vedi il tempo dell'ansia

LITE IN FAMIGLIA
I Bush si dividono sull'Iraq
L'ex presidente contrario all'attacco voluto dal figlio. Lo rivelano noti commentatori americani
MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK
Appare sempre più chiaro che la maggiore resistenza a un attacco contro Saddam Hussein Bush jr. la sta trovando dove meno se l'aspettava: nella vecchia guardia di suo padre. È dallo scontro in atto tra il clan di Bush sr. e quello di Bush figlio che dipende la decisione ultima se prendere d'assalto Baghdad. E così il destino di un paese, l'Iraq, è appeso a una lite in famiglia, per quanto imperiale. Finora mantenuta in sordina, la divergenza di opinioni tra i due George, senior e junior, comincia a emergere alla luce del sole e ad essere notata dai più autorevoli commentatori, in particolare di destra. A rivelare il profondo disaccordo generazionale dei Bush, sono le autorevoli voci repubblicane che da un mese si oppongono sulla alla smania di guerra che pervade i falchi amministrazione: il vicepresidente Dick Cheney, il ministro della difesa Donald Rumsfeld il suo vice Paul Wolfovitz, e la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice (insomma l'unico non falco resta il segretario di stato Colin Powell). Ad agosto ha aperto il fuoco, dalle colonne del Wall Street Journal, Brent Scowcroft, che era consigliere per la sicurezza nazionale di Bush sr., è stato coautore delle sue memorie ed è considerato un suo "alter-ego" (l'espressione è di William Safire, columnist di destra del New York Times). Scowcroft ha definito un precipitoso, controproducente e destabilizzante un attacco all'Iraq. Poco più di una settimana fa, dalle colonne del New York Times, una critica - seppur più prudente - l'ha formulata l'ex segretario di stato di Bush sr., James Baker III, poi direttore della campagna presidenziale del 1992 (vinta da Bill Clinton). Nel 2000 Baker ha gestito quei conteggi elettorali in Florida che costarono la presidenza al democratico Al Gore e portarono alla Casa bianca Bush jr. Baker ha chiesto un rinvio di ogni decisione fino a una risoluzione dell'Onu sugli ispettori. Infine, sabato scorso, è stata la volta di Larry Eagleburger, diplomatico sotto la presidenza Bush: in tv ha detto che Saddam Hussein andrebbe attaccato solo quando sia provato che possiede un arsenale atomico.

Non è possibile che tre esponenti così vicini a Bush padre siano intervenuti nel dibattito pubblico senza consultarlo e senza averne ricevuto il via libera. Sì dirà che anche Cheney e Rumsfeld facevano parte della squadra paterna, eppure hanno volgia di guerra. Ma Cheney e Rumsfeld sono ormai vicini all'estrema destra repubblicana, mentre Bush sr. è un conservatore da sempre fautore della Realpolitik (tanto che nel `91 non finì Hussein).

In realtà il dissenso tra i due clan è più profondo, e riguarda i rapporti con la famiglia reale saudita e l'intera politica mediorientale. Non è un segreto per nessuno che Bush padre ha stretti legami di affari con i discendenti di Ibn El Saud, e frequenta molto il principe Bandar. D'altronde, Edward Luttwak (noto per il suo militarismo) ha osservato sul Los Angeles Times che Scowcroft è spesso ospite nella sontuosa villa che Bandar possiede nell'esclusiva stazione sciistica di Aspen in Colorado. Malizia a parte, il clan di Bush padre ritiene che un attacco all'Iraq porterebbe al crollo della dinastia saudita, creando ondate destabilizzanti che si propagherebbero in tutto il Medioriente. Meglio tenersi un Saddam azzoppato piuttosto che rischiare uno scombussolamento generale. Di posizione opposta, assai più freddi nei confronti dei principi sauditi sono invece i falchi che consigliano e manovrano il giovane Bush. Finora il padre ha taciuto, ma non potrà mantenere il silenzio ancora a lungo.

La nuova Roma. Americana – il manifesto 4/09
L'impero "informale" degli Stati uniti produce contraccolpi e boomerang inattesi. Come quello dell'11 settembre, che ne mostrano la fragilità. Parla Chalmers Johnson, del Japan Politicy Institute. Che critica da destra il militarismo e il sentimento di onnipotenza d'America
MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK
Chalmers Johnson mi risponde al telefono da vicino San Diego, California, dove si trova il Japan Policy Institute di cui è presidente. Parla un inglese impeccabile, veloce, perentorio, professorale. È diventato famoso nel 2000 con il libro Blowback che è stato tradotto in italiano da Garzanti come Gli ultimi giorni dell'impero americano, anche se sarebbe stato più corretto (e più efficace, alla luce dell'11 settembre) intitolarlo Boomerang. Infatti blowback è un termine coniato dalla Cia per indicare i contraccolpi non desiderati di operazioni segrete. La tesi di Chalmers Johnson era che gli Stati uniti costituiscono un impero, per quanto "informale" (non annette le colonie come l'Inghilterra). Ma l'impero comporta dei prezzi e delle conseguenze inattese. Già nel 2000, un anno prima dell'11 settembre, Johnson indicava gli attentati di Bin Laden come esempi di blowbacks. L'interesse di questa critica all'impero americano è che non viene da un uomo di sinistra, anzi: Johnson è sempre stato anticomunista, e negli anni `60 era in favore della guerra nel Vietnam.

