IL "GRANDE GIOCO", DA KIM A BIN LADEN

APPUNTI SULLA GUERRA AFGHANA

da Collegamenti Woobly - gennaio 2002

La distruzione delle Twin Towers l’undici di Settembre e l’attacco all’Afghanistan iniziato il sette di ottobre sono solo gli ultimi episodi di una guerra decennale che gli Stati Uniti stanno combattendo sull’intero globo terrestre da almeno un decennio, in compagnia dei loro principali alleati (Gran Bretagna, Canada, Australia), e con il consenso sostanziale dei loro subordinati europei e giapponesi. Questi ultimi, infatti, hanno fatto nel corso del decennio la scelta strategica di non opporsi al progetto americano, e di accontentarsi di sedere come commensali di secondo piano al banchetto del dominio sul mondo. Non è un caso se la nostra attenzione si ferma sugli stati come attori di questo dramma nel quale tutti abbiamo posti da comparse più o meno fortunate: gli eventi di questo decennio demoliscono, infatti, le teorie di tutti coloro (esegeti o critici) che, negli accadimenti del dopo muro, hanno visto l’affermazione dei soggetti economici su quelli politici, ossia delle multinazionali sganciate da ogni appartenenza territoriale sugli stati-nazione. Secondo costoro, la cosiddetta globalizzazione avrebbe definitivamente sganciato le classi dominanti dal rapporto con il ceto politico dei vari stati, o, meglio avrebbe determinato un rapporto di dipendenza assoluta del secondo nei confronti del primo.

A nostro avviso, invece, si sono rafforzati i blocchi sociali dominanti nei vari stati, la cui composizione comprende oltre alle classi imprenditoriali, una variegata borghesia di stato, composta dagli esponenti del ceto politico, della burocrazia militare e amministrativa, nonché dai vari satrapi delle imprese "di stato", laddove come in Europa queste abbiano tuttora una diffusione consistente. Chi, oggi, debba fare una descrizione delle classi dominanti nei paesi occidentali non può che riscontrare questa complessità dei soggetti che la compongono. Naturalmente la composizione non è identica in tutti i paesi, infatti, negli Stati Uniti troviamo un'accentuazione dell’importanza dei settori militari delle classi dominanti, non riscontrabile nei paesi europei; viceversa, in paesi come Italia, Germania o Francia, il peso dei grand commis dell’industria di stato è chiaramente superiore rispetto a quella dei paesi anglosassoni, dove il ventennio di privatizzazioni ha ridotto di molto il peso numerico di questo ceto e la sua possibilità di pesare all’interno del paese.

La sconfitta (questa sì globale) dei movimenti delle classi subalterne durante il decennio Settanta ha permesso alle classi dominanti un movimento di ristrutturazione interno, che ha partorito una diminuzione del peso delle componenti imprenditoriali statali al loro interno, e un aumento di quelle imprenditoriali private. In compenso, le componenti statali legate al militare e all’ordine pubblico hanno acquistato maggiore spazio. Quanto andiamo dicendo vale soprattutto per l’Europa dove la costituzione di un poderoso apparato di Welfare state, arma necessaria nel contenimento delle spinte delle classi subalterne, aveva partorito un enorme apparato amministrativo, dotato di poteri propri e capace di imporre agli altri centri di potere scelte e decisioni ben al di là del proprio ambito specifico. Negli Stati Uniti, questo aspetto è sempre stato meno importante, anche a partire dalla minor complessità dell’intervento economico dello stato. In questo paese, però il settore militare ha sempre avuto un enorme importanza nell’indirizzare i destini politici e economici della nazione. Non a caso, se per l’Europa il Welfare e, più in generale l’intervento pubblico nell’economia, sono stati il volano dello sviluppo durante la guerra fredda, negli Stati Uniti questo ruolo è stato assunto dal cosiddetto Warfare, ossia la spesa pubblica in campo militare con tutte le sue ricadute economico-sociali.

Diciamo queste cose per chiarezza, per evitare di accettare letture come quelle per le quali i recenti sviluppi bellici avrebbero "ucciso la globalizzazione". Al contrario, se intendiamo quest’ultima correttamente, ci possiamo rendere conto di come i primi si inquadrino perfettamente nella seconda e, anzi, ne siano la necessaria conseguenza.

Se, infatti, l’attuale sviluppo capitalistico non vede le multinazionali sostituirsi agli stati, ma, piuttosto, le classi dominanti di ogni nazione cercare di sviluppare al massimo livello il proprio dominio strategico su tutti i campi, dall’economico al politico, dal sociale al militare, è naturale che il rapporto tra i vecchi alleati della guerra fredda diventi conflittuale.

DAI DUE MONDI AL DOMINIO UNIPOLARE

Arriviamo qui al secondo corno della questione, ossia quello più tipicamente geopolitico: la fine del sistema sovietico ha rappresentato per gli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta un’occasione e, insieme, un problema. Un’occasione perché la fine del sistema concorrente poteva permettere loro di dominare il mondo e le sue risorse senza trovare opposizioni significative di sorta; un problema perché la fine del comune nemico rompeva la "solidarietà necessaria" con i vecchi alleati, e poteva permettere la formazione di potenze regionali possibili futuri concorrenti per il dominio mondiale.

In un simile scenario l’economia americana sarebbe stata condannata a un declino tanto grandioso quanto necessario. Questo perché l’economia produttiva americana non è, da due decenni, concorrenziale con i propri vecchi alleati europei (cioè, sostanzialmente, franco-tedeschi) e giapponesi. Questi, hanno approfittato nel secondo dopoguerra di ingenti trasferimenti di capitale corrente dagli stessi Stati Uniti, effettuati con lo scopo di permettere lo sviluppo delle economie europee e giapponesi prostrate dalla guerra, in modo da poter disporre di mercati esteri per i loro prodotti. Alla fine degli anni Sessanta il flusso di prodotti si è invertito, la "sfida americana" è stata sostanzialmente vinta dalle economie euro-giapponesi che hanno iniziato a svilupparsi in aperta concorrenza con quella americana. A partire da quegli anni, il saldo commerciale della bilancia dei pagamenti americana segnala un costante saldo negativo. Per fare un esempio, nel 2000 gli Stati Uniti hanno esportato beni e servizi per 1056 miliardi di dollari ma ne hanno importato per 1457. Fatevi da soli il conto del deficit e traducetelo in lire. Gli USA, quindi, consumano più di quanto producono. Per reggere un’economia così sbilanciata verso l’estero, gli Stati Uniti hanno attivato fin dai primi anni Ottanta un colossale flusso di investimenti diretti verso il loro paese. Una parte notevole dei capitali eccedenti, non più investibili utilmente nella produzione e nel commercio mondiali a causa dell’arrestarsi dell’espansione economica del dopoguerra, venivano investiti durante gli anni Settanta prima nei paesi petroliferi e, successivamente, nei cosiddetti paesi emergenti. A partire dagli anni Ottanta, questo flusso di capitali viene deviato verso gli Stati Uniti, dando corpo alla finanziarizzazione dell’economia, ossia alla prevalenza dell’investimento finanziario di capitale su quello produttivo e commerciale. Tanto per dare qualche cifra, sempre per il 2000, l’investimento estero negli Stati Uniti supera di 2000 miliardi di dollari quello degli USA nel resto del mondo.

Sono proprio questi capitali esteri con il loro flusso quelli che mantengono alta la quotazione del dollaro, facendo crescere la domanda del biglietto verde sui mercati valutari e controbilanciandone la tendenza al deprezzamento causata dal fatto che gli USA, per pagare le importazioni, immettono sul mercato internazionale più dollari di quelli necessari agli altri paesi per pagare le importazioni di merci e servizi americani.

I capitali stranieri vengono investiti negli USA perché questi ultimi sono sentiti (e lo sono) come la potenza globale, capace di sostenere i propri interessi anche con la forza militare. Gli Stati Uniti, quindi, si muovono su linee di condotta aggressive nei confronti del resto del mondo per ragioni ben precise.

Fatta questa debita premessa, diventa più facile capire la nostra affermazione iniziale. Con la fine dell’URSS, per gli Stati Uniti divenne centrale l’occupazione dell’intera antica via di collegamento eurasiatica posta tra i Balcani e la Cina. In questa area è presente la maggior quota delle risorse energetiche funzionali all’Occidente per consentire lo sviluppo della sua economia. Naturalmente, oltre alle risorse ci sono anche gli oleodotti e i gasdotti che ne permettono i trasporti. Questa è la ragione per cui i Balcani, area europea tutt’altro che ricca di materie prime energetiche, hanno un’importanza centrale nella geopolitica mondiale: essi sono la porta che consente ai paesi europei l’accesso alle risorse del Medio Oriente, e, inoltre, oggi sono parte di quei corridoi energetici che permetterebbero agli angloamericani di bypassare l’ingombrante presenza russa nel traporto di gas e petrolio.

