per ciascuno dei due anni considerati.

Queste le principali risultanze emerse dall’indagine realizzata dall’UNCEM sulla diffusione a livello nazionale dei servizi comunali gestiti in forma associata da parte delle Comunità montane. Indagine che offre ampi spazi di riflessione sul ruolo anche di unione di comuni voluto per la C.M. dal legislatore, e che ribadisce la tendenza ad una accentuata funzione di servizio sovracomunale da parte della stessa Comunità, già emersa nel 1997 in occasione di altra analoga indagine svolta. Sin da allora - e la conferma si è potuta constatare adesso - si è manifestata con grande chiarezza la propensione associativa della Comunità montana, la quale ha in molti casi rappresentato naturale e spontaneo punto di riferimento e di cooperazione con i Comuni montani nell’esercizio di funzioni comprensoriali.

Vale la pena rammentare in sintesi l’evoluzione del quadro ordinamentale che ha portato al perfezionamento e alla ulteriore precisazione del ruolo istituzionale della Comunità montana, in quanto da tale connotazione giuridica discende - ad avviso dell’UNCEM - una più oggettiva valutazione della sua funzione di servizio per i territori montani e per lo sviluppo complessivo del sistema Paese.

La Comunità montana, normata agli artt. 27 e 28 del Testo Unico degli EE.LL., 267/2000, viene qualificata come unione di comuni montani, accentuando per tale via la funzione associativa della medesima, peraltro già individuata dalla legge 142 quando all’ art. 29 affermava che ad essa spetta l’esercizio associato di funzioni proprie dei comuni o a questi delegate dalla regione.

Ma il Testo Unico conferma inoltre la storica finalizzazione istituzionale della Comunità montana come soggetto deputato alla complessiva cura degli interessi delle zone montane.

La riforma dell’ordinamento locale ha profondamente innovato la formula dell’ Unione di Comuni, considerata dalla 142/90 l’ anticamera della fusione, assegnandogli la funzione di incentivare la gestione comprensoriale di servizi e funzioni dei Comuni di minore dimensione demografica. Comuni che comunque, come evidenzia l’indagine, nelle zone montane da lungo tempo si riconoscono nella Comunità montana.

Ed è anche in questo contesto che oggi va visto il ruolo istituzionale della Comunità montana, la quale viene confermata sostanzialmente nella sua connotazione originaria, ma nel contempo assume di più – in parallelo con la disciplina sull’Unione dei comuni – la qualificazione di soggetto associativo in montagna dei piccoli Comuni, in modo da costituire, in tale territorio, il referente principale per l’esercizio delle competenze associate, in un più efficiente sistema Comuni-Comunità montane. Sistema che consente di valorizzare la ricchezza rappresentata in Italia dalla antica tradizione dell’ordinamento municipale.

In definitiva, è necessario che la Comunità montana si ponga effettivamente e concretamente come punto di riferimento autorevole per i Comuni che la costituiscono, in un clima di relazioni efficacemente cooperative con i medesimi.

Le innovazioni istituzionali sull’associazionismo intercomunale cadono in un momento molto delicato per la riorganizzazione della funzione pubblica sul territorio, perché è in atto l’applicazione regionale della legge 59/97 e del d.lvo 112/98. Questi prevedono che molti compiti vengano conferiti ai Comuni che, nel caso dei piccoli, possono assicurarne un efficiente ed economico esercizio solo associandosi. Ed è in tale meccanismo, legato alla cooperazione intercomunale, che la Comunità montana, alla luce dei suoi nuovi connotati istituzionali, costituisce un passaggio strategico per dare forza al sistema montano.

Passaggio strategico che è legato anche alla legislazione regionale che dovrà definire, nelle sedi concertative cui partecipano sindaci e presidenti di Comunità, gli ambiti ed i livelli ottimali per l’esercizio delle funzioni associate, che presuppone in montagna - ove necessario - anche la revisione degli ambiti attuali delle Comunità Montane. E la coincidenza delle stesse con detti ambiti ottimali, è ancor più necessario oggi che la Comunità Montana è definita nel Testo Unico Unione di Comuni montani.

