LE MINIERE- tratto dal libro'Joi, travalh e soufransa de ma Gent'- di Ugo Piton

 

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miniere della Roussa

La vita di un minatore- intervista

Ferdinando Cirillo Charrier, * 1907 al Chezalet di Bourset, Roure.

 

Mi chiamo Ferdinando Cirillo Charrier sono nato l'undici giugno l907 al Chezalet, la prima frazione salendo per l'antica strada lungo la Coumbo de Bourset.

Mio papà era Barbou Teodor l' Armiò. Questo soprannome gli era stato dato da suo padrino, don Stefano Charrier (fu parroco a Roure dal 1873 al 1875, allorchè morì in età d’anni 31), il primo sacerdote nato a Bourset che, dopo essere stato vicario a Pragelato era poi venuto parroco a Bourset, suo paese natìo. Don Charrier suonava le campane a mezzogiorno alla chiesa di Chasteiran e poi scendeva al Chezalet a pranzare da mio padre che era suo figlioccio. Mia madre si chiamava Maria figlia di Jacque la Rosa (Giacomo Charrier).

Erano in sette, tra fratelli e sorelle: lou Serile , padre del Dolf. la Catlino , la Selestino , lou Ferdinant che era il mio padrino, lou Sezar, e, naturalmente, mia madre. Ma anche noi eravamo una grande famiglia. Mia madre ebbe dieci figli tra maschi e femmine, sappiamo bene cosa vuol dire sapersi guadagnare il pane.

Incominciamo dal più anziano: Pière, classe l894, morto al fronte durante la grande guerra del l915 - 1918; la Paoulino , morta durante l 'infuriare della terribile epidemia chiamata la Spagnola nel 19l8; la Leontino , morta cadendo giù da la Roccho d'la Gleizo mentre raccoglieva erba; lou Batisto, nato nel l903 e morto nel l988; la Lidia, nata nel l905 e morta nel l972; io,lou Ferdinant,. poi lou Gust, nato nel 1910 e morto nel 1985; la Tino, nata nel 1912; la Santino del 1914 e la Emma del 1916.

Sono sempre andato a scuola nelle stalle. Il primo maestro, non diplomato, fu Barbou Loui Gap ( Luigi Talmon), padre della Tissia, che faceva scuola al Chezalet nella stalla del Carabinie (Alfonso Charrier).

Andai a scuola anche dalla sorella del signor Brunet, segretario del comune di Roure. che insegnava nella stalla del Candi (Candido Talmon, padrino del Candi d’la Balmetta) al Sappe. In quel periodo ci fu anche una maestra che veniva da Nizza Monferrato; si chiamava Cuti Elvira. In quei tempi si faceva solo la terza elementare frequentandola durante l'inverno, la si ripeteva magari due o tre anni. Durante la bella stagione aiutavo i miei nei lavori dei campi. La scuola Daval, chiamata anche Eicolo ei cùou d' la Roccho (la seconda scuola di Bourset ubicata tra il Chezalet e la Balmetta, ai piedi della grande parete rocciosa su cui troneggia la secentesca chiesa di Bourset), venne costruita nel 1921 dal muratore Douart (Edouardo Tanotti * 1881 a Charjau di Roure + 1952 al Charjau di Roure, muratore del Charjau ) del Charjòu e da suo cognato Mil oppure Milet (Emilio Barral) ; quest'ultimo aveva portato su a spalle tutta la serramenta.

Sono salito a lavorare alle miniere di talco de la Rouso nel mese di giugno del 1924. Non avevo ancora compiuto i diciassette anni. Venni assunto dalla Società Talco e Grafite Val Chisone al terzo lotto, ossia dal lato del Razèl

(la miniera ha preso il nome dalla Comba del Razel, Rosel) o propriamente la Rouso. Dall'altra parte, al quarto lotto, ovvero, a la Sannha ( toponimo, luogo con mlota acqua), le miniere erano gestite da alcuni industriali francesi soci con il cavalier Juvenal nativo de la Greizolo, comune di Roure.

La mia prima mansione fu quella di vagonista alla miniera chiamata Razèl. Considerando che ero il più giovane di tutta la miniera, mi appiopparono il soprannome di Jouve (giovane ) e così venni chiamato per tutta la vita... ancor

oggi che ho ottantadue anni! Direttore del cantiere era il signor Brunet,. come cap siolto avevamo Barbou Albin (Albino Charrier, artigiano del Chezalet, venne ad abitare a Vignal di Roure), Barbou Serile Batitin (Cirillo Bounous) e Barbou Jan d'la Balmo che veniva anche chiamato Barbou Jan en Cino ( Giovanni Bonnin) perché aveva fatto la guerra... giù di là.