Non pensa che dopo l'11 settembre l'impero "informale americano" è diventato molto più formale?

Assolutamente. Ed è per questo che a Washington parlano con eccessiva faciloneria della "nuova Roma". Una metafora che agli americani piace tanto. Non conoscono un accidente della storia di Roma. Va per la maggiore tra molti pundits (gli "esperti") e commentatori, soprattutto tra i neoconservatori. Sebastian Malleby del Washington Post, ha pubblicato un saggio proprio su questo argomento su Foregn Affairs. Naturalmente non sanno nulla del declino della repubblica romana e del sorgere dell'impero, del tradimento di Giulio Cesare, il Rubicone non significa nulla per loro. È un segno della pericolosità della situazione.

Da questo punto di vista l'11 settembre è sopravvenuto al momento giusto.

Giusto per chi vuole un nuovo impero romano. Io non lo voglio. E comunque il presente non ha niente a che vedere con l'impero romano, ma piuttosto ricorda l'impero sovietico. Il più grave errore commesso finora dagli americani è di aver creduto, quando la guerra fredda è finita, che l'avessero vinta loro. Ma gli Stati uniti non sono responsabili della disgregazione dell'Urss. È stato un processo interno all'Unione sovietica stessa. L'Urss ha perso la guerra fredda, noi non l'abbiamo vinta. Nessuno vuole un impero americano. In realtà gli Stati uniti sono stati terribilmente frustrati dalla scomparsa dell'Urss. Hanno passato i dieci anni successivi alla ricerca di un altro nemico. E nell'11 settembre l'hanno trovato. In realtà l'11 settembre era un messaggio, un avvertimento agli Stati uniti perché cambiassero la loro politica estera in alcune aree vitali. Noi non l'abbiamo fatto, anzi al contrario abbiamo imboccato la direzione opposta, abbiamo accentuato la nostra tendenza all'unilateralismo. L'America ha sempre meno interesse per il multilateralismo, per la legge internazionale, per i trattati internazionali, in soluzioni pacifiche ai problemi mondiali. Quello a cui assistiamo è il rifiuto dell'America di cambiare qualcosa. Invece usa la forza, impone la sua volontà su chi non è d'accordo. Ritengo perciò che oggi per noi il pericolo sia maggiore di quanto fosse alla vigilia dell'11 settembre.

Ma gli imperi hanno sempre saputo che la pura forza non basta, che a un certo punto è necessaria la politica, una politica di alleanze e compromessi. Nonostante la superiorità del suo esercito, l'impero inglese ha dovuto fare politica con gli Zulu in Africa e con gli hindi sul Gange.

Ma gli Stati uniti stanno delegando la politica estera al Pentagono. Lo vediamo ogni giorno con il ministro della difesa, Donald Rumsfeld, che si arroga ogni giorno nuovi poteri. Persino il segretario di Stato, Colin Powell, è un generale, non un diplomatico. Il problema qui è la natura del moderno impero. Non è politica, non sono corporations multinazionali dominanti deboli paesi, è la forza militare. E, come durante la guerra fredda, noi abbiamo usato la guerra afghana per espandere in modo radicale la nostra presenza in Asia centrale dove prima eravamo assenti, e inoltre abbiamo rafforzato in modo consistente le nostre basi nel sud-est asiatico e nell'America latina. Chiaramente, a mio parere, gli Stati uniti eccedono nell'imperare. Già siamo tornati ai bilanci statali in passivo, dopo che erano in attivo sotto l'amministrazione Clinton. E i focolai di crisi economica stanno diventando endemici: Messico 1994, crisi asiatica 1997, Russia 1999, e adesso l'Argentina che rischia di sprofondare tutta l'America latina. Il pericolo è che gli Stati uniti si stiano incamminando sulla stessa strada presa dall'Unione sovietica negli anni `80. Cosa è che ha fatto crollare l'Urss? Essenzialmente tre elementi: 1) Le contraddizioni interne dell'economia causate soprattutto dall'ideologia, dal marxismo-leninismo; noi negli Stati abbiamo contraddizioni economiche interne derivanti dalla peculiare ideologia americana che è non il capitalismo (anche il Giappone è capitalista, ma è criticato dagli ideologi Usa), bensì lo specifico liberismo dei Chicago boys: e la fiducia popolare in questa peculiare ideologia americana è in crisi, dopo tutti gli scandali che hanno colpito le grandi corporations, Enron, WorldCom. e così via. 2) Lo "stress imperiale" che si produce quando vuoi mantenere il tuo dominio su troppi paesi che se ne risentono, si ribellano: quello che è successo al muro di Berlino potrebbe accadere a Okinawa domani. È un fattore che fa crollare gli imperi. E 3) l'incapacità di autoriformarsi. L'Unione sovietica ci provò con Michail Gorbaciov che però incontrò troppe resistenze interne nell'ala conservatrice del partito e il paese esplose. E anche gli Stati uniti stanno dimostrando di essere incapaci di autoriformare il sistema delle corporations e tutto l'assetto economico-sociale.