Ma unitamente a questo compito la Regione dovrà fare particolare attenzione ad incentivare finanziariamente la gestione associata dei servizi, secondo gli indirizzi affermati dal Legislatore Nazionale nel T.U.

Ed è sui contributi per le funzioni associate, previsti dal Decreto del Ministero degli Interni, che dalla ricerca emerge una assurda limitazione finanziarie per le CC.MM.

Queste ultime hanno avuto coerentemente accesso a tali fondi statali proprio in ragione della loro naturale vocazione associativa e delle esperienze sul campo finora maturate. Ma i fondi sono ancora largamente insufficienti rispetto alle reali necessità.

Infatti la ricerca UNCEM fa emergere chiaramente che il Fondo nazionale, destinato alle Comunità montane, è oggi ampiamente inadeguato per corrispondere al rilevante volume delle richieste di avanzate che sono state 175 suddivise il 51% al nord, il 39% al centro e solo 17 al sud pari al 10%.

Le stesse hanno certificato una spesa per servizi associati di £. 247.265.817.786 per l’anno 1999 e di £. 250.354262.312 per l’anno 2000. Sulla base di queste certificazioni e nel rispetto delle percentuali di contributo per i servizi associati, previste dallo specifico decreto, alle Comunità Montane spettava un contributo pari a circa 38,5 miliardi per 1999, e di 39,5 miliardi per il 2000. Purtroppo, dovendo rispettare l’ammontare del Fondo per le Comunità montane (inizialmente previste in 2,5 mld per il 1999 e 9 mld per il 2000) il Ministero degli Interni, utilizzando i residui dei fondi previsti per le fusioni, ha potuto erogare per il 99, £. 4.313.648.611, pari ad appena l’ 11,2% e, per il 2000, £. 10.513.335.700, pari al 26,5% di quanto sarebbe spettato con uno stanziamento pari a quello previsto per le Unioni.

E’ certo che questa carenza di finanziamenti, rispetto alle Unioni che hanno potuto godere di ben altri fondi, non penalizza solo le Comunità Montane ma penalizza per primi i Comuni che, già da tanto tempo avevano, attraverso la Comunità Montana, cercato la via migliore per gestire i servizi erogati in favore dei propri cittadini.

In montagna, ne siamo convinti, se non fosse stata presente la Comunità montana, moltissimi comuni non avrebbero potuto gestire numerosi servizi ed invece, affidandoli ad essa, hanno ottenuto positive ricadute, sia sulla qualità che sui costi, in favore dei propri cittadini.

Ed in conclusione è necessario evidenziare ancora come l’esame delle informazioni che si ricavano dal più recente studio dell’Unione inducono a riflettere sulla potenzialità del ruolo che le Comunità montane possono sviluppare in collaborazione con i Comuni montani al fine di accrescere qualità e quantità dei servizi comprensoriali per le aree ancora fortemente marginalizzate dai meccanismi di sviluppo.

Ed il conseguimento di ciò avrà senz’altro rilevanti esiti positivi per le popolazioni locali in termini di disponibilità e accrescimento di servizi essenziali sia alla persona che all’impresa, favorendo inoltre un accrescimento potenziale delle aree montane che col 54% del territorio ed il 19% della popolazione possono rappresentare un soggetto determinante per uno sviluppo sostenibile, omogeneo e duraturo dell’ Italia intera.

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INTERVENTO DEL MINISTRO PER LE POLITICHE AGRICOLE E FORESTALI ON. GIOVANNI ALEMANNO

(Stati generali della montagna - Torino, 27 settembre 2001)

Sono particolarmente lieto di portare il saluto alle autorità, alle istituzioni, alle associazioni di categoria e ai singoli operatori e approfitto di questa importante occasione per riconfermare l'attenzione ai problemi delle montagne del Governo e mio personale.

Prendo atto con soddisfazione che il salone europeo della montagna rappresenta un prologo ideale, una anteprima naturale all'ormai prossimo "anno internazionale delle montagne" solennemente dichiarato dall'Assemblea delle Nazioni Unite.

