Ercole Ridoni, ingegnere e collezionista

fra Otto e Novecento

di Massimo Martelli

da la Beidana n.34, 1999

 

L’Associazione Naturalistica Pinerolese si occupa della gestione del Museo di Scienze Naturali di Pinerolo e l’attenzione alla realtà locale guida tutte le sue iniziative. In questo contesto e da alcune circostanze fortuite è nato il desiderio di riscoprire il personaggio Ercole Ridoni; in principio ignoravamo del tutto chi fosse questo pinerolese che tanto ha dato alla città e alle Valli, ma è rimasto sconosciuto.

All’inizio del 1998 l’Associazione ha acquisito per il Museo una piccola collezione di rocce e minerali, parte della collezione mineralogica fatta da Ercole Ridoni. L’estremo puntiglio con il quale erano compilate le etichette dei vari esemplari ci ha incuriositi e spinti a tentare di saperne di più. Poco a poco abbiamo trovato molte persone in possesso di informazioni o documenti con i quali abbiamo ricostruito il profilo umano, storico e professionale di Ercole Ridoni. È stata un’esperienza interessante e divertente, che ci ha portati a riscoprire fatti, immagini e curiosità delle nostre valli all’inizio del secolo.

La ricerca si è concretizzata in una mostra che è stata esposta al Museo di Scienze Naturali di Pinerolo per tutto il mese di ottobre*

* Il lavoro è stato completato grazie alla collaborazione di molte persone senza le quali non si sarebbe potuto neanche iniziare. Ringraziamo per la grande disponibilità dimostrata la Famiglia Villa (fino ad una diecina di anni fa titolare della Talco e Grafite Val Chisone); il Gruppo Mineralogico Pinerolo e Valli; la Luzenac Val Chisone S.p.a.; il geometra Mario La Montagna, pensionato Talco e Grafite Val Chisone; padre Candido dei Frati Cappuccini di Pinerolo dal quale è stata acquisito il materiale scientifico appartenuto a Ridoni; Silvio Gatti, pensionato Talco e Grafite Val Chisone; Umberto Ridoni nipote di Ercole; i volontari dell’Associazione Naturalistica Pinerolese che hanno lavorato per l’iniziativa.

 

Ercole Ridoni: la personalità

Descrivere un personaggio vissuto nel passato è difficile. Si rischia di falsare la realtà, di esagerare qualche aspetto o di sminuirne altri. Forse la cosa migliore è ascoltare chi ancora ne conserva il ricordo diretto:

  • Durante i primi anni della mia vita venivo molto sovente a Pinerolo a casa del nonno, il quale mi trattava "da grande" anche se mi teneva qualche volta sulle ginocchia; mi parlava di tutto, in giardino dei fiori, degli alberi, degli animali, delle stelle e quando si rientrava in casa per andare a cena mi faceva quasi sempre fare una visitina alla stanza dei minerali, dove c’erano lungo tutte le pareti delle vetrinette piene di pietre grandi e piccole, appoggiate su basettine di legno con sopra incollate delle strisce di carta con descrizioni che io non capivo perché non sapevo ancora leggere. Il nonno mi parlava molto di quei minerali e io ascoltavo a bocca aperta. Gli sarebbe spiaciuto sapere che poi nella vita non ho fatto l’ingegnere come lui e non ho nemmeno conservato la passione per i minerali.

    Stabilire con il prossimo un rapporto umano era una delle caratteristiche di mio nonno; me ne sono reso conto parlando con tutte le persone che lo avevano frequentato per i più svariati motivi, a partire dai suoi sei figli, i quali lo ammiravano molto, ma non ne erano affatto sopraffatti e annullati, come invece sovente capita nelle famiglie dove c’è un padre con una marcia in più. Il fatto è che il nonno Ercole non era solo un uomo di successo, ma anche e prima di tutto uomo di cultura nel senso più ampio del termine, conosceva perfettamente quattro lingue, era un sensibile musicista e con sua moglie, abile pianista, organizzavano dei concerti per i parenti e gli amici; appassionato di montagna, da giovane aveva compiuto molte ascensioni fra cui alcune prime nelle Alpi Cozie, in Val d’Aosta e nelle Alpi Bavaresi.

  • - Dagli appunti di Umbreto Ridoni su ricordi, fatti e dati biografici.

