Da "Umanità Nova" n.33 del 22 ottobre 2000

Il ventennale dei "35 giorni" alla Fiat
Il popolo dei cancelli

Si susseguono in questi giorni a Torino varie iniziative per ricordare i trentacinque giorni di lotta alla Fiat del 1980, lotta iniziata con la minaccia di licenziare 14 mila operai, e conclusasi con una sconfitta che, a parere di molti, segna nella storia del movimento operaio italiano una vera e propria cesura tra il decennio Settanta e gli anni Ottanta che seguirono. Non si può capire il senso che ebbe quella lotta, per gli operai coinvolti, per la dirigenza Fiat, per il sindacato e per il PCI, se non si tiene conto di cos'era cambiato dentro la fabbrica torinese dopo le lotte contrattuali dell'indimenticabile 1969. Quelle lotte avevano messo in crisi la cultura dell'impresa, una crisi profonda che travolgeva e rimodellava le stesse strutture della rappresentanza operaia di base e sindacale. Da quello scontro, iniziato allora e protrattosi per tutti gli anni Settanta, la Fiat e il movimento operaio torinese ne uscirono profondamente trasformati. I rapporti di forza in fabbrica erano cambiati a favore degli operai. Vecchie gerarchie e paure concrete risultarono infrante. I delegati, eletti, in tutti i reparti, ponevano apertamente la questione di chi governa la fabbrica.

Gli anni della "sarabanda"

Giovanni Agnelli in occasione della celebrazione del centenario della nascita della Fiat definì quel decennio come il periodo della "grande sarabanda". Altri "pezzi grossi" della dirigenza Fiat hanno descritto quel periodo come tempo in cui avevano perso il controllo della forza lavoro. Ogni mattina, ricorda Cesare Annibaldi su "La Stampa" del 12 ottobre 2000- "l'avvio del lavoro era condizionato da snervanti negoziazioni con i delegati che non favorivano certo la produttività e la competitività". E Carlo Callieri il giorno seguente, sempre sul quotidiano torinese, afferma che la V Lega della Federazione torinese dei metalmeccanici era "un centro di potere fondato sui delegati", irriducibile alla restaurazione dell'ordine d'impresa in fabbrica che la Fiat sentiva il bisogno d'intraprendere sul finire degli anni Ottanta. Gli stessi operai che lavoravano in Fiat non erano più riconducibili all'idea che i dirigenti si erano fatti negli anni Cinquanta e Sessanta: tranquilli, gran lavoratori, un po' brontoloni alla piemontese, ma scarsamente disposti allo sciopero e al "casino". Quando una notte, passando davanti ai cancelli della Fiat presidiati dai picchetti, vidi delle ragazze e dei picchettanti "ballare tra i fuochi, mi dissi: quelli non sono operai". Così afferma Cesare Romiti, all'epoca amministratore delegato della Fiat, ricordando una notte dei trentacinque giorni. Con quel periodo bisognava chiudere anche rischiando lo scontro duro con gli operai. Questa convinzione che andava maturando nella direzione Fiat, divenne operativa quando ci furono le prime avvisaglie della crisi di sovrapproduzione che stava investendo il mercato mondiale dell'auto.

I 35 giorni

L'azienda, il 5 settembre 1980, annunciava che aveva 24.000 lavoratori eccedenti. Di questi almeno 13/14.000 avrebbero dovuto essere licenziati. Iniziavano così i trentacinque giorni di lotta alla Fiat. Chi stava in fabbrica viveva direttamente l'aspetto politico dell'offensiva Fiat e delle sue conseguenze, in particolare l'inevitabile azzeramento del potere dei lavoratori nel caso di una sconfitta. Non si arrivò alle lettere di licenziamento, perché il 27 settembre cadde il governo. Poco dopo la Fiat annunciò il rinvio della procedura dei licenziamenti e la messa in cassa integrazione a zero ore per tre mesi di circa 24.000 lavoratori a partire dal 6 ottobre. Per gli operai della Fiat fu sufficiente scorrere i nominativi degli elenchi affissi ai cancelli, per capire che l'azienda voleva decapitare la presenza dei delegati in fabbrica, quel tessuto di avanguardie che erano la base del "contropotere" nei vari reparti. Come risposta alle liste di espulsione per i lavoratori, decise unilateralmente dalla Fiat, il Consiglio di fabbrica di Mirafiori approvò una mozione che dava il via al presidio di tutti i cancelli e chiedeva alle confederazioni di proclamare uno sciopero generale. Dai primi giorni di ottobre davanti agli stabilimenti Fiat, si animò, e a poco a poco prese forma, una nuova realtà sociale: il popolo dei cancelli.

Il 14 ottobre il Coordinamento dei capi e intermedi Fiat aveva convocato una assemblea al Teatro Nuovo di Torino. La Fiat aveva fatto le cose in grande, aveva mobilitato i dirigenti di tutto il gruppo, a loro volta questi avevano impartito ordini ai capi e a catena questi avevano telefonato a casa ai lavoratori più moderati e opportunisti. Poi avevano organizzato pullman, pulmini e auto per raccogliere tutti i disponibili e predisposto tanti bei cartelli che invocavano il diritto di lavorare. Dal Teatro Nuovo uscì un corteo silenzioso che percorse le vie cittadine passando alla storia come la "marcia dei 40.000". Anche se non erano quarantamila, ma molti di meno, l'impatto fu evidente. Ancora oggi rimaniamo stupiti osservando le foto di quei marciatori. Fu chiamata infatti marcia, non corteo o manifestazione, termini che si addicevano ai lavoratori. Abituati ai cortei colorati, rumorosi e rombanti di slogan degli operai e delle operaie della Fiat, i "40 mila" marciatori si distinsero per il loro silenzio, per i pochi cartelli graficamente ben scritti, per il loro procedere ordinato e intruppato per le vie del centro, per il loro modo diverso di vestire: giacche, cravatte, soprabiti.

