I perchè di un viaggio

 

Viaggiare lasciando a casa il modo di pensare che ci è proprio con le sue categorie mentali precosti-tuite. Lasciandoci permeare dalle emozioni, dalle sensazioni epidermiche e dal contatto con l’altro-ve e con l’altro, il diverso da noi. Per poi magari scoprire che “l’altro” è solo la nostra immagine riflessa in uno specchio difettoso che la deforma un poco….

Certo non serve andare in capo al mondo per questo ma piuttosto basta, con il giusto atteggiamento mentale, svoltare l’angolo di casa……..

 

Quante volte mi hanno chiesto... “Perché la Cina?”… Cercando ognuno di carpire, dal suo punto di vista il significato ed il significante politico, essoterico od esoterico di un viaggio.

         Semplicemente:  “Beh, io veramente… sognavo Machu Piccu (Perù) da quando ero bambino. Avevo messo da parte il denaro, mi ero studiato l’itinerario ed anche un poco di storia locale… Ma è successo che all’ultimo momento, proprio quando in azienda si erano decisi dopo una lunga bat-taglia a concedermi le ferie, non avevo più trovato posto per quella destinazione. Ed io,all’operatore che in vena di scherzare affermava che ad agosto era disponibile solo un volo per la Cina, avevo semplicemente risposto che era mio. Avuta la conferma, avevo posato gli scarponi ed aggiunto il costume da bagno e poi acquistato una piccola guida tascabile”…

 

               Perché l’essenza del viaggio è il viaggio stesso e non la meta,

                          ovvero il fatto stesso di  viaggiare racchiude già un suo senso compiuto.

 

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…Quindici giorni dopo, un volo di 13 ore ed un atterraggio che pareva voler strappare la biancheria dai balconi dei grattacieli, costeggianti i due lati della pista del vecchio aeroporto di Hong Kong. Prima ancora di potermi affacciare dal portellone sono stato investito da una zaffata caldo-umida, pochi metri davanti al muso dell’aereo il mare… “Ma io, che ci faccio qui…?”

        Dieci anni dopo avrei riso di cuore apprendendo, ad una bella mostra alla GAM di Torino, che queste erano le stesse parole che aveva pronunciato Bruce Catwin. Ma allora (1987) lo sgomento di un montanaro che non conosceva una parola d’inglese.. Prima nella caotica ma ordinata Hong Kong dove se due persone aspettavano il taxi si mettevano in fila.

        Poi di colpo in un incredibile formicaio, dove al semaforo un mare di biciclette passava con il rosso e tutti scampanellavano con un enorme campanello a sfera per chiedere strada. L’unico para-gone che può rendere l’idea, credo, sia quello con i banchi di sardine quando all’improvviso ed in sincrono cambiano direzione. Nelle città come Pechino c’erano comunque mediamente tre o quattro morti al giorno per scontri tra o con biciclette.

        Pochi potevano allora permettersi la motocicletta, alcuni il sidecar. I camion erano tutti russi ed i taxi andavano dal vecchio risciò a pedali alle fiammanti Toyota Corolla, queste ultime tutte con lo stereo ed l’aria condizionata sempre al massimo (inutile chiedere di moderare entrambi, era la con-ferma di uno status raggiunto, un qualcosa da mostrare per dimostrare). La stessa auto, però rigoro-samente grigia, era in dotazione ai funzionari di partito e spesso personalizzata con una incredibile varietà di ninnoli in plastica. (Davanti al Kunming Hotel ne avevo contate una cinquantina, bisogna però rapportarne il numero alle dimensioni del paese).

 

Mi aveva colpito molto la cortesia dei cinesi e la loro voglia di mettere sempre a loro agio l’ospite, la lingua rappresentava però una grossa difficoltà. La prima sera avevo cenato per strada nel porto di Hong Kong, in una scodella di legno e con due bacchette rudimentali riso bollito e pezzi di pesce con salsa di soia; rabbrividendo al pensiero di dove erano state lavate le stoviglie visto che l’acqua veniva pescata direttamente dalla banchina.

