Alp/Cub maggio2000 bollettino periodico

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sommario:

saluto di Enrico/beloit/disoccupati/scuola/donne in nero

 

 

Dobbiamo continuare a resistere, ad opporci a questa politica liberista che è contro le donne e gli uomini, che rende la vita precaria ai giovani, che non da speranza ai senza lavoro, che criminalizza gli immigrati cose se fosse colpa dei poveri e non di quelli ( pochi) che diventano sempre più ricchi.

Per continuare nel nostro impegno dobbiamo rivalutare la festa in particolare questo primo maggio:

perchè è vero che il lavoro dà dignità e cittadinanza e sicurezza economica, ma la festa ci fa ritrovare la dimensione umana e il senso della comunità; è l’alternativa ad un modello di competizione globale e ci fa riscoprire nel nostro vicino un compagno di strada e non un concorrente o un avversario, come sempre più spesso avviene nella società.

Impegno e festa dunque e non Giubileo, non solo perchè i nostri militanti provengono da culture diverse religiose e non, ma perchè non riesco proprio ad immaginare per quale ragione i lavoratori dovrebbero chiedere perdono.

Quindi festa per essere più impegnati e resistere alla rassegnazione, rassegnati perchè perchè non riusciamo a fermare questo arretramento, perchè non è più possibile pensare e costruire un mondo più giusto.

Al di là delle varie battaglie che riprenderemo ( Beloit, scuola, poste, diritti) la nostra Associazione deve continuare ad essere l’esempio, anche se piccolo e faticoso, che è possibile , giusto, doversoso mantenere l’idea e la pratica che le cose si possono cambiare, che si può dare ancora un senso alla propria vita, ricostruire una comunità dove lavoro, solidarietà, giustizia non siano solo parole ma partica quotidiana.

Buona festa a tutti

( conclusioni di Enrico Lanza in piazza Roma, Pinerolo, 1° maggio 2000.

 

La crisi della beloit è entrata nel 3°anno

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Una crisi nata nel silenzio e che rischia di morire nel silenzio. Questo silenzio non è solamente da ricercare negli organi di informazione, nelle difficoltà del coordinamento tra maestranze, organizzazioni sindacali e politiche che sono e sono state tante, ma è anche il risultato di lacerazioni che vengono a crearsi sul posto di lavoro. Dall'annuncio della crisi ci siamo ridotti di200 unità, perdendo figure professionali e credibilità sul mercato, c' è stata e dura tuttora una cassa integrazione che ha penalizzato le fasce più deboli creando divisioni all'interno.La crisi politica crea risvolti diretti anche alla nostra situazione Il tavolo di crisi chiesto insistentemente dalle assemblee fissato per il 2 maggio è stato annullato e se i tempi per riformarlo saranno quelli che abbiamo visto in passato rischiamo di essere travolti dagli eventi.Per questo è importante che i vari soggetti, Sindaco, che è il presidente, Istituzioni Locali, Provinciali, Regionali, Tutte le Organizzazioni Sindacali, si attivino per riformare al più presto un nuovo tavolo di crisi. Tutto questo nonostante si sia visto in questi ultimi 3 mesi come gli impegni assunti in regione il 25 gennaio non siano stati messi in atto.Gli impegni che la Beloit si era assunta, che hanno permesso l' accesso alla cassa integrazione, non sono stati mantenuti e nessun soggetto che doveva vigilare ha fatto il suo dovere, l’informazione alle maestranze è stata inesistente La ricerca di acquirenti che ad un certo punto sembrava procedere con un piano che soddisfava la parte venditrice, si è arenata con la caduta del tavolo di crisi.

I nostri obiettivi.

Il tavolo di crisi deve avere come finalità la conoscenzadi tutti i soggetti interessati all' acquisto dell' azienda per valutare la serietà, la consistenza, dei loro progetti e quindi dei loro piani industriali e vigilare su possibili speculazioni.La posizione assunta dalle assemblee, dal sindacato, continua ad essere il nostro unico obiettivo.Usare tutti gli strumenti necessari,tutelare il posto di lavoro a tutti, salvaguardare i diritti acquisti frutto di 30 anni di lotte, preprare un futuro serio per la nuova aziendacon formazione professionale e riqualificazione del personale.