L'indomani la gente dei picchetti venne a sapere che era stata raggiunta una ipotesi di accordo tra sindacati e dirigenza. Nel pomeriggio fu convocata l'assemblea di tutti delegati Fiat con i segretari nazionali al Cinema Smeraldo, nella periferia di Torino. In quell'assemblea si ebbe immediatamente sentore della sconfitta che quell'accordo segnava. Giovanni Falcone, delegato FIOM della Carrozzeria ed ex militante di Lotta Continua, pronunciò una sorta di testamento politico, valido per un'intera generazione di avanguardie: "Ci sono degli accordi che non ti fanno fare dei passi avanti, che magari ti fermano sulle posizioni che hai acquisito. Dopo hai difficoltà, e riprendi il cammino. Ma questo è sicuramente un accordo che ci fa fare molti passi indietro". Falcone proseguiva nel suo intervento, quando per ragioni di tempo venne richiamato dalla presidenza: "Non ti preoccupare, compagno. Ho anche il diritto, dopo 12 anni mi cacciano fuori, concedetemi almeno di parlare ancora, perché io credo..., credo che la possibilità come operaio Fiat, come delegato Fiat, non ce l'avrò mai più. Almeno la soddisfazione di aver chiuso in bellezza, e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, al di là che il padrone non mi riprenda più".

Il 16 ottobre al mattino furono convocate le assemblee operaie. Si votava sull'accordo appena firmato a Roma. Se nelle assemblee del mattino il risultato era perlomeno incerto, ma con una massiccia presenza di voti contrari, nelle assemblee del pomeriggio i no prevalsero in modo netto. Nonostante questo i vertici sindacali dissero che l'accordo era stato approvato a larga maggioranza dagli operai, dimostrando la loro volontà di chiudere quella partita iniziata un decennio prima.

La resa dei conti

Subito dopo la conclusione della lotta iniziarono nel movimento operaio le rese dei conti e fu probabilmente quel momento che segnò l'inizio della fine del sindacato dei consigli e della FLM. Oggi, rispetto al passato, si comincia ad essere più consapevoli del ruolo svolto da una parte del sindacato e dello stesso Partito Comunista. Non si dimentichi il quadro politico dell'epoca: il PCI aveva dato il peggio di sé nei tre anni dei governi di unità nazionale (sacrifici, autorità, leggi speciali). I sindacati avevano imbastito la svolta dell'EUR (moderazione salariale, sacrifici degli operai per superare la crisi capitalistica), una svolta però, come diceva amaramente Luciano Lama, che stentava a varcare i cancelli delle fabbriche. Così, lo scontro che la Fiat apriva per riprendere il potere perso in quel decennio, fu considerato utile anche da chi, nel sindacato e nel Partito Comunista, voleva chiudere con gli anni Settanta, anni che avevano visto affermarsi un modo di fare politica e sindacato sui luoghi di lavoro che sfuggiva ai controllo delle burocrazie sindacali e partitiche.

In quei trentacinque giorni e negli anni seguenti si consumò anche una sordida lotta dentro il sindacato e i PCI. Oggi il velo è più scoperto che nel passato. Quella che era consapevolezza politica di avanguardie trova oggi conferma nelle dichiarazioni di Piero Fassino e Giuliano Ferrara, all'epoca amati dirigenti torinesi del PCI. Fassino dice che la Fiat aveva perfettamente ragione e chi si opponeva era un demagogo romantico in lotta contro la modernità, ovvero mercato a gogò e globalizzazione. Ferrara invece ci rivela che la lista dei 61 licenziati Fiat dell'anno precedente, il 1979, quasi tutti delegati, accusati di violenza, fu concordata coi vertici del PCI torinese in particolare con Ugo Pecchioli. Questa mossa della Fiat, secondo quanto dice lo stesso Cesare Romiti, era stata preparata da tempo e prima di prendere quel provvedimento "avvertimmo i capi dei sindacati", cioè i tre segretari nazionali di allora, Lama, Carniti e Benvenuto. L'accusa ai 61 si dimostrò in gran parte falsa. Solo quattro di loro, si verrà a sapere in seguito, erano in collegamento o lo erano stati in passato con gruppi terroristici.

È evidente che questi accordi sotterranei, queste trattative tra vertici sindacali, partitici e dirigenza Fiat miravano a depotenziare il potere contrattuale del sindacato dei consigli, un'esperienza che si voleva chiudere e che la si chiuse, un'esperienza sicuramente traumatica per i sindacati istituzionali, subita, non certo voluta, traumatica al punto che anche oggi non la vogliono riconsiderare, nemmeno a partire dal minimo necessario per fare storia e cioè riconoscere il fatto, ciò che è stato.

Diego Giachetti