Ma allora come avrebbero dovuto reagire gli Usa all'11 settembre?

Avremmo dovuto alterare profondamente la nostra politica estera. In primo luogo avremmo dovuto ritirare le nostre truppe soprattutto dalle basi in Arabia saudita. Non sono necessarie per la difesa dell'Arabia Saudita (abbiamo altre basi nella regione, per esempio in Kuwait), creano un risentimento profondo nella popolazione e di fatto sono state la causa dell'attacco dell'11 settembre. Ci sono altri modi di difendere l'Arabia saudita, non è necessario occuparla con truppe per di più "infedeli". In secondo luogo avremmo dovuto rivolgere un'enorme attenzione al conflitto israelo-palestinese. Non c'è nessuna scusa per gli Stati unti di aver abbandonato i palestinesi in balia di un fascista militarista quale è Ariel Sharon. Noi come Stati uniti abbiamo il dovere di difendere la fondamentale sicurezza dello stato d'Israele, ma non abbiamo ragione di difendere l'imperialismo sionista nei territori palestinesi. E invece noi siamo tutti sbilanciati a sostenere l'azione armata di Sharon contro i civili. E infine dovremmo ridurre i nostri consumi di petrolio per meno dipendere dalle risorse del Medio oriente. Noi non abbiamo fatto niente di tutto ciò. Anzi abbiamo fatto tutto il contrario. Quanto a riformare il sistema, non se ne parla. Abbiamo un governo che di fatto non ha legittimità, non ha ricevuto un mandato dall'elettorato visto che l'elezione del 2000 è stata decisa dalla Corte suprema, non dal voto popolare, ma si comporta come un governo radicale, estremista, come se avessero un mandato. Questo mostra che la vera legittimità della politica in America oggi è il denaro non il voto. Il solo modo per spiegare l'amministrazione Bush oggi è il mondo di Houston, della Enron.

La tesi del "declino americano" riemerge periodicamente e viene poi regolarmente smentita. Nei primi anni `90 Paul Kennedy e Giovanni Arrighi predissero che a causa delle eccessive spese militari gli Usa sarebbero declinati, come era capitato a spagnoli, olandesi e inglesi, e che sarebbe emersa la potenza giapponese. Andavano un po' troppo veloci. Nel `97, con la cosiddetta "crisi asiatica" gli Usa hanno inferto al Giappone una tale sberla economica che non si è più ripreso.

No, dietro tutta la sua forza, l'invincibilità militare, l'impero americano è debole, ha basi fragilissime. Se 15 fa ci avessero detto che dopo 3 anni l'Urss non sarebbe più esistita, non ci avrebbe creduto nessuno. E poi il Giappone ha commesso errori gravissimi. Quando a metà degli anni 1980 è diventata la nazione più creditrice del mondo, e gli Stati uniti la nazione più debitrice del mondo, il Giappone avrebbe dovuto cambiare politica economica per dipendere molto di più dalla propria domanda interna e molto meno dal mercato americano. Invece il Giappone ha stretto ancor più i suoi legami con gli Usa, ha finanziato il deficit americano, si è orientato sul mercato dei capitali americano. E questo è costato un'enormità al Giappone. Il Giappone deve stare molto attento. L'Argentina dimostra che anche i paesi ricchi possono ridiventare poveri. E il Giappone rischia di diventare l'Argentina asiatica, anche se ha dalla sua che produce parecchie ancora buone merci. Ma che il Giappone abbia sbagliato, non significa che gli Stati uniti rimangano invulnerabili. E oggi gli americani continuano a sentirsi invulnerabili...

... forse dal punto economico. Ma da altri punti di vista, secondo tutte le persone con cui parlo sostengono che l'11 settembre ha significato proprio questo: la fine dell'invulnerabilità.