Noi crediamo che il sindacato di base ALP /CUB abbia avuto e avrà un forte ruolo in tutta questa faccenda e per questo dobbiamo impegnarci di più per crescere in questa e altre situazioni .

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Intervento del Comitato disoccupati

In un momento in cui l’attacco ai diritti dei lavoratori raggiunge il culmine ( leggi sulla disoccupazione e referendum sui licenziamenti) i sindacati confederali rinunciano quasi ovunque a celebrare autonomamente la festa dei lavoratori. Quasi che la situazione della classe che dovrebbero rappresentare, gli permetta di restarsene tranquilli.

Forse pensano che ormai l’unica speranza per i lavoratori sia affidarsi al padreterno o, meglio, al suo rappresentante in vaticano.

Noi, al contrario, come disoccupati pinerolesi vogliamo essere presenti in piazza per testimoniare il rifiuto delle politiche liberiste che ci impongono la, destra e la sinistra di questo paese.

Il rifiuto alla criminalizzazione dei disoccupati .L’ultimo regalo del governo D’Alema è stato un decreto legge che impone ai disoccupati l’accettazione di ogni lavoro proposto anche se precario e non tutelato pena la cancellazione dalle liste di collocamento.

Il rifiuto del referendum sui licenziamenti che va deligittimato in toto.

Nessuno ha il diritto di votare per un peggioramento dei diritti dei lavoratori!

Come disoccupati ci sentiamo direttamente parte in causa perchè qualcuno, e non è una barzelletta, ci ha detto che la libertà di licenziare crea nuovi posti di lavoro.

Non crediamo che su questa affermazione sia utile soffermarci ma certo dà un’idea di come sia ridotta la politica istituzionale in questo paese.

La risposta a queste offensive padronali deve essere il rilancio delle lotte per l'affermazione di nuovi diritti.

La tutela sui licenziamenti va estesa anche alle piccole industrie, altro che tolta alle grandi.

I disoccupati non devono essere criminalizzati se non accettano lavori improponibili, precari e senza diritti, ma invece tutelati dal salario sociale.

Gli immigrati extracomunitari non devono restare un serbatoio di manovali per i lavori più ingrati ma integrati con gli stessi diritti (che già sono pochi) dei lavoratori italiani.

Dire come fa qualcuno con patente di progressista -antirazzista che gli extracomunitari vanno bene perchè fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare è una vergogna per tutto il movimento operaio che non sa accogliere i proletari di altri paesi battendosi per i diritti di tutti.

I soggetti di questa lotta, ovviamente tutt’altro che facile, non saranno certo i partiti istituzionali o i sindacati mestiere, ma inevitabilmente i sindacati di base, i gruppi autorganizzati, i centri sociali ,ognuno di noi, o le offensive liberiste non potranno che aumentare e le condizioni di lavoratori ,precari e disoccupati continueranno a peggiorare.

E’ la classe intera, che oggi esiste solo come categoria sociologica, che deve diventare classe per sè, conscia dei propri diritti e delle proprie aspettative di vita e prendere in mano il proprio destino.

Siamo in piazza oggi, il primo maggio, perchè questa è da più di cento anni festa internazionale dei lavoratori. Festa conquistata, contro tutto e tutti, con grandiose lotte sociali. Siamo in piazza per ribadire che all’organizzazione internazionale dei padroni(le multinazionali, il fondo monetario internazionale, l’Onu ecc) occorre contrapporre l’organizzazione internazionale dei lavoratori.

Anche le vicende del mondo pinerolese (Beloit, Stabilus ecc) rendono per tutti evidente la necessità di un’organizzazione sindacale internazionale.

Siamo coscienti che la strada che ci attende è lunga e difficile e che il nostro è poco più che un’auspicio e una speranza, ma siamo anche convinti che questa sia la direzione in cui lavorare.

W il primo maggio W la festa internazionale dei lavoratori.

