8 marzo - il manifesto

La piazza dei desideri
In decine di città la mobilitazione del comitato «Se non ora quando» e dei coordinamenti femministi. Le donne parlano di dignità e autodeterminazione. E pensano a un paese libero e liberato
Cinzia Gubbini
In tante, e tanti. La giornata internazionale delle donne in Italia parla soprattutto dalla piazza, con iniziative ampie, ampissime e anche con qualcuno che, invece, mette i punti giusti sulle «i».
Ci sarà anche il cotè istituzionale, con Giorgio Napolitano che stamattina al Quirinale ospiterà l'iniziativa «Centocinquanta anni: donne per un'Italia migliore». Dalla poltrona che più maschile non si può un omaggio all'unità d'Italia, tema dell'anno più bipartisan dell'altro - gettonatissimo invece nelle piazze - che è sesso e potere, forse anche a causa della presenza di due ministre, Maristella Gelmini, Istruzione, e Mara Carfagna, Pari Opportunità. Le donne del governo Berlusconi, d'altronde, si sono mobilitate per esorcizzare ogni possibile riferimento al sex-gate: «Alla piazza che parla di dignità delle donne vorrei dire che si tratta di un concetto né di destra né di sinistra», ha detto la ministra all'Ambiente Stefania Prestigiacomo, sottolineando che non ha senso alludere oggi alla vicenda di Ruby, trattandosi «come tutti hanno capito» di un vero e proprio «accanimento giudiziario».
Il riferimento di Prestigiacomo è, ovviamente, all'iniziativa più larga in programma per oggi in decine di piazze italiane. Il «Se non ora quando» che dopo l'oceanica manifestazione del 13 febbraio si dà di nuovo appuntamento «nel rispetto della trasversalità e dell'autonomia che vogliamo mantenere e rafforzare». Davvero tanti e diversi i punti d'incontro, da Roma a Milano, da Reggio Calabria a Sidney (dove si manifesterà davanti al consolato italiano). Con qualche elemento in comune per riconoscere il filo di ragionamento nato dalla reazione indignata alla rappresentazione dell'Italia in mano ai desideri del padrone. Un fiocco rosa «benaugurante nel 150esimo dell'Unità d'Italia per una rinascita del nostro paese» da appuntare ognuno dove vuole, e lo slogan «Rimettiamo al mondo l'Italia» allusione sia al tema della maternità - libera, consapevole e possibile - che alla possibilità pure per questo paese di «stare al mondo», solidale con gli altri popoli, ma anche in linea con i movimenti per la democrazia che hanno rivoluzionato il Maghreb.
A Roma l'appuntamento principale, a piazza Vittorio alle 16. Dal palco si susseguiranno diversi interventi e dalle 19 sarà possibile assistere al teatro Ambra Jovinelli allo spettacolo di Cristina Comencini «Libere».
Ma ci sarà anche l'iniziativa messa in piedi dal coordinamento «Indecorose e Libere» (www.riprendiamociconsultori.noblog.org) che dà appuntamento alle 18 a piazza Bocca della Verità per un corteo notturno che raggiungerà Campo De' Fiori. Con «voce impetuosa» le donne del coordinamento rivendicano «diritti, welfare e autodeterminazione», rifiutando quella «logica familista» che mette al centro la maternità per negare, di fatto, la libertà di scelte e relazioni. Un ragionamento, questo, che parte da più lontano e non vuole perdere il collegamento con altre grandi manifestazioni che hanno messo al centro i diritti delle donne, come quella del 2007 contro la violenza maschile. Violenza che, come testimoniano gli ultimi eventi di cronaca romani, non finisce di esistere e di essere strumentalizzata. Proprio ieri sera mentre il sidnaco Gianni Alemanno insieme alla presidente della regione Lazio Renata Polverini proiettava sul Colosseo illuminato i «dieci punti» per rendere la città «più sicura». «Zone rosse: case, chiese, caserme, carceri, cie», lo striscione calato da «Indecorose e libere». Mentre in un blitz contemporaneo al Pincio, dove si svolgeva il «Carnevale della capitale», è stato esposto lo striscione «If the girls are united they will never walk alone!». «Indecorose e Libere» dà appuntamento anche a Milano a piazza Cordusio alle 17,30 dove verrà cantato l'inno «Sorelle di Tania» (invece che d'Italia), componimeto cherzoso ma non troppo che non manca di tirare qualche stilettata alle organizzatrici della manifestazione del 13 febbraio (http://consultoriautogestita.wordpress.com/).

