Vari articoli e mail 

Le incursioni di papa Ratzinger

di Marcello Cini

su Il Manifesto del 15/01/2008

 

Il «caso» della visita del papa, non si sa bene in che veste, per l'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza è scoppiato due giorni dopo quello della lavata di capo da lui rivolta al sindaco di Roma Veltroni come se fosse ancora il capo dello stato pontificio. Come già in altre occasioni non si sa se Ratzinger parli dalla cattedra di Pietro o da quella di professore di teologia, o magari dal trono di un re dell'ancien régime. E' un fuoco di fila di voluta confusione di ruoli che contrassegna il protagonismo di Benedetto XVI volto a riportare indietro di un paio di secoli l'orologio della storia. Un tentativo che, come ha ricordato Eugenio Scalfari, tende a «trasformare la gerarchia ecclesiastica e quello che pomposamente viene definito il Magistero in una lobby che chiede e promette favori e benefici, quanto di più lontano e disdicevole dall'attività pastorale e dall'approfondimernto culturale».
Questo disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo del Sant'Uffizio continua a interpretare il suo compito come espropriazione, con le buone o (come in passato) con le cattive, della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano, da parte di una istituzione che rivendica l'esclusività della mediazione fra l'umano e il divino: espropriazione che ignora e svilisce le differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l'integrità morale di ogni individuo.
Come alcuni lettori del manifesto forse ricordano già in novembre avevo rivolto al rettore della Sapienza una lettera aperta, nella quale esponevo le ragioni della mia indignazione per un invito a tenere una lectio magistralis che mi appariva del tutto inappropriata nella forma e nella sostanza. Alcuni colleghi hanno voluto successivamente unire la loro voce alla mia e li ringrazio per averlo fatto. Siamo certamente una minoranza del corpo accademico, ma non credo purtroppo che la maggioranza dei miei colleghi si interessi molto alle questioni che non attengono direttamente alla loro attività professionale.
Anche se la proposta di lectio magistralis non è stata portata avanti, si è scoperto, guarda caso, che il papa si troverà a passare da quelle parti proprio lo stesso giorno dell'inaugurazione dell'anno accademico e dunque che sarebbe stato scortese non chiedergli di dire due parole. La sostanza è dunque che il papa inaugurerà giovedì l'anno accdemico dell'Università La Sapienza.
Perché ci indignamo tanto? Perché siamo così intolleranti e settari da non volergli dare la parola? Provo a spiegarlo in due parole. In primo luogo perchè le università, per lo meno quelle pubbliche, sono - negli stati non confessionali - una comunità di studiosi, docenti e discenti, di tutte le discipline universalmente riconosciute, di tutte le scuole di pensiero, di tutte le culture e gli orientamenti politici e religiosi, scelti dai loro pari per i loro contributi scientifici e culturali. Nessuno di loro può però accettare che qualcuno, per quanto vanti investiture dall'Alto, possa loro prescrivere cosa debbano o possano dire, fare o pensare. Ognuno ha la propria coscienza e la propria deontologia professionale. In particolare possiamo tollerare che il papa possa dire ai nostri colleghi biologi che non devono prendere sul serio Darwin? Oppure ai nostri colleghi filosofi che è «inammissibile» - parole del professor Ratzinger a Ratisbona - «rifiutarsi di ascoltare le tradizioni della fede cristiana»?
Concludo con una domanda semplice. Una cosa simile potrebbe mai accadere non dico nella Spagna di Zapatero ma anche in Francia in Germania, in Inghilterra o negli Stati Uniti?

vedi pdf - Dante Lepore sett2000

http://it.wikipedia.org/wiki/Galileo_Galilei:

(...)Il 22 giugno 1633 Galileo fu riconosciuto colpevole di «aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il Sole [...] non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo». Vedi Sentenza di condanna di Galileo.

La pena inflitta a Galileo consistette in diverse disposizioni: la messa all’indice del Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo; l’abiura della tesi copernicana; un periodo di prigionia della durata che sarebbe piaciuta al Sant’Uffizio; la recita dei sette salmi penitenziali una volta alla settimana per tre anni (che incaricò di recitare, con il consenso della Chiesa, sua figlia Maria Celeste, suora carmelitana

(...)

interessante fu l'intervento anni dopo del cardinale tedesco Joseph Ratzinger, poi eletto Papa nel 2005, tenutosi a Parma il 15 marzo 1990. Egli riprese un'affermazione di Paul Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto»[3], aggiungendo però : «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande.Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica. »; mostrando quindi di criticare le idee di Feyerabend su Galileo, sul cui processo Giovanni Paolo II chiederà ufficialmente scusa per l'errore della Chiesa. Infatti nel 1992, oltre tre secoli dopo la pronuncia della condanna, una nuova istruttoria ordinata da papa Giovanni Paolo II si risolse favorevolmente a Galileo.