     

    Una caratteristica personale dell’ingegner Ercole Ridoni che traspare in modo evidente da tutte le sue opere è l’interesse entusiastico per ciò che faceva. Tutti gli argomenti che tratta sono descritti con puntigliosa precisione e sono corredati di tutte le informazioni storiche, legali e sociali che possono servire per capirli in pieno.

    L’ingegner Ercole Ridoni apparteneva sicuramente a quella schiera di personalità di antica memoria che erano contemporaneamente scienziati, artisti, scrittori, filosofi…

    La vita

    Ercole Ridoni nacque a Torino il 25 Novembre 1868, secondo di tre fratelli; i suoi genitori, Eugenio Ridoni e Maria Angela Arrigoni, erano di origine milanese. La famiglia paterna era fuggita a Torino nel 1848 all’epoca delle Cinque Giornate, in quanto coinvolta nei moti irredentistici. Il nonno materno Luigi Arrigoni era ingegnere; e forse questo influì sulla scelta di Ercole Ridoni di iscriversi al Politecnico.

    Laureato nel 1892 dalla Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri di Torino, dopo due anni di praticantato in miniere della Sardegna e della Toscana, fu assunto dalla Società Miniere di Montecatini nel 1895 quale direttore delle miniere di rame di Montecatini Val di Cecina, carica che mantenne fino al 1910. Fu in quegli anni che si sposò e che, proprio in Toscana, nacquero i primi quattro figli.

    Dal 1907 al 1910 gli fu inoltre affidata la direzione della miniera delle Merse, a Boccheggiano in provincia di Grosseto. In quel periodo si occupò anche di ricerche di minerali metallici, in prevalenza rame, di ligniti e di caolini, sia in Toscana che in Liguria.

    Nel 1911 viene cooptato nel consiglio direttivo della Società Talco e Grafite Val Chisone. In principio fu impegnato prevalentemente dalle miniere di Talco e Grafite delle valli Chisone e Germanasca, ma già durante la prima Guerra Mondiale iniziò una lunga serie di esperimenti per riuscire ad ottenere elettrodi impiegando come materia prima la grafite naturale. Nel frattempo, a Pinerolo, nascevano gli ultimi due figli. Nel 1918 il processo industriale per la produzione degli elettrodi venne brevettato dalla Società Talco e Grafite Val Chisone e lui fu incaricato di progettare e realizzare a Pinerolo lo stabilimento per produrre industrialmente gli elettrodi di grafite. L’operazione ebbe un tale successo che nel decennio successivo la produzione di Pinerolo soddisfaceva il 50% del totale fabbisogno di elettrodi delle acciaierie italiane.

    Anche lo studio delle applicazioni del talco nei prodotti ceramici refrattari ed isolanti, che l’ingegner Ridoni curò personalmente contemporaneamente alle altre attività di ricerca e di produzione, si concretizzò in un impianto per la loro produzione industriale, che fu chiamato "La Isolantite", tuttora in attività.

    Negli ultimi giorni del 1928 Ercole Ridoni venne duramente colpito dalla morte prematura della moglie, avvenimento che, come ricorda il nipote Umberto,

  • lo aveva talmente svuotato di ogni energia da obbligarlo a sospendere per parecchio tempo i suoi impegni professionali e andare a ricercare la forza di vivere nei luoghi della Toscana dove aveva iniziato la sua carriera e la sua vita familiare.
  • Gli impegni di Ercole Ridoni non si limitarono al solo aspetto della ricerca, dello studio e della successiva industrializzazione del talco, della grafite e dei loro derivati; lui aveva il gusto di comunicare, in modo semplice e chiaro, tutto ciò che i suoi studi gli facevano scoprire; perciò, come scriveva "L’Eco del Chisone" del 24 Aprile 1943 in un articolo a lui dedicato in occasione della sua morte, "L’ingegnere Ercole Ridoni è inoltre autore di diverse fondamentali pubblicazioni sul talco e la grafite, […] della scienza fu un dotto divulgatore; si ricordano interessanti conferenze illustrate da proiezioni da lui tenute". Ed ancora, dalla "Rassegna dell’industria mineraria d’Italia e d’oltre mare" del luglio 1943:

  • A lui si devono un pregiato modello scomponibile del giacimento cuprifero di Montecatini, che ora si conserva nel Politecnico di Roma e pubblicazioni varie sul talco e la grafite […]. Di quest’uomo, che, vivendo operoso e modesto in quelle remote valli alpine, ha veramente onorato la professione di ingegnere minerario, è doveroso esaltare i meriti.
  • Riconoscimenti postumi che, insieme ad alcune cariche onorifiche ricoperte in vita (era membro del Consiglio Direttivo della Associazione di Chimica Industriale di Torino, dell’Associazione Mineraria dell’Alta Italia di Milano e di quella del Piemonte, di cui fu anche vicepresidente) furono tutto quanto ricavò dalla sua poliedrica attività, oltre allo stipendio, che gli consentiva di mantenere dignitosamente la sua numerosa famiglia, la quale – vale la pena notarlo – abitò, finché lui fu in vita, nella casa di Pinerolo in Viale Cavalieri d’Italia n. 8, di proprietà della Società Talco e Grafite Val Chisone.

    Una creazione particolare; gli elettrodi di grafite

    L’industria che fa uso di forni elettrici e di bagni elettrolitici usa grandi quantità di energia elettrica che viene immessa nel ciclo produttivo attraverso dispositivi chiamati elettrodi. Si tratta generalmente di cilindri di grafite con un diametro che arriva anche ad un metro.

    Fino all’inizio del ’900 gli elettrodi venivano costruiti quasi esclusivamente con grafite artificiale (ottenuta dal carbone), considerata più idonea di quella naturale.

    Spinto dall’idea che fosse più conveniente vendere un prodotto lavorato (con elevato valore aggiunto) piuttosto che una materia prima grezza, come il minerale di grafite, ma anche dalle difficoltà che il commercio internazionale aveva all’epoca, Ercole Ridoni tentò soluzioni alternative per sperimentare il modo di produrre elettrodi impiegando grafite naturale. Ed ecco i risultati ottenuti, spiegati da lui stesso:

  • Non si era mai riuscito fino a qui di preparare gli elettrodi con grafite naturale: per questo uso la grafite non deve essere cristallina, ma amorfa, perché si possa ottenere una pasta di elettrodo finemente granulare; ora in generale le grafiti amorfe naturali sono meno ricche in carbonio di quelle cristalline e le ceneri loro contengono per lo più sostanze come silice, ferro allumina, ecc., le combinazioni delle quali, alle alte temperature del forno elettrico, possono dare origine a sostanze fusibili dannose all’elettrodo stesso, sia per la sua resistenza meccanica, sia per la sua conduttibilità elettrica.

    [...] Alcuni elettrodi di 10 cm. di diametro da noi preparati con le nostre grafiti depurate e provate industrialmente nel febbraio dello scorso anno in forni Bassanese presso le acciaierie "Fiat" di Torino alla presenza di uno speciale inviato dell’allora Ministero delle Armi e Munizioni, risultano avere una resistenza elettrica specifica fortemente ridotta rispetto a tutti gli altri elettrodi, e quindi soggetti ad un minore riscaldamento a parità di intensità e densità di corrente.

    La loro struttura è risultata omogenea in ogni punto, col vantaggio di una maggiore resistenza meccanica alle rotture ed allo sfaldamento.

    Si dimostrano difficilmente combustibili, sia all’inizio che per tutta la durata dell’esercizio; queste caratteristiche portarono al risultato di un consumo pari ad 1/3 di quello di elettrodi Acheson [prodotti negli Stati Uniti], di eguale diametro, usati nello stesso forno e nelle stesse condizioni.

    [...] Sulla base di queste prove decisive si sta impiantando dalla Società Talco & Grafite Val Chisone un vasto stabilimento in Pinerolo, destinato per intanto alla produzione di elettrodi di grafite naturale depurata per forni ad arco ed a resistenza e per bagni elettrolitici, mentre proseguono gli studi per la fabbricazione delle spazzole striscianti per anelli e per collettori.

  • - E. RIDONI, Le risorse italiane in minerali non metalliferi ed il moderno sviluppo della industria nazionale del talco e della grafite, Roma, Società per il Progresso delle Scienze, 1919, p. 29 e segg.