Dall'altra parte, nella zona chiamata la Sannha, nel quarto lotto gestito dai francesi, cap siolto erano Barbou Juanin Mèrlin (Giovanni Vincon, * 1869 al Chatau di Roure . + 1946 al Chatau di Roure), Barbou Janet dei Mian (Giovanni Leone Coutandin, * 1887 ai Coutandin di Meano. + 1960 ai Coutandin di Meano) e Barbou Pinet d'la Balmo (Giuseppe Bonnin).

Il quadro dirigenti esposto è degli anni dal 1924 al 1927 quando eravamo sicuramente più di 300, forse ci avvicinavamo ai 350, tra dentro le gallerie e addetti ai lavori esterni e alla teleferica.Solo noi di Bourset eravamo più di 50. Certe famiglie avevano tre o quattro uomini che salivano alle miniere. Malgrado le sofferenze, la pesantezza del lavoro, l'umidità, la terribile e irreversibile silicosi, i pericoli per la vita stessa (ci furono feriti, anche dei morti per frane) le miniere furono una ricchezza perché nelle nostre famiglie, alla fine del mese, entrava la paga e, in alcune di esse, tre o quattro buste paga.

La mia paga mensile, nel 1924, con 24 - 27 giornate lavorative, superava sempre le 350 lire; nei mesi di ottobre e novembre, con 27 giornate lavorative percepii lire 499,50 mensili.

I miei cugini Mandragola, tanto per portare un esempio, erano in quattro:

mio zio e i figli Nant, Selèst e Teodor. Ma anche in altre famiglie, sia di Bourset come del Charjau e di altri villaggi del comune di Roure , c'erano diversi componenti che lavoravano in miniera.lo stavo alla Baracco Groso (la baracca grande) composta da cinque comparti in ciascuno dei quali alloggiavano venti minatori. Un po' più in basso , alla Baracco d'Champaimar (la baracca ubicata a Champt Aimar) c'era un'altra trentina di uomini; e altri minatori erano alloggiati più in su a la Baracco d'Aliaud.Tutti i giorni facevamo la polenta. Poi, alla fine del mese, ci facevamo fare i conti da la bouticc'a (le botteghe e i negozi) giù nel fondo valle. Il lunedi, colui che era stato incaricato dai compagni di Baracco , pagava i negozi e ordinava nuovamente un miriagrammo di farina di granoturco, la pasta, le scatole di conserva, il burro ed altri generi. Ognuno pagava in proporzione delle giornate lavorate, ossia della presenza mensile in baracca.La siolto (il turno) che faceva la notte usciva a mezzanotte; noi vagonisti uscivamo un tantino prima e facevamo il caffé nella trentesinc di ghisa (il paiolo di ghisa grande, n. 35, che serviva non solo per fare il caffè ma sopratutto per cuocere la polenta).

Mettevamo tutti il nostro vazet del caffé sul tavolo ( vasetto in vetro contenente il caffè macinato) e dal vazet ognuno prelevava un cucchiaio e lo versava nella trentesino. Quando l' acqua col caffé bolliva, ognuno riempiva la propria scodella nella quale aveva chapulà ( tagliuzzato a pezzetti) del pane. Chi ne possedeva aggiungeva anche un pezzettino di burro. Si mangiava e poi si chiacchierava fino alle due. Si rientrava in galleria termi nando il turno di notte alle sei del mattino.La siolto de journ (il turno che lavora di giorno) entrava alle otto, cioè due ore dopo lo scoppio delle mine; due ore di intervallo tra un turno e l'altro permettevano alla polvere sollevata dallo scoppio delle mine di dileguarsi un po' .

Vi spiego il meccanismo dell'orario settimanale usato alle miniere di talco de la Rouso. Il lunedì la prima siolto entrava in galleria alle tredici pomeridiane. La siolto de noit (il turno che lavora di notte) iniziava il lavoro alle ventitre, usciva alle tre, rientrava alle quattro e lavorava fino alle otto del mattino. Il martedì, la siolto de journ, riprendeva il lavoro all'uscita dei compagni alle otto ripristinando così i turni normali. Teniamo presente che durante la settimana vi erano altre modifiche all'orario; la siolto de noit lavorava altre quattro ore in più mentre la siolto de journ, al giovedì, faceva dodici ore di lavoro diviso in due riprese di sei ore ciascuna. Arrivati al sabato , la siolto de noit faceva tre siolta di seguito. Con questo orario abbastanza elaborato alle nove del mattino del sabato i due turni avevano terminato le sei giornate lavorative di otto ore e ognuno ritornava a casa con la propria famiglia. Una colonna interminabile.