DALLA TEMPESTA NEL DESERTO AL KOSOVO

Il 1990, con l’invasione irakena del Kuwait, effettuata per ragioni meramente finanziarie (l’Irak cercava di estinguere i propri debiti con il Kuwait con un vecchio sistema ben conosciuto in Occidente: ammazzando il creditore), USA e GB ottennero l’occasione per intervenire in Medio Oriente, costruendo una vasta alleanza a "difesa del diritto internazionale", e cogliendo tre obiettivi: in primo luogo punire un vecchio alleato che aveva sì condotto la guerra con l’Iran su mandato angloamericano, ma aveva dimostrato troppa indipendenza nelle decisioni relative al prezzo del petrolio e denunciava una spiacevole tendenza a rapportarsi liberamente con gli europei per quanto riguarda le forniture di greggio. In secondo luogo, riuscì a inquadrare i riottosi alleati euro-nipponici, inserendoli come soci di minoranza in un’alleanza la cui leadership era ben definita. In ultimo luogo, con la costruzione della base di Dharan in Arabia Saudita e la localizzazione nell’area del Golfo Persico di alcune decine di migliaia di soldati USA e GB, questi ultimi ottenevano il controllo militare di risorse dalle quali i due paesi dipendono solo per il 15% (potendo usufruire di localizzazioni alternative), mentre i paesi europei, il Giappone e le economie asiatiche ne dipendono per oltre l’80%. In altre parole, USA e GB con l’operazione "Guerra del Golfo" si sono impossessati dei rubinetti del petrolio dei possibili futuri concorrenti. Questa operazione si rendeva necessaria proprio per il crollo, allora imminente, dell’URSS. La fine del mondo bipolare, permetteva teoricamente alla nascente Europa e al Giappone (nonché in potenza, alla Cina) di svilupparsi come potenze autonome, commercialmente e economicamente in competizione con il centro americano. Per ottenere questo fine, però, questi paesi avrebbero in primo luogo dovuto attrezzarsi per rendersi indipendenti sul piano delle forniture energetiche. Tentativi in questo senso ce ne furono fin dagli anni Sessanta, anche in paesi come l’Italia: basti ricordare l’appoggio dell’ENI di Mattei al FLN algerino, e ai contatti con il mondo arabo gestiti da personaggi come Moro e Andreotti. La Francia di De Gaulle si smarcò più volte dagli USA, contando sul petrolio del Gabon e degli altri paesi africani, storico "cortile di casa" d’Oltralpe. In buona sostanza, però, la dipendenza dei paesi europei dalle risorse energetiche dei paesi mediorientali sotto controllo americano, non si è mai seriamente attenuata. La guerra del Golfo aveva l’imprescindibile obiettivo di perpetuare questa situazione, stabilendo il controllo armato di USA e GB su terre e risorse in mano a alleati infidi come regnanti e presidenti arabi. L’Irak, oltre a fornire un pretesto perfetto per l’intervento aveva anche un’altra caratteristica che lo rendeva l’obiettivo perfetto dell’intervento americano: gli stretti rapporti, costruiti nel corso degli anni Settanta e Ottanta con il complesso militare russo e con le società petrolifere francesi. I rapporti di vassallaggio con gli USA erano più recenti, e datavano al periodo della guerra con l’Iran, quando l’azione della potenza regionale irakena divenne utile agli americani per "imbrigliare" lo sviluppo dell’Islam khomeinista, fondamentalista ma antiamericano.

Colpendo l’Irak di Saddam Hussein gli Stati Uniti, non solo ottenevano di installarsi in posizione di supremazia assoluta in Medio Oriente, ma congelavano anche le risorse petrolifere del paese arabo; stimate come le terze al mondo. Oggi le risorse irakene vengono estratte con il contagocce e sotto il controllo di un’agenzia dell’ONU, a guida anglo-americana. Così anche le risorse di questo paese sono state sottratte alla possibilità di sfruttamento da parte di altri che non siano la potenza dominante.

Di fronte a quest’operazione strategica, il comportamento euro-giapponese, concretizzatosi nell’appoggio finanziario allo svolgimento della campagna e nello schieramento di aerei e soldati a fianco della "grande armata" anglo-americana, sarebbe da considerarsi quanto meno folle. La realtà, come al solito è più complessa, e le radici di questo comportamento fin troppo simile a quello dei vassalli medioevali, può essere spiegato razionalmente ricordando la composizione delle classi dominanti di quello che un tempo veniva chiamato "il mondo libero".

La seconda guerra mondiale chiuse l’epoca classica dello scontro tra le potenze imperialistiche per il dominio mondiale, con l’acquisizione della centralità assoluta da parte del capitalismo statiunitense. Questo avvenimento, naturalmente, non portò alla sostituzione della concorrenza intercapitalistica con la pianificazione dell’economia mondiale da parte di un unico cartello di multinazionali, ma bensì a un suo attenuamento, ottenuto grazie al relativo coordinamento da parte americana dell’intera area del capitalismo sviluppato. Questo coordinamento avveniva tanto sul piano dell’avanzamento tecnologico, quanto su quello dell’organizzazione imprenditoriale e, infine, su quello finanziario. Ovviamente, la capacità americana di coordinamento dell’intera area si basava anche sull’enorme potenza militare accumulata da questi ultimi, potenza che faceva degli USA una poderosa macchina di coercizione, pressione e controllo, non contrastabile da alcuna altra potenza capitalistica.

In questa situazione, gli USA andarono sviluppando una classe dominante formata dallo stretto intreccio tra le gerarchie imprenditoriali, addette alle politiche di espansione, conflitto e mediazione tra imprese, e quelle militari, addette agli stessi compiti nel campo delle organizzazioni territoriali, ossia negli stati. La spesa pubblica di enormi dimensioni, caratteristica tipica degli Stati Uniti dal 1945 a oggi, nasce da questa particolare composizione della classe dominante. La spesa pubblica USA, infatti, per la quasi totalità è funzionale alla ricerca di una sempre più complessiva egemonia mondiale. La stessa grande ridistribuzione di liquidità monetaria, avvenuta tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, verso Europa e Giappone per il tramite del Piano Marshall e in seguito mediante raffiche di aiuti economici e militari verso questi paesi, avvenne allo scopo di favorire tanto le esportazioni americane, quanto le politiche di dominio degli USA.

La composizione delle classi dominanti nei paesi non centrali, come quelli europei e il Giappone, fu invece ben diversa da quella americana, sviluppando un intreccio tra le gerarchie imprenditoriali e quella che venne chiamata la borghesia di stato, ossia quel ceto misto di imprenditori pubblici e addetti alla regolamentazione del conflitto sociale tramite il controllo e l’erogazione della spesa pubblica a fini sociali.

Così, negli Stati Uniti si è sviluppata la prevalenza, all’interno della classe dominante, delle gerarchie imprenditoriali, (che hanno, peraltro, mantenuto un carattere quasi esclusivamente privato), in coabitazione con le gerarchie militari che, tramite il costante aumento della spesa pubblica a fini militari, hanno ottenuto la possibilità di influire sulle dirigenze imprenditoriali patteggiando con loro. Nei paesi europei e in Giappone, invece, la composizione della spesa pubblica, sbilanciata a fini di controllo sociale, ha prodotto l’ampliamento di peso di quei gruppi sociali che, tramite l’attività politica, ottennero la direzione degli apparati dello stato.

La fine del campo socialista, ha prodotto una situazione paragonabile solo a metà con quella dell’epoca classica dell’imperialismo, caratterizzata dal conflitto tra le grandi imprese oligopolistiche per il controllo dei mercati mondiali, e da quello tra le potenze territoriali per la divisione del mondo in zone d’influenza. Oggi il primo conflitto ha ripreso vigore, dopo essere stato sopito per quarant’anni sotto la coltre della comune opposizione all’URSS, mentre il secondo è del tutto inesistente. La superiorità politica e militare americana è, infatti, divenuta sempre più schiacciante, anche in assenza di politiche tese (da parte europea e giapponese) a contrastarla. Le classi dominanti di questi paesi hanno scelto, anche a causa della dimostrazione di forza e della disponibilità a usarla rappresentata proprio dalla guerra del Golfo, di cercare di limitare il campo della competizione all’ambito della produzione, evitando di intervenire nel campo reale del dominio, rappresentato oggi dallo sviluppo del capitalismo finanziario e dal campo del controllo politico e militare del mondo.

La limitazione della competizione è evidente nella vicenda della costituzione dell’Unione Europea, teoricamente struttura interstatale finalizzata alla competizione con gli USA, in realtà niente più che un mercato unico, utile alle classi dominanti locali per facilitare le proprie esportazioni. L'Unione Europea, infatti, non ha nemmeno tentato di dotarsi di una struttura finanziaria degna di questo nome che potesse attirare capitali in concorrenza con gli Stati Uniti, né ha ancora formulato una politica energetica, produttiva e militare che le permetta di rendersi indipendente dal paese centrale. Corollario di questa politica di basso profilo è la competizione dei paesi europei (e del Giappone) tra loro per garantirsi, grazie ai servigi resi agli Stati Uniti, qualche enclave (territoriale o economica) da sfruttare con il beneplacito di questi.

Inquietante conferma di questa "predisposizione strategica" all’esercizio del mestiere di vassallo fedele è il comportamento dell’ex presidente del Consiglio D’Alema che, ai tempi della guerra del Kosovo, non solo decise che l’Italia avrebbe costituito la seconda forza militare della coalizione anti Jugoslavia, ma pensò di aver ottenuto in grazia di questo una zona di sfruttamento esclusivo nei Balcani. Il sostanziale fallimento di questo piano dimostra la pochezza della classe dominante italiana, ma la sua esecuzione dimostra meglio di cento saggi quali sono le reali coordinate sulle quali si muovono imprenditori e politici europei.

In assenza di una seria opposizione, gli Stati Uniti hanno continuato nel corso del decennio la politica di espansione della propria egemonia sul pianeta, cancellando antichi privilegi concessi ai tempi della guerra fredda, intervenendo nella politica interna di vari stati al fine di conformarne la classe dominante ai propri interessi, favorendo l’espandersi di crisi finanziarie nei paesi asiatici che formano la naturale area di espansione del capitale giapponese e in quelli latinoamericani, come Argentina e Brasile, nei quali gli investimenti europei stavano assumendo un carattere strategico.