Certo, in Blowback sostenevo che sempre più spesso gli Stati uniti sarebbero stati il bersaglio di quelli che io chiamo "attacchi asimmetrici": poiché nessuna forza armata può resistere e tantomeno competere con la potenza militare Usa, proprio per questo, la strategia più logica è quella di attaccare i punti vulnera bili, i civili, i bersagli simbolici. La stampa si è comportata in modo abominevole: l'11 settembre non è stato un attacco contro gli Stati uniti, è stato un attacco ai simboli della politica estera americana: il World Trade Center, che già era stato attaccato, e il Pentagono, che era un simbolo del militarismo americano. E nient'altro. E così questi attacchi sono usati per rafforzare l'impero americano, invece che per rendere meno vulnerabili gli Stati uniti, rimuovendo le cause politiche di questi attacchi. È sintomatico il rifiuto dell'amministrazione di discutere i moventi di chi ha compiuto gli attacchi. Invece il presidente li ha semplicemente qualificati come "il male".

È difficile però trovare un disegno a lungo termine nelle azioni dell'amministrazione Bush. Non si vede la logica sottostante.

Non è possibile ridurre la nostra politica a un singolo fattore, denaro, petrolio. È successo qualcosa alla psiche americana. Gli americani si pensano ora come se fossero romani, capace di fare qualunque cosa vogliono, senza limitazioni da parte di nessuno. Il fattore chiave qui è il militarismo. I leaders americani da George Washington a Ike Eisenhower, hanno messo in guardia gli Usa contro il pericolo di un grande esercito, di una grande industria militare, di un complesso militar-industriale-universitario. Negli anni `90 gli americani sono diventati disinteressati alla politica estera, autocentrati, senza coscienza internazionale. Così oggi le due maggiori istituzioni del governo americano si trovano sulla riva meridionale del Potomac (il fiume sulle cui rive sorge Washington: ma Casa bianca, Senato e Camera si trovano sulla sponda nord, ndr), e sono il Pentagono e la Cia. Il Congresso assomiglia sempre più al senato romano al tempo di Ottaviano quando brigava per diventare Augusto.

Stati uniti, un anno dopo /2. Intervista a Howard Zinn- il manifesto 05/09
L'arrogante fragilità
Il governo americano si sta facendo sempre più nemici, all'interno e all'estero. E l'apparato di propaganda cela quel che l'11 settembre mostrava, l'antipatia e la vulnerabilità degli Usa. Fino a quando? Parla lo storico Zinn, militante negli anni `60 del movimento per i diritti civili
MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK
Howard Zinn porta i suoi quasi ottant'anni con il garbo e la civetteria di quelle rarissime persone che la vecchiaia rende più belle. Dopo l'infanzia newyorkese (a Brooklyn) che ha raccontato nel libro autobiografico You Can't Be Neutral on a Moving Train ("Non puoi essere neutrale su un treno in corsa"), ha lavorato nei cantieri navali prima di essere arruolato sui bombardieri durante la seconda guerra mondiale. Da storico, ha partecipato al movimento per i diritti civili degli anni `60. Ora ha un'intensa attività di conferenziere e collabora a numerose pubblicazioni di sinistra come The Nation, In These Times e The Progressive (del cui comitato editoriale è membro). Vive con la moglie Roslyn a Cape Cod da cui si allontana spessissimo, invitato a parlare ovunque nel mondo. Il suo libro più famoso, ristampato innumerevoli volte e adottato come libro di testo in tantissimi licei statunitensi è A People's History of the United States -1492 to Present, "una brillante e commovente storia degli americani raccontata dal punto di vista di coloro la cui condizione è stata quasi sempre omessa da quasi tutte le storie" (Library Journal), una storia raccontata dai dominati, dalle donne, dai nativi, dai neri, dagli immigrati, dagli operai e braccianti. Il canale HBO sta producendo un adattamento televisivo di questa "Storia della gente".

Dopo l'11 settembre Howard Zinn ha scritto Terrorism and War, un libro intervista in cui riafferma il proprio pacifismo ("con gli armamenti attuali non vi sono guerre giuste: la seconda guerra mondiale contro il nazismo era giusta ma ha portato ai bombardamenti a tappeto di Dresda e alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki") e mostra la colossale asimmetria tra i morti dell'11 settembre e quelli provocati dai bombardamenti Usa. I primi erano "persone, singoli esseri umani, con storie, volti, passioni, affetti" le cui vite sono state sottratte all'anonimato e incessantemente raccontate dalla stampa americana. I secondi sono rimasti senza volto, entità astratte, "come coloro che bombardavamo durante la seconda guerra mondiale da 10.000 metri di altezza".



Se guarda al 10 settembre dell'anno scorso, e poi a oggi, come riassumerebbe quel che è davvero cambiato?