        La sera dopo a Canton, per rifarmi, sono andato con altri italiani in un ristorante dall’aspetto lindo. Qui cercando di destreggiarci con le bacchette causavamo la spontanea ilarità dei bimbi che stavano cenando con le loro famiglie al tavolo vicino.   Due insegnanti d’inglese, cercarono allora di farsi spiegare le modalità d’uso, ma i risultati furono scarsi.

Fu allora che ebbi l’illuminazione! No non come il Budda, una illuminazione molto più modesta (in-fatti l’ho scritta in minuscolo) non era l’inglese la lingua universale ma il patuà della Val S.Martino (TO).   Il fatto che difficilmente fosse una lingua da loro conosciuta non era per nulla un ostacolo, anzi, in fondo la conoscevo poco anch’io… Il risultato fu una sorta di gramelot francofoneggiante con molte voci onomatopeiche ed un poco di gestualità nazionale fece il resto.  I bimbi, ottenuto il permesso dai genitori, si avvicinarono al nostro tavolo facendo a gara ad insegnarci i trucchi del mestiere ed in breve fummo quasi padroni della materia.  I genitori osservavano divertiti, ed al momento di sa-lutarci ci chiesero di cantare insieme “Bella ciao”. Sorpresi ed impacciati noi, quasi non ricordava-mo le parole. Non so se la loro era solo una forma di cortesia, le loro parole erano per noi incom-prensibili ed in pratica funzionava bene solo il ciao, ma il clima era certamente d’amicizia.

        Dopo quella sera, quando l’inglese non bastava a risolvere ho avuto altre richieste di fare da “interprete”, ma non essendo più cosa di spontanea gemmazione percepivo che il “momento magi-co” era semplicemente passato…

Ebbi subito comunque la riprova che non bisogna mai fidarsi dei titoli accademici e delle competen-ze linguistiche altrui. Tutto il  gruppetto italiano era intenzionato a visitare una comune agricola, in Italia allora se ne parlava ancora molto.*       “Can we see a collective farm, please?”  direi oggi ma al-lora non mi potevo permettere di contraddire i due professori che insistevano con “factory” ovvero manifattura. Questo è il motivo per cui ci siamo trovati a visitare una piccola fabbrica di camicie; le macchine per il taglio ed il cucito erano di produzione giapponese, ma ricordo che le maniche erano troppo grandi e corte per il nostro gusto.

        Annesso alla fabbrica un nuovo villaggio con una serie di piccoli condomini anonimi per i di-pendenti, tipo i nostri anni ’60, ed un asilo modello per i loro figli. Erano molto fieri di ciò che ave-vano costruito e per non dimenticare da dove venivano avevano mantenuto una delle precedenti ca-se in  pietra e fango: due stanze, una con la stufa-cucina in muratura, l’acqua solo alla fonte pubbli-ca. Ricordo che la famiglia che l’abitava la condivideva con una rondine, questa aveva fatto il nido in camera ed alimentava i suoi piccoli passando da un vetro mancante, poetico ma mi dava l’im-pressione di una cosa artefatta per i turisti.

Il nostro cicerone, membro del partito, sorrideva a certe ingenue domande sui beni in comune e ci teneva a spiegare piuttosto l’incremento produttivo che avevano ottenuto lasciando il valore di quanto veniva prodotto in più ai singoli (1987, c’era già  il cottimo).

Lo stesso meccanismo l’avevano prima sperimentato con gli orti comuni che languivano, li avevano  frazionati ed assegnati alle singole famiglie. Una parte prestabilita era per la comunità come affitto, tutto il di più  si poteva vendere liberamente al mercato…Un grande successo!

 

Conversando in francese con una insegnante di russo all’università, questa mi raccontava che nella sua vita aveva attraversato diverse fasi: dal prestigio sociale ai tempi della collaborazione coi sovie-tici alla disgrazia dei campi di rieducazione quando questi se n’erano andati, in quanto a causa delle conoscenze linguistiche era considerata una potenziale spia. E che in quel periodo, dopo la caduta della cosiddetta “banda dei quattro” c’era un rinnovato interesse in Cina per lo studio delle lingue che le consentiva di vivere in modo più che dignitoso con uno stipendio di circa 37.000 lire mensili. Un operaio ne guadagnava allora circa 24-27.000.