Nel contempo è continuata la politica di costante riduzione del peso strategico della Russia, circondata ormai da stati (un tempo parte dell’Urss) coinvolti in programmi militari e economici americani, come l’Ucraina, la Georgia, L’Azerbaijian e l’Uzbekistan, verso i quali Washington progetta da tempo di deviare gli oleodotti e i gasdotti che pompano le risorse energetiche dell’Asia centrale, sottraendole così al controllo di Mosca. Destino non diverso è quello subito dalla Cina, in potenza il più temibile dei futuri concorrenti, da un lato corteggiata e blandita per il suo immenso mercato tuttora sostanzialmente chiuso alle importazioni, dall’altro tenuta sotto minacce sempre più evidenti e sabotata nel tentativo di costruire vie di trasporto energetiche proprio dalla zona del Caspio verso i suoi confini.

Il secondo intervento complessivo di espansione del controllo americano è avvenuto, però, con la guerra del Kosovo. Nell’area balcanica Washington si è limitata per la prima parte del decennio a un ruolo di mediazione finalizzata al contenimento del conflitto all’interno dell’area jugoslava. Gli accordi di Dayton sono stati il momento conclusivo di questa strategia, nonostante la collaborazione militare con la Croazia avesse già dimostrato che gli USA stessero iniziando a intervenire in modo diretto nell’area. Per la prima parte del decennio essi avevano lasciato l’iniziativa agli europei e, in specifico ai tedeschi. Questi ultimi avevano iniziato il proprio intervento nei paesi balcanici seguendo la storica propensione dei loro capitali e apparati politici , ossia penetrando nell’area allo scopo di occupare i corridoi di accesso al Medio Oriente. Questo obiettivo veniva perseguito tramite la distruzione della Jugoslavia e l’appoggio alle leadership croate, slovene e bosniache in lotta per l’autodeterminazione da Belgrado. Gli Stati Uniti, dal 1994, e soprattutto da Dayton in poi, subentrano ai tedeschi nel ruolo di supporter delle élite dei nuovi stati e di finanziatori e organizzatori della guerriglia kosovara. Negli anni tra il 1995 e il 1998 questo avviene in competizione-collaborazione con la Germania, come ampiamente dimostrato da M. Chossudosky nei suoi saggi. Dopo il 1998, gli Stati Uniti si affermano come l’unico riferimento nei Balcani per i nuovi protagonisti locali come la Croazia e l’Albania e per i movimenti come l’UCK, interessati a rompere l’ordine esistente.

La guerra del Kosovo permette agli USA di regolare i conti con un vassallo malfido come Milosevic, sospettato (a ragione) di favorire i concorrenti europei degli USA, di affermare la propria centralità nei Balcani e di impiantare in forma stabile alcune decine di migliaia di soldati in quell’area. In aggiunta a questo, gli Stati Uniti hanno riaffermato il loro ruolo, conquistato con la Seconda Guerra Mondiale, di potenza europea, alleato "più uguale degli altri" in quel Vecchio Continente che resta tuttora l’area più ricca del pianeta. Controllando i Balcani, inoltre, gli Stati Uniti ottengono due altri obiettivi di primaria importanza: in primo luogo installandosi proprio a ridosso dei confini della Russia, avvicinano la loro minaccia potenziale nei suoi confronti; in secondo luogo, controllando i Balcani, vengono a controllare tutti i corridoi alternativi alla Russia per i rapporti commerciali con l’Oriente e per il trasporto in Europa delle risorse energetiche del Caspio e dell’Asia centrale.

La vera battaglia

Le lenti, quindi, con le quali va letta l’attuale guerra per l’egemonia nell’Asia centrale sono quelle che abbiamo usato nei paragrafi precedenti: una battaglia all’ultimo sangue viene combattuta dalla potenza egemone (con il consenso più o meno attivo dei suoi alleati europei e giapponesi) allo scopo di controllare un’area fondamentale per lo sviluppo energetico mondiale, nonché strategica per il conflitto di potenza, tanto attuale, quanto potenziale.. Fino a ora, ci siamo occupati dei conflitti aperti scoppiati dalla fine dell’URSS in avanti, non minore interesse, però, rivestono i conflitti risolti per via economica e per scontro militare tramite interposta persona, svoltisi in questo decennio. La progressiva espulsione della Francia da quello che, per quasi un quarantennio, era stato il suo giardino di casa (l’Africa occidentale e equatoriale), è paragonabile, per le sue conseguenze, all’espulsione della Russia dall’area geografica della quale ci stiamo interessando. La cosiddetta "primavera democratica" africana ha, infatti, sancito un rinnovo delle élite dominanti in quei paesi tutto all’insegna dell’arrivo al potere degli amici d Washington a detrimento di quelli di Parigi. Quest’ultima ha provato a utilizzare tutti gli strumenti possibili (salvo, ovviamente, il confronto militare diretto) per mantenere in sella i vecchi dittatori cleptocrati che dipendevano dall’Eliseo, ma non ha potuto che rassegnarsi alla perdita di circa due terzi della sua antica area di influenza. Particolarmente indicativo, in questo senso, è il caso dell’ex Zaire ( collegato a quello del Ruanda), dove movimenti di guerriglia di antica quanto malferma tradizione "socialista", sono diventati lo strumento della guerra mossa dagli USA alla Francia, allo scopo di impossessarsi delle ricchezze minerali del più grande paese africano. Non si tratta solo dell’oro e dei diamanti nascosti nel sottosuolo congolese; per chi non lo sapesse, tutti i nostri telefoni cellulari funzionano grazie a un minerale (il coltan), abbondante esclusivamente in quella parte del mondo.

La stessa crisi finanziaria degli anni 1997-98 è legata a questo incessante gioco di potenza: quella crisi ha toccato principalmente l’Asia orientale e le sue conseguenze sono state quelle di indebolire l’area di penetrazione economica e finanziaria del Giappone e della Cina. L’occhio del ciclone, infatti, era collocato nel bacino di investimenti e esternalizzazzione produttiva legato a questi due paesi (e alla comunità finanziaria dei "cinesi d’oltremare", vero motore dell’espansione finanziaria asiatica dell’ultimo ventennio, come i banchieri genovesi all’interno dell’Impero di Carlo V lo furono per quella europea del XVI secolo), e individuabile nella Malaysia, nell’Indonesia, nella Corea del Sud, nella Repubblica di Taiwan e nella Thaylandia. Al termine della tempesta l’establishment americano ha recuperato un controllo assoluto su quell’area, acquistando, a prezzo di realizzo, quasi l’intero apparato produttivo e commerciale di questi paesi.

Il problema al quale risponde la politica aggressiva degli USA (e, in subordine dei suoi alleati e competitori mancati europei e giapponesi), è quello di controllare alcuni settori strategici il cui limite di sviluppo, inquadrato nell’orizzonte della nostra tecnologia e della crescita demografica e economica complessiva, è quantificabile tra i dieci e i trent’anni. Risorse come il petrolio, l’acqua, le terre commercialmente sfruttabili, i minerali e i metalli rari, non sono rapidamente rinnovabili, e il loro sfruttamento selvaggio, compiuto a ritmi accelerati durante il secolo scorso, li ha resi un bene prezioso e raro, dal cui controllo dipende quello dell’intera economia mondiale. "Costruite la tabella dei limiti dello sviluppo di questi settori, guardate la mappa delle regioni geografiche che ospitano determinate risorse naturali, e otterrete la mappa dei conflitti presenti e futuri, quelli molto evidenti perché militari e quelli segreti e sordi condotti a colpi di crisi finanziarie, di blocchi e accordi commerciali, di spionaggio industriale, di intese o lotte in organismi come il Fondo Monetario Internazionale o l’Organizzazione Mondiale del Commercio"

I settori ai quali Finardi si riferisce sono evidenti a tutti, e sono quelli della grande produzione agricola a scopo di alimentazione umana e animale, nonché per il rifornimento di fibre per l’industria, lo sfruttamento e la gestione di fonti energetiche e di risorse idriche, l’estrazione e la preparazione di metalli e minerali necessari per le produzioni industriali, la ricerca tecnologica avanzata in campo militare (con le sue applicazioni industriali) e il trasporto delle merci internazionale. In tutti questi campi è aperto un conflitto che vede la potenza egemone a livello globale, confrontarsi con timidi tentativi di competizione ai quali risponde muovendo una guerra senza quartiere. Come abbiamo visto, inoltre, queste spinte di tipo economico, non sono adeguatamente appoggiate dal livello statuale e politico dei vari paesi, ancora convinti che l’unica strada possibile sia quella di ritagliarsi un po’ di sole all’ombra della potenza americana.

Da questo punto di vista, l’area dell’Asia centrale riveste una doppia importanza: da un lato possiede risorse energetiche seconde soltanto a quelle mediorientali, dall’altro si trova geograficamente incuneata tra tre paesi di grande importanza, un domani possibili competitori globali, come Russia, Cina e India. " (sono) …evidenti tutti gli elementi di un complesso gioco che mira in primo luogo a impedire un rapporto più paritario dei paesi petroliferi di questa regione (e anche di quella mediorientale, N.d.A.) con le grandi compagnie energetiche statunitensi e europee e a contrastare il controllo degli stessi paesi sui corridoi di trasporto delle proprie risorse verso i mercati. In secondo luogo a mantenere conflittuale l’area di snodo tra Pakistan, India e Cina, soprattutto per indebolire la Cina sul suo fianco occidentale e per impedirle di normalizzare i rapporti con l’India (…). In terzo luogo a ritardare o a rendere difficile la ripresa della proiezione della Russia verso i paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano, area di passaggio strategico del commercio internazionale e delle rotte petrolifere. In quarto luogo a inserire il cuneo della presenza militare statunitense (in quell’area) …"

Questa operazione non data dal 7 di Ottobre, né dall’11 di Settembre di quest’anno. Come riferisce un giornalista indiano su un autorevole settimanale locale, fin dal 1995 Stati Uniti e Uzbekistan avevano avviato una collaborazione stretta sul campo militare; nel 1996 i due paesi avevano realizzato una campagna di addestramento comune nella centrale valle di Fergana, alla quale altre erano seguite, mentre un successivo accordo aveva permesso agli USA l’utilizzo delle vecchie basi sovietiche nel paese asiatico. Come si può vedere l’impianto di truppe e aerei americani nel cuore dell’Asia non è una novità della guerra dell’Afghanistan, ma un obiettivo perseguito da anni. All’intervento americano diretto, si deve poi aggiungere l’azione dell’asse Ankara- Tel Aviv, la cui costituzione è stata ampiamente sollecitata e finanziata da Washington con un duplice obiettivo: da un lato si trattava di mettere insieme le due maggiori potenze militari e economiche del Medio Oriente, legate a filo doppio con gli USA, allo scopo di costruire una formidabile arma di stabilizzazione e controllo dell’area, dall’altro, sfruttando i rapporti privilegiati della Turchia con i paesi turcofoni dell’Asia centrale, favorire la penetrazione degli alleati (e, con loro degli americani) tra Azerbaijan, Kazakistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Uzbekistan.