Sono trascorsi 10 anni dalla conferenza mondiale di Rio de Janeiro e le conclusioni contenute nel capitolo 13 dell'agenda 21 sono la base dei valori e degli obiettivi che l'ONU intende riaffermare e sostenere:

Numerosi ali appuntamenti internazionali e nazionali ad anticipare in Italia e nel mondo questa iniziativa, tra questi, di assoluto rilievo, la convocazione degli "stati generali della montagna''.

Una convocazione che impone riflessioni e decisioni importanti a problemi aravi e irrisolti.

Il richiamo alla montagna, ai suoi valori e al sostegno delle popolazioni montane sono temi puntualmente posti e riproposti nella legislazione nazionale a partire dalla Carta costituzionale fino alla legge della montagna del 1994.

Numerosi gli interventi legislativi periodicamente emanati per individuare politiche tese ad invertire situazioni economiche e sociali, a rischio di divenire irreversibili, determinate dallo sviluppo caotico ed egoista delle aree metropolitane e delle grandi pianure.

La svolta auspicata non c'è stata, il problema delle nostre montagne non é stato risolto e malgrado iniziative lodevoli e certamente da incoraggiare di alcune amministrazioni centrali, regionali o locali ci troviamo ancora una volta ad invocare nuovi e più efficaci interventi, indirizzi politici che sappiano introdurre misure innovative, piuttosto che celebrare i successi di risultati ottenuti dalle leggi del passato.

Forse per disattenzione, forse per miopia politica, aggravati certamente anche dalla complessità e dalla vastità dei problemi, non possiamo ritenerci soddisfatti del trattamento che abbiamo riservato alle popolazioni montane e al loro territorio.

Tutto questo mentre cresce diffusamente la consapevolezza dell'importanza delle globalità delle straordinarie risorse ambientali, paesaggistiche, storiche e culturali delle montagne.

Sono certo che la questione-montagna sarà una delle grandi sfide del XXI secolo, dall'acqua ai cambiamenti climatici, pena l'emarginazione delle popolazioni e soprattutto grandi disastri per l’ambiente, il territorio e le popolazioni sottostanti.

Conosco la montagna, ho dedicato ad essa tempo ed attenzione non solo come politico, ma anche da alpinista, sono convinto che questa vocazione mi aiuterà a percepire con maggiore sensibilità le esigenze e le soluzioni che il ragionamento e la politica ci portano ad elaborare.

A qualunque azione o strategia si pensi per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni montane e difenderne il territorio, nessuna potrà prescindere dal significato spirituale e culturale delle montagne da integrare con un quadro economico-sociale in armonia con lo sviluppo sostenibile.

Le montagne italiane sono il più grande contenitore di risorse culturali e naturali del paese, un patrimonio unico e irripetibile.

Le acque montane, la biodiversità, le risorse energetiche, il paesaggio, le tradizioni, la cultura montanara sono valori universali che dobbiamo tutelare e conservare.

Questo straordinario contenitore, tanto ricco quanto fragile. è troppo spesso aggredito da uno sviluppo irrazionale e dannoso.

La presenza dell'uomo è generalmente associata ad eventi negatimi per l'ambiente.

Le montagne, in questo senso fanno eccezione perché, se da un lato molti interventi umani hanno generato alterazioni e disequilibri, dall'altro la diminuzione delle genti ha impedito la difesa del territorio e il mantenimento dei valori e delle tradizioni.

Valuto molto negativo l'abbandono delle campagne, coinciso soprattutto con una fuga dall'agricoltura di montagna.

Doppio il danno: la perdita della identità sociale e della qualità di prodotti e la perdita della insostituibile funzione svolta dagli agricoltori e dagli allevatori nella ordinata gestione del territorio.

Nel 1995, durante il primo governo Berlusconi, l'allora Ministro dell'agricoltura e delle foreste elaborò e sottopose, per la prima volta, all'attenzione del Commissario della unione europea il "Memorandum per l'agricoltura di montana".

Quel documento, frettolosamente accantonato, riaffermava sia il valore economico dell'agricoltura, sia e soprattutto la funzione dell'agricoltore nei delicati equilibri delle aree montane.

Il contadino come custode e guardiano del territorio.