 

 

 

ROMPENDO I CONFINI
Ida Dominijanni

Ci hanno messo pochissimo, le donne egiziane, a realizzare quanto sia abile il potere maschile a ricomporsi dopo le rotture rivoluzionarie. Loro sono state protagoniste decisive della lotta di piazza Tahrir e di tutto ciò che l'ha preparata e fatta crescere, eppure, dicono adesso, il governo militare che s'è insediato al posto di Mubarak se n'è già dimenticato: per questo oggi celebreranno l'8 marzo tornando in piazza. Non si creda che sia un problema solo laddove i militari subentrano ai despoti, o dove, come in Iran dove pure domani sarà una giornata di lotta femminile, sono andate al potere rivoluzioni islamiche con un segno, e con delle legislazioni, esplicitamente patriarcali. Accade anche nelle democrazie occidentali, ed è precisamente quello che è accaduto nell'Italia democratica degli ultimi decenni, dove una estenuante e infinita «transizione» ha potuto compiere tutte le sue giravolte, di centrodestra e di centrosinistra, berlusconiane e antiberlusconiane, nella pervicace sottovalutazione e dimenticanza della rivoluzione femminista. La contro-rivoluzione tentata dal sultanato di Arcore, giova ricordarlo, è stata possibile grazie a questa più vasta e generalizzata rimozione: e non va imputata, com'è diventato vezzo diffuso anche nella stampa di sinistra, al fallimento del femminismo degli anni Settanta, peraltro tutt'ora vivo e vegeto, ma al fallimento della classe politica (maschile) dagli anni Ottanta in poi, nonché alla cecità dell'informazione mainstream. E non ci sarà solidarietà credibile e non sospetta di strumentalità con noi donne oggi che non passi per un'autocritica severa e sincera, della classe politica e dell'informazione.
Le rivoluzioni però, come diceva quel tale, scavano nel tempo e in profondità, e approfittano delle ironie della storia. Per un'ironia della storia, grazie alla contro-rivoluzione del sultanato la rivoluzione femminista, che non ha mai smesso di essere all'ordine del giorno, torna anche al centro della scena. E il laboratorio italiano, volente o nolente, torna all'avanguardia della battaglia epocale che si gioca sul fronte del rapporto fra i sessi. Dove non c'è più la vecchia questione femminile, ma una nuova questione maschile, della quale finalmente si fa strada, fra uomini, una qualche consapevolezza. Mentre fra donne si riallacciano fili generazionali e culturali, messi alla prova da un ventennio che ha cambiato l'antropologia del paese tentando di rifare del «femminile» il giocattolo plastificato di un immaginario colonizzato. Senza dimenticare il negativo che lo macchia oggi come cento anni fa - le operaie asfissiate del 1911, le ragazze massacrate di oggi come Sara e Yara - facciamo di questo 8 marzo davvero un giorno di festa. Più di rimessa al mondo della libertà che di difesa della dignità, più di lotta contro il lavoro disumanizzato che di rivendicazione di un lavoro paritario, più di rilancio del desiderio sequestrato che di censura del sesso esibito, più di sconfinamento in altri mondi che di ricostruzione dei profili della nazione. Se oggi il Cairo è più vicino di quanto non fosse cento anni fa New York, lo si deve anche se non in primo luogo alla rivoluzione femminile.

