"La formula delle tre guerre - patriottica, civile, di classe - è un tentativo di superare gli schemi tradizionali d'interpretazione "

le tre anime della Resistenza


"La ricostruzione agiografica e unitaria della Resistenza è stata estremamente dannosa". E' la tesi da cui è partita tutta la più recente storiografia, riuscendo a ricostruire il complesso reticolo del Movimento di liberazione, in cui confluirono culture politiche e aspirazioni sociali estremamente diverse, in alcuni casi perfino contraddittorie tra loro. Ma è soltanto il punto d'inizio di un percorso di ricerca che deve anche fare i conti con le tesi revisionistiche

Claudio Pavone

E' ormai ampiamente riconosciuto che una visione ostentatamente unitaria della Resistenza è stata dannosa sia sul piano della coscienza civile sia su quello storiografico. Sotto il primo profilo l'immagine edulcorata e oleografica di quel grande evento, drammatico e liberatore ad un tempo, ha rischiato di farlo iscrivere nella galleria delle glorie patrie alle quali si presta, quando lo si presta, un doveroso quanto distratto e frettoloso omaggio. Sotto il secondo profilo la difficile ricostruzione di un fatto complesso e ricco di interne tensioni quale fu, non solo in Italia, la Resistenza, è stata sacrificata alla ricerca di prove che confermassero il quadro unitario e agiografico.
Della situzione così creatasi viene in genere attribuita la massima colpa alla sinistra. E' bene tuttavia ricordare che le responsabilità vanno equamente distribuite fra la sinistra e la destra (intendo, naturalmente, la destra antifascista). La minore attenzione rivolta da quest'ultima alla Resistenza è connessa alla interpretazione moderata, essenzialmente militar-patriottica, dell'evento. Una visione di questa natura non poteva non espungere dalla Resistenza gli aspetti radicali, le aspirazioni più innovative allora manifestatesi; e, quando proprio non poteva fare a meno di riconoscerne la presenza, li confinava fra gli eccessi e la faziosità rossi. Così la Resistenza assumeva una immagine a tal punto rassicurante da divenire di scarso interesse o addirittura noiosa, soprattutto agli occhi delle giovani generazioni, che erano ormai quelle non più dei figli, ma dei nipoti dei protagonisti. Coloro - e sono tanti - che oggi si interrogano sul perchè la Resistenza non sia davvero divenuta un profondo e portante mito nazional-democratico dovrebbero rivolgere maggiore attenzione a questo dato e interrogarsi sullo scivolamento in corso dalla visione militar-patriottica al totale e almeno in prima istanza contraddittorio disconoscimento di un qualsiasi peso militare alla guerra combattuta dai partigiani Le responsabilità della sinistra non sono minori, ma di segno opposto. Esse non nascono da una tendenza riduzionistica, ma da quella a trasformare la linea dell'unità dei partiti resistenziali, che era la linea soprattutto del PCI, da obiettivo politico in dato di fatto e in criterio di giudizio. Meno rilevanti mi sembrano al riguardo i prevedibili fenomeni di reducismo, comuni del resto agli ex partigiani dei vari colori, raggruppati nelle tre associazioni ANPI, FIAP, FVL ( se il reducismo rosso è stato più visibile, ciò si deve al fatto che i rossi erano più numerosi). Lapidi e monumenti hanno certo contribuito alla costruzione della immagine ufficiale fatta propria dalle sinistre; ma sappiamo ormai troppe cose sulla funzione che essi possono svolgere nella costruzione di una coscienza pubblica, sulle varie letture cui si prestano, per ricondurli sbrigativamente sotto le categorie della retorica e della agiografia. E' stata piuttosto la interpretazione forzatamente unitaria a costituire il sottofondo della interpretazione comunista e a chiuderla per troppo tempo in un ambito ristretto.