Collabora a Wikiquote « Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto (interpretazione della Bibbia) più perspicace dei suoi avversari teologi. »
(Papa Giovanni Paolo II durante il discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze)

 

IL PESSIMO AVVIO DEL 2008

 

Con tutto che viene 40 anni dopo il ’68, il 2008 è iniziato malissimo. La mia generazione – che non ha alcun diritto di presentarsi come modello da imitare – si ribellava all’autorità della scuola, dell’impresa e dello Stato. Oggi, sfruttando la copertura ideologica dei loro professori dell’Università “La Sapienza” di Roma, gli studenti romani si scagliano contro il Papa perché “o si sta con la libertà o si sta con Ratzinger”. Insieme con il Papa, vorrebbero cacciare dal loro Ateneo anche il Ministro Mussi e il Sindaco Veltroni. Ma con chi vorrebbero discutere? Solo con l’onorevole Francesco Caruso? Che noia, ragazzi.

Un bel capolavoro consentire al centrodestra di schierarsi a tutela del Papa come se rappresentasse una minoranza oppressa e perseguitata da un nuovo fascismo. Un bel capolavoro consentire di citare Voltaire al senatore Giulio Tremonti, notoriamente al seguito di un grande imprenditore-politico che ha cacciato e chiamato “criminosi” gli artisti, i giornalisti e le trasmissioni irriverenti verso il suo governo.

E comunque c’è poco da fare. Tremonti ha ragione, se non altro perché ha ragione Voltaire. “Io non approvo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Commemorando Giuseppe Di Vittorio, Innocenzo Cipolletta ha detto più recentemente, che occorre essere “fortemente convinti delle proprie idee, fare di tutto per realizzare i propri progetti, ma conservare nel fondo della propria anima il rispetto per gli altri e una sana scintilla di dubbio che ci faccia evitare di credere di avere sempre ragione, anzi che ci faccia temere il giorno in cui solo le nostre ragioni avessero a prevalere”.

Dai maestri rossi – proprio quelli che fanno inorridire Berlusconi – ho imparato che la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente. Non devo tappare la bocca dei miei avversari e nemmeno desiderare la loro scomparsa politica. La loro salute è un’occasione e una risorsa anche per me. Non è vero che la mia libertà finisce dove comincia quella di un altro, come insegnano i maestri liberali. E’ vero, invece, che la mia libertà comincia dove comincia quella degli altri, nei quali non devo vedere un ostacolo e una limitazione, ma una vitale possibilità di sviluppo, di arricchimento e di crescita per tutti. Certo, anche passando attraverso il conflitto.

Dunque, viva il Papa, viva Giuliano Ferrara, viva Innocenza Cipolletta. E, naturalmente, viva i miei maestri rossi e anarchici.

Mario Dellacqua

 

 

Il testo su Papato e università che Benedetto XVI avrebbe letto alla Sapienza di Roma

 

 

 


Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!

È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della «Sapienza - Università di Roma» in occasione della inaugurazione dell'anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l'istituzione era alle dirette dipendenze dell'Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l'impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l'Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell'accoglienza e dell'organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un «nuovo umanesimo per il terzo millennio».

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l'invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un'occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell'università «Sapienza», l'antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la «Sapienza» era un tempo l'università del Papa, ma oggi è un'università laica con quell'autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l'università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un'istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell'incontro con l'università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell'università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all'Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell'intera Chiesa cattolica. La parola «vescovo»-episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a «sorvegliante», già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all'insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell'insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l'interno della comunità credente. Il Vescovo - il Pastore - è l'uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù - e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura - grande o piccola che sia - vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull'insieme dell'umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa - le sue crisi e i suoi rinnovamenti - agiscano sull'insieme dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell'umanità.