     

    L’attenzione ed il rispetto per le persone

    In tutto il suo lavoro, Ridoni ha prestato una grande attenzione alle persone. Nelle sue pubblicazioni descrive spesso i mezzi usati per rendere più sopportabili le condizioni di lavoro; in particolare non si contano le iniziative per migliorare la ventilazione e lo scolo delle acque nelle miniere e quelle per migliorare la sicurezza del lavoro in fabbrica. Proprio lui, parlando dei mulini per la macinazione del talco, fa notare:

  • Non più la bianca polvere si diffonde liberamente all’esterno, ma neppure all’interno degli opifici, dove con sistemi adeguati di ventilatori o di aspiratori si riesce a raccogliere la maggior quantità di pulviscolo, tutto a vantaggio dei prodotti e della salute degli operai.
  • - E. RIDONI, Il Talco, Roma, Industria Grafica Nazionale, 1918, p. 44.

     

    Parlando del processo di arricchimento della grafite ci ricorda:

  • In Italia non avevamo preparazione di acido fluoridrico, che specialmente in Germania e Francia producevano: vi abbiamo supplito usando l’ottima fluorina di Collio in Val Trompia, in un apparecchio di nostra fabbricazione capace di produrre direttamente le soluzioni fluoridriche a titolo variabile, ed in condizioni tali da eliminare ogni danno e pericolo per gli operai che vi sono addetti.
  • - RIDONI, Le risorse italiane, cit., p. 26.

     

    Questo avveniva fra gli ultimi anni dell’800 e l’inizio del ’900; notevole in un’epoca in cui era normale che i bambini facessero gli spazzacamini!

    Visto che le parole citate sono sue, potrebbe sorgere qualche dubbio sulla loro effettiva corrispondenza ai fatti; ma ci è giunta una precisa testimonianza al riguardo dal Parroco di Boccheggiano (paese dove Ridoni diresse per alcuni anni la miniera delle Merse). Questi, in una lettera al nipote nel 1967, racconta di come, alla partenza di Ridoni dalla direzione della miniera, "i minatori improvvisarono una manifestazione plebiscitaria di simpatia quale attestato alla sua bontà ed umanità".

    Il rapporto con le leggi

    Nei suoi scritti Ercole Ridoni sottolinea ripetutamente la sua grande preoccupazione per gli effetti a lungo termine di leggi inadeguate, e quindi, di cattiva gestione delle miniere. All’epoca, la legge prevedeva l’esistenza di due classi di minerali: quelli soggetti al regime delle cave e quelli soggetti al regime delle miniere. Questi ultimi appartenevano al sovrano e pertanto venivano normalmente estratti da apposite imprese professionali, debitamente autorizzate e soggette a controlli. I primi, invece, appartenevano al proprietario del terreno, il quale poteva estrarli se e come preferiva. Il talco era assoggettato al regime delle cave. Di conseguenza proliferavano individui o piccole imprese che estraevano il minerale con mezzi di fortuna e senza alcun criterio tecnico. Il risultato era l’estrazione di minerale di pessima qualità e in condizioni di lavoro disumane. Inoltre, l’intrico di piccole gallerie fatte a caso avrebbe creato problemi di sicurezza anche quando l’estrazione fosse passata in mano ad imprese in grado di coltivare il giacimento secondo le corrette tecniche di estrazione (cosa che si è puntualmente verificata). Ecco come l’ingegner Ridoni esponeva il problema:

  • La mancanza di ogni limitazione territoriale all’esercizio dei diritti di sottosuolo fa sì che fra i coltivatori avvenga una continua lotta e concorrenza per impossessarsi delle zone che possono interessare, poiché il talco appartiene al primo che lo trova. Si è visto impostare da due concorrenti gallerie a pochissimi metri di distanza una dall’altra in senso sia verticale che orizzontale e spingere queste con la maggiore possibile rapidità per arrivare primi al presunto ammasso di talco, e talvolta in condizioni di lavoro tanto pericolose da obbligare le autorità minerarie a sospendere gli avanzamenti e da costringere i concorrenti ad associarsi volenti o nolenti che fossero.
  • - RIDONI, Il Talco, cit., p. 24.

     

    Brandelli di storia

    L’interesse e l’entusiasmo che Ridoni provava per il suo lavoro, traspaiono anche dall’estrema attenzione che dedicava nel collocare ogni argomento nel giusto contesto storico. È così che ci arrivano molte notizie e curiosità di inizio secolo, piccoli brandelli di storia delle nostre valli.

    Scopriamo ad esempio che nel 1918 in alcuni mulini per la macinazione del minerale, le ruote a pale erano state sostituite con le prime turbine e che si iniziava a produrre energia elettrica per azionare dispositivi che prima erano messi in moto direttamente dalla forza motrice dell’acqua.