Agli obiettivi territoriali degli stati si sommano, inoltre, quelli delle multinazionali del settore petrolifero, i cui interessi, almeno all’interno della potenza centrale, sono indissolubilmente legati a quelli statali. "I giacimenti di petrolio e gas naturale dell’Asia centrale sono enormi; oggi il Kazakistan costituisce la quinta riserva di petrolio nel mondo. Due settimane dopo l’11 Settembre, l’affiliata della Chevron (che conta tra i suoi ex consulenti la ministra di Bush per la Sicurezza, Condoleeza Rice, N.d.A.), Tengizchevroil ha completato un oleodotto che va dal giacimento petrolifero di Tengiz, nel Kazakistan occidentale al porto russo di Novorossijsk sul Mar Nero." Ovviamente, questo oleodotto, rilanciando il ruolo della Russia nel trasporto petrolifero, non può essere accolto con soddisfazione a Washington, nonostante i capitali americani controllino più del 19% della Chevron. Infatti, gli USA puntano da tempo su un’altra via che "…va dai giacimenti di gas e petrolio del Turkmenistan orientale al Pakistan, attraversando l’Afghanistan. Questo progetto da vari miliardi di dollari ha fatto scendere sul sentiero di guerra due multinazionali, la statunitense Unocal e l’argentina (ma con capitali americani, N.d.A.) Bridas. Entrambe hanno ingaggiato i sauditi e gli stessi membri dell’amministrazione americana per trattare con i talebani, che hanno cercato di metterle l’una contro l’altra per aumentare i propri margini di guadagno." L’Unocal, ormai dal 1997, addestra operai e tecnici afghani presso l’Università del Nebraska. L’Unocal, inoltre, è riuscita a battere la concorrenza della Bridas nell’organizzare (nel 1998) tour di talebani negli USA per migliorare la propria posizione al tavolo delle trattative. In quest’ultimo gioco, il ruolo centrale è stato quello dei servizi segreti pakistani che hanno ritardato i visti per i talebani che dovevano recarsi in Argentina presso la Bridas e, viceversa, accelerato il rilascio di quelli per gli USA. Tra i maggiori protettori di queste due multinazionali troviamo due antichi alleati, oggi divisi dai lauti compensi delle compagnie petrolifere: il primo, Robert Oakley (mediatore dell’Unocal), direttore con Reagan del dipartimento USA per la lotta al terrorismo, ambasciatore in Pakistan dal 1988 al 1992 e punto di riferimento per i mujaheddin che combattevano i sovietici; il secondo, il principe saudita Turki al-Feysal (mediatore della Bridas), capo dei servizi del regno arabo tra il 1977 e il 2001, e organizzatore dell’armata islamica che combatteva l’URSS accanto agli afghani tra il 1979 e il 1989. A questo proposito è interessante la testimonianza rilasciata da John Maresca, boss dell’Unocal internazionale il 12 Febbraio del 1998: "…Abbiamo detto chiaramente che la costruzione del gasdotto che proponiamo non può cominciare finché non ci sarà un governo riconosciuto che goda della fiducia degli altri governi, degli investitori e della nostra società. Ciò nonostante, il passaggio attraverso l’Afghanistan sembra la scelta migliore e quella che presenta il minor numero di ostacoli tecnici." Più chiari di così si muore! Non intendiamo certo dire che gli USA si siano mossi esclusivamente per gli interessi di questa casa petrolifera, dal momento che abbiamo individuato una serie di motivi complessi che hanno portato Washington all’intervento militare diretto. Sicuramente, però, la possibilità di determinare il titolare dello sfruttamento delle ricchezze energetiche dell’area non è stato un fattore secondario nella decisione dell’amministrazione Bush.

L’azione terroristica dell’11 Settembre, però, ha posto un ulteriore problema al quadro complicato che abbiamo delineato. Se, infatti, in questi anni non sono mancati i soggetti statali che hanno cercato di opporsi a Washington su questioni parziali, sfruttando le proprie risorse come materia di contrattazione con la potenza planetaria, per la prima volta ci siamo trovati di fronte a un attacco aperto e deciso al centro del massimo potere mondiale; attacco, per di più, mosso non da una potenza regionale, ma da una "nazione" senza radici territoriali, composta da uomini il cui potere economico e finanziario li colloca tra i potenti della terra, e capace di arruolare, trasversalmente a tutto il mondo islamico, non solo masse cenciose di miserabili, ma lo stesso sparuto ceto medio di questi paesi, frustrato nelle sue ambizioni e assetato di vendetta contro quell’Occidente che vede, non con tutti i torti, come la causa prima dei suoi mali. Per analizzare meglio questa questione, però, è necessario fare un salto indietro e indagare la costituzione di questa "nazione" e i suoi rapporti con quello che, oggi, è l’obiettivo dichiarato delle sue azioni: gli Stati Uniti d’America.

L’empia guerra

Il fondamentalismo islamico possiede una doppia storia: una più recente, della quale ci occuperemo più avanti nel corso dell’articolo, e una più antica, riferibile alla metà del XVIII secolo, quando nacquero le due eresie islamiche di tipo fondamentalista, il Wahabismo in Arabia e il Deobandismo nell’area del Pakistan attuale. Entrambe queste posizioni sono il frutto della rapida decadenza del mondo islamico, allora per la gran parte unificato sotto l’egida ottomana, costretto sempre più nell’angolo da un Occidente che, passato il terrore seicentesco dei turchi sotto le mura di Vienna, era passato all’offensiva nei confronti della Sublime Porta. Nel clima complessivo di decadenza che attraversava allora il mondo islamico, il "ritorno ai fondamenti" della religione apparve ai molti profeti del "rinnovamento islamico" come l’unica strada per tornare ai tempi gloriosi del califfato. Sfuggiva, naturalmente, a questi pensatori che la decadenza dell’Islam rispetto all’occidente non era figlia dell’appannamento della fede, quanto delle conquiste tecniche europee e dello slancio aggressivo che questi ultimi derivavano dallo sviluppo di un’economia di tipo capitalistico, aperta e dinamica, contrapposta alla staticità economica di un impero largamente orientato in senso feudale. Non sfuggì, invece, ai piccoli potentati locali la forza che questo ritorno religioso poteva avere nell’orientare larga parte della popolazione, garantendo consenso e coesione sociale ai regimi che questi andavano formando all’interno del corpaccione in sfacelo dell’Impero Ottomano. Così la famiglia Saud, sposando la causa Wahabita, avviò l’ascesa che oggi la ha portata a controllare in modo assoluto il massimo produttore petrolifero del mondo. Per due secoli il fondamentalismo ha avuto come ragione sociale proprio questa: garantire in termini di coesione sociale i peggiori regimi assolutisti dell’area islamica, costruendo il consenso popolare sulla base del rispetto religioso per le famiglie portatrici di una visione dell’Islam mortificante ma, rassicurante. Così nel dopoguerra i regnanti e i governanti più reazionari dell’intera area islamica hanno usato i fondamentalisti come braccio armato al fine di stroncare i tentativi dei ceti medi intellettuali dei loro paesi di svecchiare i propri stati e costruire una classe dirigente in grado di rapportarsi da pari con le potenze occidentali. L’ideologia panarabista, venata di un socialismo adattato all’esigenza di questi ceti di costruire uno sviluppo capitalistico moderno senza avere una borghesia (e, quindi, cercando di costruirne una "di stato"), fu per alcuni decenni il nemico dei fondamentalisti, che contro di esso (e, contro regimi laici come l’Egitto, la Siria e l’Irak) combatterono una durissima battaglia per affermarsi come i portatori dell’unica possibile ideologia del mondo islamico. Battaglia, ovviamente, sostenuta dai regimi teocratici e assolutisti, e dalle potenze come USA e GB che, vedevano come fumo negli occhi il tentativo dei regimi "socialisti" del mondo arabo di ricontrattare il prezzo dello sfruttamento delle loro risorse energetiche.

Sulla base di questo consolidato rapporto, all fine degli anni Settanta, iniziò l’avventura che ha portato il fondamentalismo a trasformarsi, da forza di stabilizzazione dei regimi reazionari e filo occidentali, in una forza di opposizione alla penetrazione della potenza americana nell’area, e di trasformazione, in senso più marcatamente reazionario e teocratico, di stati e società. L’avvio del Jihad contro l’intervento sovietico in Afghanistan segna, da questo punto di vista, lo spartiacque tra i due momenti. Il precedente costituito dalla rivoluzione iraniana del 1979, infatti, per quanto fosse riuscito a scuotere pesantemente le acque nel mondo islamico, dimostrando la possibilità di affermazione di un Islam contemporaneamente radicalmente conservatore e aggressivo nei confronti dell’Occidente, venne limitato nella sua possibilità di influenza dal fatto di essere accaduto in un paese sciita.