Una affermazione tanto semplice quanto rivoluzionaria, che ritengo debba essere rilanciata.

Non è certamente un caso che proprio in quel periodo veniva avviato, da parte del Ministero dell'agricoltura, il sistema informativo della montagna, fortemente voluto e sostenuto con grande determinazione dall'UNCEM, oltre che dal Ministero. Questa iniziativa è stata poi considerata uno dei pochi, se non unico, progetto coerente allo spirito della legge quadro della montagna, e realizza il collegamento telematico tra tutte le comunità montane e le Amministrazioni centrali per l'erogazione di una serie di servizi attesi soprattutto dal mondo agricolo.

In questo progetto ha avuto un ruolo di assoluto rilievo il Corpo forestale dello Stato, che per altro é stato invece scarsamente utilizzato nelle attività di salvaguardia, tutela e monitoraggio delle zone montane.

Un ruolo che poggia su una professionalità riconosciuta e del quale sarebbe irresponsabile privarsene per il futuro.

Nel mondo, come in Italia, occorre pensare in termini di montagne piuttosto che di montagna al singolare.

Anche nel nostro paese ci sono montagne e montagne, montagne ricche e montagne povere, montagne verdi e montagne aride, montagne geografiche e montagne amministrative, realtà alpine completamente diverse da ovest ad est e altrettanto diverse da realtà appenniniche.

Occorre pensare alla diversità, alle singole specificità, sfuggire alle esemplificazioni e alle generalizzazioni, ciò è necessario per poter dosare le azioni.

Se le montagne garantiscono la sicurezza delle pianure, se le montagne costituiscono il più importante serbatoio di natura incontaminata e di risorse, se le montagne costituiscono una delle più grandi opportunità per il turismo, dobbiamo riconoscere a queste un ruolo che presuppone investimenti e risorse che mal si conciliano con i modesti finanziamenti erogati finora dalla legge 97 del 1994.

Certamente non è solamente un problema di fondi, ma di una strategia complessiva che deve saper tradurre le idee in provvedimenti legislativi, in azioni e in realizzazioni, occorre restituire una linea politica alla montagna italiana, lasciata per troppo tempo senza indirizzi e senza risorse.

Le linee di intervento che il Governo e il mio dicastero in modo particolare sono impegnati ad attuare, derivano dall'analisi dei tanti aspetti che caratterizzano il rapporto fra uomo e territorio.

E' allarmante la constatazione che, con la progressiva rarefazione degli insediamenti umani, tende a scomparire anche la continuità delle tradizioni e delle identità culturali e vengono meno, inoltre, una serie di microattività legate alla presenza dell'uomo.

Per questi motivi riteniamo di assumere come punto di riferimento per le politiche di salvaguardia del nostro patrimonio montano la presenza dell'uomo e delle sue attività come garanzia di continuità non solo della cultura e delle tradizioni ma anche della conoscenza del territorio e dei modi per governarlo.

Un approccio che, pur apparendo, a prima vista, conservativo, richiede, invece, un grande sforzo in termini di ricerca di soluzioni innovative sul piano economico e sociale per individuare percorsi ottimali contro due rischi di natura opposta:

In sintesi, si tratta di consolidare. rivitalizzare e, in alcuni casi, addirittura ricostituire il tessuto sociale ed economico dei nostri territori montani, riconoscendo, innanzitutto il nuovo ruolo che assumono le attività tradizionali nel quadro dello sviluppo sostenibile, non solo della montagna italiana, ma dell'intero Paese; guardando. al tempo stesso, con fiducia anche al maggior valore economico che oggi possono assumere i prodotti di tali attività. siano esse forestali, agricole, zootecniche o artigianali in virtù della loro tipicità e della certificazione ecologica che deve essere attribuita al processo produttivo.

Per raggiungere questi obiettivi non è più sufficiente pensare di intervenire soltanto con le tradizionali misure di incentivo e sostegno alle attività economiche e all’imprenditoria giovanile, tenuto conto anche dei limiti, comunque, imposti a livello comunitario in termini di quota massima del contributo pubblico alle singole iniziative.