8 MARZO
Tutti i nomi della scintilla
Alessandro Portelli
Oggi vorrei parlare di Francesca Caputo. Aveva diciassette anni. Morì cento anni fa, in un giorno di marzo del 1911, asfissiata o bruciata, insieme con altre 145 donne, nell'incendio di una fabbrica, la Triangle Shirtwaist Factory, a New York, Stati Uniti d'America. Donna, operaia, immigrata - tre volte senza diritti. Anzi, quattro: era anche minorenne.
Vorrei parlare di lei, ma questo è tutto quello che so: il nome, l'età, dove lavorava, dove abitava (81, Degraw Street, Brooklyn), dove e quando è morta. CONTINUA | PAGINA 3
Ma basta a commuovere e a fare rabbia, perché ci dà i contorni di una vita, e così ci ricorda una cosa elementare che però dimentichiamo spesso di fronte alle tragedie di massa. Quel 25 marzo a New York, come il 24 marzo 1944 a Roma, come in qualunque bombardamento in Afghanistan o in Libia, non è accaduta una strage, un massacro - ma: centoquarantasei omicidi sul lavoro, trecentotrentacinque esecuzioni a sangue freddo, una per una.
C'è una struggente canzone di Utah Phillips, il grande folksinger anarchico scomparso pochi anni fa, che racconta un'altra strage, ventisei lavoratori migranti sepolti senza nome in una fossa comune a Yuba City, California, negli anni '60: «se avessi una lista, se solo li sapessi, vi canterei i loro nomi uno per uno, e arrivato alla fine li ricanterei di nuovo». I rituali e i monumenti più efficaci e struggenti della nostra epoca - dalla commemorazione dell'11 settembre a quella delle Ardeatine, fino al monumento di Washington ai caduti americani del Vietnam sono infine nude liste di nomi.
I nomi delle vittime dell'incendio della Triangle Shirtwaist Factory li conosciamo, e adesso una lista li mette finalmente insieme, con le età, persino gli indirizzi. Con Francesca Caputo morirono Vincenza Billota, che di anni ne aveva 16; e Michelina Cordiano, che ne aveva 25 e abitava a Bleecker Street, in quel Greenwich Villae allora ghetto di immigrati e futuro quartiere degli artisti dove in altri tempi sarebbe andato ad abitare Bob Dylan; e Annie L'Abate, sedici anni anche lei - la stessa età di Tillie Kupferschmidt. Morirono con loro Daisy Lopez Fitze, Nettie Leibowitz, Bettina e Frances Maiale (18 e 21 anni), Caterina, Lucia e Anna Maltese (39, 20, 14 anni: madre e figlie?), Rosie Makowski, Sadie Nussbaum (18 anni anche lei), Providenza Panno, che ne aveva 43, e Antonietta Pasqualicchio, sedicenne; e Golda Schpunt, Jenie Stiglitz, Clotilde Terranova, Frieda Velakovski... C'era anche qualche uomo: Theodore Rotten, Israel Rosen (17 anni). Nomi di italiane, qualche nome ispanico (Loped, Del Castillo), soprattutto nomi ebraici, ben 102: il 1 marzo (centesimo anniversario secondo l calendario ebraico), nel cimitero di Staten Island, davanti a una tomba dove sono ammucchiati 22 dei loro corpi (4 uomini, 18 donne), poche decine di persone si sono radunate in una giornata di vento ad ascoltare dalla voce del Rabbi Shmuel Plafker intonare i loro nomi ebraici: Leah bas Leib (Lizzie Adler), Chaya bas Eli ben Zion (Ida Brodsky), Sarah bas Mordechai (Sarah Brodsky), Aidel bas Asher (Ada Brook), Masha bas Meir (Molly Gerstein), Rashka Mirel bas Reb Moishe Leib (Mary Goldstein), Dina bas Dovid (Diana Greenberg), Perel bas Tzvi (Pauline Horowitz), Rivkah bas Yosef (Becky Kappelman)...
Erano addette alla macchine da cucire, facevano un nuovo tipo di camicette, con la fila di bottoni sul davanti come quelle degli uomini, molto alla moda. Lizzie Adler era arrivata in America solo tre mesi prima, e aveva già cominciato a mandare soldi alla famiglia in Romania; Sara Brodsky avrebbe dovuto sosarsi fra un mese, e il fidanzato riconobbe i corpo dall'anello di fidanzamento che aveva ancora al dito. Venivano dagli shtetl dell'Europa orientale e dai paesi dell'Italia del Sud, italiane ed ebree: le grandi ondate migratorie a cavallo del ventesimo secolo, le donne di cui era fatta l'industria di New York,- la Ladies' Garment Workers Union, la Amalgamated Clothing Workers' Union, sindacati un tempo militanti in una New York proletaria, migrante, femminile - sindacati di donne diretti sempre da uomini... La tragedia della Triangle Shirtwaist Factory fu la scintilla di una campagna per la sicurezza sul lavoro: morendo, queste donne hanno salvato molte vite future.
Per decenni ci hanno raccontato la favola degli Stati Uniti come un paese senza classi e senza lotta di classe. Eppure le due ricorrenze che tutto il mondo ricorda - il 1 maggio e l'8 marzo - vengono tutte da lì, dalla piazza di Haymarket a Chicago nel 1886 dalla Triangle Shirtwaist Factory a New York nel 1911. Soprattutto, la più ispirata delle rivendicazioni - vogliamo il pane, ma vogliamo anche le rose - l'hanno inventata altre donne migranti, le operaie tessili di Lawrence, Massachusetts, nel 1912. In questi giorni, in cui la lotta di classe si fa sempre più feroce, sotto forma di offensiva padronale, da Pomigliano d'Arco a Madison, Wisconsin, sono le facce delle maestre di scuola e delle impiegate statali in prima fila nella grande protesta contro le leggi antisindacali del Wisconsin a dire che si può ancora resistere.
E ce n'è bisogno. Uno degli eventi di commemorazione del disastro del 1911 ha preso la fiorma di un cerchio di donne che si sono riunite per cucire insieme, e per ricordare le 25 donne uccise non più tardi del dicembre scorso un incendio a Dacca, in Bangladesh, in una fabbrica tessile che produce indumenti distribuiti da marche come Gap e J.C. Penney. A questo serve la memoria, a ricordare non solo il passato, ma soprattutto il presente.
E allora, per resistere e non dimenticare, leggiamo e ascoltiamo ancora: ... Annie Ciminello, Rosina Cirrito, Anna Cohen, Annie Colletti, Sarah Cooper, Michelina Cordiano, Bessie Dashefsky, Josie Del Castillo, Clara Dockman, Kalman Donick, Celia Eisenberg, Dora Evans, Rebecca Feibisch, Yetta Fichtenholtz...