Il 10 settembre dell'anno scorso, agli occhi di molti George W. Bush era ancora un presidente illegittimo, e dell'elezione del 2000 si parlava ancora come di un'"elezione rubata" regalata a Bush dalla Corte suprema. Bush non era una figura popolare, era stato catapultato alla Casa Bianca perché aveva amicizie politiche tra i giudici costituzionali e nello stato della Florida. Prima dell'11 settembre l'amministrazione non godeva di molto credito, e soprattutto, negli Stati uniti e altrove - certo nella sinistra, ma non solo - cresceva la critica e la preoccupazione per lo strapotere delle multinazionali nell'economia globalizzata, le manifestazioni di Seattle, Philadelphia, Washington, Genova. Dopo l'11 settembre tutti questi temi sono stati estromessi dal quadro in nome della "guerra al terrorismo". La guerra è utilissima a chi sta al potere perché accantona tutte le proteste, i malcontenti, le critiche. L'emergenza è usata come una scusa per non parlare più di nient'altro, di glissare sui problemi della gente e concentrarsi sul nemico. E chi osa criticare il governo è subito tacciato di antipatriottismo, di essere una quinta colonna del nemico. In questo senso le cose sono cambiate terribilmente dall'11 settembre.

Da un anno subiamo una valanga di retorica sul "niente sarà più come prima", ma per esempio Benedict Anderson (l'autore delle Comunità immaginate) sostiene che non è cambiato nulla: gli Usa hanno appoggiato tiranni e loro gorilla per 50 anni e continuano ad appoggiare tiranni e gorilla.

Sono d'accordo. Fondamentalmente, la politica degli Stati uniti non è cambiata. La "guerra al terrorismo" consente agli Usa di fare quel che facevano prima, ma l'11 settembre ha fornito una scusa speciale per proseguire nella stessa politica, e cioè l'espansione imperiale nel mondo. Se guardi alla storia americana ogni periodo di espansione è spiegato con una diversa, particolare scusa. Quella delle annessioni del Texas, Arizona e New Mexico a metà del secolo scorso era chiamata Manifest Destiny, dopo la seconda guerra mondiale la nostra espansione fu spiegata la lotta al comunismo e il "Mondo Libero"; ma gli Stati uniti si stavano espandendo da ben prima che l'Urss diventasse un pericolo per loro, e ben da prima appoggiavano i despoti dell'America centrale e meridionale. C'è quindi una continuità. La differenza è che l'11 settembre ha fornito una scusa potentissima, tremenda.

Non per essere cinici, ma meno di 3.000 morti sono un inezia nella storia dei massacri del ventesimo secolo e alla distanza sembreranno un episodio marginale.

È sempre stato vero. Gli Stati uniti sono terribilmente autocentrati. Le vittime americane sono importanti, quelle d'oltremare no. Un morto negli Stati uniti è considerato più importante di migliaia di morti all'estero. È vero che il costo di vite umane dell'11 settembre è irrisorio rispetto alle vittime di altri terrori in America centrale, nel sud-est asiatico e in Africa. Ma è tale il nazionalismo americano che è facile per un governo potente e per una stampa controllata far passare le 3.000 morti dell'11 settembre come la più grande tragedia mai verificatasi nella storia dell'umanità.

In genere l'Europa sottovaluta la sagacia della classe dirigente americana. Attribuisce il suo potere a una tautologia: gli Usa sono forti perché sono ricchi, hanno le risorse, le armi, cioè sono forti perché sono forti. Ma si dimentica che questa potenza è stata costruita con quella che Woodrow Wilson chiamava "la feccia d'Europa". La mia domanda perciò è: non è possibile che anche stavolta stiamo sottovalutando la classe dirigente americana? E che la politica dell'amministrazione Bush avrà successo nell'espandere e rafforzare l'impero americano?

Io penso che il potere del governo americano è davvero fragile, è vuoto, non è radicato. Lo abbiamo visto in altri paesi dove governi che sembravano saldissimi in sella, con il pieno controllo, in realtà sono crollati di botto perché non avevano radici, erano corrotti e anche perché si autoingannavano, perché sotto la superficie della padronanza totale, mutazioni gradualmente si verificavano nella popolazione, cresceva la consapevolezza che qualcosa non andava. Io credo che lo stesso stia avvenendo agli Stati uniti che hanno tutto questo potere, queste armi, questa ricchezza, ma la cui egemonia è costruita sulla sabbia, perché stanno andando troppo oltre, perché si stanno facendo troppi nemici. Per ora si stanno facendo troppi nemici all'estero, ma poi il processo avverrà anche all'interno perché, per continuare a espandersi, l'impero americano dovrà appropriarsi di una parte sempre maggiore del denaro degli americani. Per avere un bilancio militare di 400 miliardi di dollari, ci sarà meno denaro per la sanità, la scuola, gli alloggi. E sta aumentando la coscienza di quel che fa questo governo. Parlo qui della direzione, della linea di tendenza, non dell'orario. Nessuno può dire quando questa coscienza prenderà il sopravvento. Né quanto tempo ci metterà il potere americano a cadere, ma io credo che alla fine cadrà.