Tutte le case appartenevano allo stato che le affittava a prezzo politico, 200 lire mensili per ogni

camera.  La sua famiglia era composta da quattro persone, in casa l’anziano suocero ed un figlio

universitario e vivevano in due stanze. Ora che poteva permetterselo desiderava delle stanze in più, ma il limite era che per poter cambiare alloggio occorreva mettersi in lista ed aspettare, lo stava facendo da due anni. Tuttavia conveniva che la priorità era dare una casa a chi ancora non l’aveva.

      C’erano delle immagini viste sui manifesti di diverse città che mi incuriosivano ed infastidivano nel contempo. Dei volti con una strana espressione, come se le persone fotografate fossero infastidi-te da un forte rumore, gli ideogrammi non aiutavano. La gentile signora mi spiegò che erano le foto, dopo un colpo di pistola alla nuca, dei condannati  per i reati più vari. Anche quelli che da noi sono considerati reati minori come il furto od il bracconaggio, e che lo stato addebitava alla famiglia il costo della pallottola impiegata per l’esecuzione del congiunto…

…Altri fatti invece suscitavano in  noi occidentali una certa ironia, la società cinese era allora molto puritana, bastava che uno straniero fosse colto in tenero colloquio con una cinese per essere espulso dopo aver fatto “spontaneamente” autocritica scritta, alla malcapitata toccava invece il “campo di rieducazione”…Oppure le improvvise retate nei cinema con tutte le cinesi, trovate sprovviste di regolamentare biancheria sotto gli abiti, che automaticamente erano bollate come esercenti di un arte quantomeno antica anche se non considerata nobile e finivano quindi in prigione…

Ma la cosa che proprio non riuscivo a capire era la presenza nelle città di mendicanti, pensavo che in una società che si definiva “socialista” non avessero motivo d’essere “ognuno secondo le sue necessità…”

        Col senno (disincantato) di poi è facile intuire che in un sistema a forte spinta innovativa, ma-gari dopo un inurbamento forzato dalla sparizione su vasta scala e da un giorno all’altro del lavoro in campagna e quindi la disgregazione delle famiglie patriarcali, i soggetti deboli (sempre gli stessi ad ogni latitudine e regime politico) si trovino allo sbando. Ricordo ancora, con dolore, le vecchiette ormai curve che attendevano alla stazione che i treni a vapore si fermassero per i rifornimenti e poi scendevano tra le ruote per recuperare pezzetti di carbone.

Per chi aveva passato una vita nelle pieghe del partito, ed era quindi considerato degno di fiducia, c’erano posti a contatto degli stranieri tipo bigliettaio/inserviente al museo; ed era evidente il loro soprannumero. Nulla per chi, magari intellettuale caduto in disgrazia per qualsiasi motivo, aveva passato anni in una comune agricola ed era ormai fuori dal suo stesso mondo d’origine. La cono-scenza di una lingua straniera poteva solo peggiorare la situazione  di un “inaffidabile”.

 

Comprendo che ad alcuni possano sembrare quasi “irriverenti” questi appunti, ma forse hanno un idea pre-concetta e religiosa di cose mai toccate con mano. Io, al solito, cerco di riordinare i ricordi e le sensazioni ciò che ho “vissuto da viaggiatore”, con tutti i limiti che mi sono propri ma con onestà. Del resto in quegli anni le persone cosiddette “di sinistra” tornavano spaventate dai regimi di polizia dei paesi dell’Est, mentre quelle “di destra” erano entusiaste dell’ordine che vi avevano trovato…

 

Pechino: Viene subito in mente la Tianan men (Porta della Pace Celeste). La porta sud della Città imperiale è il simbolo stesso della Cina, conosciuta in tutto il mondo (1420, ricostruita nel 1651). Dal suo balcone venivano comunicati ai mandarini gli editti del Figlio del Cielo, perché li trasmettesse-ro alle più remote province.

