DI SCONFITTA IN SCONFITTA

Erano gli anni di piombo e un giorno alla Fiat di Rivalta un manifesto sindacale chiamava ad uno sciopero di protesta contro l’ennesima impresa del "terrorismo rosso". Una mano ignota fu tempestiva e, intervenendo su ogni copia affissa, coprì il "rosso" con un nastro nero: cancellato d’autorità il legame infamante con il colore glorioso, diventava terrorismo e basta. Poteva provvidenzialmente acquistare le sembianze mostruose di un nemico invisibile, nei confronti del quale si era scavato un baratro che ci salvava e ci proteggeva.

Mi chiesi chi poteva averlo fatto: un gruppettaro o un militante comunista a denominazione di origine controllata? Se mi fossi anche chiesto perché non sapevo rispondere, avrei capito meglio che non era così importante risalire all’identità di quel clandestino correttore. Sarebbe stato conveniente guadagnare la persuasione che eretici ed ortodossi, pur in accanita lotta per "l’egemonia", erano accomunati dalla grande rimozione. "Un compagno non può averlo fatto": l’avevamo cantata in coro tante volte. E invece lo fece. Lo sapevamo, ma bisognava negarlo. E si negava l’evidenza pur di stare dalla parte della ragione, pur di presidiare la superiorità etica (e genetica!) dell’umanità nuova prefigurata dalle nostre lotte. Grazie alla grande rimozione, la violenza non c’era nella storia operaia, come non c’erano gli scioperi che fallivano o gli atti di sopraffazione che colpivano i capi e umiliavano le donne. C’erano solo cortei che gioiosamente "spazzavano le officine". La violenza affiorava nella quotidianità delle ingiustizie patite, ma risorgeva cambiata di segno nella lunga marcia degli ultimi destinati a diventare i primi. Se c’era, la violenza veniva dall’altra parte. E se proprio compariva dalla nostra parte, ci salvava un lugubre formulario che parlava di tradimenti, di infiltrazioni e di provocazioni. Bisognava fare così, altrimenti sarebbe crollato il castello della "diversità comunista". Il castello crollò, ma rimase in piedi il ponte levatoio della Grande Rimozione. Per alcuni essa assunse il volto della Grande Inquisizione impegnata, a dispetto della modernità, nella caccia all’eresia del nemico interno e del fiancheggiatore.

Enrico Berlinguer parlò di diciannovismo e io mi inalberai. Vedevo nella rievocazione di quei fantasmi il germe malefico di un’equiparazione sbrigativa fra fascismo e malessere sociale, fra squadrismo e jacquerie. Con il primo - pensavo -lotta senza quartiere, con il secondo dialogo conflittuale ad oltranza, mai scomunica. Ma il diciannovismo c’era perché il gesto esemplare che semplifica, educa e guarisce ha sempre esercitato sulle aree più esposte delle classi subalterne il grande fascino della scorciatoia, della resa dei conti, dell’atto dimostrativo e inimitabile che ottiene il risarcimento e finalmente sa far "pagare caro e pagare tutto".

A far riaffiorare queste memorie inquiete è stato Vincenzo Guagliardo che nel suo "Di sconfitta in sconfitta" (Edizioni Colibri, p.127, con prefazione di Giuseppe Moscato, euro 7) offre un’originale interpretazione dell’esperienza brigatista da cui l’autore proviene. Si potrebbe parlare di un capitolo chiuso (in carcere, appunto), ma dalla copertina quella Renault rossa con le ruote in aria e poi rimessa in piedi, appesa ad una realtà nel frattempo capovolta, ti chiama in causa. Non ti lascia svicolare, "perché nessuno è fuori della contraddizione" che i brigatisti "sono andati a visitare al centro", fungendo da "cavie di un esperimento riguardante una malattia che conosce pochi sani".

Chi si aspetta un furbesco, provinciale e autoassolutorio "omnes peccavimus" rimane però deluso. Rimane invece sorpreso da una critica della lotta armata che si stacca da quelle variamente in circolazione e indaga invece nella dimensione etica senza ripiegare nel moralismo. Non convincono, dice Guagliardo, il Marx e il Lussu che parlano del terrorismo politico organizzato "come deviazione della lotta politica", come stadio sentimentale e primitivo di una ribellione generosa che deve maturare verso il freddo della razionalità per diventare costruzione efficace. Non convinceva la sinistra ufficiale che attaccava il terrorismo "per meglio esaltare il monopolio statale della violenza". E non convinceva la sinistra alternativa quando denunciava gli eccessi o si schierava per la cosiddetta "violenza di massa". La radice dell’errore non stava nel tempo, nello spazio o nella quantità che si sceglieva, ma nella qualità esemplare della clandestinità che delegava ad un eroismo rivoluzionario il potere di avvicinare il cambiamento. La violenza era necessaria e prima si doveva prendere il potere. Solo dopo si sarebbe cambiato il modo di vivere e di essere.