 

 

IN MOVIMENTO
Ripartiamo da noi stesse Il dibattito è aperto
Action_a *
In un paese in cui il presidente del consiglio, come i dittatori al centro delle rivolte di questi mesi, «ha confuso l'Io con la nazione», concentrando il suo potere attorno al «culto della personalità», si è persa la facoltà di ritrovare noi stessi, la nostra storia e quindi il nostro futuro. La situazione delle donne è solo la punta dell'iceberg del degrado generale di cui in molte e molti si iniziano a preoccupare solo ora. Non sono bastati i tagli alla sanità, all'istruzione, al welfare, la fine dell'informazione libera, il collasso della democrazia.
Abbiamo avuto bisogno dello scandalo, delle foto di una minorenne sui giornali. I famosi «indifferenti» allora si sono svegliati. Non di fronte ai morti nel Mediterraneo, non per le violenze nei Cie, non per la miseria che vediamo per la strada, la discarica a cielo aperto di Napoli o per la tragedia e la rivoltante speculazione che ne è seguita a L'Aquila.
E nella manifestazione del 13 febbraio le donne hanno riconvertito lo scandalo inondando le piazze e spalancando le porte cigolanti che rinchiudevano le proteste sociali.
Dopo l'emozionante giornata è iniziato il mormorio sulle «solite» divisioni nel movimento delle donne. Invece di farci spaventare dalla mancanza di unitarietà dei nostri pensieri e percorsi politici questa volta potremmo piacevolmente sorprenderci per la varietà delle nostre posizioni: in una situazione in cui il ragionamento politico è difficilmente rintracciabile nei numerosi discorsi, interviste e comizi dei politici di professione, i confronti nei movimenti delle donne sono una boccata d'aria fresca, a patto che non frammentino il percorso verso la prima meta comune: riappropriarci dei discorsi e delle politiche per le donne.
Perché abbiamo voglia di discutere, di ritrovarci in una situazione dalla quale abbiamo capito tardi di essere uscite: quella in cui ci si può confrontare, dibattere, separare. In cui i diritti di base, la dignità non sono messi in discussione. Smettere di essere costrette a stringerci intorno a rivendicazioni elementari:maternità consapevole e diritto a non essere licenziata perché si è incinta. Vogliamo parlare della pillola Ru 486 e della sua diffusione, dell'ampliamento dei diritti civili a single e gay, della procreazione assistita. Insomma di quegli argomenti per cui è ancora storicamente accettabile discutere.
Le donne hanno ricominciato a parlare di se stesse, di dignità, di diritti. Il diritto alla non discriminazione prima di tutto, alla «sessualità libera», ma libera da cosa? Innanzitutto libera da tutto ciò che sesso non è. Il sesso per il potere, per la posizione sociale o per la procreazione. Ci troviamo di fronte due alternative, espressione della doppia morale, quella pubblica e quella di palazzo. Per alcune donne il sesso legato alla procreazione, come nel grigio revival delle leggi fasciste sulla maternità rappresentato dalla proposta di legge Tarzia nel Lazio. Per altre donne, il sesso può essere legato al conseguimento di posti importanti e ben pagati, posizioni di «rilievo». Scompare la possibilità di essere donne e basta.
Quando il sesso e la morale sono al centro del dibattito si creano contrapposizioni, rotture. Ma non saranno le fratture interne alla discussione a rompere il movimento, perché il movimento è unito dalla voglia di parlare e di riaprire cassetti chiusi da troppo tempo. Questa volontà è la nostra forza, quella che terrà di nuovo insieme le donne.
Per questo abbiamo deciso di tornare in piazza l'8 marzo, per tenere vivo uno spazio in cui si discuta di pratiche comuni che rivendichino e agiscano la libertà di ogni donna.
*Casa delle Donne Lucha Y siesta, Action_a, associazione per i diritti in movimento