I giovani davanti venivano giù di corsa. Gli anziani scendevano più lentamente e chiudevano il lungo serpente di minatori giù per la Coumbo de la Rouso ( Comba. vallone de la ROUSO).

Il lavoro di vagonista consisteva nel caricare i vagoni di matièro (materiale. pietrame di scarto) scartata dai minatori addetti all’avanzamento, e nel condurla fuori nel ramblé (la massa dei detriti deposti fuori della galleria a mano a mano che venivano estratti, in modo da formare una colmata).

Il talco subiva una prima cernita dai due minatori, uno di prima categoria responsabile del cantiere, l'altro di seconda che era l'aiutante, addetti all'avanzamento. Si mettevano perfino in ginocchio, la propria giacca sotto, e con la caruso (piccola paletta) raccoglievano tutto affinché il talco non andasse a finire nel ramblé Ah, sì, caricavamo tutto con la pala, sia il talco che la matièro , tutto con la pala. Esisteva però anche un sistema de coulissa (grosse lamiere concave) usato specialmente nei vari emhranchament (gallerie secondarie partenti dalla galleria principale).

Un sabato mattina, il cap siolto del turno contrario di Barhou Alhin , un certo Trou de la Chapèllo di Meano, non ricordo bene il nome, si era accorto di aver lasciato riempire troppo di matièro una di queste coulissa di cui ho parlatoAvendo timore di essere ripreso dal signor Brrunet, si precipitò di corsa fin lassù per tentare di deihourouma lou fournel (Pulire, svuoltare il camino). Il Tron cercò di fare un buco per infilarci un cartuccia di dinamite ma il materiale non gli diede il tempo di compiere l'operazione e franò di colpo trascinandolo. Un'attimo dopo è arrivato vostro zio materno, lou Ninou che ci ha gridato:''Tron è passato giù per la "coulisso'' . Siamo subito accorsi tutti. Togliemmo la saracinesca. Il materiale, mescolato ad acqua, veniva dal fournel velocemente portando giù anche il povero Tron.. Ma era troppo tardi, il materiale ne aveva provocato la morte per soffocamento..Giunse subito anche il signor Brunet con una bottiglia di cogncac. Ma il povero Tron aveva la bocca piena, gli abbiamo solo pulito la bocca, il nostro intervento non è più servito a nulla. Il morto era già un po' anziano e, guarda caso, aveva la figlia che doveva sposarsi proprio in quei giorni.Togliemmo la cassa di un vagone, piazzammo due tavole, vi adagiammo il corpo del Tron e lo conducemmo fuori della galleria. In seguito lo portammo giù ; i funerali si svolsero nella chiesa parrocchiale di Meano e venne sepolto nel cimitero del Lagiard . La disgrazia successe ancora prima che io partissi a fare il soldato (Il fatto è stato così descritto dal giornale locale’ Una grave disgrazia alle Cave di Talco della Roussa costava la vita all’operaio Tron Francesco della Cappella di Perosa Argentina. Mentre egli stava intento a ripulire del materiale di rifiuto in uno stretto camino, precipitava del terriccio di rifiuto e pietrame al fondo e e rimaneva soffocato nonostante il lavoro febbrile dei eompagni per salvarlo. La disgrazia è avvenuta per l’inavvertenza del Tron stesso il quale, pure assai pratico del lavoro ove da tempo esercitava la sorveglianza, troppo fidente di se stesso, si era accontentato di tenere per mano la corda di sostegno invece di assicurarla attomo al corpo come d’ordinario si fa per misure di prudenza in simili lavori’- Eco del Chisone del 12- 2- l927 n 7).