    Dallo stesso balcone, il 1° ottobre 1949 Mao annunciò la nascita della Repubblica Popolare.

La Città imperiale racchiude nel suo interno la Città Proibita, dove viveva l’imperatore, ed è circon-data dalla Città tartara che a sua volta lo è dalla Città cinese. Le quattro città concentriche erano an-ticamente separate da mura, ma l’enorme sviluppo urbano ha portato a doverle sacrificare in buona parte, quelle tartare (alte 13 m.) sono state le prime a sparire.

Davanti alla Tianan men scorre una strada enorme la Chang’an jie di ben 100 m. di larghezza, attra-versa completamente Pechino per 30 Km. da Est ad Ovest (restringendosi un  poco)  .

La piazza omonima è di ben 400.000 mq. Al centro il monumento agli Eroi del popolo, una stele di granito di 38 m. ai cui piedi il 4 aprile del 1976 si tenne la manifestazione in memoria di Zhou Enlai

e contro “la banda dei quattro”. Vicino il mausoleo di Mao, inaugurato nel 1977. Ho visto delle foto  

 recenti ed attorno nessuno…

    …Era impressionante vedere la fila di gente arrivata da ogni angolo della Cina che in rispettoso silenzio, camminando lentamente, componeva delle greche sulla enorme piazza e faceva da tre a più ore di coda per poter sfilare davanti al corpo imbalsamato. Io, pur con tutto il dovuto rispetto, non ho mai sofferto di culto della personalità per nessuno e, mi sono sì alzato all’alba, ma per andare ai giardini del Tian tan (Tempio del Cielo) ed incontrare i praticanti del Tai Ji Quan** e poi a piedi lungo la Quian men fino alla piazza Tianan men, però al museo di storia e tecnica.

Certo l’immensità di quella piazza  mi faceva sentire proprio piccolo. Due anni dopo (4/5/1989) si è aggiunto anche uno sgomento, muto, dopo i carri armati e quella ignobile marmellata fatta di corpi di studenti.  Per un momento, in tanti, si era sperato che una via diversa da tutte quelle tracciate fino a quel momento fosse possibile…

        Oggi appare evidente che il pugno di ferro ha permesso di mantenere il controllo e di pilotare quasi un terzo dell’umanità verso un successo economico incredibile.

Nel frattempo l’ex URSS si è sfasciata, ed è ora spesso governata da gruppi di malavitosi al soldo del migliore offerente; la vita della povera gente è peggiorata di molto al punto d’essere alla fame. Questo mi rafforza ancora di più nel pensare che i sistemi politici non sono mai esportabili, da parte di nessuno, e che devono essere il frutto di una lenta maturazione locale. Verrebbe da pensare che, nelle umane cose, non esista il bene ed il male assoluto……  Ma io non amo, non potrò mai amare Machiavelli…   R.B.

 

 

 *(Spesso a sproposito perché non erano proprio luoghi di vita bucolica, ma piuttosto dove i dissidenti o chi semplicemente in quel momento era inviso scontavano una condanna.  Lì comunque, ci dissero poi, erano ormai da anni in fase di declino e ne restavano poche, i cinesi sono pragmatici per natura. Inoltre occorreva un permesso speciale impossibile da ottenere così al volo. Solo qui da noi i miti sono così duri a morire…. Era il 1966 quando milioni di guardie rosse spadroneggiavano nelle strade, nel 1969 tutti i diplomati con i loro insegnanti venivano spediti in campagna per essere rieducati e gli studi superiori caddero nel caos.

     Pensare che dal 1949 Mao aveva fatto un ottimo lavoro, partendo da un mondo feudale in cui era normale sopprimere le neonate femmine ed alle rimanenti venivano fasciati i piedi, era riuscito a portare la scolarizza-zione primaria al 93%, c’era poi un secondo ciclo di sei anni e l’università per i più dotati…Inoltre aveva fat-to attivare dei corsi d’istruzione per gli operai.