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Come boicottare l'aborto in nome della lotta alla violenza
Un buon esempio di dove possa arrivare la logica istituzionale delle pari opportunità viene dall'omonimo comitato della Provincia di Catanzaro, che ha avuto la brillante idea di festeggiare l'8 marzo con un concerto i cui proventi saranno destinati a un centro di quel Movimento per la vita che da trent'anni si occupa attivamente di boicottare l'applicazione della legge sull'interruzione di gravidanza. E il concerto, va da sé, viene pubblicizzato come iniziativa «contro ogni forma di violenza sulle donne». «Ma non è forse una forma di violenza questa? - scrivono le «Donne catanzaresi in Rete» -. Non è violenza la volontà di imporre una scelta sui corpi altrui?Non siamo incubatrici ma persone, non siamo proprietà della Chiesa e nemmeno dello Stato, siamo, o vorremmo essere, libere cittadine». Le firmatarie fanno anche presente che l'ospedale cittadino annovera soltanto due medici non obiettori.

SESSUALITÀ - UNA RICERCA DELLE STUDENTESSE
Tre metri sopra il cielo, la fabbrica del piacere
Serena Orazi *

Quanto sia difficile oggi articolare, da parte di donna, un discorso compiuto sul tema della sessualità è indicato dalla ripetizione dei singulti di piazza, la cui cifra resta la genericità dei contenuti, risolta nella scelta di termini quali «indignazione» o «dignità». Non si tratta di fare le pulci alla grande giornata del 13 febbraio scorso, si tratta, piuttosto, di capire come questa «indignazione» si tramuti in un ragionamento pubblico non solo sulle questioni (urgentissime) del lavoro e del welfare, ma anche sulla sessualità, l'immaginario e il loro legame con il potere.
Il vuoto di discorso sul tema da parte delle donne merita attenzione, non fosse altro perché è stata la molla che ha fatto scattare l'onda «reattiva». Vale a dire che ci si indigna pubblicamente anche e soprattutto perché l'immagine e il ruolo delle donne nel nostro paese sono continuamente sviliti dalle politiche del governo e dai comportamenti del raìs di Arcore. Va bene... ma equivale a stizzirsi quando ci si vede tolta la sedia da sotto il sedere. Una riflessione, invece, andrebbe articolata sul rapporto Sesso-Potere.
A partire dalla rivoluzione sessuale degli anni '60 il femminismo italiano ha fatto della sessualità la sua tematica centrale (da Lonzi a Staderini) e della ricerca della «vera sessualità femminile» uno degli obiettivi più importanti. L'affermazione del piacere femminile e della sua ricerca ha moltiplicato sperimentazioni e pratiche del corpo. In merito le formidabili riflessioni di Carla Lonzi restano centrali, nonostante le mistificazioni sull'esistenza o meno del punto G (nella vagina, of course!). Viene da chiedersi quanto di tutto ciò sia giunto fino a noi. I continui tentativi di erosione degli spazi di libertà delle donne, l'arretramento sul terreno dei diritti, il successo dell'immaginario e dell'estetica di Drive-in e Colpo grosso, produzione e condivisione di «materiale sessuale» di ogni genere, indicano che i risultati raggiunti in passato hanno prodotto uno spostamento e un capovolgimento tattici, non strategici, del dispositivo sessuale patriarcale, che ha affinato nuovi meccanismi di controllo, facendosi esso stesso «fabbrica» del desiderio.
L'inchiesta centrata sull'immaginario e la sessualità delle giovanissime (18-19 anni), pubblicata sul prossimo numero in uscita di DWF DonneWomanFemme, ci segnala spunti molto interessanti. Ancora prima di sperimentare direttamente il sesso, esperienza che per lo più accade in età giovanissima, attorno ai 14, è centrale, nella costruzione dell'immaginario della relazione amorosa e sessuale delle ragazze, la rappresentazione che di essa danno alcuni autori di best seller come Federico Moccia, che mentono sapendo di mentire, perché fa parte del gioco. È chiaro a tutte, infatti, che la prima volta non sarà affatto «per sempre», né necessariamente qualcosa di indimenticabile, ma è comunque importante fare come se lo fosse e crederci un po', rispettare, in un certo senso, l'etichetta, perché sarebbe sconveniente esordire dichiarando di sapere ciò che si sa già da tempo: che si tratta del primo di una lunga serie di rapporti sessuali. La rappresentazione del sesso occupa progressivamente nuovi piani esperienziali. Il sesso è divenuto, in qualche modo, la cifra della scoperta di sé, il medium attraverso il quale esprimere la propria identità. Conseguentemente il Desiderio, con la D maiuscola, diventa desiderio sessuale e il Piacere è sistematizzato attraverso il sesso. Un piacere «liquido» che rende agili - seguendo il discorso delle ragazze - le sperimentazioni, dalla condivisione del/dei partner al passaggio da relazioni etero a omo e viceversa, a una certa omologazione nell'estetica tra i generi (si pensi agli emo).
Il discorso femminista sulla sessualità necessita allora di un ripensamento radicale. Occorre individuare con urgenza quali e quanti sono, ad esempio, i nuovi luoghi della formazione dell'immaginario sessuale, giovanile ma non solo. Senza ostinarsi a ripercorrere strade conosciute, bisogna rendersi conto che, talvolta, lo stesso concetto di autodeterminazione, traslato nelle relazioni e/o nei rapporti sessuali, risulta un limite, di fronte al desiderio (o al bisogno) di passività.
Insomma, è necessaria una nuova riflessione a voce alta delle donne. Occorre rioccupare lo spazio pubblico sperimentando, senza timidezze, ma con grande fantasia.
Con questo spirito di ricerca, e con una rabbia senza pari per gli episodi di violenza sessuale che disseminano le cronache dei nostri giorni, l'8 marzo a Roma ci riprenderemo la notte, convinte che la strada da percorrere sia ancora tanta, consapevoli che il futuro è ancora tutto da scrivere.
*info sexes - atelier Roma