  • Nelle Valli del Pinerolese erano un tempo numerosi i piccoli mulini rudimentali che macinavano il talco: una pista, due buratti e l’impianto era fatto; le caratteristiche casette bianche, che diffondevano all’intorno la bianca polvere si susseguivano lungo i corsi d’acqua là dove un piccolo salto permetteva l’impiego di una ruota idraulica. Si può dire che ogni cavatore avesse allora il suo mulino, l’industria era allo stato di piccola industria famigliare. Non si badava troppo alla finezza, alla purezza del colore, alla uniformità delle polveri; non si facevano "tipi" né si pensava a conservarli, ma col crescere delle esigenze del commercio crebbero pure gli organismi industriali, ed ora a lato di qualche piccolo mulino ancora esistente, si hanno gli stabilimenti attrezzati con i macchinari perfezionati che ho poc’anzi descritto.
  • Ibid., p. 43.

     

     

    Lo sperimentatore

    Una caratteristica della personalità di Ercole Ridoni che traspare da tutti i suoi scritti

    Principali scritti scientifici di Ercole Ridoni (copia dei documenti qui utilizzati è consultabile presso la biblioteca del Museo di Scienze Naturali di Pinerolo):

    1907 – Della costruzione di un modello per la rappresentazione geologica di giacimenti irregolari o complessi, Torino, Tipogafia Cassone;

    1911 – Le cave di talco di Malzas e di Sapatlé della Società Talco e Grafite Val Chisone di Pinerolo; relazione al presidente della Società (agosto-settembre; dattiloscritto autografato);

    1917 – La Grafite, Torino, Tipografia Olivero & C.;

    1918 – Il Talco, Roma Industria Grafica Nazionale;

    1919 – Le risorse italiane in minerali non metalliferi ed il moderno sviluppo della industria nazionale del talco e della grafite, Roma, Società per il Progresso delle Scienze;

    1927 – Conferenza al Rotary Club (aprile; dattiloscritto con note e correzioni);

    1930 – Il talco e la sua storia, Milano, Arti grafiche E. Calamandrei & C.;

    1931 – Studii sul trattamento del talco. Nota n°3 (luglio-agosto; manoscritto);

    1931 – Appunti relativi alla visita fatta alle miniere ed ai sondaggi delle concessioni di Crosetto – Malzas – Sapatlé – Fontane (12-15 ottobre; manoscritto);

    1938 – Il Talco e la Grafite delle Alpi Cozie, Faenza, Stabilimento grafico fratelli Lega.

    è l’innata attitudine alla sperimentazione. Per buona parte della sua vita osservò e sperimentò, con metodo rigorosamente scientifico, spinto dalla volontà di capire i fenomeni che studiava. Ecco come lo ricorda il nipote Umberto:

  • Durante la prima Guerra Mondiale mio nonno si dedicava, in un capannone in fondo agli impianti del Malanaggio, ad esperimentare la possibilità di produrre elettrodi con grafite naturale anziché ricavarli dal carbone come si era fatto fino ad allora. Durante quegli esperimenti, come ricordava mio padre, quando scoccava fra i due elettrodi l’arco voltaico, mio nonno oltre che le mani annerite dalla grafite, le aveva anche bruciacchiate e qualche volta ci rimetteva anche i peli della barba e tornando a casa doveva tranquillizzare sua moglie che si preoccupava per la sua sicurezza.
  • Ecco un brano tratto dagli scritti di Ercole Ridoni, relativo all’essiccazione del talco.

  • Prima di procedere ad ulteriore macinazione il talco deve essere asciugato. La sua essiccazione presenta una particolarità non ancora spiegata. Se si fa essiccare al calore solare, all’aria del talco candido, questo dopo macinato conserva il suo candore; se invece la stessa qualità viene essiccata artificialmente, essa dopo la macinazione perde del suo candore e generalmente ingiallisce. Ebbi ad eseguire varii esperimenti in proposito a temperature differenti, feci essiccare il talco a bassa temperatura in apparecchi a vuoto, ma il risultato fu sempre lo stesso: artificialmente essiccato il talco ingiallisce.
  • - Ibid., p. 46.

