L’economia

 

Che l’occidentalizzazione forzata stia dando i suoi frutti, è davanti agli occhi di tutti. L’enorme pressione demografica con le sue esigenze abitative cambia il volto dei vecchi quartieri delle città. Le case ad un piano in mattoni a vista*, con incredibili varietà di peperoncini ed alghe stese al sole ad asciugare lasciano il posto a grattacieli ultramoderni. Alcuni di questi fanno apparire “vecchi” quelli d’oltremare, che pure ne sono stati la matrice.

Nell’87 quello di Shanghai era il solo aeroporto ad essere dotato di un computer che ne controllava il traffico. Certo i Pc IBM di vecchio tipo erano già in bella mostra sui tavoli delle reception degli alberghi, ma era impossibile non notare che l’impiegata spostava poi velocemente le palline dello abaco per avere la conferma.**  Ora la IBM se la sono comprata.

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Wei Wang (tipo tosto: 47 anni, alpinista dilettante sui 5.000 m.).  Studi da contabile, due anni di “rieducazio-ne” in campagna, l’inglese appreso dai fumetti… poi dottorato in economia a N.Y. si è licenziato da manager pubblico per inventarsi la prima società di merger & acquisition (fusione ed acquisto di società)

in Cina. Ha dichiarato a “L’Espresso” che nel Paese ci sono centinaia di migliaia di piccoli e medi imprenditori che sono fortemente motivati a conquistare nuovi mercati, acquisire marchi, assicurarsi le tecnologie e migliorare le loro capacità manageriali.

Avvertono nel loro Paese una sensazione di insicurezza e vedono l’internazionalizzazione come una polizza sui loro asset (attività/patrimonio). Questo sta avvenendo senza rumore, con diverse migliaia di aziende nei vari continenti. Il metodo d’azione tipico: iniziare con attività di trading (compra-vendita), mandare loro manager a gestire la società locale e poi comprarsi l’azienda. Probabilmente qualche famoso marchio del made in Italy passerà ai cinesi nel prossimo futuro…Intanto anche la Mg Rover  passa ai cinesi di Nanjing, l’unico altro contendente era la Shanghai Automotive…

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La Cina ha rivalutato lo Yuan e tanti vedono la cosa come un ulteriore avvicinamento alla condivi-sione degli oneri della gestione dell’economia mondiale, cerchiamo di capire cosa guadagna e cosa perde…

Tutti i titoli delle società di consumo, i gruppi immobiliari, le compagnie aeree e le aziende petroli-fere contabilizzano costi e debiti in dollari a fronte di entrate in renmimbi, quindi ci guadagnano.

La Pboc (loro Banca centrale) ha definito un range di oscillazione quotidiana dello 0.3% contro dol-laro e del 1.5% contro le altre valute che compongono il paniere (segreto), questo determina una incognita in più per le nostre banche per stabilire il cambio del giorno, ma visto che di solito non ci rimettono ci saranno incrementi del costo di cambio. Se lo Yuan non fosse stato finora agganciato al dollaro non avrebbe subito la svalutazione.

Quando in un paese aumentano più che altrove produttività e profitti la moneta tende a rivalutarsi, si  prevede di almeno un ulteriore 10%. Ne consegue che gli investimenti saranno attratti oltre che dai profitti anche dalla probabilità di un ulteriore rivalutazione.

La rivalutazione porterà ad un aumento del costo del lavoro, negli ultimi sei anni il costo della ma-nodopera è già raddoppiato, ed una riduzione dei costi delle materie prime importate. Rivalutando le autorità cinesi rallentano una crescita troppo veloce circa il 9% e la consolidano per il futuro.

La Cina è così grande che per controllare il cambio dovrà acquistare/vendere grandi quantità di tito-li di stato di altri paesi, il dollaro dovrebbe rimetterci = il suo valore è già sceso/i rendimenti sono saliti… Hanno disinnescato le tensioni, fatto tacere le critiche, ma praticamente non hanno cambiato nulla...

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Il più grande investitore italiano in Cina è il Gruppo Assicurazioni Generali, attraverso una joint venture al 50% con China National Petroleum Finance, hanno 1.300 agenti in loco. Hanno accordi con il più importante gruppo creditizio cinese; sono il primo gruppo assicurativo del Paese.

Altri sono: Basicnet ( Jesus Jeans, K-way, Robe di Kappa e Superga) produce e vende in loco.

                  Lotto Sport Italia (realizza 2/3 dell’abbigliamento e delle calzature, con produttori esterni)

                  Perfetti Van Melle (produce da 11 anni caramelle per il mercato locale ed i paesi vicini)

Le macchine che lavorano i tessuti, che stampano piastrelle od altro sono prodotti italiani, la qualità ci viene riconosciuta e generano un flusso positivo per il nostro sistema Paese. Sono le stesse mac-chine che spesso fabbricano i prodotti che poi ci fanno concorrenza nei settori in cui non possiamo più essere competitivi. Se non le fornissimo noi, altri sarebbero felici di farlo, i giapponesi per pri-mi visto che abbiamo preso il loro posto. Dovremmo investire in ricerca ed innovazione e fare le cose che sappiamo fare meglio di altri, invece…

 

In Italia conduciamo battaglie di retroguardia, arrivando a chiedere assurdi dazi***, non ci ricordia-mo che abbiamo chiesto alla Cina di adeguarsi alle nostre regole del commercio e che l’ha fatto!