Ma come mai gli Stati uniti non hanno imparato la lezione che non è vero che "i nemici dei miei nemici sono miei amici"? Saddam Hussein era amico perché era nemico del nemico Iran, e adesso è il pericolo numero uno. Osama bin Laden era una creatura della Cia, prediletto, armato e finanziato dagli Usa perché in Afghanistan era nemico della nemica Urss, e si è visto come è finita, con le Twin Towers. Ma dopo l'11 settembre gli Usa appoggiano dittatori come Musharraf che ogni giorno che passa si regala un anno in più di potere assoluto... Come mai non hanno imparato la lezione?

Perché non hanno alternative. Se non ottengono l'appoggio dei Musharraf o di governi repressivi come la Turchia o l'Arabia saudita, non ottengono nessun appoggio. Non possono fare nient'altro.

Lo scorso ottobre Studs Terkel si diceva in parte ottimista, perché forse questo orribile attacco avrebbe tolto agli americani quei pregiudizi e quei paraocchi che l'invulnerabilità comporta, e che forse gli Americani avrebbero capito come sono considerati dal resto del mondo e che non vengono visti come quei "bravi tipi" che credono di essere. Ma dopo un anno sembra che l'ottimismo di Studs Terkel fosse in gran parte infondato.

Studs Terkel ha ragione quando dice che nell'11 settembre c'è un potenziale per capire che le nostre vittime non sono né le prime, né le peggiori. È vero. Ma il governo ha un formidabile apparato di propaganda che tenta di espurgare la verità. Il problema è: quanto efficace e per quanto tempo sarà quest'apparato? Io credo che la gente imparerà dall'11 settembre, ma credo che ci vorranno molti sforzi per educare il pubblico, da parte dei settori progressisti della società americana. E l'educazione potrà darla solo la realtà, il mondo stesso che ci circonda. La propaganda ha espulso la realtà, ma la realtà comincia di nuovo a fare capolino poco alla volta. Questo è ovvio per l'Afghanistan: è quasi un anno che sono cominciati i bombardamenti e sempre più persone si accorgono che la cosiddetta guerra al terrorismo non funziona. La sinistra diffonde questa coscienza attraverso una rete informale, spesso sotterranea di radio locali, stampa alternativa, associazioni di comunità. Ma a prescindere da questa poco visibile eppure capillare azione della sinistra, la gente comune, l'americano qualunque si sta rendendo conto che la cosiddetta guerra al terrorismo è una barzelletta, certo, una tragica barzelletta. Quando costringi la gente a guardare un film troppo a lungo, alla fine la gente si alza, deve pur andare in bagno. È successo anche con la guerra fredda, quando la minaccia comunista e sovietica veniva brandita in continuazione. Dopo un po' la gente si è svegliata. Ricordiamoci che la guerra in Vietnam veniva presentata come una guerra che dovevamo combattere per fermare il comunismo. Ma in breve apparve chiaro che la guerra era qualcos'altro. E così anche la minaccia comunista evaporò e negli anni `60 il Comitato parlamentare sulle attività anti-americane scomparve dalla scena. Perciò credo che il governo avrà sempre meno successo nel rendere tutti isterici sul terrorismo.

Come mai gli americani non si rendono conto di quanto ha macchiato la loro immagine all'estero la vicenda di Guantanamo? Come mai non si sono resi conto che quelle immagini di prigionieri rinchiusi in gabbie all'aperto come animali, sotto illuminazione permanente, faceva riaffiorare i ricordi dei lager?

Gli americani non sanno nulla di quello che succede all'estero, perché la stragrande maggioranza trae tutte le notizie dalla tv che non parla mai dell'estero. E i giornali ne parlano pochissimo. Se fai un sondaggio su Guantanamo, scoprirai che il 90% degli americani non sa nulla di quel che vi succede. Il controllo totale sull'ìnformazione in questo paese è l'ostacolo più serio per un mutamento della politica americana.