Qui, però, emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un'affermazione - soprattutto una norma morale - dimostrarsi «ragionevole»? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione «pubblica», vede tuttavia nella loro ragione «non pubblica» almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l'altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l'esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell'umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell'umanità come tale - la sapienza delle grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l'intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l'università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell'università stia nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l'interrogarsi di Socrate come l'impulso dal quale è nata l'università occidentale. Penso ad esempio - per menzionare soltanto un testo - alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: «Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ... Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?» (6 b - c). In questa domanda apparentemente poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino - i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d'uscita da desideri non appagati; l'hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l'interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell'essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell'essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l'interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell'ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l'università.

È necessario fare un ulteriore passo. L'uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra «scientia» e «tristitia»: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell'interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c'è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l'università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come «arte» che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell'universitas significava chiaramente che era collocata nell'ambito della razionalità, che l'arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all'ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s'individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all'essere buono dell'uomo? A questo punto s'impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell'opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell'umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa «forma ragionevole» egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un «processo di argomentazione sensibile alla verità» (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico «processo di argomentazione» sono - lo sappiamo - prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all'insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos'è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla «ragione pubblica», come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d'interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell'università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c'erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda - in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall'altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d'Aquino - di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico - di aver messo in luce l'autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s'interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il «sì» alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell'università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta «Facoltà degli artisti», fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull'avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l'idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro «senza confusione e senza separazione». «Senza confusione» vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al «senza confusione» vige anche il «senza separazione»: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una «comprehensive religious doctrine» nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell'università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell'università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell'università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l'uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all'umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell'uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell'uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale - per parlare solo di questo - è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell'università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione - sollecita della sua presunta purezza - diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e - preoccupata della sua laicità - si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008
Benedictus XVI

Io credo ancora al dialogo

di Umberto Veronesi
I giovani scienziati dicono no alla Chiesa perché non li rappresenta. Ma trovare un terreno comune si può
 
 
La vicenda del no di Papa Ratzinger alla visita a La Sapienza non è uno scandalo a cui gridare, ma un segnale di disagio importante su cui riflettere. Dobbiamo domandarci quali sono le ragioni del gesto ribelle, che denuncia una rottura apparentemente insanabile fra i giovani scienziati e la Chiesa. Le lamentele giovanili riguardano le vicende della vita pubblica degli ultimi anni nel nostro Paese caratterizzate da una crescente ingerenza della Chiesa. E questa può essere la prima motivazione.

Basta pensare al referendum sulla modifica alla legge sulla fecondazione assistita del 2005. Il mondo cattolico ha espresso a pieno diritto il suo pensiero: ciò che è grave, però è che non ha raccomandato ai fedeli di votare sì o no in base alle proprie convinzioni, ma di astenersi dal voto. Questo è stato vissuto allora come un invito a non partecipare alla vita politica e a non esercitare un diritto/dovere fondamentale di ogni cittadino, minando i principi della democrazia.

Una seconda ragione su cui i movimenti giovanili insistono è la posizione antiscientifica sistematicamente assunta dalla Chiesa su alcuni dei risultati più significativi della ricerca mondiale. Mi riferisco allo studio delle cellule staminali embrionali, alle possibilità della diagnosi pre-impianto e in generale alla genetica applicata all'uomo, ma soprattutto all'opposizione all'evoluzionismo. Ogni volta i giovani si domandano se è giusto impedire la ricerca in nome di un'ideologia o una fede. Si chiedono perché il nostro Paese langue nell'immobilismo e perché devono andare all'estero per studiare, se scelgono di realizzarsi in una scienza laica.

La terza ragione, che alla seconda concettualmente si lega, è da ricercare nelle posizioni cosiddette etiche della Chiesa. Negli ultimi anni abbiamo assistito a
un no anch'esso sistematico agli anticoncezionali, all'uso dei preservativi, alla RU 486 per l'interruzione di gravidanza meno traumatica, al testamento biologico e all'autodeterminazione delle persone. Posizioni da rispettare in quanto espressioni coerenti di una fede, ma che invece di rimanere tali, influenzano l'evoluzione giuridica del Paese. Consideriamo anche che questa storia recente si innesta su un passato, nell'ultimo secolo, caratterizzato dalla forte opposizione della Chiesa ad alcune grandi conquiste sociali. Pensiamo al divorzio, all'aborto o addirittura, andando più indietro nel tempo, all'istruzione per tutti e, più recentemente, all'insegnamento di Darwin nelle scuole.