Il colpo di stato compiuto in Afghanistan dal partito comunista contro il presidente Daud, convinse gli Stati Uniti a avviare una campagna contro l’URSS nel paese asiatico, appoggiandosi sui gruppi islamici mossi dalla contrapposizione al comunismo ateo. A questo scopo l’allora consigliere del Presidente Carter, Z. Brezinski, organizzò una triangolazione con i servizi segreti sauditi e pakistani per finanziare, armare e addestrare le tribù afghane che si opponevano al nuovo potere. Con l’invasione sovietica del Natale del 1979, l’obiettivo dell’intervento congiunto islamico-americano divenne più ambizioso: minare la frontiera sud dell’impero sovietico, utilizzando il richiamo religioso anche nelle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Fin da allora, tanto gli americani che i sauditi e i pakistani, avviarono la costituzione di vere e proprie brigate internazionali islamiche chiamate a combattere i russi. Fin dal 1982 i servizi segreti pakistani organizzarono campi di addestramento per i molti radicali islamici reclutati in tutto il mondo. "…il presidente pakistano Zia ul-Haq, desideroso di cementare l’unità islamica, trasformò il Pakistan nel paese guida del mondo musulmano e promosse un’opposizione islamica in Asia centrale. Washington voleva dimostrare che l’intero mondo musulmano stava combattendo contro l’Unione Sovietica a fianco degli afghani e dei loro benefattori americani. E i sauditi videro un’opportunità per promuovere il Wahabismo e liberarsi dei radicali. Nessuno considerò il fatto che questi volontari avessero dei loro obiettivi (…) Il Pakistan già aveva dato istruzioni permanenti a tutte le sue ambasciate all’estero per concedere visti a chiunque avesse voluto andare a combattere con i mujahidin. In Medio Oriente, i Fratelli Musulmani, la Lega Mondiale musulmana con base in Arabia Saudita, e i radicali islamici palestinesi cominciarono a organizzare reclutamenti anche mettendo i volontari in contatto con i pakistani. L’ISI (i servizi segreti pakistani, N.d.A.) e il (partito) Jamaat-e-Islami pakistano disposero comitati di ricevimento per dare il benvenuto, fornire alloggi e addestrare i militanti che arrivavano (…)Tra il 1982 e il 1992, circa 35mila musulmani radicali provenienti da 43 paesi islamici del Medio Oriente, dall’Africa settentrionale e orientale, dall’Asia centrale dall’Estremo oriente avrebbero ricevuto il loro battesimo del fuoco insieme ai mujahidin afghani. Decine di migliaia di musulmani radicali stranieri andarono a studiare nelle centinaia di nuove madrassa (le scuole coraniche N.d.A.) che il governo militare di Zia ul-Haq aveva cominciato a fondare in Pakistan, lungo la frontiera con l’Afghanistan. Alla fine, più di centomila musulmani radicali avrebbero dovuto avere un contatto diretto con Pakistan e Afghanistan e essere influenzati dal jihad. Nei campi vicino a Peshawar e in Afghanistan, questi radicali si incontravano per la prima volta e studiavano, si addestravano e combattevano insieme. Per la maggior parte di costoro fu la prima opportunità di venire a conoscenza dei movimenti di ispirazione islamica nati in altri paesi, e si crearono legami strategici e ideologici che sarebbero serviti in futuro. I campi divennero università virtuali per il futuro radicalismo islamico."

Dentro questa nebulosa che, durante la guerra contro i russi, andava prendendo forma, deve essere collocato il romanzo di formazione di Bin Laden, oggi il più conosciuto tra i combattenti islamici di quella stagione.

Osama Bin Laden è figlio di un imprenditore del settore edile yemenita, vicino alla famiglia regnante saudita, dalla quale aveva ricevuto gli appalti per l’allargamento e il rinnovamento delle moschee sacre della Mecca e di Medina. Quando divenne chiaro che i sauditi dovevano mettere in campo una personalità vicina alla famiglia regnante come guida politica dei radicali islamici che combattevano in Afghanistan, la scelta del capo dei servizi sauditi, Turki bin-Feysal, cadde proprio su di lui. Osama, infatti, a differenza dei viziati principi di sangue reale, era disponibile a abbandonare le comodità del regno per combattere tra le montagne asiatiche, ovviamente avvalendosi dei finanziamenti sauditi, oltre che del suo ricco portafoglio. L’ambiente di riferimento dell’allora giovane combattente islamico era quello degli uffici della Lega mondiale musulmana e dei Fratelli musulmani a Peshawar. Da questi uffici, Abdullah Azam, un palestinese giordano ex studente a Gidda, gestiva fondi e reclutamento per la guerra santa anti sovietica. Inoltre, egli nel 1984 aveva fondato il Makhtab al Khidmat, centro i servizio per la gestione delle donazioni e il reclutamento di combattenti, poi implicato nell’attentato del 1993 alle Twin Towers. Osama fu uno dei tramiti nel 1986 del rafforzamento degli aiuti americani alla guerriglia afghana, utilizzando la propria impresa di costruzioni per l’edificazione di campi di addestramento e di tunnel sotto le montagne per migliorare la mobilità dei mujahidin. Risale al 1986, infatti, la decisione del capo della CIA, William Casey, di intensificare la guerra contro l’Unione Sovietica, fornendo agli afghani i micidiali missili antiaereo Stinger, finanziando i centri internazionali di reclutamento islamico, e pianificando una serie di attacchi in Tagikistan e Uzbekistan, la cui realizzazione fu affidata a Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito fondamentalista Hezb-i-Islami, allora principale riferimento dei pakistani. Una dichiarazione dello stesso Osama Bin Laden rende bene il clima dell’epoca "Mi sono trasferito in Pakistan nella regione al confine con l’Afghanistan. Là ho ricevuto i volontari provenienti dal regno saudita e da tutti i paesi arabi e musulmani. Ho fondato il mio primo campo quando questi volontari erano addestrati da ufficiali pakistani e americani. Le armi erano fornite dagli americani, i finanziamenti dai sauditi."

La morte viloenta di Azam, porta Osama a costruire una sua organizzazione che eredita una parte consistente dei quadri, dei beni e dei contatti del Makhtab, questa organizzazione si chiama al Qa’ida, ossia la base. Dopo il 1990, con il ritiro dei russi e l’avvio della guerra civile tra le fazioni muhayed, Bin Laden si ritira dall’Afghanistan, mantenendo in piedi la propria organizzazione e finalizzandola alla costruzione di una rete insieme politica, militare e di assistenza finanziaria per le famiglie dei combattenti, capace di portare la sua influenza in tutto il mondo musulmano. I circa centomila "afghani", ossia i combattenti islamici radicali che avevano affrontato la guerra contro i russi, pur provenendo da altri paesi, no si reintegrano nella vita civile dei propri paesi, ma si costituiscono in opartiti armati islamici, con l’obiettivo di rovesciare i regimi dei loro paesi per impiantarne altri di più stretta osservanza. Così accade in Algeria, così in Cecenia, così in Egitto e nella stessa Arabia Saudita. L’organizzazione di Bin Laden, diventa il principale punto di riferimento per queste esperienze, sparse in tutto il mondo islamico. I rapporti dell’attuale nemico pubblico numero uno dell’occidente con sauditi e americani sono, all’epoca, quantomeno ambigui. Da un lato i fondamentalisti hanno avviato la loro campagna ideologica contro gli USA, responsabili di occupare con i propri soldati la base di Dharan in Arabia Saudita e di proteggere regimi giudicati non degni, dall’altro i sauditi e, tramite loro gli americani, continuano a appoggiare tutte le iniziative fondamentaliste che possono mettere in crisi la Russia (come in Cecenia) o i regimi laici del mondo arabo (come l’Algeria), "colpevoli" di gestire con imprese pubbliche l’estrazione e la commercializzazione del petrolio. Nel frattempo, Pakistan e Arabia Saudita avevano cambiato il proprio cavallo nella guerra in corso in Afghanistan, abbandonando Hekmatyar, capo tribale incapace di vincere lo scontro con gli altri suoi pari e avevano puntato tutto sui talebani, pashtun formatisi nelle madrasse fondate in Pakistan durante gli anni Ottanta, e guidati da ufficiali e mullah provenienti dallo stesso Pakistan. Tra il 1996 e il 1997 questo nuovo soggetto si dimostra capace di assumere il controllo dell’85% del paese. Non riesce, però, a sfondare nelle zone abitate dalle altre etnie; continua, così lo scontro civile inauguratosi con la ritirata russa. Sauditi e Pakistani si dimostrano generosi con la loro creatura, rifornendola di armi, denaro e mezzi di trasporto. Osama Bin Laden si trasferisce nel 1996 in Afghanistan, dopo aver soggiornato per quattro anni in Sudan e essersi scontrato duramente con la famiglia reale saudita, a causa della concessione agli americani della base di Dharan. I successivi attentati alle ambasciate USA del 1998 dimostrano che, ormai, la vecchia alleanza si è rotta, ma ciò nonostante gli Stati uniti continuano a mantenere un rapporto privilegiato con i Taleban in Afghanistan, progettando di utilizzarli come retrovia per sviluppare il terrorismo islamico nella region cinese dello Xiniang, abitata dagli uiguri, musulmani di origine turca. I rapporti con la galassia fondamentalista e, in particolare con al-Qa’ida, poi, sono tutt’altro che recisi; gli USA, infatti, pesano da un lato il potenziale pericolo di questa organizzazione ramificata a livello mondiale, dall’altro la possibilità di un suo utilizzo per destabilizzare i regimi laici dell’area islamica che si oppongano al volere di Washington. Sintomatico è l’atteggiamento di Osama Bin Laden nei confronti dell’Irak di Saddam Hussein, osteggiato e combattuto in quanto laico.