     

    Un’invenzione: il modello per la rappresentazione geologica dei giacimenti

    Fra le tante invenzioni dell’ingegnere, una è davvero curiosa. Quando tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 lavorava presso le miniere di Montecatini Val di Cecina, si è trovato a dover gestire miniere che accedevano a filoni di minerale di forma così complessa che non erano rappresentabili e studiabili con i metodi dell’epoca. Non disponendo di "personal computer" né di "realtà virtuale", ecco, il procedimento da lui stesso descritto.

  • L’uso di sezioni e piani geologici è di pratica corrente specialmente nello studio di miniere, che coltivano giacimenti irregolari o complessi; e quanto più l’andamento delle rocce si presenta irregolare tanto più si fa sentire la necessità di avere sezioni sempre più vicine le une alle altre e seguenti svariatissime direzioni. A volte però neppure in questo modo riesce di farsi un concetto esatto degli andamenti di numerose e differenti rocce e quindi della reale configurazione complessiva di un giacimento, non potendo l’occhio abbracciare ed osservare contemporaneamente una serie sovente lunga di sezioni orizzontali e verticali. A questo inconveniente si ripara d’ordinario in pratica con modelli a lastre di vetro, o a fili variamente colorati analoghi a quelli usati in cristallografia ed in geometria proiettiva, oppure a tipi misti a vetri ed a fili. Esistono però giacimenti che per la loro assoluta irregolarità e per la varietà di rocce che racchiudono non possono essere in tali modi riprodotti: i soli disegni su lastre di vetro sono insufficienti, i collegamenti con fili rappresentano una complicazione ed una difficoltà tali di esecuzione materiale da non potersi usare in pratica.

    - E. RIDONI, Della costruzione di un modello per la rappresentazione geologica di giacimenti irregolari o complessi, Torino, Tipogafia G. U. Cassone, 1907, p. 3.

  • Insoddisfatto dei metodi disponibili, Ridoni ha lavorato alla costruzione di un modello fatto di parallelepipedi di legno dipinti che può essere montato, smontato e variamente sezionato per esaminare il giacimento da tutti i punti di vista. Su tale modello egli pubblicò, nel 1907, un articolo sulla rivista "Rassegna mineraria e della industria chimica". La validità del metodo, sottolinea egli con malcelata fierezza, è tale che gli scavi fatti hanno confermato la posizione dei filoni nei punti dove erano stati "stimati" sul modello per mancanza di dati.

    L’idea è stata così apprezzata che è diventata materia di insegnamento del prof. C. Schmidt all’Istituto Geologico di Basilea.

    La ricerca

  • Siamo ancora restii a certe novità: manca ed è mancato nelle nostre industrie il metodo saggiamente sperimentale: in quelle straniere, per poca importanza che esse abbiano, sappiamo tutti come si trovino laboratori speciali i quali sono destinati non solo al controllo dei prodotti normali e di smercio, ma ancora allo esperimentare le novità, le modificazioni, le migliorie, ben sapendosi che lo stare fermi nell’industria significa retrocedere.

    Né da noi Italiani il metodo sperimentale è da considerarsi quale un prodotto di oltre Alpi e, per questo, riguardarlo ora quasi come contrario alla indole nostra, quanto proprio da noi e già da secoli quel metodo ebbe in Leonardo, nel Biringuggio, in Galileo, nel Volta, nella scienza come nell’industria, dei propugnatori e dei precursori sovrani; e l’italiano "provando e riprovando" della gloriosa Accademia del Cimento dovrà essere pure il motto di ogni illuminato industriale come lo sta divenendo per alcune delle maggiori organizzazioni dell’industria nostra.

  • - Ridoni, Le risorse italiane in minerali non metalliferi ed il moderno sviluppo della industria nazionale del talco e della grafite, p. 21 e segg.

     

    Nelle sue pubblicazioni egli non lesinava critiche all’avversione per le idee e le cose nuove che definiva "misoneismo italiano". In particolare, contestava in modo severo l’assenza di ricerca e dell’uso del metodo sperimentale. "Non si fa abbastanza ricerca" è una frase ricorrente sui mezzi di comunicazione attuali dai quali apprendiamo che le spese di ricerca italiane sono decisamente inferiori a quelle degli altri paesi. È curioso notare che in quasi un secolo, con tutti i cambiamenti che vi sono stati, da questo punto di vista nulla è cambiato dai suoi tempi.