Non è qui possibile analizzare i molti e noti motivi, nazionali e internazionali, che spingevano il PCI in quella direzione. Si possono comunque sottolineare due elementi. Il primo sta nella ricerca di legittimazione a livello nazionale che il PCI cercava in quel modo, con tutti i nessi che ne nascevano con la proposizione di una via italiana al socialismo. Questo "uso da sinistra" della unità dei Comitati di liberazione nazionale coesistette con l'altrettanto tenace, ma meno ostentato, "uso da destra" della stessa unità. In particolare, proprio la Democrazia cristiana se ne avvalse, soprattutto in una primissima fase, per legittimarsi come partito nazionale di governo, facendo uscire i "neri" dalla posizione in cui erano stati confinati nell'Italia liberale e rimuovendo il ricordo delle gravi compromissioni del mondo cattolico italiano con il fascismo. Com'è noto, l'operazione riuscì molto meglio a De Gasperi che a Togliatti.
Dopo essere stati parte integrante del patto costituzionale, i comunisti, espulsi nel 1947 dal governo, perseguiranno sempre, fino al compromesso storico, l'obiettivo, velato di rimpianto, di ricostituire l'unità dei partiti antifascisti, e in essa quella con la Democrazia cristiana, come unica via di accesso al potere governativo. Naturalmente, fra questo atteggiamento di fondo del partito comunista e la storiografia di sinistra, anche quella più legata al partito, non esistono corrispondenze meccaniche. Anzi, le contraddizioni interne a quella linea hanno il loro equivalente nelle posizioni storiografiche, costrette ad oscillare fra l'affermazione della classe operaia come classe egemone della Resistenza e il riconoscimento del mancato esercizio di quella egemonia dopo la vittoria. Le tesi della Resistenza delusa e della Resistenza tradita hanno rappresentato per lunghi anni come il controcanto "estremista", dentro e fuori del partito e soprattutto dopo il 68, delle celebrazioni unitarie. Queste venivano dai comunisti riproposte con tanta maggiore forza quanto più venivano congiunte all'accusa rivolta alla Democrazia cristiana o, come più prudentemente talvolta si diceva, all'ala più reazionaria di quel partito, di avere essa rotto l'unità resistenziale.
Per quanto finora riassunto, la scomposizione della Resistenza in molteplici Resistenze è diventata ad un certo momento un passaggio obbligato sia per il progresso degli studi sia per la riapertura del discorso all'interno di una coscienza civile in rapido mutamento. I migliori frutti di una storiografia che non era rimasta inoperosa avevano preparato il terreno. Il confronto fra le linee dei partiti è venuto facendosi più serrato e l'attenzione si è rivolta anche ai partiti e ai gruppi minori rimasti fuori dei comitati di liberazione, così come al rapporto fra le forze politiche e le forze sociali, in particolare a quello fra il partito comunista e la classe operaia. L'esame dei programmi, anche se non sempre ben precisati, su punti particolari ma altamente qualificanti, come quelli dello assetto economico postbellico, delle regioni e delle autonomie locali, ha permesso di sottolineare differenziazioni di rilievo negli obiettivi che si ponevano i partiti che pur collaboravano per attuare la conditio sine qua non della totale sconfitta del fascismo. La continuità dello Stato assunse in questo quadro più mosso il valore di un asse attorno al quale meglio chiarire le differenziazioni dei progetti e la realtà degli esiti. Il dibattito su questo punto è tuttora aperto e soggetto a molteplici mutamenti di segni valutativi.
A questa scomposizione verticale - alla quale la storiografia di ispirazione azionista era meglio preparata proprio per essere stato il partito d'azione tanto specificamente antifascista quanto incapace di sopravvivere, in quanto partito, alla scomparsa del suo nemico storico - se ne è venuta poco alla volta affiancando una orizzontale che ha posto all'ordine del giorno temi o del tutto nuovi o affrontati in modo profondamente innovativo. Le donne sono entrate in scena all'interno di un discorso che andava ben oltre le tradizionali ricerche sul "contributo" delle donne ad una Resistenza assunta come ovvia e scontata. Le ricerche sulla soggettività, le storie di vita, le interviste hanno dato la parola a una gamma di persone assai più ampia di quella formata dai protagonisti politici, o politico-militari, di vario livello. Comportamenti, scelte di vita, moralità, vicende esistenziali, sostrati culturali di lungo periodo sono venuti in primo piano, consentendo di scomporre e ricomporre l'universo resistenziale secondo criteri analitici più raffinati e più ricchi di rinvii alla umanità dei protagonisti, ora tormentata, ora gioiosamente impegnata alla scoperta di se stessa. La storiografia ha dovuto allora riconoscere che la migliore letteratura resistenziale - penso soprattutto a Calvino, Fenoglio e anche a Meneghello - aveva saputo anticipare esigenze che apparivano nuove.