A mio parere la frattura fra Chiesa e mondo scientifico-laico non è irrecuperabile. Esiste una possibilità di dialogo e uno dei compiti della scienza è proprio quello di trovare dei terreni comuni per un'alleanza, come è dichiarato nella Carta di Venezia, il documento sottoscritto dai partecipanti alla prima Conferenza mondiale sul Futuro della scienza, promossa dalla fondazione che porta il mio nome. La Chiesa operante, quella che si batte contro la povertà, la fame, la pena capitale, si impegna in campi comuni alla scienza ed è animata dallo stesso spirito umanitario.

Credo, d'altro canto, che la Chiesa da parte sua debba rinnovarsi nei rapporti con la vita sociale e debba rivisitare i fondamenti dei suoi insegnamenti morali, aggiornandoli in base ai nuovi bisogni dei giovani. Per la mia amicizia personale con molti esponenti del clero, penso anche che debba aprire un dibattito sulle proprie regole interne: sulla proibizione al matrimonio dei sacerdoti, che crea le condizioni favorevoli per la pedofilia, e sul sacerdozio femminile, senza il quale la Chiesa si dà un mantello di maschilismo che certo non aiuta il suo contatto con le nuove generazioni.
(17 gennaio 2008)

LA SAPIENZA E IL PAPA

 

I commenti che vanno per la maggiore si soffermano indignati sulla censura al papa: quel “manipolo” di professori e di studenti avrebbe impedito al papa di parlare. Di qui l’adesione “senza esitare” della ministra Turco alle iniziative di Giuliano Ferrara, perché “il diritto alla parola deve sempre valere, per tutti”. E l’hanno chiamata serata di “meditazione laica”, come se la laicità fosse “non essere preti” e non, piuttosto, cammino di laicità.

Desidero sottolineare tre punti che a me paiono pertinenti:

1.             Nessuno, mi pare, ha impedito al papa di parlare. Compito arduo, comunque, per chiunque volesse provarci... Il prof. Ratzinger da quando è anche papa è abituato ai bagni di folle osannanti, non alle contestazioni. Io credo che sia assolutamente legittimo che quei professori e studenti abbiano manifestato il proprio pensiero: la convivialità delle differenze esige ascolto reciproco, senza giudizi di condanna.

2.             E’ stato Ratzinger a scegliere di declinare l’invito del rettore. Ha fatto un passo indietro... può sempre andare all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università Cattolica: nessuno/a avrebbe niente da dire. Quantunque...

3.             ...quantunque resti la questione di fondo, quella su cui poco si parla perché poco o nula la si pratica. E’ il nodo della laicità. Tutto questo desiderio di ascoltare il papa... Che bello quel cartello all’udienza di mercoledì 16: “Se il papa non va alla Sapienza, la Sapienza va dal papa”! Ecco, quei e quelle studenti ci hanno offerto un esempio concreto di pratica laica cattolica, andando ad incontrare il loro guru in un luogo a ciò deputato.

Tutto questo desiderio in tanti uomini e tante donne della politica, invece, mi appare francamente sospetto. Proprio nella domenica in cui il calendario liturgico cattolico proponeva di meditare sul brano del Vangelo di Matteo che racconta il battesimo di Gesù, al capitolo 3. Anche molti farisei e sadducei volevano farsi battezzare, ma Giovanni Battista li apostrofa con chiarezza: “Razza di vipere!...”. Perché il personale è politico: il battesimo è una dichiarazione pubblica della scelta di cambiare vita e questo cambiamento deve essere coerentemente pubblico, visibile, misurabile...

Non vedo differenza tra quei farisei e sadducei e molti italici politici, che cercano legittimazione agli occhi del popolo baciando anelli e facendosi benedire dai loro compari religiosi, che si guardano bene dal pronunciare anche qualcosa di meno di quel veemente “Razza di vipere!”... Probabilmente perché hanno consapevolezza di sé e del “sacro commercio” che prospera tra di loro... e il popolo continua ad aspettare invano qualche frutto degno della penitenza. Perché penitenza non c’è. Perché penitenza è manifestazione materiale del pentimento, della scelta di cambiar vita... non qualche pater, ave e gloria biascicati pensando ai voti.