    Se Pinerolo ha raggiunto lo sviluppo industriale odierno è anche grazie agli elettrodi in grafite naturale, alla sua tecnica di arricchimento della grafite ed alle tantissime altre idee che ha concretizzato nella sua vita professionale. L’entusiasmo che egli provava per le novità viene anche sottolineato da una nota di sarcasmo. Parlando della grafite, spiegava che un tempo veniva chiamata "piombaggine", in quanto si pensava contenesse piombo; con lo sviluppo delle conoscenze in campo chimico si è appurato che invece si tratta di carbonio. È comunque rimasta l’abitudine di usare i due nomi.

  • non è ancora sparito dall’uso comune, recando spesso confusioni, il nome datole da noi di piombaggine, come plumbago dagli inglesi e dai francesi plombagine. È recente il caso di un capo-tecnico di fonderia che rifiutava della grafite mandatagli in luogo della piombaggine da lui richiesta.
  • - Ibid., p. 29.

     

    Le foreste

    Le pubblicazioni di Ercole Ridoni non sono interessanti soltanto per il loro contenuto, lo sono anche per altre informazioni che ci forniscono indirettamente.

    È il caso delle fotografie degli impianti minerari delle nostre valli. Si tratta di immagini anteriori al 1920; osservandole, il conoscitore locale noterà che, pur ritrovando sovente le strade e gli stessi edifici attuali, le foreste si sono impossessate di spazi che all’inizio del secolo erano privi di alberi. Tentare di rifare le stesse fotografie oggi significa cercare a lungo il medesimo punto di vista, salvo poi scoprire che il panorama è coperto da una barriera di alberi a pochi centimetri dall’obiettivo. L’osservazione è essenziale per farsi un’idea di quanto l’ambiente sia cambiato in questo secolo; è inoltre una nota di ottimismo, visto che, ancora nell’anno Mille, l’Italia poteva essere attraversata da una parte all’altra senza uscire da una foresta, mentre oggi si può fare la stessa cosa senza vederne una!

    Sulle ragioni dei disboscamenti degli ultimi secoli è facile spendere troppe parole. Il legno era necessario per costruire praticamente tutto: case, attrezzi, arredamento, etc. Le cucine e quel po’ di riscaldamento nelle case erano alimentati a legna. I sostegni delle gallerie per lo scavo dei minerali erano in legno. Inoltre non c’era ancora una conoscenza approfondita dei problemi generati dalla deforestazione. Ma soprattutto le condizioni di vita sono state per secoli talmente precarie che non rimaneva tempo per pensare alla salute dei boschi. Le conseguenze si sono viste. La ben documentata deforestazione della val Pellice avvenuta nel ’600 ha portato un secolo e mezzo di alluvioni disastrose delle quali ci sono giunti abbondanti documenti dell’epoca. Oggi si può finalmente dire, a ragion veduta, che la situazione forestale delle nostre valli sta migliorando.

    La collezione di minerali

    Strettamente collegata alla sua attività nel settore minerario, è la collezione mineralogica. Essa comprendeva oltre milleduecento campioni provenienti da siti in cui aveva avuto occasione di lavorare oppure che aveva visitato personalmente, o ancora da scambi che probabilmente effettuava con altri suoi colleghi collezionisti.

    Nel suo insieme la collezione riflette i canoni dell’epoca e comprende quindi molti esemplari interessanti solo sotto l’aspetto scientifico, esteticamente poco appariscenti. Per contro molti campioni sono tutt’oggi assolutamente eccezionali e decisamente unici anche sotto l’aspetto estetico. Ognuno dei campioni della collezione è identificato con un numero, nome del minerale, provenienza e, a volte, la data di acquisizione o le caratteristiche salienti; molti dei campioni sono conservati in curate scatolette di cartone.

    Dopo la sua morte i figli, dovendosi trasferire in una casa più piccola, furono costretti a disfarsi della collezione; la cedettero a padre Candido del convento dei Cappuccini di Pinerolo, il quale ne allestì un Museo Naturalistico, rimasto aperto per alcuni anni. Nel 1998 questi, costretto anche lui a lasciare liberi gli spazi occupati dalla collezione, ne mise in vendita i campioni. La collezione è così finita smembrata tra vari collezionisti privati, tranne una piccola parte che è stata acquisita dall’Associazione Naturalistica Pinerolese per essere esposta nel Museo di Scienze Naturali di Pinerolo.

