1943: la scelta della lotta armata


Dopo l'8 settembre lo stato si sfascia, l'esercito collassa e l'Italia è divisa in due. Nel sud si ricostituisce il governo del re, nel centro-nord riappare il governo fascista con la Repubblica sociale italiana; in tutto il territorio dilaga il potere di occupazione dell'ex alleato tedesco. Il 9 settembre a Roma il Comitato di liberazione nazionale lancia l'appello alla lotta e alla resistenza. Accanto alla Resistenza armata, le lotte sociali dei centri industriali e delle campagne contribuiscono all'espansione del movimento di liberazione.

Giancarlo Monina

Alle origini della Resistenza italiana, di quel ciclo di eventi che ha inizio la sera dell'8 settembre del 1943, con l'annuncio radiofonico di Badoglio dell'armistizio con gli anglo-americani, e che si conclude intorno al 25 aprile, con la Liberazione delle grandi città del Nord, c'è l'evento epocale del nostro secolo: la seconda guerra mondiale. Sin dai primi mesi il conflitto frantuma il mito fascista dell'"Italia grande potenza imperiale" dimostrando come le decantate otto milioni di baionette siano ben poca cosa di fronte alla potenza militare delle forze in campo. A distanza di due anni da quel 10 giugno del 1940 in cui il duce prometteva, di fronte una folla entusiasta, onori e gloria, i segnali della disfatta scavalcano prepotentemente ogni censura. Da tutte le città del paese si moltiplicano le allarmate relazioni di questori e prefetti che parlano di "disagio diffuso" e le forze politiche antifasciste iniziano a organizzarsi. Tra il giugno del 1942 e i primi mesi del 1943 in riunioni e convegni clandestini vedono la luce gli organi della democrazia italiana. Nasce il Partito d'Azione, si riorganizzano le anime socialiste, quella riformista di Romita e quella classista di Basso, viene fondata la Democrazia cristiana, si fanno sentire anche i liberali. Il partito comunista, forte di un'apparato clandestino esperto, consolida la sua presenza nel paese. Ma il processo non è lineare: la popolazione non risponde agli appelli alla mobilitazione, prevale il disorientamento, la confusione, in particolare tra le generazioni più giovani cresciute sotto il fascismo. In alcuni casi questo disagio è la prima tappa di una presa di coscienza: il 25 luglio si trasforma in una gioia effimera, nella rabbia degli emblemi del fascismo divelti, l'8 settembre diventa smarrimento e via via acquista la forza di una scelta. La confusione ha una sua rappresentazione anche a livello politico e istituzionale: dopo l'armistizio lo Stato non esiste più, l'esercito si sfalda, il re e Badoglio fuggono, l'Italia è territorialmente spaccata in due e vari poteri politici si sovrappongono in un intreccio che fa perdere di vista il senso della legittimità. Nel Sud si ricostituisce il governo del re, prima a Brindisi poi a Salerno, e si distende il potere dei nuovi alleati anglo-americani; nel Centro-Nord riappare il governo fascista con il nome di Repubblica sociale italiana mentre dilaga il potere di occupazione del vecchio alleato tedesco. E prende corpo, giorno dopo giorno, un nuovo e composito potere, quello delle forze antifasciste e partigiane, che presto si dividerà tra le esigenze della prassi politica nell'Italia liberata e quelle della lotta armata e civile nelle zone occupate. Tra le possibili fonti di legittimazione di questi poteri ce ne è una che si afferma nella forza della sua scelta morale: raccogliere l'appello alla "lotta" e alla "resistenza" contro i nazi-fascisti lanciato dall'appena nato Comitato di liberazione nazionale il 9 settembre a Roma. Lo stesso giorno a Porta San Paolo e in altri quartieri della capitale, la popolazione affianca alcuni reparti dell'esercito in una strenua battaglia contro l'avanzata dei tedeschi di Kesserling. Passano pochi giorni e i primi nuclei di antifascisti, con le poche armi recuperate, salgono sulle montagne dando inizio alla guerra partigiana. La scelta questa volta è ragionata, consapevole delle difficoltà e dei sacrifici che comporta. Agli uomini formatisi nella lotta politica clandestina si affiancano in un moto spontaneo militari sbandati, operai, contadini, giovani della piccola e media borghesia intellettuale, in uno schieramento sociale composito.
Diverse sono anche le motivazioni che spingono questi uomini a intraprendere la via della montagna. A questo proposito si è parlato delle "tre guerre": patriottica, civile, di classe; una formula necessariamente schematica che può aiutare a capire solo se si è consapevoli dell'intreccio, spesso indissolubile, dei tre elementi. Sono le ragioni di una guerra che nei fatti è di liberazione nazionale e al tempo stesso di scontro civile, e a cui si intreccia, per il carattere politico prevalentemente di "sinistra" delle bande partigiane, la speranza e la lotta per il rinnovamento sociale.
A imbracciare il fucile è comunque una minoranza, nel dicembre del 1943 si contano poco più di 10 mila partigiani in attività.