Mancando un libero confronto interno, ci vollero dieci anni per accorgersi che questo pregiudicava il futuro sviluppo del Paese. In pratica dopo il 1977 quelli tra i vecchi professori che erano riusciti a sopravvivere fu-rono reintegrati ai loro posti).

** ( Fino a non molti anni fa la ginnastica curativo-preventiva Qi Gong e le arti marziali tradizionali erano liberamente praticate. Era comune vedere nei parchi all’alba, persone di solito anziane, che si radunavano e praticavano le varie tecniche. Parevano danzare con lenti movimenti circolari e fluidi e con sul volto una es-pressione rilassata, serena e però concentrata sulla perfezione dell’esecuzione.   Non c’era aggressività alcu-na nell’affondo di spada dell’anziana signora o nell’esercizio di Gong Fu del suo vicino che un momento prima aveva appoggiato la gruccia ad un albero…

        Il fatto che si tratti però di una vera filosofia di vita e sia motivo d’aggregazione di gruppi sempre più numerosi con l’adesione anche di molti militari, tipo il “Falun gong ”, ha insospettito enormemente i deten-tori del potere. In un sistema a partito unico, non avezzo al confronto, le idee di un gruppo organizzato pos-sono fare molta paura.

Il tutto è sfociato purtroppo in un aperta persecuzione con tanto di morti e di campi di detenzione. Bisogna per onestà dire che nella storia cinese, tutti i “cambi politici” sono stati attuati per opera di società segrete… 

Questo ovviamente non giustifica nulla. Nonostante i dubbi su “interessati sponsor” d’oltremare, che agis-cono per motivi per nulla nobili, credo nella libera circolazione delle idee e delle persone. La parola stessa libera auto-esclude pilotata ). ………………     vedi approfondimento: Luogo / storia

 

                  Gong Fu (Kung fu) a causa di alcuni film ha assunto da noi il significato di Arti Marziali cinesi. In realtà la parola presa da sola non ha un significato preciso, ma letteralmente designa la persona che si rea-lizza attraverso il lavoro e l’allenamento o un azione compiuta ad arte con maestria. Indica anche forza, abili-tà e disciplina in una qualsiasi attività. Non è mai una meta definitiva ma un percorso verso un continuo mi-glioramento. Al monastero di Shaolin Si, antica Alta Scuola di perfezionamento in Waijiaquan, si insegnano le tecniche di combattimento Wushu nel primo triennio, ma il Gong Fu sarà raggiunto dal 3° anno in avanti solo da alcuni con la pratica quotidiana, una certa predisposizione e con molto sacrificio.

Due le scuole principali:

  -- Tai Ji Quan, deriva da antichi principi filosofici Taoisti di armonia ed equilibrio  con l’Universo.

  --  Shaolin Quan, è lo stile nato nel monastero buddhista di Shaolin Si, che ospitò Bodhidharma (Da Mo in   

      cinese, figlio di un re dell’India meridionale, divenne il 28° patriarca del Buddhismo mahayano. Giunto in Cina si  

      accorse che gli eruditi suoi correligionari erano interessati solo ai testi filosofici e trascuravano la meditazione.

      Deluso anche dall’incontro con l’imperatore (527 d.C.), che aveva voluto incontrarlo per la sua grande reputazione  

      (esiste la trascrizione dell’incontro, in cui accusò i traduttori e gli eruditi di aver modificato i testi falsandone il sen-

      so, si ritirò a meditare in una grotta per ben nove anni. Trasmettendo i suoi insegnamenti solo a pochi eletti, poiché

      privilegiava la trasmissione orale ed il ritorno alla semplicità della natura. E’ considerato il fondatore della “via”

      buddhista chan poi chiamata zen in Giappone)

     

bibliografia: Il tempio di Shaolin, M. Bertona, EOS Editrice Novara    (arbitro intern. di Wushu, ha soggiornato a lungo in Cina)

                     Il Guerriero, il Monaco, l’Armonia , coautore M. Bertona, Interbooks - Artegrafica Bolzonella di Padova