I lavoratori della scuola,

si trovano oggi per una giornata di festa ma anche per ricordare agli altri lavoratori quello che nelle scuole sta succedendo. Nelle scuole sta cambiando l'organizzazione del lavoro, sempre più simile ormai a quella della fabbrica, con le sue gerarchie e i suoi premi di produzione; nelle scuole stanno aumentando la precarietà, la flessibilità, il tempo e i carichi di lavoro, mentre sono diminuiti di quasi 150.000 gli occupati negli ultimi anni; nelle scuole è in pericolo la libertà di insegnamento, sancita dalla Costituzione come garanzia contro possibili condizionamenti esterni; nelle scuole, con l'approvazione della legge sulla "parità scolastica", che riconosce alle scuole di tendenza funzione di pubblico servizio, è a rischio il diritto dei giovani di frequentare una scuola che sia di tutti e per tutti, dove la diversità è una valore e non una bandiera per moderne crociate;

nelle scuole, dove fino a ieri si formavano i cittadini, oggi, in nome dello sviluppo economico del Paese, si vorrebbero creare produttori-consumatori acefàli e sottomessi alle logiche del mercato e alle esigenze degli imprenditori, nelle scuole, dove prima si insegnavano e imparavano cultura e valori come quelli della pace, della solidarietà, del rispetto degli altri e dell' ambiente, ora si dovrebbero "riflettere le esigenze del contesto culturale, sociale ed economico della realtà locale" come è scritto nel Regolamento per l’ autonomia scolastica- . Ma cosa esprime oggi la società cosiddetta civile, cosa emerge dal contesto culturale e economico in cui viviamo? Individualismo,mercificazione, azzeramento della critica e dell’ opposizione, democrazia televisiva e massmediatica : questi i valori che la scuola dovrebbe far propri ed insegnare. Con il pretesto di combattere il centralismo burocratico attribuendo autonomia alle singole scuole, lo stato abdica ai suoi compiti istituzionali:smantella il sistema nazionale della pubblica istruzione e rinuncia a definire quei saperi e quei valori che dovrebbero alimentare la vita collettiva; spalancando le porte delle scuole pubbliche ai privati e finanziando le scuole private come se svolgessero un.pubblico servizio, lo stato riconosce all ‘economia e al profitto mercantile il primato sulla politica e sull’ etica; con la Riforma dei cicli e con l’Autonoml a scolastica, lo Stato liquida un sistema educativo collaudato per lasciare le scuole in balìa degli interessi più disparati. Una scuola aperta alle scorrerie dei privati, gestita da faccendieri di vario tipo e lacerata dalle competizioni interne; una scuola dove parcheggiare i giovani per ammansirli ed addestrarli alla precarietà ; una scuola senza di insegnamento e di apprendimento cesserà di opporre qualsiasi argine al neoliberismo imperante. Difendere la scuola di tutti è un atto di civiltà: è in gioco l’ultima sfera pubblica ancora rimasta dove sia possibile realizzare valori sociali e mettere in discussione l'esistente; la scuola deve rimanere il luogo dove l'individualismo e l'interesse materiale non siano i principali valori di riferimento.Con la massiccia partecipazione agli scioperi del 17 dicembre e del 17 febbraio quelli che nella scuola vivono e lavorano: studenti,docenti, personale amministrativo, tecnico e ausiliario hanno dimostrato di voler opporsi a chi intende distruggere lavoro, diritti,.solidarietà,l’idea stessa di una società civile . A loro e a tutti quelli che oggi come domani sono e saranno impegnati per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e dei giovani dedico questa giornata di festa.

 

 

Il contributo delle donne in nero

Un anno fa eravamo in guerra e abbiamo partecipato alle iniziative che via via nascevano per esprimere il nostro NO alla guerra del Kossovo e a tutte le guerre.

Alcune di noi hanno anche partecipato alle manifestazioni delle donne in nero, manifestazioni che continuano in alcune grandi città.A Bologna il 24 marzo, a un anno dall'inizio dei bombardamenti, hanno manifestato e distribuito un volantino per ricordare le conseguenze nefaste della guerra cosiddetta umanitaria:

"distruzione ambientale e strutturale del territorio serbo, annientamento della terra kosovara, inquinamento da uranio impoverito altamente radioattivo che sta già causando vittime, anche tra gli stessi militari italiani; migrazioni disperate di donne e uomini kosovari, che da vittime da proteggere si sono trasformate in clandestini destinati ai centri di detenzione temporanea per essere ricacciati indietro; disoccupazione generalizzata e condizioni miserabili di vita particolarmente in un inverno freddissimo, peggioramento ulteriore delle condizioni di vita delle donne a causa di violenze, stupri, rapimenti e aumento dello sfruttamento della prostituzione imposta.