8 MARZO
Pillay: i diritti delle donne al centro dei cambiamenti
«Rendo omaggio alle donne del Medio Oriente e del Nord Africa, e alle donne di tutto il mondo che stanno affrontando grossi rischi per lottare per la dignità, la giustizia e i diritti umani, per sé stesse e per i loro compatrioti». E' il messaggio di Navi Pillay, commissario dell'Onu per i diritti umani, in occasione della giornata dell'8 marzo. In Egitto e in Tunisia, sottolinea Pillay, «donne provenienti da tutti i ceti sociali marciavano insieme agli uomini, premendo per la rottura degli stereotipi di genere, desiderose di cambiamento, per i diritti umani e la democrazia». Ma la battaglia non è finita. « In questi momenti di transizione storica in Egitto e Tunisia, bisogna assicurare che i diritti delle donne (...) restino in cima alla lista delle nuove priorità».

 

FEMMINISMI
Una rete di genere latino americana
Per quattro giorni all'Università bolivariana di Caracas, in Venezuela, si sono svolti incontri e seminari della «conferenza mondiale delle donne di base», promossa da reti di donne «in lotta contro l'oppressione di genere e il capitalismo». Autonome da partiti e da governi progressisti che pure le sostengono
Geraldina Colotti
CARACAS
Indigene, contadine, sindacaliste, attiviste per i diritti civili: per quattro giorni, all'Università bolivariana di Caracas e al Nuevo Circo, hanno dato vita alla «Conferencia mundial de mujeres de base». E' una rete di genere che attraversa la politica dei singoli paesi, ma con una spinta alternativa e «dalla base», come dice l'appello di convocazione, autonoma dai partiti e dai governi: anche dai governi progressisti dell'America latina che pure queste reti sostengono.
Obiettivi delle giornate, «promuovere la partecipazione ampia, democratica e ugualitaria di tutte le presenti; favorire il rafforzamento delle organizzazioni di base; recuperare le esperienze storiche di lotta delle donne per la conquista dei loro diritti; creare meccanismi di solidarietà e appoggio alle diverse azioni delle donne nella loro lotta contro l'oppressione di genere, il capitalismo, gli effetti della crisi mondiale, e le discriminazioni etniche e culturali». Molti i temi in agenda, che hanno al centro l'autoderminazione femminile e il diritto a decidere del proprio corpo: in relazione al lavoro, all'ambiente, alla resistenza alle guerre di aggressione, alla partecipazione politica.
Fra le promotrici dell'iniziativa, il collettivo venezuelano Ana Soto, dal nome di «una grande condottiera indigena di etnia Gayon che - ci spiega Dilia Josephina Mejias - combatté valorosamente contro gli spagnoli e venne impalata a Barquisimento nell'agosto del 1668». Le componenti di Ana Soto sono, come Dilia, tutte giovani, attive «in diverse regioni del Venezuela all'interno dei settori operai, contadini, indigeni». Un collettivo che si richiama «al socialismo scientifico» e con questo spirito costruisce «alternativa nei barrios, nei consigli comunali, con le radio e televisioni comunitarie».
In Venezuela, le elette sono quasi il 50% in tutti gli organismi di governo: «E' il riflesso istituzionale di una grande partecipazione popolare - spiega Dilia - Il proceso bolivariano ha consentito alle donne di avanzare in molti campi: l'educazione, la salute, la partecipazione politica. Abbiamo una buona legge contro la violenza di genere, ma ci capita di dover scendere in piazza perché queste leggi vengano applicate. Ci sono molte resistenze».
Una delle più forti è quella contro l'aborto, che non è consentito. Di recente Araña Feminista, una rete di 20 collettivi a cui partecipa Ana Soto, ha incontrato una rappresentanza del governo per chiedere che nel nuovo codice di procedura penale sia depenalizzato l'aborto. Un tema presente anche nella Conferenza, che oggi si concluderà con una marcia per i 100 anni dall'istituzione dell'8 marzo.