2) continua. La prima puntata è uscita il 4 settembre

Stati uniti, un anno dopo /3. Il tempo dell'ansia
Con il fiato sospeso
Gli Stati uniti aspettano l'anniversario dell'11 settembre in un clima di timore e incertezza del futuro. Ammutolita l'opposizione, i democratici temono di sembrare antipatriottici. Il presidente Bush sembra aver sperperato il capitale di fiducia e patriottismo del dopo-attentato, grazie alla crisi economica, agli scandali finanziari. Gli Usa sembrano isolati anche sul palcoscenico internazionale. E se ci fosse un nuovo attentato...
MARCO D'ERAMO
INVIATO A WASHINGTON- il manifesto 06/09/02


"Fra due anni non se ne ricorderà più nessuno. L'11 settembre finirà come lady Diana", mi dice un famoso politologo. Un anno dopo gli attentati alle due torri, trascorsi 12 mesi di lutto, pianti e mobilitazione nazionale, quest'affermazione cinica, forse eccessiva, contiene però un germe di verità. Se il mezzo è il messaggio, allora la commozione è istantaneamente globale e planetaria, ma perciò stesso effimera, tanto più intensa quanto più breve. Un anno fa l'universo mondo era sicuro che "nulla sarebbe più stato come prima". Dilagava la retorica del "Never again". I programmi tv non sarebbero mai potuti essere come prima, le copertine dei settimanali sarebbero fatalmente cambiate. L'America era radicalmente trasformata.

Un anno dopo, molta acqua è stata versata sul sacro fuoco del "Niente come prima". Sono scomparse le bandierine americane che ancora a novembre scorso garrivano al vento dai cofani delle automobili, dalle finestre, dai balconi, sopra gli usci di case ed uffici. Qui a Washington le tute mimetiche della guardia nazionale sono meno visibili. A New York sono scomparsi gli altarini artigianali con candele, fiori e ritratti delle vittime. Sono stati imbiancati i murales con graffiti delle due torri (e almeno uno di loro aveva soppianto dall'oggi all'indomani un murale con lady Diana e madre Teresa). Nella metropolitana, fino a ieri la gente parlava solo dello sciopero dei giocatori di baseball (tutti hanno tirato un sospiro di sollievo quando è stato revocato). I rotocalchi pubblicano in copertina le foto delle dive del cinema e dei cantanti rock, come hanno sempre fatto.

La politica estera degli Usa doveva mutare dal giorno alla notte dopo l'11 settembre, e invece siamo tornati alla vecchia routine di appoggio a generali come Musharraf, a regimi tirannici come l'Arabia saudita o criptomilitari come Turchia e Indonesia. Per non parlare della politica medioorientale che non è mai stata tanto filoisraeliana (alla faccia di tutti i nostri sapienti politologi che nel 2000 sentenziavano: "Le amministrazioni repubblicane sono storicamente sempre meno filoisraeliane di quelle democratiche)" .

Mi risponde per e-mail Benedict Anderson, l'autore di Comunità immaginate (tradotto in italiano dalla manifestolibri), docente alla Cornell University, una delle menti più lucide della sinistra anglosassone: "Ogni volta che penso all'11 settembre, cosa che cerco di non fare, sono infuriato dal cinismo, dallo sciovinismo, dalla stupidità di tutto questo. In realtà l'americano qualunque non pensa che sia cambiato davvero qualcosa, tranne i contrattempi negli aeroporti. Gli americani daranno armi e denaro ai gorilla e agli assassini nelle Filippine e in Indonesia. Ma l'hanno fatto per decenni. Fra cinque anni nessuno se ne ricorderà. Il regime americano è un nuovo mutante: un regime isolazionista con ambizioni globali e stupidità illimitata. Con un po' di fortuna, lo abbatterà Wall street. Quando pensi ai milioni e milioni di esseri umani distrutti direttamente e indirettamente dalla potenza americana a cominciare dall'agosto 1945 (dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, ndr), è ributtante pensare all'11 settembre, in cui sono morti moltissimi non-americani, ma chi si cura di loro? Come sempre. Un "oltraggio" nel suo senso antico. Che non cambia niente di fondamentale".

Non tutti sono così estremi. Parlo al telefono con Joel Bleifuss, attuale direttore del quindicinale In These Times: "L'11 settembre non ha cambiato moltissimo, ma ha fornito a Bush l'occasione di fare cose che altrimenti non avrebbe potuto permettersi, di arrogarsi poteri che mai gli sarebbero stati concessi, di unire il popolo americano sulla sua politica. Pensa che fino ad allora era un presidente illegittimo. Poi è diventato il nostro condottiero. Ma anche questo sta cambiando, a causa della crisi economica, degli scandali finanziari". "Certo che l'11 settembre non sarebbe potuto capitale in un momento più opportuno per Bush", mi aveva detto la storica Victoria De Grazia nel suo appartamento newyorkese.

Dello stesso parere tutte le persone che incontro qui a Washington. Barbara Shailor, responsabile del settore internazionale del sindacato Afl-Cio, mi riceve nel suo ufficio, nel marmoreo palazzo in stile vagamente fascista, che pare sempre più lussuoso ogni volta che ci torno, con moquette sempre più spesse, arredamenti alla moda, vetrate vertiginose proprio sopra il giardino della Casa bianca: "Bush ha dissipato tutto il capitale politico che gli era stato regalato dall'11 settembre. Ma ti pare un presidente che annuncia che invaderà un paese da un campo di golf, che dichiara guerra all'Iraq con una pallina in mano?".