In quell 'epoca morì anche un giovane del Chezalet , che era sposato da appena tre mesi. Abitava proprio vicino a me e mi ricordo che il giorno prima, un giovedì, era stato festivo. La mattina del venerdì andai a tambusa (bussare) alla sua porta e così scendemmo al Charjòu e quindi salimmo alle miniere insieme.Quel giovane era di coppia con Barhou Talinas de la Balmo

(Natalino Bounin *1983 a balma di Roure, +1956 a balma di Roure)

Fra loro vi era uno del Charjòu chiamato Dido, figlio di quelli che vendettero al Tabaquin la casa ove attualmente c'è la panetteria Blanc; non mi ricordo il nome, erano due fratelli. Nel cantiere c 'erano un pozzo, il vagone e la plaso tournanto.Questo Dido piazza il vagone sopra la plaso tournanto (la piastra rotante per invertire la direzione dei carrelli), e fa girare il tutto senza collocare la catena che attraversava la galleria e serviva per bloccare il vagone.

Il vagone è partito di colpo mentre stavamo entrando in galleria e lanciato ha travolto in pieno il povero giovane. La morte è stata pressocché istantanea. .Barbou Talinas , io ho lavorato diversi anni in coppia con lui, mi raccontava: ''L'ho preso sulle braccia come un bambino, era tutto fracassato, e l 'ho portato fuori della galleria".Lo portammo al Charjòu, a la Stasioun (la stazionc d'arrivo della teleferica), e poi, con la barella con cui un tempo si caricavano i morti, al Chezalet a casa sua. I funerali si svolsero nella chiesa parrocchiale di Chasteiran e fu sepolto nel vicino cimitero ove è ancora visibile la tomba sormontata dalla lapide. Sua moglie è ancora viva a Marsiglia e con la loro figlia tutti gli anni viene a renderci visita. La moglie ha la mia età, la Toio (nome femminile, la Vittoria), ed è la sorella di Jan Fransee (Giovanni il francese). Si è poi risposata con il fratello di suo marito ed ora è nuovamente rimasta vedova. Vengono a trovarci tutti gli anni e, anzi, noi abbiamo loro perfino affittato una camera al Chezalet perché possano passare qualche giorno d'estate al loro paese d'origine.

Ho lavorato nelle miniere de la Rouso fino al 20 aprile 1927, quando partii soldato e venni arruolato alla 28ma compagnia Alpini del Battaglione Fenestrelle.

Fui mandato alla caserma Rubat (la caserma del Rubatto a Torino in via Cernaia) a Torino ma, come sapete, a Torino c'è un altro clima, molto diverso dal nostro. Spesso c'è la nebbia! Quando i superiori chiesero chi voleva andare a Clavière a fare la guardia subito risposi che sarei andato volentieri lassù in montagna e così venni trasferito.