Agnes Mirqueya Mateo, un'altra delle organizzatrici, delegata per la Repubblica Dominicana, è invece una femminista di lungo corso. Economista, dirige il Dipartimento per gli studi di genere all'Università autonoma di Santo Domingo (Uasd). La sua militanza - racconta al manifesto - è iniziata nei quartieri poveri di Santo Domingo, nel solco di quel movimento democratico chiamato «14 giugno» in cui agivano le sorelle Mirabal, eroine della lotta contro il dittatore Trujillo - che scatenò contro di loro i suoi killer ma provocò così anche l'ondata di rivolta che condusse al suo assassinio, nel 1961. Alle sorelle - le «farfalle» - uccise il 25 novembre del '60, è stata poi dedicata la giornata mondiale contro la violenza di genere.
«Abitavo nel quartiere in cui venne ucciso il tiranno - ricorda Agnes -. Il nostro collettivo prese il nome di Minerva Mirabal, una donna speciale. Eravamo un gruppo piccolo ma con tante giovani. Il 14 febbraio decidemmo di donare un cuore con su scritto: 'chi ama non uccide'. Quando poi, nell'85, nacque mio figlio era il figlio del barrio, erano le donne del quartiere a tenerlo quando lavoravo». Determinante, per Agnes, fu «l'incontro con lo studio dell'economia marxista. In quell'ottica ho cercato di indagare le ragioni della disuguaglianza di genere. Nella Repubblica dominicana, le donne sono attive in tutti i settori della società, ma a parità di lavoro, guadagnano il 17% in meno degli uomini. La donna è la più povera fra i poveri, la povertà si femminilizza sempre più».
Nel suo lavoro di accademica, Agnes studia l'incidenza del lavoro domestico sull'economia dei paesi dell'America latina. «Occorre - afferma - un lavoro di educazione alle pari opportunità, bisogna disegnare strategie economico-politiche per la prospettiva di genere. Nell'università, cerchiamo di sviluppare programmi educativi e quella che abbiamo chiamato la trasversalità della questione di genere in tutte le discipline: in modo che uomini e donne abbiano uguale coscienza delle disuguaglianze, ne conoscano le cause e possano combatterle insieme».
Radicale e diretta, anche Cecilia Caramijos, è docente universitaria. Delegata per l'Ecuador, fa parte del comitato promotore della Conferenza. In primo piano nei movimenti di lotta che nel suo paese hanno fatto cadere diversi presidenti e portato al governo di Rafael Correa, è una delle fondatrici della Confederacion des mujeres por el cambio (Confemec), organizzazione nata nel '99. Raggruppa donne dei settori popolari, intellettuali, artiste, molte indigene e afrodiscendenti.
«La nostra costituzione - ci dice Caramijos - è una delle più democratiche del mondo, garantisce i diritti delle donne e la loro rappresentanza al 50% negli organismi di governo. E' frutto di una grande mobilitazione popolare. Nel 2008, io ero rappresentante all'Assemblea. Mi battei perché fosse inserito il diritto alla resistenza, come stabilisce la carta per i diritti umani. Servirà anche oggi che il governo sta progressivamente cedendo agli interessi delle multinazionali minerarie e petrolifere e consente la presenza di 10.000 soldati Usa alla frontiera con la Colombia». Un giudizio severo, che considera le politiche assistenziali verso le donne niente più che «un sonnifero» e vede nuovamente in campo la corruzione di una «cricca di tecnocrati incurante delle capacità della sua gente e favorevole alle élite che hanno studiato all'estero».
Un appuntamento preparato per anni, questo della Conferenza, e messo a punto nell'autunno scorso a Dusseldorf, in Germania. In quell'occasione, si sono incontrate delegazioni di 31 paesi: dall'Africa all'Asia, dal Medioriente all'Europa all'America latina. La maggior parte delle donne è venuta direttamente dai singoli paesi, ma numerose sono state anche le migranti che le hanno raggiunte dalla Francia, dal Portogallo, dall'Olanda. Grandi numeri e tanti volti giovani, incredibilmente partecipi e attenti, capaci ancora di chiedersi se «può la cuoca dirigere lo stato».
Per giorni, qui è stato a confronto il femminismo marxista dell'America latina con le Donne in nero di Zagabria e i movimenti Glbtq dell'Est, le associazioni di migranti haitiane - e poi con le diaspore kurde, irachene, afghane, iraniane che denunciano restrizioni e persecuzioni. L'oscurità della guerra, ma anche della «pace» quando lascia mano libera a chi ruba «le ricchezze dei paesi dipendenti, ostacola lo sviluppo autonomo e impedisce alla donna di vivere con dignità».