C’è poi da dire che quando un prodotto costa venti volte di meno, anche un dazio del 100% non ser-ve a nulla, se non a far intendere che vogliamo giocare con le carte truccate. Altra cosa è combattere severamente i prodotti che sono venduti sottocosto per conquistare i mercati, tanto poi quando si ri-mane soli sulla piazza si può determinare il prezzo e ricuperare. I nostri “imprenditori” hanno avuto 10 anni di tempo, alcuni hanno dormito, altri più scaltri hanno approfittato dell’occasione producen-do in Cina ed etichettando in Italia.

Tutti noi oltre che salariati siamo anche consumatori, non credo che nessuno si sia mai trovato all’improvviso a pagare la merce di marca meno di un 1/3 così da un giorno all’altro (dall’abbigliamento sportivo, alla seta o alle scarpe. In veri-tà anche l’alta moda ma più difficilmente lì ci poniamo come acquirenti).

Ora dopo 10 anni di profitti, parzialmente non tassati in loco e qui sicuramente condonati, gli stessi vengono a piangere la concorrenza.  

    Inguaribilmente promotori del libero mercato a casa d’altri e così bisognosi d’assistenza in patria, non fosse per il dramma dei dipendenti che rischiano questi sì di pagare gli sbagli altrui, sarebbe co-sa comica. Adesso occorre denaro per riuscire a dare tranquillità ai dipendenti, proprio quello che manca a causa dei ripetuti condoni. Bisogna però trovare il coraggio di spenderlo per fare innova-zione perché certi settori sono ormai decotti e quanto serva rinviare il problema lo stiamo pagando. Dare denaro a pioggia alle aziende sarebbe deleterio, per quelle che non riusciranno ad avviare un circuito virtuoso che possa far continuare il lavoro è molto meglio dare il denaro direttamente ai di-pendenti, costerà molto di meno e si saprà dove è finito.

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*   Molte avevano un cortile centrale ad impluvio, circondato da un atrio (la falda del tetto convogliava l’ac-qua nella vasca centrale come nell’antica domus romana). Nel cortile, di libero restava solo il passaggio, tutto il resto era occupato dall’orto e spesso sul lastricato dei grossi barattoli incrementavano la superficie coltivata. In genere erano condivise da 2 o 3 famiglie.  

** A me subito la cosa aveva fatto sorridere, poi avevo apprezzato il pragmatismo di accettare il nuovo ma aspettare un momento prima di abbandonare il vecchio. Ricordavo che nell’azienda in cui lavoravo in Italia, a causa di un interruzione di corrente tutti gli impiegati si erano fermati, più nessuno ricordava il calcolo con carta e penna.

*** Pazienza quelli che non hanno neanche provato a governare i prezzi. Accusano l’euro di essere la causa di tutti i mali e non si avvedono, o meglio mentono a fini politici, che visto che importiamo petrolio e lo pa-ghiamo in dollari dovremmo accendere una candela. Provino a chiedere agli svedesi, che fuori dall’euro han-no perso in un anno il 15% del valore della loro moneta. Tra l’altro in questi giorni il Nord Europa, che non ha fabbriche tessili, sta chiedendo di togliere il blocco ai maglioni cinesi perché hanno finito le scorte, quelli prodotti in Europa sono considerati troppo cari…

Nota: Non aderendo all’Euro la Svezia si trova fuori dalla stanza dei bottoni dove vengono prese le decisioni più importanti. Se i dodici paesi che hanno aderito all’euro dovessero decidere di ridurre le tasse, la sua fa-mosa assistenza sociale sarebbe in pericolo. Inoltre nel 2010, quando potrà fare un altro referendum, saranno ormai entrati nel sistema della moneta unica i Paesi baltici e la Svezia avrà perso il treno degli investimenti.

Nell’area euro sono nati 4 milioni di nuovi posti di lavoro, contro i 2,3 milioni dell’area dollaro (2000-2004), il problema per noi è la localizzazione, il lavoro va dove costa di meno. Occorre investire nelle tecnologie di avanguardia per non pagare pesanti royalties (diritti di brevetto) all’estero, completare la rete europea d’ener-gia, trasporti e telecomunicazioni, investire in progetti atti a migliorare la qualità della vita:  mobilità soste-nibile, depurazione acque, fonti d’energia rinnovabile. Visto che l’autorità dell’euro consente bassi tassi di interesse, perché non utilizzare degli Union Eur. bond per finanziare il tutto? Sarebbero il cemento per rilan-ciare il processo d’integrazione e poter un giorno trattare alla pari con gli USA = soft power e meno guerre.

R.B.