"Tra nazifascisti e partigiani, parroci e vescovi cercarono un'impossibile via di mezzo. Alla fine ciascun convento o parrocchia agiva a modo proprio"

1944 - 45:la chiesa cerniera della storia


Una parte della gerarchia ecclesiastica continuò ad essere alleata dei fascisti. Un'altra tentò di proporsi come soggetto di mediazione dei conflitti, preparando la successiva egemonia democristiana. Nell'ultimo anno di guerra si accentuò così l'aspetto bifronte della Chiesa italiana: che non fu mai tutta fascista durante il ventennio, come non sarà tutta antifascista dopo il crollo del regime di Mussolini. Ambiguità e trasformismo che finivano per attutire ogni urto sociale.

Filippo Gentiloni

Sulla chiesa cattolica sotto il fascismo gli storici ci hanno detto se non tutto, molto: sia nel sottolineare il coinvolgimento, largamente maggioritario, sia nel puntualizzare il ruolo delle minoranze che contestavano il regime, come anche nell'indicare le varie fasi di un rapporto che attraversò il ventennio modificandosi, prima del Concordato del 1929 e dopo.
Tutto, o quasi, ci hanno anche detto sulla chiesa postfascista: le incertezze dei primi anni, il ruolo fra monarchia e repubblica, la Costituente e soprattutto la nascita del regime democristiano. E' difficile, oggi, dire di più e meglio.
Ben poco sappiamo, invece, sulla chiesa in quella cerniera della storia che collegò il primo e il poi: il 1944-45, l'Italia divisa in due, gli alleati in lenta avanzata, mentre i tedeschi resistono insieme ai fascisti di Salò, i partigiani combattono e muoiono sulle montagne, la svolta di Salerno e poi i primi governi romani. Un tempo breve, ma delicatissimo: vi si determinano gli assetti futuri, anche se, nella testa e sulle braccia di molti che sparano, con non piena coscienza. E la chiesa? Che cosa faceva e pensava in quei mesi? Quale ruolo assunse? In qual modo riuscì a passare il guado senza essere considerata estranea - tutt'altro - né da una né dall'altra riva? Passò soltanto il guado o costituì addirittura un ponte - uno dei ponti - su cui gli altri potesseo passare? Un capolavoro di furbizia o semplicemente il risultato di un equilibrio storico, di un radicamento auspicato e raggiunto?
Non è facile rispondere, anche dopo avere precisato un paio di premesse assolutamente necessarie. La prima riguarda la chiesa : mai monolitica, meno che mai in quei mesi e anni. Non sarebbe stato neppure possibile, data la situazione. Ciascuna diocesi, anzi ciascun parroco, ciascun convento faceva quello che credeva, nel bene e nel male. Gli studi non possono che essere assolutamente parziali [come quello, esemplare, di Giovanni Miccoli sulla diocesi di Udine, particolarmente significativa per la posizione geografica, in : Fra mito della cristianità e secolarizzazione, Marietti 1985].
Qualche generalizzazione, ma con estrema prudenza, è possibile, sulla base dei documenti d'archivio. Come quella - suggerita dallo stesso Miccoli - che legge i documenti ecclesiastici [lettere di vescovi a Roma e viceversa] in chiave di condanna dura e generalizzata delle barbarie nazifasciste, ma anche di commento: tali barbarie sono state stimolate e aizzate dal comportamento dei partigiani. Torna, anche in questo caso, la ricerca tipicamente cattolica di una via di mezzo.
Anche se i documenti sono scarsi e reticenti - seconda premessa - non si può non pensare a un ruolo importante della chiesa in mezzo a quel tragico guado. Lo dicono e con chiarezza il prima e il dopo; lo si può intuire anche dalla situazione di estrema emergenza. Nelle emergenze, ìèindividuali e sociali, dalle malalttie alle disgrazie e alle guerre, le religioni - ci piaccia o meno - trovano sempre uno spazio d'azione privilegiato e moltiplicato nei confronti dei momenti di pace e di serenità.
Così dovette certamente essere in quella cerniera del 44-45, fra una chiesa più o meno alleata del fascismo e un'altra chiesa che si poneva come mediatrice del conflitto e si preparava alla egemonia democristiana. Con quali carte, più o meno in regola? Torniamo, così, agli interrogativi indicati. Come fu possibile, in così poco tempo? E sulla base di quali argomenti più o meno convincenti?
La prima risposta deve tenere presente che lo spostamento - sdoganamento , guado , ponte - non fu totale né prima né dopo.
Come la chiesa non fu "tutta" fascista prima, così non fu "tutta" antifascista dopo. Le posizioni di minoranza, più o meno consistenti, non sono mai mancate, né prima né dopo e hanno avuto un ruolo essenziale nell'attutire l'urto, favorendo la trasformazione. Inutile fare i nomi dei preti antifascisti torturati e ammazzati: ne dimenticheremmo certamente qualcuno. I volti di quelli fascisti rimasti vivi e vegeti dopo il 25 aprile 1945 sono ancora, in buona parte, sotto i nostri occhi mentre il Polo delle Libertà pensa a perpetuarne la memoria. Il trasformismo cattolico ha radici ben lontane: le alimenta un certo opportunismo, anche - non sempre - di bassa lega; ma anche una certa abitudine a misurare con calma i tempi lunghi, lunghissimi, della storia. Nonché a relativizzare l'"al di quà", transitorio e provvisorio, per quanto tragico, a favore di un "al di là" promesso, atteso, essenziale.
Ma un tentativo di risposta agli interrogativi indicati esige uno sguardo più diretto, più vicino alla resistenza, ai partigiani, alla lotta di liberazione, al 25 aprile.