Veniva da lontano, e veniva da Rousseau, l’idea che l’uomo nasce nella felicità dell’uguaglianza ed è corrotto dalla proprietà e dalla competizione fra gli opposti individualismi acquisitivi: di lì la fortunata e trasversale diffusione della sciagurata idea che indicava nell’abbattimento delle barriere socioeconomiche la condizione necessaria per la liberazione della coscienza umana. Con particolare efficacia, Guagliardo osserva che questa teoria dei due tempi è una "nuova versione, dissacrata, del dio separato: trascendimento nel domani, terreno al posto di quello celeste, anch’esso condannato a produrre nuove Chiese e nuovi dogmatismi". Viene in mente il comunista a cui pensava Giorgio Gaber: talmente ateo da aver bisogno di un altro Dio. Più laici, secondo Guagliardo, sono proprio quei cristiani che abbandonano il proposito della conquista spirituale di un mondo ostile da convertire, rifiutano "l’idea di una trascendenza separata e celeste e salutano la morte di dio come la sua vera rinascita nell’amore tra gli esseri umani".

Oggi, Guagliardo si è congedato dalla concezione omeopatica della violenza: non accetta "il piccolo male" che si giustifica e persino si santifica perché "cura il male più grande", come accadeva quando i brigatisti si convincevano di non essere mai quello che facevano perché il loro fare "era solo la tattica" del loro ideale. Tuttavia, Vincenzo Guagliardo non aspetta la mistica palingenesi delle coscienze. Non caldeggia una molecolare rigenerazione etica del mondo degli oppressi. Sa che nella persona umana c’è una riserva di incompiutezza che non va rimossa con le sue inquietudini. Essa va accettata, "proprio per la sua irrisolvibilità come ragione di speranza, di possibilità di oltrepassamento", come conoscenza di sé che "vada al di là del proprio io, il quale si scopra proprio nell’altro e nel rapporto con l’altro". Seguendo questa ispirazione, Guagliardo sceglie un protagonismo moderato e defilato che sancisce il suo passaggio dalla condizione del militante a quella del testimone. Non agisce più "per il domani degli altri", ma agisce "nel suo oggi, è già l’altro". Non rivendica nulla di particolare, ma si comporta "come se i grandi cambiamenti che auspicava da ragazzo e che non ha mai rinnegato, che nel profondo non ha mai rinnegato e per i quali ieri ha combattuto in modo discutibile, siano avvenuti". Non se la prende con i suoi carcerieri, e rifiuta di dare la colpa a qualcun altro quando qualcosa non funziona. Preferisce mettere in discussione se stesso, con discrezione e tenace umiltà. Sa che le sconfitte sono l’unica legge di movimento per chi vuole abolire lo stato di cose presenti e accetta di andare "sempre avanti da un errore all’altro". Il riconoscimento della sconfitta, scrive, "è la base necessaria del mutamento: non riconoscerla con la propria coscienza è la fonte della tragedia perché allora ciò che è stato sancito dai fatti ci verrà imposto in modo catastrofico, senza essere foriero di nuova consapevolezza e minor dolore, lasciandoci solo la possibilità della patetica nostalgia o dell’indecoroso ritorno all’ovile". Non demonizza l’avversario perché sa che affermare la sua unicità è il modo più efficace "per non vedere che cosa c’è in comune tra lui e noi".

Nella retorica del capro espiatorio che assolve ognuno dalle proprie microresponsabilità e offre ai più il ricovero tiepido e mediocre di una delle tante zone grigie, Guagliardo vede la sorgente delle tragedie che proiettano un’ombra assassina e aggressiva sullo spettacolo della modernità. Vale per l’idea della razza pura e dell’olocausto. Vale per l’innocenza perduta del liberalismo, nato e prosperato sulla tendenza al genocidio dei nativi d’America e dei neri d’Africa ridotti in schiavitù: secoli di storia liquidati "con uno sguardo svagato" come accidenti in nome dell’umanità e del progresso. Vale per la fragilità dell’esperienza sovietica e di tutte le conquiste del potere politico che si sono trasformate in controrivoluzioni "dando luogo a orribili estensioni del sistema penale". Vale per la sconfitta dei movimenti ereticali nell’Italia del Duecento e per la vittoria dell’Inquisizione, ieri. Vale, oggi, per l’immigrato, il drogato, il criminale, la prostituta, persino il fumatore. "Questa involuzione del pensiero lungo i sentieri della ricerca del capro espiatorio è funzionale alla volontà di dominio", in un mondo in cui, come hanno scritto i coniugi Basaglia, "il nuovo tiranno non è che la totalità dei servi". Vale per l’universo nascosto del carcere, dove si fabbrica la pena come "l’unico valore della nostra morale e il centro occulto della nostra società". Dietro a chi vuole salvaguardare l’istituto della galera, "sta il bisogno profondo del capro espiatorio". Abbiamo raggiunto il traguardo dei cento detenuti per centomila abitanti e ci stiamo avvicinando al modello americano: in California si spende più per la reclusione che per l’istruzione.

Il libro di Vincenzo Guagliardo ci porta nel carcere, ma ci aiuta a difenderci dalle tante finte libertà che fuori ci imprigionano.

Mario Dellacqua