E' indispensabile accompagnare queste misure con politiche mirate al mantenimento e al ripristino della rete dei servizi pubblici essenziali e allo sviluppo dei servizi alle imprese.

Solo in questo modo potranno essere garantite le condizioni per il consolidamento delle popolazioni residenti e degli insediamenti produttivi e potranno gettarsi le premesse, non solo per restare, ma anche per tornare in montagna.

Sappiamo bene, ormai, che spopolamento e rarefazione dei servizi si alimentano reciprocamente, innescando una spirale che conduce inevitabilmente all'abbandono del territorio.

Diventa, quindi, necessario riconsiderare, secondo logiche e criteri nuovi, il sistema dei servizi pubblici nei territori montani:

Oggi affrontiamo i problemi dello sviluppo della montagna con una maggiore consapevolezza, avendo come indicazione i criteri definiti a livello internazionale in materia di sviluppo sostenibile e di sviluppo rurale.

Abbiamo il compito di attuare impegni assunti a livello internazionale, come la Convenzione della Alpi e di realizzare progetti sistemici a livello nazionale come il progetto APE e i progetto Foresta appenninica.

L'impegno del Governo nazionale e delle Giunte regionali è innanzitutto quello di adeguare il quadro legislativo per rendere coerente l'applicazione dei principi e dei criteri appena richiamati.

A livello internazionale prosegue l'impegno dell'Italia, insieme agli altri Stati membri interessati, per pervenire all'emanazione di regolamenti e direttive che abbiano, come oggetto e come obiettivo, la salvaguardia e la valorizzazione dei territori montani.

E' tempo anche di porre mano alla revisione della legge n. 97/94 che, a fronte di una impostazione generale e di principio ancora attuale, in quanto tutt'ora allineata con le tesi più avanzate della discussione sulla montagna, a poco più di 7 anni dalla sua emanazione, appare invece, poco efficace se si guarda alla capacità delle singole misure, in molti casi risultate inattuate o, addirittura, inattuabili, di tradursi in risultati concreti; ed è proprio su questi punti che bisognerà avviare il processo di aggiornamento della legge che deve, tra l'altro, tenere conto dei seguenti aspetti:

Una revisione che non dovrà sottovalutare il già richiamato ruolo dell'agricoltura. della zootecnia e della selvicoltura in montagna anche nell'insieme della logica delle pluriartività.

Per questi motivi, anche in sede di revisione della legge sulla montana, si dovrà cercare di sostenere tali attività rendendo più facilmente attuabili misure già previste nella legge vigente coane il riordino della proprietà e la valorizzazione delle produzioni tipiche.

Occorre rivalutare le attività forestali in una prospettiva di gestione forestale sostenibile che deve conciliare il valore del bosco come bene ambientale pubblico, ma anche come bene economico privato.

Riguardo ad interventi specifici a favore della montagna, il Ministero delle Politiche agricole e forestali proseguirà nell'impegno già assunto da alcuni anni per la realizzazione del Sistema informativo della montagna, in attuazione dell'articolo 24 della legge n. 97/94.

Aver scelto la montana come laboratorio per la sperimentazione delle cosiddette "autostrade informatiche", oltre a collocare centinaia di pubbliche amministrazioni che operano in territorio montano in una condizione di "vantaggio tecnologico" nei confronti della pianura, ha consentito di mettere a punto modelli di cooperazione e di interscambio informativo utilizzabili per la progressiva semplificazione delle procedure e per un accesso sempre più diretto ai servizi della pubblica ammistrazione per i cittadini e le imprese delle zone montane.

Abbiamo consapevolezza piena delle difficoltà, ma su questo punto assicuro l'impegno totale del governo che intende affrontare e risolvere questa sfida secolare, un successo che per verificarsi ha necessità veramente di un impegno straordinario in termini politici, economici e culturali a cui sono chiamate tutte le Amministrazioni nazionali siano esse centrali, regionali o locali.

Le montagne rappresentano un patrimonio culturale, naturale e etnico che é patrimonio non solo nazionale, ma dell'umanità; dobbiamo costruire un percorso tale che se un tempo la montagna divideva in un futuro, il più prossimo possibile, possa invece unire uomini, territori, natura. e città.