Sullo sfondo ravvicinato si staglia la figura di Pio XII: una figura di grande rilievo, di accentuata presenzialità. Si pensi ai suoi interventi nel quartieri bombardati di Roma, poi alla sua azione per Roma "città aperta". Le polemiche che seguirono nei decenni del dopoguerra - Poteva fare di più? Perchè certi silenzi ufficiali nei confronti dei lager? Perchè le benemerite iniziative cattoliche a favore degli ebrei furono quasi soltanto private? Ecc. - e che proseguono ancora oggi, in quei giorni apparivano inesistenti, inutili, forse futili [anche su queste polemiche si può vedere il testo di Miccoli]. Pio XII rappresentava una chiesa che era uscita dal ghetto nel quale il mondo liberale e poi fascista l'aveva , almeno in parte, relegata e che si poteva permettere di proporsi a "salvatrice della patria".
Non sembri una esaggerazione. Un paio di concetti avallavano, a ragione o a torto, quella pretesa. Vale la pena di indicarli.
Quello di patria - o di nazione - prima di tutto. La chiesa poteva proporsi come collante di una Italia divisa. Divisa fra fascisti e partigiani, ma anche fra nord e sud, fra ricchi e poveri, imprenditori e operai. Scarsi i collanti e quello cattolico poteva avere buon gioco; ma giovava anche alla chiesa, desiderosa di far dimenticare al più presto che proprio lei, con lo stato della chiesa, aveva ostacolato per secoli l'unità d'Italia. Quel passato era ormai lontano e la chiesa - forse lei soltanto - poteva alzare sul più alto pennone la bandiera di un'Italia unita dalle Alpi alla Sicilia, nonostante la linea gotica e tutte le altre spaccature abissali. Le altre possibili bandiere sventolavano, si, ma con una certa prudenza. Temevano i risvolti negativi , temevano di giovare alle separazioni. Così le antiche bandiere di un'Italia liberale, nonostante Benedetto Croce , così le nuove bandiere rosse, prima e dopo la svolta di Salerno. I loro pennoni lasciavano largo spazio alle bandiere cattoliche. La stessa atavica paura cattolica del comunismo sembrava calmata. Scrive Arturo Carlo Jemolo, uno dei più acuti osservatori del rapporto fra chiesa e stato, anche al tempo di quel guado: "In realtà, i due anni circa trascorsi tra l'abbattimento del regime fascista e la liberazione dell'alta Italia hanno rappresentato il periodo della maggiore distensione fra clero e cattolici politici da un lato, estrema sinistra dall'altro. E' stato questo il solo periodo nel quale sia apparsa attenuata, se non cancellata, incerta se non soppressa, nella mente dei cattolici quella idea che nel comunismo dovesse sempre ravvisarsi il nemico numero uno" [Chiesa e stato in Italia, PBE, 1977]. La bandiera del nazionalismo gioverà al cattolicesimo negli anni del dopoguerra, non soltanto nel caso italiano: si pensi alla Spagna o alla Polonia... I suoi successi clerico- nazionalisti, comunque, diventeranno più incerti man mano che il crollo dei muri ne rivelerà le debolezze. La chiesa dovrà cercare altri appigli, meno vistosi ma forse più evangelici.
Insieme a quella del nazionalismo, il guado cattolico dal fascismo all'antifascismo fu aiutato da un'altra intuizione che allora - molto più che in seguito - appariva vincente, l'idea di una "terza via" - cattolica - per la soluzione dei problemi sociali, una via media fra il capitalismo e il comunismo. Questa terza via, anche se non asfaltata, esercitava un certo fascino sia sui settori fascisti che su quelli antifascisti della società italiana in mezzo al guado. Era ben lontana dal comunismo, e quindi poteva tranquillizzare tutto quel mondo - cattolico e non - che temeva il passaggio diretto dal fascismo al comunismo: un timore, allora, estremamente diffuso, con toni apocalittici alimentati da tutti coloro che ne avevano interesse, sia ideologico che materiale.
Ma la terza via permetteva anche di prendere le distanze dal ìècapitalismo di marca USA. che stava sbarcando sulle nostre coste, e portava non soltanto le istanze della democrazia contro la dittatura, ma anche un misto di sigarette, cioccolata e prostituzione. La terza via, in fondo, permetteva di riprendere alcuni aspetti della propaganda fascista, ostile sia all'Urss che agli Usa, allora alleati. Grazie a questa terza via, anche se appena intravvista e mai percorsa da nessuno, il passaggio dal fascismo all'antifascismo appariva meno doloroso, più adatto agli italiani "brava gente", più lontano dai famigerati estremismi, più al sicuro dai mitra sia nazifascisti che partigiani.
E così, per questi motivi qui accennati ed altri ancora, il miracolo avvenne e il cattolicesimo italiano con le sue strutture, i suoi vescovi, le sue parrocchie e associazioni, la sua stampa, potè passare quasi indenne quel guado nel quale, invece, altre grandi strutture erano affondate [si pensi all'esercito, e alla stessa monarchia]. Le folle che applaudivano il papa avevano cambiato colore e vestito, ma gli applausi continuavano, quelli dopo il 25 aprile molto simili a quelli di prima. Era in gestazione, anzi, uno stato che si sarebbe ispirato alla terza via cattolica, garanzia di continuità fra il prima e il poi, nonché di distanza sia dall'una che dall'altra strada : per lo meno in teoria, dato che nella pratica la terza via sarebbe stata un mascheramento della prima, quella che aveva preso terra al seguito delle truppe "alleate".
All'ombra dei campanili, anche di quelli che erano stati chiaramente fascisti, cominciavano a sorgere i comitati elettorali democristriani: il 18 aprile 1948 si avvicinava.