Robert Borosage è condirettore dell'Institute for American Future. Alla fine dell'orario di lavoro, vado nel suo ufficio sulla Connecticut Avenue, il "corso" di Washington dove si trovano gli uffici dei lobbisti e dei politologi più importanti. Andiamo a discutere davanti a una birra in un locale all'angolo: "Non si è mai visto un presidente che nel giro di un anno è riuscito a dilapidare la solidarietà internazionale che si era creata dopo l'11 settembre. È da almeno 80 anni che gli Stati uniti non sono stati così isolati nel mondo. Hai visto come hanno fischiato Colin Powell a Johannesburg? Washington dice picche su tutto: sul trattato di Kyoto, sul trattato antimissile, sulla Corte internazionale. E l'opinione pubblica? Sembra dissociata, da un lato appoggia Bush nella cosiddetta "guerra al terrorismo", anche se il sostegno cala lentamente, e dall'altra lo considera inetto nei problemi di politica interna, sui temi sociali ed economici". Certo che per una paese che in teoria si prepara alla guerra, l'opinione pubblica appare straordinariamente smobilitata.

Marcus Raskin e John Cavanagh mi parlano nei locali del loro Institute for Policy Studies, anche questo a un passo dalla Casa bianca. "C'è un'incertezza del futuro, una preoccupazione economica, un soffuso timore di attentati. Prevale un sentimento di ansia". La parola chiave dell'aria che si respira in America è proprio questa: "ansietà".

"Ma ti rendi conto che da gennaio fino a giugno, adesso meno, quasi una volta alla settimana c'era un allarme bomba, e quest'edificio doveva essere ogni volta evacuato e perquisito? T'immagini che timore e ansietà instilla nel profondo delle persone?" dice Barbara Shailor. Di ansietà mi ha parlato anche Marshal Bermann, e l'ansia è il termine che ricorre in tutti i miei interlocutori. Come se fosse possibile lenire gli effetti dell'11 settembre con una prescrizione massiccia di psicofarmaci, di Prozac.

"È una situazione curiosa, amorfa, indeterminata: la politica di Bush non trova consenso ma neanche opposizione", mi dice al telefono da Chicago Jim Weinstein, una delle figure storiche della sinistra americana. "Gli intellettuali sono senza voce. I democratici sono senza spina dorsale (spineless)". Spineless è l'aggettivo più ricorrente riferito ai parlamentari democratici: "Sono terrorizzati all'idea di apparire antipatriottici", dice Weinstein.

"Non c'è nessuna voce di prestigio che dalle tv aiuti l'opinione pubblica a maturare, a farsi un'idea. E la sinistra è in stato confusionale" rincara Borosage: "Non si è mai ripresa dalla fine della guerra fredda. Gli attivisti per i diritti umani sono diventati di fatto degli interventisti militari: per loro, gli Usa debbono mandare i marines dovunque sia necessario per farla finita con le violazioni dei diritti umani. Sono questi attivisti dei diritti umani che "da sinistra" criticavano Clinton perché non interveniva abbastanza né abbastanza presto in Bosnia, in Cecenia, in Africa. Dopo l'11 settembre sono questi liberal, come Christopher Hitchins, che hanno spinto, "da sinistra", per l'azione in Afghanistan, in nome delle atrocità commesse dai taleban, della liberazione delle donne afghane".

"Ma certo, tutto questo può cambiare dall'oggi all'indomani, se c'è un nuovo attentato. Allora sì che l'America può essere presa dall'isteria, niente più incertezze", dice Cavanagh. In quel caso finirebbe anche il clima di comprensione verso gli immigrati musulmani, e potrebbero esserci pogrom simili agli attacchi che c'erano stati ai quartieri tedeschi nella prima guerra mondiale o ai quartieri giapponesi nella seconda.

Anche l'evenienza di un nuovo attentato contribuisce al clima d'incertezza e ansietà. Perché questa prospettiva rende aleatorio qualunque ragionamento, ogni strategia politica. Se c'è un nuovo attentato, finiscono gambe all'aria tutti i discorsi sul declino del consenso a Bush, vanno a farsi benedire tutti i calcoli elettorali per le elezioni di mezzo termine di novembre. Da un certo punto di vista, è come se l'amministrazione, e in particolare tra i suoi falchi, avesse un'impellente necessità che si produca un nuovo attentato, altrimenti la febbre cala, la tensione pubblica per la guerra al terrorismo scema. È solo un retrogusto, e però persistente: un bisogno urgente di terrore fresco.

(Questa è la prima parte di un reportage che continuerà nei prossimi giorni)-060/09/02il manifesto