Gli anni Novanta, comunque hanno segnato la trasformazione del ruolo del fondamentalismo islamico; questo, infatti, non si pone più l’obiettivo di distruggere il "socialismo arabo", bensì, avendolo distrutto, di sostituirsi a esso come ideologia di mobilitazione internazionale, volta alla costituzione di un mondo islamico forte, vincente e capace di imporre all’occidente la propria supremazia sulle risorse energetiche. Come disse nel 1992 un militante fondamentalista algerino di una certa età : " Ci abbiamo provato con il socialismo, oggi ci proviamo con l’islamismo."

La base religiosa, inoltre, permette un valore aggiunto di mobilitazione che il panarabismo a tinte vagamente socialiste non permetteva: la coesione sociale di paesi che non hanno sviluppato una divisione in classi simile a quella occidentale, ma piuttosto una segmentazione in ceti, unificati dalla comune appartenenza a una comunità definita sulla base della fede. Nei paesi islamici, ci troviamo di fronte a classi dominanti che, ancorché cresciute nel culto della tecnica e delle ricchezze moderne, basano il loro potere su rapporti sociali di tipo feudale, quando non espressamente tribale; esistono poi moltitudini di poveri senza collocazione sociale precisa, la cui misera esistenza viene giustificata esclusivamente dall’essere inquadrate nell’ordine dominante come docili masse di manovra per i dominanti, grazie alla giustificazione della fede. Esiste, infine, un modesto ceto medio, legato all’amministrazione pubblica e, in particolare all’esercito, che è quello che ha determinato con il suo spostamento dal panarabismo al fondamentalismo, il rinnovamento di quest’ultimo in senso anti occidentale. Fondamentale, in questo senso è stato l’accrescersi all’interno di questo ceto, del sentimento frustrante di inferiorità nei confronti dell’occidente trionfante, il progressivo deterioramento dei livelli di vita e l’immobilità di un contesto sociale blindato dall’accordo tra re, sceicchi e emiri con i paesi occidentali.

Osama Bin Laden, per questo ceto medio, rappresenta una possibilità di riscatto e di mobilità sociale, nonché, forse, lo strumento per destabilizzare le corrotte classi dominanti di questi paesi, per rimpiazzarle con altre che, almeno, promettono la rinascita del mondo islamico.

Da questo punto di vista si deve stare attenti alle fascinazioni sulle "masse islamiche", ricordandosi come queste non contino nulla nella complicata partita in corso. Queste ultime sono semplicemente la massa critica necessaria per il tentativo di abbattere i governi filo occidentali dell’area, al fine di occuparne il posto. La sostituzione delle attuali clasi dominanti con una frazione marginale di queste, alleata con il ceto medio frustrato è il progetto della galassia fondamentalista, la quale è riuscita a costruire un aggregato a base religiosa internazionale, il quale funziona come una vera e propria "nazione", ancorché non dotata di un proprio status territoriale. Il risultato di un’ipotetica vittoria di questa galassia, sarebbe sicuramente un colpo duro alle economie capitalistiche occidentali, ma non significherebbe nulla dal punto di vista dei ceti poveri di questi paesi che, semplicemente, passerebbero dal dominio di una classe di satrapi filo occidentali, a quello di una classe di satrapi anti occidentali. Solo una fiducia cieca nel determinismo sociale, infatti, può farci pensare che la vittoria di questa galassia determinerebbe uno sviluppo di tipo capitalistico moderno in quest’area. Nei paesi dove una forma simile ha vinto, come l’Iran, non si è avuto nessuno sviluppo in questo senso, anzi, la base produttiva presente ai tempi dello Shah è stata variamente limitata, e solo oggi, a vent’anni di distanza, il paese è tornato ai livelli produttivi prerivoluzionari. Inoltre, l’introduzione della fede come elemento di coesione sociale tra le masse di diseredati, esclusi dal benessere e da qualsiasi forma di partecipazione al potere politico, potrebbe permettere a queste nuove élite di garantirsi un surplus di consenso rispetto ai regimi precedenti.

A GUISA DI CONCLUSIONE

Il conflitto esploso in modo compiuto e evidente tra l’11 Settembre e il 7 Ottobre, sembra ben lontano dalla fine, nonostante la presa di Kabul e delle maggiori città da parte di quel coacervo di signori della guerra, conosciuto come "Alleanza del Nord". Il governo che, faticosamente, Washington sta cercando di impiantare in Afghanistan non sembra avere molte possibilità di sopravvivere a lungo. L’Alleanza del Nord è un insieme di ras armati che sisono combattuti a lungo in questi anni, e che sono pronti a riprendere le antiche usanze. Per questo USA e GB si stanno già appropriando di alcune basi sul territorio afghano, allo scopo di ottenere, comunque, il controllo del territorio.

Gli americani (e gli inglesi al loro fianco) si sono, quindi, aperti la strada della penetrazione in Asia centrrale. D’altra parte sono sintomatiche delle intenzioni reali degli USA le dichiarazioni riportate in questi giorni da vari giornali nel mondo, riguardanti le trattative intercorse tra Washington e la dirigenza talebana nel corso dei mesi che vanno da Febbraio a Luglio del 2001. Le trattative, naturalmente, riguardavano le concessioni per le pipeline che avrebbero dovuto attraversare il paese asiatico. Sintomaticamente, la rottura delle trattative sarebbe stata suggellata da una frase di un diplomatico americano che avrebbe detto: "O accettate il tappeto d’oro che vi offriamo, o vi seppelliamo sotto un tappeto di bombe". Inoltre, alla fine di Luglio, gli americani nell’incontro berlinese con gli europei, avrebbero mostrato agli alleati i piani d’attacco all’Afghanistan messi in atto in questi giorni. Come abbiamo detto sopra, la posta in gioco è il controllo di quell’area del mondo per il vantaggio relativo che può pemettere nel controllo di una risorsa tanto scarsa (relativamente), quanto necessaria per il funzionamento delle nostre economie.

La volontà americana di continuazione della guerra è, poi, resa chiara dalle dichiarazioni del Presidente Bush riguardo ora all’Irak, ora alla Somalia, alle Filippine o all’Indonesia. La strategia americana di impedire la crescita di competitori internazionali, tramite il controllo dei settori economici centrali può, oggi, essere vincente solo in uno stato di guerra continua, magari non "calda" e solo latente, ma sempre minacciosa per tutti i potenziali concorrenti .

Questo stato di guerra continuo non potrà non avere conseguenze pesanti sulle nostre società e sull’articolazione del conflitto al loro interno. La riduzione dei diritti civili negli USA, nella Gran Bretagna e, in tono minore in Europa è sintomatico della ristrutturazione sociale in tempo di guerra.

Torino, venticinque volte Novembre 2001

Allegato - Cenni di storia dell’Afghanistan moderno

Il paese oggi sotto i bombardamenti angloamericani nasce come "stato moderno" nel 1747, quando Ahmad Shah, un montanaro pashtun del clan dei Durrani, riunì attorno a sé gli altri capotribù dell’area costituendo una sorta di regno feudale i cui confini comprendevano (oltre all’Afghanistan odierno, il Tagikistan, le province pashtun del Pakistan, il Kashmir e il Punjab. Ovviamente il regno non ebbe mai una stabilità interna, dipendente com’era dalle strutture etnico-tribali sulle quali si fondava. La morte del fondatore portò allo scoppio di intense guerre dinastiche all’interno delle quali si inserirono gli inglesi, riuscendo a incamerare nell’Impero indiano quasi la metà del territorio afghano originale. Nell’ambito del "grande gioco" condotto contro i russi per il dominio dell’Asia centromeridionale, i sudditi di Sua Maestà Imperiale cercarono per ben tre volte di assorbire anche la porzione restante di territorio afghano, nel 1839-42, nel 1878-80 e nel 1919, quando, a seguito della rivoluzione russa, ritennero decaduti gli impegni sulla neutralità afghana sottoscritti con lo Zar. Nel 1907, a seguito dell’alleanza Inghilterra-Russia in funzione anti tedesca, l’Afghanistan era stato riconosciuto dai due paesi (e, in seguito da tutti gli altri) nei suoi confini e ne era stata affermata solennemente la neutralità. In pratica il paese asiatico aveva ricevuto il compito di fungere da stato-cuscinetto tra i due grandi imperi europei che avevano abbandonato la neutralità allo scopo di combattere la potenza tedesca in via di affermazione. Fu per questo che l’Emiro Amatullah, nel 1919 fu il primo capo di stato a riconoscere l’Unione dei Soviet, subendo per questo una dura rappresaglia inglese che riuscì a respingere con l’aiuto russo.

L’Afghanistan che si affaccia al XX secolo, quindi, non è uno stato nazionale nel senso europeo del termine. Esso è, piuttosto, una confederazione etno-tribale nella quale le solidarietà claniche sono più importanti dell’appartenenza nazionale. L’unica forma di identità nazionale aggregativa sviluppata nel corso dei secoli dagli afghani è stata quella fondata sul rifiuto degli interventi esterni all’interno del perenne conflitto intertribale: in altre parole, il fatto che l’Afghanistan sia un precario insieme di tribù, non toglie che queste sappiano reagire tutte insieme di fronte a un invasore.

Ma quali sono le etnie che popolano questo paese e al cui interno si radicano i clan che da decenni combattono per la supremazia interna?