    La collezione petrografica

    Tra le acquisizioni dell’Associazione Naturalistica Pinerolese vi sono circa venti campioni di rocce, in blocchetti con una faccia levigata ("polimentata", secondo l’ingegner Ridoni), provenienti dal Gabinetto di Geologia della Regia Scuola d’Applicazione per gli Ingegneri di Roma. Buona parte di essi sono ancora corredati da un cartellino, compilato in elegante grafia, con la data, compresa tra il 10 dicembre 1893 ed il 19 febbraio 1894. Alla mostra ne sono esposti i più rappresentativi.

    Si tratta di campioni provenienti da varie parti d’Italia e la loro presenza nella collezione Ridoni testimonia i suoi rapporti con il Politecnico di Roma, dove, tra l’altro, è custodito il modello da lui costruito per rappresentare la struttura del giacimento minerario di Montecatini in val di Cecina.

    Le fulgoriti

    Nella collezione Ridoni sono presenti numerosi campioni di fulgoriti,

    - Secondo la definizione che ne dà il professor E. Artini nel testo Le Rocce (Milano, Hoepli, 1975, sesta edizione), le fulgoriti sono "effetti del fulmine che si fanno sentire in modo particolare sulle alte vette: qualche volta tutto si limita ad una semplice fusione superficiale con formazione di patine o gocce vetrose (punta Gnifetti del Monte Rosa) oppure altre volte si osservano dei fori o canaletti, stretti e sinuosi, penetranti fino ad una certa profondità e rivestiti da una patina o crosta di fusione (vetta del Corno Bruciato nel gruppo del Disgrazia)". In effetti le Fulgoriti si presentano in genere come patine vetrose sulla superficie di rocce di varia natura. Esse non sono altro che roccia fusa dall’energia della scarica del fulmine e poi rapidissimamente solidificata.

    essi provengono dalla cima di varie montagne delle Alpi Occidentali. Questi campioni, esposti nella mostra, testimoniano una delle sue passioni: l’alpinismo. Uno di essi, per esempio, è accompagnato dal cartellino con l’indicazione "Zumstein – Monte Rosa – m 4.563" e sotto, possiamo immaginare il malcelato orgoglio del nostro personaggio mentre lo scriveva, "E. Ridoni – 1887". Altri, sempre con il suo nome o la sua sigla, provengono da altre cime del gruppo del Rosa. Sappiamo inoltre che egli effettuò varie ascensioni, alcune delle quali erano delle prime salite, nelle alpi Cozie, in Valle d’Aosta e nelle Alpi Bavaresi.

    L’alpinismo è entrato nella vita dell’ingegner Ridoni probabilmente anche grazie al fatto che la sorella Paola era andata in sposa a Ugo Rey, fratello a sua volta di Mario e Guido Rey. Quest’ultimo fu un valente e celebre alpinista noto anche come "il Poeta del Cervino" per aver dedicato, nel 1904, alla notissima montagna la sua opera letteraria più importante (Il Monte Cervino, appunto); aprì numerosissime nuove vie spaziando su tutto l’arco alpino, accompagnandosi spesso alle migliori guide alpine dell’epoca. Vale la pena di citare, fra tutte le altre ascensioni, il tentativo di salita sulla cresta di Furrgen al Cervino, montagna alla quale è rimasto legato il suo nome. Gli altri suoi libri Alba alpina (1913) e Alpinismo acrobatico (1914) sono ormai considerati dei classici della letteratura di montagna.

    Lo stesso Ercole Ridoni aveva trascorso il suo viaggio di nozze in val Tournanche, in una baita della borgata Giomein al Breuil (Cervinia), ospite di Guido Rey; quella casa, proprio di fronte al Cervino, era un vero e proprio "salotto" frequentato da alpinisti, pittori, letterati. Alcune delle folgoriti della collezione recano sul cartellino di identificazione i nomi di Guido e Mario Rey.

    Riguardo all’attività alpinistica di Ridoni, una piccola testimonianza ci è tramandata da due cartoline inviategli dalla famosa guida alpina Castagneri, di Crissolo. Nella prima gli viene confermato l’appuntamento fissato per una salita nel gruppo del Monviso, nella seconda gli si dice che tutto sommato era stato un bene che egli non avesse potuto presentarsi all’appuntamento, in quanto quel giorno il tempo era stato pessimo.