Gesù è partito da sé: prima di andare in giro a predicare ha passato 30 anni in formazione, riflessione, cambiamento... E anche dopo... quando una donna, ad esempio, gli ha fatto capire che la cultura patriarcale in cui si era formato era anche razzista ed escludente, ha capito la lezione e da quel momento ha accettato di entrare in relazione anche con chi era straniero/a, non appartenente al popolo ebraico.

Ecco cosa mi piacerebbe che succedesse: che il prof. Ratzinger accettasse l’invito di quei professori e scienziati a studiare insieme il “caso Galileo” e le relazioni tra fede e ragione, con tutta la sincerità possibile a uomini e donne consapevoli della propria parzialità e fragilità. I benefici sarebbero inimmaginabili, ma certi. E saremmo in tanti e tante a riconoscere la positività della resistenza praticata da quel piccolo gruppo di professori e studenti, come di ogni piccolo “resto d’Israele”. Quella è davvero “sapienza”, secondo me.

Perché poi, a ben guardare, né Gesù né il Battista erano “preti”... Voglio dire, con ciò, che può capitare a chiunque di sentirsi dire da chiunque “razza di vipere!” o cose simili: non sono parole riservate agli uomini del sacro. Non serve reagire con sdegno e con insulti, ma è conveniente guardarsi dentro e capire se quel giudizio “politico” corrisponde alla realtà “personale”. Sono due pratiche di laicità da cui potrebbe dipendere un po’ della nostra felicità e del benessere del mondo.

Beppe Pavan – Pinerolo, 17.1.08

LA SAPIENZA DEL PAPA 2

 

Oggi ne abbiamo avuto un altro esempio lampante (stavo per dire luminoso...): lunghi servizi giornalistici in TV sull’adunata romana di solidarietà con il papa-professoremerito.

“Giovani, studenti, abbiate sempre rispetto per le opinioni altrui!”... e giù battimani e ovazioni.

Gesù partiva da sé, ho scritto qualche giorno fa. La sento sempre più urgente, questa pratica, che dovrebbe diventare universale, essere insegnata nelle scuole e precedere ogni tentazione di predica. Da parte di chiunque.

Non credo che lo abbiano applaudito i teologi che ha condannato al silenzio e alla disoccupazione; i teologi e le teologhe della liberazione; le donne che sono costrette a umilianti, pericolose e costose emigrazioni per soddisfare il proprio desiderio di maternità; le donne e gli uomini omosessuali e transessuali, divorziate/i e separate/i, che si vedono escluse/i dalla comunità a causa di diktat antievangelici e disumani; e l’elenco potrebbe continuare. Persone che hanno opinioni, su di sé e sul mondo, diverse da quelle del papa... ma il professor Ratzinger sembra non saperlo. O, meglio, è lo stesso papa quello che condanna le opinioni altrui e quello che invita a rispettarle. Non è un caso che abbia ricevuto la solidarietà da politici che insultano (“imbecilli” e quant’altro) chi ha espresso un’opinione di “lesa santità”.

Ma vedo molta positività intorno a me: sono le pratiche di laicità che si vanno consolidando, i cammini di libertà sostenuti dalla libertà di pensiero. E, tra queste pratiche, mi sembrano particolarmente eloquenti quelle che nascono e crescono in persone e comunità “credenti”, a testimoniare la convivialità possibile tra fede e ragione, tra fede e scienza.

Quello che è inconciliabile con la ragione e con la felicità, individuale e del mondo, è il dogmatismo, l’autoritarismo monocratico di ogni potere che si crede assoluto, di ogni gerarca... del patriarcato, in una parola.

Con questa religiosità dogmatica non c’entra nulla la “rivelazione” divina, a cui ci si ostina ad attribuire la nascita delle religioni monoteiste. Si tratta piuttosto di dottrine e sistemi culturali costruiti storicamente dagli uomini per garantirsi dominio e privilegi e perpetuarli nei secoli.

Gesù c’entra poco o nulla con il cristianesimo e, quindi, con le radici cristiane dell’Occidente e della povera Italia in particolare. Ditemi cosa c’entra l’amore, che Gesù praticava e predicava, con lo sterminio impunito dei popoli andini, con i roghi, la disoccupazione e l’esclusione a cui papi e gerarchi cattolici condannavano e ancora condannano chi ha pensieri diversi e diverse pratiche di vita...

“Rispettate le opinioni altrui!”: secondo me è giusto, questo richiamo, ma è altrettanto impegnativo per chi lo pronuncia.

Beppe Pavan – 20.1.08

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