Il paese è a maggioranza pashtun (tra il 44 e il 55%), ossia indoeuropei di lingua pashtu (ceppo indoiranico), di religione musulmana sunnita, e per lo più di osservanza deobandista, ossia una delle sette musulmane che, tra il XVIII e il XIX, si proposero il rinnovamento di un Islam che cadeva sotto l’avanzata occidentale, in senso ortodosso e fondamentalista. I pashtun sono diffusi con il nome di pakhtun anche in Pakistan, paese dove sono una minoranza, e dove difendono con determinazione l’autonomia dell’area dove risiedono (le provincie del Nord-Ovest) dai tentativi dei governi Sind e Punjabi di imporre le leggi nazionali pakistane. Il secondo gruppo per entità e importanza sono i tagiki, separati dai loro fratelli del nord alla fine dell’Ottocento dall’avanzata russa (l’attuale Tagikistan), essi costituiscono circa il 25% della popolazione del paese. Sono per lo più agricoltori sedentari (a differenza dei pashtun al cui interno sussistono ancora oggi numerose tribù di nomadi e seminomadi), di ceppo indoeuropeo e iranico, parlano il Dari, versione locale del Farsi iraniano. Sono musulmani sunniti, senza appartenenze particolari. Altre due minoranze indoeuropee sono i baluci, di origine iranica, abitanti dell’estremo sud e sunniti, e i nuristani, di origine europea, probabilmente discendenti dai soldati macedoni di Alessandro Magno, giunto fino a quest’area del mondo nel suo progetto di impero universale, e convertiti recentemente all’islamismo. La loro regione fino alla fine del XIX secolo era detta, infatti, Kafiristan (paese degli infedeli) a causa della religione politeistica di ascendenza ellenistica che professavano. Il mutamento del loro nome da Kafiri a Nuristani, ricorda la loro conversione forzata: Nuristan, infatti, significa paese della luce. Tuttora sono comunque considerati infidi dalla maggioranza pashtun perché non impongono il bourqua alle donne e permettono loro di lavorare e studiare.

Al centro del paese sono presenti gli hazara (circa il 15%), di origine mongola, ma musulmani di osservanza sciita. Per questo motivo essi sono fondamentalmente filo-iraniani, soprattutto da quando a Teheran si è insediato il regime teocratico degli ayatollah. D’altra parte il loro tradizionale isolamento dal resto del paese e la loro apertura all’influenza iraniana si spiega anche con la loro condizione di paria nella società afghana, ai quali sono da sempre riservati i lavori più umili e ingrati, come la rimozione delle immondizie, il bracciantato e la sterratura delle strade.

Infine, vi sono due gruppi etnici di origine e lingua turcofona, gli uzbeki e i turkmeni, stanziati nel nord-ovest del paese; la loro consistenza è minima (insieme contano circa il 2,5% della popolazione), ma la loro importanza strategica è accresciuta dal fatto che controllano da sempre una delle due strade afghane per l’Asia ex sovietica: il passo di Salang. Anch’essi sono di religione musulmana e di osservanza sunnita.

In un pese con un così alto numero di etnie, e di clan all’interno di ognuna di essa, l’assenza di un’identità nazionale forte, ha fatto sì che i progetti di modernizzazione sostenuti dalla monarchia con l’appoggio dei ceti urbani abbiano sempre avuto vita difficile. L’ultimo re, il tuttora vivente Zahir Shah, salito al trono nel 1933, si svincolò all’inizio degli anni Cinquanta dall’influenza immobilistica della Loya Jirga, l’assemblea tribale afghana, e diede il via a una stagione di riforme alla cui guida pose il primo ministro Muhammar Daud, suo cugino nonché cognato. Quest’ultimo promosse un’attenta politica di neutralismo attivo, cercando di sfruttare la posizione strategica del suo paese: rifiutò agli angloamericani l’adesione al patto di Baghdad (che riuniva USA, GB, Iran, Turchia, Irak e Pakistan) nel 1955, e siglò con Chruscev lo stesso anno un trattato di assistenza economica che escludeva esplicitamente alleanze di tipo militare. Il risultato di questa politica fu quello di attirare aiuti sia dagli USA che dall’URSS: i due aeroporti di Kabul e Kandahar e le uniche strade asfaltate del paese (da Mashad in Iran per Herat, e da qui a Mazar-e Sharif e Kabul al nord, a Kandahar e di nuovo a Kabul, e da qui, a Peshawar in Pakistan a sud) sono state costruite in parte dai sovietici e in parte dagli americani. Daud, abile nel gioco con le superpotenze, cadde alla fine degli anni Sessanta a causa della crisi con il Pakistan, causata dal suo appoggio alle rivendicazioni indipendentistiche dei pakhtun al di là della frontiera. Quando nel 1969 il Pakistan chiuse le frontiere l’Afghanistan precipitò in una crisi economica senza precedenti, spingendo il re a dimissionare Daud. Questi, però, ritornò al potere nel 1973, con un golpe appoggiato dai settori modernisti, dall’esercito alla piccola borghesia urbana, agli intellettuali. Tra questi, particolare importanza rivestiva il partito comunista che qui era denominato Partito Democratico del Popolo Afghano. Quest’ultimo, creato nel 1965, si era scisso due anni dopo in due fazioni su linee etnico-sociali: la prima, Khalq (popolo), guidata da Taraki e Amin, era composta per lo più da quadri pashtun, provenienti dalla piccola borghesia urbana e dall’esercito e aveva tendenze più radicali, mentre la seconda, Parcham (bandiera), era guidata da Babrak Karmal, era di tendenze moderate e rappresentava le classi medie uzbeke e tagike, ossia una parte della popolazione da sempre legata alla terra, sedentaria e non urbanizzata.

Il riavvicinamento del regime autoritario di Daud al Pakistan di Zia ul-Haq, e quindi all’occidente, nel 1978, spinse il Pdpa a riunificarsi e a abbatterlo con l’appoggio dell’esercito il 27 Aprile del 1978. Il nuovo regime fu guidato da Taraki (pashtun) con Karmal (tagiko) come vice, venne assistito da consiglieri russi e avviò un programma radicale di riforme soprattutto nel campo dell’agricoltura. Questi tentativi scatenarono la reazione dei proprietari terrieri che, presentando il nuovo regime come ateo e antiislamico, scatenarono tra i miserabili abitanti delle campagne afghane una sorta di guerriglia sanfedista per la difesa dei loro interessi economici. Il regime, intanto, si avvitava su se stesso e la fazione Khalq prendeva nettamente il sopravvento, esautorando Karmal, mentre Amin assurgeva a primo ministro. La strategia anti guerriglia di quest’ultimo si dimostrò fallimentare, riuscendo anche a alienare al regime una parte dell’esercito che si schierò con i rivoltosi. Preoccupati della piega presa dalla situazione i russi convocarono Taraki a Mosca nel settembre del 1979 ingiungendogli di esautorare Amin. Quest’ultimo, precedendo il primo, lo fece assassinare al suo ritorno in un vero e proprio regolamento di conti all’interno del palazzo presidenziale. La sua azione, però, favorì i ribelli islamici che, da quasi un anno, ricevevano denaro e materiale bellico dagli americani e dai sauditi, nonché addestramento militare nei campi del servizio segreto pakistano (l’ISI). Come poi avremmo saputo, l’allora consigliere per gli affari esteri del Presidente americano Carter, Brezinski, incontrò a più riprese i capi della guerriglia afghana, portando aiuti concreti e spronandogli al jihad contro i comunisti. Per l’URSS, quindi, la prospettiva era quella di un rapido crollo del regime filosovietico e della sua sostituzione con un regime islamico che, a differenza di quello iraniano, sarebbe anche stato filooccidentale. Alla possibile minaccia di truppe americane ai confini dell’Asia sovietica, si aggiungeva il possibile richiamo islamico verso le popolazioni musulmane all’interno dello stesso stato sovietico. Si cementava lì quell’alleanza tra USA e fondamentalismo islamico che è crollata soltanto con le azioni antiamericane degli ultimi due anni. L’unica strada per l’URSS divenne quella dell’intervento americano e della sostituzione dell’inefficace e radicale Amin. Il 27 dicembre del 1979 il40esimo corpo d’armata russo invase l’Afghanistan, assassinò Amin e insediò al suo posto Babrak Karmal, tagiko e moderato. A questo punto prese avvio una lunga guerra di guerriglia contro i russi che logorò l’Armata rossa e il paese, al punto di spingere la dirigenza gorbacioviana dell’URSS al ritiro. Ritiro che avvenne nel 1988-89. Nel frattempo i russi avevano sostituito Karmal con Najibullah, ex capo dei servizi segreti, e unico uomo ritenuto in grado di afghanizzare il conflitto. Najibullah dimostrò, partiti i russi, una capacità di resistenza stupefacante: egli, infatti, respinse l’offensiva su Kabul del Marzo 1989 guidata dall’Hizb-e-Islami di Hikmatyar, dal Mohaz Melli Islami di Ahmad Gailani e dalla legione araba fondamentalista in cui militava come ufficiale superiore Osama Bin Laden.

La trasformazione dell’offensiva mujaheddin in una guerra d’attrito e il disinteresse occidentale per le sorti del paese una volta caduto l’antagonista sovietico, portarono la guerra civile afghana a trascinarsi per ancora tre anni, fino a quando il primo dei numerosi voltafaccia del "generale" Rashid Dostum (in realtà un sergente di polizia della zona di Mazar-i-Sharif che era riuscito a fare carriera sotto i russi), che, nell’aprile del 1992, abbandonò Najibullah, per associarsi ai mujahidin, permise a questi ultimi di impadronirsi di Kabul e del potere statale.