Sempre più si afferma l'idea che la guerra sia un lavoro appetibile, anche per le donne, in un quadro di crescente militarizzazione delle coscienze che, fondata sul dualismo amico-nemico, annulla il valore delle vite nella loro unicità e concretezza. Noi siamo con le donne profughe e con le donne pacifiste che in Serbia, coraggiosamente, per anni hanno lottato contro la guerra, contro il militarismo e per i diritti umani e chiediamo l'immediata fine vera della guerra con la cessazione dell'embargo".

La riflessione delle donne in nero insieme a donne di altri gruppi o associazioni, ha dato il via a due iniziative concrete (e secondo me molto importanti) che vorrei presentare qui oggi, in modo sintetico, ma disponibile a fornire una ampia documentazione a chi lo desiderasse.

  • La prima è:¨

    La convenzione permanente di donne contro le guerre

  • Questa convenzione vuole essere momento di raccolta e di confronto di idee e di pratiche dei diversi modi di fare politica di donne contro le guerre, per sviluppare anche localmente una politica alla pace e alla soluzione pacifica dei conflitti, di qualunque natura essi siano.

    In altre parole, si tratta di avviare la ricerca su una politica che non includa la guerra, ma cerchi altre strade per gestire, governare e trasformare i conflitti. Inoltre cerca di costruire una forma politica che rispetti ed esalti le differenze - anche tra donne - e le usi per dar voce alla complessità.

    Un primo obiettivo è quello di predisporre una Conferenza di donne sui Balcani, anche per preparare donne che, secondo la piattaforma di Pechino, approvata da tutti gli stati, dovrebbero essere incluse nelle delegazioni che trattano soluzioni di conflitti nei quali le donne sono state spesso le prime vittime.

    La seconda iniziativa è

  • ¨ la marcia mondiale delle donne nel duemila, contro la povertà e le violenze.
  • Sono passati cinque anni dalla Conferenza di Pechino in cui vennero adottati una Risoluzione ed un Piano d'azione da applicare a livello mondiale per garantire i diritti delle donne e promuovere la loro partecipazione alla società civile e alla politica. I cambiamenti auspicati in tali documenti non sono stati raggiunti; al contrario la mondializzazione ha comportato una ulteriore concentrazione di ricchezze e risorse ed una acutizzazione dei conflitti armati. Il Coordinamento italiano per la Marcia Mondiale delle donne ha posto con determinazione, al primo punto del testo elaborato nazionalmente, il ripudio della guerra e del nuovo modello di difesa, scrivendo:

    "Abbiamo sempre rifiutato la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali e abbiamo mantenuto relazioni con le donne che nei luoghi dei conflitti armati hanno manifestato la loro irriducibile opposizione. Rifiutiamo con sdegno il grottesco paradosso della guerra umanitaria; vogliamo che il territorio italiano non venga usato come base degli strumenti di distruzione e di morte e che il disimpegno del nostro Paese da operazioni militari (della NATO o di un esercito europeo) sia unilaterale e immediato.

    Rifiutiamo il nuovo modello di difesa, in realtà modello di aggressione, funzionale alla logica che coniuga guerre e globalizzazione. Rifiutiamo il nuovo militarismo dell'esercito professionale, che usa la partecipazione delle donne per legittimare la più impresentabile e patriarcale delle istituzioni. Siamo per la drastica riduzione delle spese militari, per il divieto della vendita di armi e la riconversione dell'industria bellica, perché vengano al più presto resi noti gli effetti devastanti, dell'ultimo conflitto, sull'ambiente.Coerentemente con questo ricordiamo la devastazione che ha provocato la guerra "umanitaria" in Kossovo. Ribadiamo il nostro sdegno per l'ipocrisia che tale definizione copre, ci impegnamo ancora e con rinnovata tenacia contro il continuo omicidio di donne, bambini, deboli che l'embargo quotidianamente provoca.

    L'UNICA GUERRA CHE SI VINCE, E' QUELLA CHE NON SI FA".

    Concludo con un interrogativo:

    Oltre che partecipare attivamente a queste due iniziative, perché non pensare ad un lavoro comune qui a Pinerolo, tra tutte le persone che condividono questo rifiuto della guerra come mezzo per risolvere i conflitti e non aspettare un altro conflitto armato vicino a noi per ricostituire, ad esempio, il comitato contro le guerre?

    Carla Galetto