La formula delle "tre guerre" - patriottica, civile, di classe - può essere considerata soltanto un primo tentativo di sistemare in qualche modo una materia non più contenibile negli schemi tradizionali, i quali avevano fatto della linea dei vari partiti l'oggetto principale della ricerca e del giudizio. Si tratta di una sistemazione trasversale, che permette di vedere le tre guerre coesistenti, in tutto o in parte, negli stessi soggetti individuali e collettivi. Tedeschi, fascisti e padroni erano i nemici propri di ciascuna delle tre guerre, ma i punti di contatto e le sovrapposizioni sono fra di essi evidenti. I tedeschi erano nazisti, i fascisti erano italiani (è singolare come si tenda a dimenticarlo, così da esonerare il nostro popolo dalle responsabilità di quella disonorevole primogenitura), i padroni erano visti da larghi settori della classe operaia come gli istigatori e profittatori del fascismo e, per di più, come servi dei tedeschi.
La formula delle tre guerre, proprio in quanto fa battere l'accento, sulla parola "guerra", non è tuttavia in grado di contenere tutti gli allargamenti di orizzonti attuati ed augurabili. Quando oggi si parla di "Resistenza civile" (si vedano ad esempio gli ultimi studi di Anna Bravo) si volge lo sguardo su una complessa rete di motivazioni, di comportamenti, di risultati che travalicano la categoria di "Resistenza passiva" intesa soprattutto come forza ausiliaria della Resistenza armata. Le scomposizioni e le ricomposizioni possono in realtà essere diverse e variamente intrecciate. Ad esempio, atti ispirati da sentimenti di umana pietà, non necessariamente con radici religiose, fanno a buon diritto parte di una Resistenza intesa in senso più ampio.
Diverso è invece il caso della cosiddetta zona grigia, a sua volta erroneamente trascurata dalla storiografia resistenziale. La zona grigia, che va ben tenuta distinta dalla Resistenza civile, raccoglie una grande varietà di posizioni, dal puro attendismo al doppio gioco e al collaborazionismo passivo.
Studiarla è doveroso; ergerla ad asse portante della storia italiana di quel biennio cruciale, come ad esempio sembrano suggerire alcune posizioni cattoliche che intravedono in quel grigiore la base della propria legittimazione politica, significherebbe credere davvero che anche nel pieno di quell'incendio mondiale, il popolo italiano sia stato capace di partorire soltanto "uomini del Guicciardini", intenti alla esclusiva cura del proprio "particulare". Esiste una "serietà della storia d'Italia", per riprendere una espressione usata da Costanzo Casucci, che non merita questa umiliazione.
Va infine osservato che, in apparente contraddizione con le recenti tendenze degli studi sopra ricordate, va maturando l'esigenza di una riscoperta della politica, dopo il ripudio di una storia politica ridotta all'esame delle linee e delle ideologie dei partiti. Affinità e differenze si sono palesate come non necessariamente coincidenti con quelle dei partiti; ma non per questo le idee e i risultati dell'azione politica debbono essere espunti dalla considerazione storica.
L'arricchimento così della ricerca come della coscienza civile passa invece attraverso un continuo lavorio di scomposizione di unità fittizie e di riscoperta sia di affinità variamente fondate sia di irriducibili diversità, lavorio che, ci si augura, renderà possibile una valutazione rinnovata degli esiti della Resistenza.