La vittoria mujahidin, non pose fino alla guerra civile, dal momento che, venuta meno l’ingerenza estera rappresentata prima dalla Russia, poi dall’uomo dei russi a Kabul, veniva meno il collante che aveva permesso ai clan etnici afghani di restare assieme. Presa Kabul, iniziò una sfibrante guerra clanica tra i tagiki del Presidente Burhanuddin Rabbani e del ministro della Difesa Ahmad Shah Massud, fondatori del moderato Jamaat-e-Islami, contrapposti a Hikmatyar, ai clan pashtun e alla legione araba. Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan tra il 1992 e il 1996, sponsorizzarono questi ultimi, sperando che fossero in grado di pacificare il paese e renderlo agevole come corridoio gas-petrolifero e come base d’appoggio per intervenire in tutta l’area asiatica centrale.

Il fallimento di questa fazione nella realizzazione del programma di pacificazione, comportò la loro sostituzione con i nuovi favoriti dell’asse USA-GB-Pakistan-Arabia Saudita, i taliban. Questi ultimi, formatisi nelle Madrassa, le scuole coraniche del Pakhtunistan, sotto l’influenza del Deobandismo estremista, avevano iniziato a essere formati militarmente e finanziati dai pakistani sotto il governo di Benazir Buttho che strategicamente aveva intenzione di trasformare l’Afghanistan nel proprio "cortile di casa", dopo la ritirata russa. Un altro motivo dell’interesse pakistano verso il montuoso vicino è quello relativo al disinnesco della potenziale bomba pashtun. Il fatto che gli aiuti finanziari e militari siano stati concentrati su milizie di etnia pashtun (prima il partito armato di Hikmatyar, poi i talebani), ha anche lo scopo di spingere i pashtun a concentrare le loro forze sulla gestione dell’Afghanistan e a abbandonare il vecchio progetto del "grande Pashtunistan" che vedrebbe accanto alle terre pashtun dell’Afghanistan, il Pakhtunistan pakistano, ossia un terzo circa del paese. Uno dei terrori del governo pakistano del generale Musharraf oggi, è proprio quello che i talebani, sconfitti militarmente, sostituiscano la carta del jihad islamico con quella del nazionalismo pashtun, con ripercussioni pesanti all’interno del Pakistan.

Ruolo centrale in questa politica di aiuti venne svolto dall’ISI, i servizi segreti militari del Pakistan, creati dal dittatore Zia-ul-Haq proprio per gestire il flusso di finanziamenti per la guerriglia afghana durante gli anni Ottanta. I talebani arrivarono nel giro di due anni a controllare l’85% del territorio del paese. Essi partirono da Kandahar nell’Autunno del 1994, nel 1995 si impadronirono di Herat, l’anno seguente di Jalalabad e Kabul. Alcune di queste conquiste avvennero grazie alle armi, ma la maggior parte grazie al denaro cospicuamente fornito dagli sponsor arabi pakistani e occidentali con i quali i talebani si comprarono intere divisioni nemiche e la compiacenza di alcuni signori della guerra di secondo piano. Nei mesi seguenti l talebani occuparono anche la valle di Bamiyan, zona di insediamento degli Hazara, massacrando anche decine di diplomatici iraniani là presenti, anche se il leggendario comandante Khalili riusciva a sfuggirgli. La travolgente avanzata talebana, però, era destinata a arrestarsi davanti alla valle del Panjshir e alla provincia di Badakhshan, dove Massud (Shir Panjshir, leone del Panjshir) e Rabbani hanno resistito fino a adesso, sostenuti finanziariamente e militarmente non solo dalla Russia (che mantiene in Tagikistan la 201° divisione corazzata, e che ha permesso al Presidente Rakmanov di uscire vincente nella guerra civile contro le milizie islamiche filotalebane del paese), ma anche dall’Iran e dall’India. Questi ultimi due paesi, hanno, infatti il problema di arrestare il progetto di espansione del l’influenza del Pakistan, e della versione sunnita e deobandista dell’Islam sostenuta da questo paese, nell’area.

Nel frattempo si segnalano le continue piroette del generale Dostum, prima a fianco dell’Alleanza del Nord, alla fine del 1998 con i Talebani, oggi di nuovo contro di loro ,e a favore dell’Alleanza.

In questo periodo, l’affermazione dei talebani corrispondeva a un disegno strategico di Washington. Gli Stati Uniti avevano (e, hanno) bisogno di un Afghanistan normalizzato e sotto il controllo pakistano, allo scopo di costituire un asse locale comprendente Pakistan, Afghanistan, Turkmenistan e, forse, Uzbekistan, per costruire una pipeline che consentisse il trasporto del greggio dal Caspio e, più in generale dall’Asia centrale, fino al porto pakistano di Ormara. In questo modo gli Stati Uniti avrebbero bypassato Russia, Cina e Iran, paesi potenzialmente in competizione con loro e eventualmente nemici. La Russia, inoltre sarebbe stata emarginata definitivamente dal "Grande gioco", con la destabilizzazione dei restanti regimi filo russi nell’area (Tagikistan, Kirghizistan e Kazakistan) sull’onda dell’espansione islamica. Inoltre, il regime talebano in Afghanistan, rispondeva anche a un’altra necessità americana: quella di utilizzare il paese come retrovia per l’addestramento e il finanziamento dei ribelli uiguri del Xinjiang cinese, anch’essi di religione musulmana e di osservanza sunnita.

In sostanza l’Afghanistan è un paese rimasto ai margini dei processi di modernizzazione che, sia pure in modo diversificato, hanno investito tutta l’area, vuoi sotto l’egida russo-sovietica, vuoi sotto quella anglo-indiana. Il colonialismo non ha mai investito l’Afghanistan, non costringendo il paese a confrontarsi con l’Occidente e a reagire modernizzandosi. Verso la fine degli anni Cinquanta si avviò un tentativo di modernizzazione industriale, ma il paese rimase sostanzialmente in mano all’aristocrazia clanica afghana, formata da grandi proprietari terrieri e dalle tribù nomadi. Una borghesia iniziò a nascere proprio in quegli anni attorno ai bazar e alle città. Il ministro (e, futuro presidente) Daud, si appoggiò a questa nel suo tentativo di costruire un paese moderno, premiando i commercianti, gli ufficiali dell’esercito e la nascente burocrazia statale. Questi ceti furono le colonne del tentativo di Daud che, cercò di stravolgere l’antico ordine, costruendo uno stato unitario e marginalizzando nomadi e proprietari terrieri. I comunisti del PDPA si appoggiarono sugli stessi ceti sociali, e, in particolare, sulla piccola borghesia urbana. Si può anzi dire che il PDPA altro non fu che l’espressione politica di questo ceto, della sua volontà di modernizzarsi e occidentalizzarsi. Prima il governo di Daud e poi quello del PDPA attuarono un tentativo di riforma agraria, diffusero le scuole e aprirono le carriere pubbliche alle donne. Questo tentativo, frustrato dalla ribellione islamica guidata dai proprietari terrieri, naufragò definitivamente sotto l’occupazione sovietica, assolutamente incapace di costruirsi una base di consenso, e preoccupata di non ledere troppo gli interessi costituiti proprio di quei gruppi sociali che avevano cercato di abbattere i governi del PDPA.

Oggi l’Afghanistan è un paese dall’imprecisato numero di abitanti (le stime variano tra i 13 e i 18 milioni), il PIL è calcolato in 600 dollari annui ( un milione e trecentomila lire), la mortalità infantile è del 146 per mille: un record assoluto sulla terra. Il numero di mutilati è altissimo e tuttora non calcolato. In una situazione di questo genere, l’arrivo al potere dei talebani deve essere visto, sul piano interno, come la conseguenza di un processo di modernizzazione interrotto. Un’interruzione che ha permesso agli afghani di conoscere esclusivamente il lato oppressivo della modernità, sconvolgendone vita e usanze millenarie, per offrire solo strumenti di guerra e devastazione. Non è strano, quindi, che la massa di contadini inurbati (Kabul è passata da 300.00 a due milioni di abitanti dall’inizio dell’invasione russa), si siano rivolti ai mullah e, in generale, agli uomini di fede come unica garanzia della continuità dei valori arcaici nei quali essi e i loro avi sono cresciuti per secoli. Attualmente, l’Afghanistan sembra stia ritrovando una sua complessità sociale (sempre che le bombe americane non seppelliscano anche questo tentativo), tra l’aristocrazia tribale saldata al governo talebano (e all’Alleanza del Nord nelle zone che questa controlla) che tenta disperatamente di difendere i propri privilegi millenari, il bazar con i suoi commercianti che si oppongono ai talebani perché la loro politica religiosa impedisce quel poco di commercio praticabile, i giovani, assertori del fanatismo religioso, eppure desiderosi di praticare quel poco di consumismo possibile conosciuto nei campi profughi del Pakistan e dell’Iran. Infine, le donne, i mutilati e i disperati senza risorse, presenze sociali rimosse eppure presenti nel paese asiatico. Senza possibilità eppure esistenti e, se così si può dire, presenza sociale in espansione. Sullo sfondo, poi, i trafficanti, semiborghesia criminale che traffica in oppio e gestisce il contrabbando con il Pakistan. Questi ultimi sono l’unico ceto sociale afghano che ha aumentato il proprio peso specifico nel paese, stringendo rapporti commerciali e politici internazionali e costringendo tutte le fazioni in lotta a rapportarsi con loro e a aumentare coltivazioni "proibite" e contrabbando.

Un paese, quindi, che ha vissuto una pessima modernizzazione in questi anni; che ha conosciuto e conosce quanto di peggio il mondo del capitale e della modernità occidentale ha saputo produrre, unendolo alle più retrive usanze di questo angolo di mondo. Il tutto gestito ancora da classi dominanti feudali, ancorate a privilegi dell’Afghanistan preislamico e ben decise a impadronirsi di tutti i prodotti della modernità, per evitare che quest’ultima porti all’affermarsi di un ordine diverso e non aristocratico nel paese.