Eravamo in due; con me c'era un certo Piombino, i suoi genitori erano proprietari de l'ostu dei Gran Dibloun (Osteria del Gran Dubbiun). Rimanemmo un po' lassù a respirare aria pura e limpida e, in seguito, ci fecero nuovamente rientrare a Torino.Pensate, partivamo dal Rubat , attraversavamo tutta Torino a bilanciarm e andavamo a fare i tiri al Martinetto. Era una bella marcia, credetemi. Andavamo anche a fare i tiri a Moncalieri, ma sempre tutto a piedi, sempre a piedi. C'erano poche macchine a quei tempi, solo qualcuna e quando vedevano arrivare la truppa, si fermavano! Eravamo sempre tutte tre le compagnie a bilanciarm e si attraversava tutta Torino a bilanciarm.Andavamo anche a fare la guardia al Palazzo reale, che non era tanto lontano. Al Palazzo reale si facevano i turni con gli altri reggimenti dei corpi di stanza a Torino: alpini, fanteria, bersaglieri, artiglieria, eccetera.Quando era il nostro turno eravamo preceduti dalla banda musicale sia all’andata sia, ventiquattro ore dopo , al ritorno alla caserma del Rubat.Non c'era la guerra, non eravamo nel pericolo, ma il servizio militare era ancora un periodo di prova, di vita dura. Per esempio. ci portavano in treno fino a Pinerolo poi su fino a Fenestrelle a piedi, sempre a piedi (da Pinerolo a Fenestrelle a piedi è una bella camminataI sono 34 chilometri). con un peso, tra armi e zaino, di oltre trenta chilogrammi. Era dura, era dura.Ogni ora di marcia si faceva alt per dieci minuti, questo era il regolamento. Lou chamin (la statale n. 23,) non era asfaltato, il passaggio di tanti uomini creava una polvere incredibile, incredibile.In un periodo in cui fummo di stanza al forte di Fenestrelle il Comando di battaglione ci fece scalare tutte le cime più alte delle nostre valli: il monte Albergian, la cima Ramier, il super fortificato Chaberton e tante altre. Durante l’ inverno ci fecero fare il corso di sci. Alcuni di noi facemmo presente che non eravamo capaci a sciare e non avevamo mai calzato un paio di sci. Il capitano ci radunò e disse chiaro e tondo: " Duvuma pié vuiauti d'muntagna, poduma nèn pié cui d'Turin .!'' (Dobbiamo prendere voi montanari, non possiamo prendere i cittadini di Torino!) Eravamo a monte di Clavière da circa quindici giorni. proprio un po' prima che morisse il tenente Vincon vostro vicino di casa, che faceva scuola all'artiglieria da montagna (Giovanni Vincon * 1898 al Charjau di Roure. + 1927 a Gimont, tenente degli alpini morto sull’altipiano di Clavière sotto una valanga. Cfr, Eco del Chisone 7 gennaio 1928 n. 1). La pista era dura, ghiacciata. Il tenente aveva fatto infiggere una fila di alpistoc in fondo ad essa per segnalarci che lì c'era un ipotetico burrone e che lì dovevamo fermarci. . Il tenente era solito dire: "'Se li aiè un ruché vuiauti uv campe giu!'' (se li sotto c'è un precipizio, voi vi buttate giù!) Anch'io, al termine della pista, cercai disperatamente di girare per fermarmi come mi era stato ordinato. La pista era un ghiaccio puro, caddi malamente, rotolai diverse volte e mi produssi una dolorosa entorso a la chavillho (Torsionc della caviglia,). Mi adagiarono su una slitta e mi condussero prima a Clavière, in seguito a Cesana e da qui, accompagnato da un commilitone, in treno, a Torino.Alla stazione ferroviaria di Porta Nuova trovammo un'autoambulanza che mi portò all'ospedale militare ove rimasi ricoverato per oltre un mese. Nel lettino a fianco avevo un finanziere che mi suggerì di documentare che i miei familiari erano nelle possibilità di mantenermi a casa in convalescenza.

Scrissi a mio padre il quale, tramite il comune, mi inviò i documenti richiesti e così ottenni sessanta giorni di convalescenza. Ritornai al mio Chezalet con i miei e saltai il campo invernale. A Clavière ero con Gouiddo Pitoun Groullo, zio di vostra moglie: lui ed altri alpini valligiani vennero ai funerali del povero tenente Vincon , come picchetto d'onore. Quando ero lassù a Clavière ci incontravamo tutte le mattine con il tenente Vincon, ci conoscevamo bene, mi diceva: "Per la fèto vu fau aguee lou pèrmes'' (Per le feste natalizie vi faccio avere il permesso).Morì così tragicamente sotto quella slavina...

Noi avevamo il capitano Carrera. quello che, più tardi, morì sotto la valanga di Rochemolle. Anche questo ufficiale era bravo, un gran brav'uomo. Quando eravamo a Cesana. il capitano Carrera aveva un modo tutto particolare per punire i suoi alpini. Metteva dentro chi sbagliava, ma alla sera tardi quando rientrava, faceva aprire la prigione, gli dava un colpo o due con la sua immancabile canna e sorridendo: ''N' auta volta se te sbaglie ancura'' (Un'altra volta se sbagli ancora) e finiva tutto lì. Nel corpo degli alpini la disciplina è tutto diversa dagli altri corpi. C'era molto più cameratismo. rispetto e amicizia anche tra superiori e subalterni.

Nell' autunno successivo eravamo accampati sotto la cappella del colle del Sestriere (allora, sul colle, c'erano solo la cappelletta, la casa cantoniera e Possetto) e lavoravamo, muniti di pala e piccone, alla costruzione della strada militare che dal colle del Sestriere va a Sauze passando sotto il monte Rotta. Alla costruzione di questa strada erano impegnati tutto il Terzo ed il Quarto alpini, con reparti di fanteria e reparti del genio impiegati oltre la galleria sottostante il monte Rotta.

Un mattino quando ci siamo alzati abbiamo trovato un diecina di centimetri di neve sulla tenda. Dicevamo. ''Adesso. con questa neve. rientriamo nuovamente a Torino". lnvece il tempo si rimise al bello e lavorammo ancora altri otto giorni. Quando venne l'ordine di rientrare a Torino ci fecero salire al col Basset, scendere in vaI Susa e prendere il treno ad Oulx.

(continua)