 

SOLIDARIETÀ
«Lucia y siesta», dal Tuscolano a Caracas
Ge. Co.
La Casa Internazionale delle donne di Roma, il collettivo Medea a Torino, diversi centri sociali come il Leoncavallo di Milano, il Forte Prenestino di Roma o il 32. Verso Caracas si sono mosse in tante: sia per sostenere finanziariamente la Conferenza mondiale delle donne «di base» che si conclude oggi, sia per parteciparvi. E c'è chi, come la Casa delle donne Lucha y siesta, ha deciso di festeggiare il proprio «compleanno» inviando una piccola delegazione che metta in circolo l'esperienza di questa casa occupata nel quartiere Tuscolano a Roma l'8 marzo del 2008. Una casa autogestita in cui trovano asilo donne in difficoltà. Molte le migranti ospiti della struttura - un vecchio stabile dell'Atac con giardino, vuoto e inutilizzato da oltre 10 anni - provenienti dall'America latina, dai paesi dell'est o dal Medioriente. Alcune di loro hanno figli e in questo luogo che sembra una piccola oasi di tranquillità nella metropoli cercano di riprendere in mano la propria vita. In tante lo hanno già fatto: hanno trovato un lavoro, hanno ricongiunto la famiglia, e hanno comunque continuato a sostenere le attività sociali di Action-Diritti in movimento.
Una reatà in bilico, però, legata allo sviluppo di una trattativa con il Comune e la proprietà che si è aperta 18 mesi fa ma per ora non ha dato esito. Anzi. A fine gennaio, l'Acea ha staccato la luce a seguito di una richiesta dell'Atac, proprietaria dello stabile, creando problemi e scompiglio. Poi la corrente è stata ripristinata, ma si teme per il futuro delle ragazze impegnate in molti progetti messi in campo nonostante difficoltà materiali e assenze di finanziamenti: uno sportello di primo ascolto e accoglienza per le donne in situazioni di difficoltà socio-economiche, in rete con i servizi di assistenza sociale del municipio e con le realtà cittadine che offrono assistenza alle donne (centri antiviolenza, telefono rosa....); un corso di italiano per donne migranti; corsi di inglese e psicoterapia di gruppo per migliorare la vita di comunità e facilitare la comunicazione; un laboratorio di sartoria che si propone di diventare una fonte di autoreddito per le partecipanti. Attività aperte al quartiere che ha potuto fruire dello spazio verde rimesso a nuovo dalle ragazze. Un luogo da difendere.