Certo, le cifre non tengono conto della Resistenza civile, di quel moto popolare di opposizione al nazi-fascismo fatto di piccoli e grandi gesti, di solidarietà e di lotta sociale, ma la maggioranza della popolazione si rinchiude nel silenzio, in una lotta quotidiana per la sopravvivenza in cui la dignità lascia spazio ai calcoli egoistici e, spesso, all'opportunismo: è la cosiddetta "zona grigia" che progressivamente matura, attraverso il rifiuto della guerra, la disaffezione al fascismo. Non pochi sono anche quelli, specie tra i giovani, che credono ancora in Mussolini, nel frattempo liberato dai tedeschi, e che aderiscono alla Repubblica sociale italiana costituitasi il 23 settembre del 1943. Questi giovani cresciuti alla scuola della violenza fascista, imbevuti di valori falsati e di demagogia, immersi nei riti di un macabro immaginario simbolico, fanno una scelta - anche questa è una scelta - che spesso assume i contorni della disperazione, nella sensazione che non c'è più nulla da perdere. Scelgono la via del terrore: nella Guardia nazionale repubblicana, nella Decima Mas, nella Legione "Ettore Muti" o in altre famigerate strutture militari fasciste.
E il terrore, già conosciuto negli orrori della guerra, nei bombardamenti delle città, nei soprusi, nei racconti dei reduci della Campagna di Russia, fa la sua apparizione più odiosa negli eccidi della popolazione civile. Il 19 settembre a Boves, nei pressi di Cuneo, per rappresaglia contro l'uccisione di un soldato tedesco, le SS incendiano il paese uccidendo 23 persone. E' il primo di una tragica serie di eccidi di cui saranno vittime i civili e i combattenti partigiani. Contestualmente, un'altra strategia del terrore viene attuata dai nazi-fascisti: la deportazione. Mirata, nella sua tragica specificità, contro gli ebrei. Il 16 ottobre del 1943 il ghetto di Roma viene circondato e rastrellato dalle SS: più di mille ebrei, tra cui donne e bambini, vengono deportati su carri bestiame nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, solo 11 di loro faranno ritorno a casa dopo la guerra. Tra il settembre e l'ottobre sono centinaia di migliaia i prigionieri di guerra italiani deportati nei campi di internamento tedeschi e polacchi, usati come manodopera nell'industria degli armamenti, nei lavori di sgombero o nell'agricoltura. La strategia della deportazione è pianificata scientificamente sotto la direzione di Fritz Sauckel, plenipotenziario generale per l'impiego di manodopera, che alla fine del settembre del 1943 istituisce i suoi uffici in Italia.
Oltre agli ebrei e i prigionieri di guerra, sono condotti in Germania parte degli stessi giovani chiamati alle armi dalla Repubblica di Salò - tra quelli che si presentano - e molti operai.
Intanto alla fine di settembre le forze alleate giungono alle porte di Napoli, e nella città scoppia una violenta rivolta popolare. Ma è nel Centro-Nord che si preparano le basi della espansione della lotta armata. I primi nuclei partigiani sono alle prese con i problemi di organizzazione, di addestramento delle reclute e, specialmente, di conquista delle armi. Le prime azioni sono finalizzate a questo scopo: inizialmente si tendono imboscate ai militari isolati per disarmarli, ma così si conquistano soltanto pistole e moschetti; si passa allora ad attaccare le caserme dei carabinieri, i presidi fascisti e tedeschi e i "bottini" diventano consistenti: munizioni, mortai, mitragliatrici, mitragliatori, persino cannoni. Altrettanto importante è il recupero dei materiali da casermaggio come le coperte, i materassi, i capi di abbigliamento. Quello dei rifornimenti è un problema assillante, specie per le formazioni comuniste che saranno fortemente discriminate nei lanci aerei di armi e munizioni da parte degli Alleati.
Alla fine del 1943, la mappa della consistenza e della distribuzione dei primi nuclei di Resistenza armata è molto variegata. La regione con la maggiore forza partigiana è il Piemonte dove, la configurazione territoriale, la presenza degli sbandati della Quarta Armata, l'alto numero di quadri antifascisti, la tradizione di lotte operaie, favoriscono il radicarsi del ribellismo. In Lombardia il fenomeno è più limitato anche se consistente, così come nell'Appennino ligure e nel Triveneto. Diversa la situazione in Friuli dove, a stretto contatto con i partigiani jugoslavi, la Resistenza armata assume subito una dimensione di rilievo. Procedendo verso il centro dell'Italia, in Emilia si organizzano i primi gruppi di resistenza civile nelle città e nelle campagne; in Toscana, Umbria e Marche le prime formazioni, ancora esigue, raggiungono i monti più sicuri. Nel Lazio e in Abruzzo l'iniziativa congiunta di militari e quadri antifascisti crea significativi concentramenti di forze nella zona dei Castelli Romani e in quella di Teramo. Poche migliaia di armati, circa 15 mila all'inizio del 1944, in buona parte concentrati in Piemonte, che rappresentano un presupposto determinante per la futura espansione e, sin da ora, una seria preoccupazione per i comandi militari tedeschi e fascisti che predispongono i rastrellamenti.
L'organizzazione delle bande si modella per lo più sulle indicazioni dei centri politici: a fine novembre il Pci dà vita ai distaccamenti d'assalto "Garibaldi", solo più tardi articolati in brigate e divisioni; il Partito d'Azione pensa a proprie formazioni, con il nome di "Giustizia e Libertà", sin dalla fine di ottobre, ma diventano operative solo nel febbraio del 1944. Importanti anche le formazioni "autonome", politicamente moderate e badogliane, composte principalmente da ex-militari dell'esercito regio. Di minore rilievo e in gran parte di successiva costituzione, i gruppi armati socialisti delle Brigate "Matteotti" e quelli democristiani o di impronta cattolica variamente denominate, così come altre formazioni, di diversa ispirazione politica, a carattere prevalentemente locale.
L'eterogeneità ideologica delle bande e del Comitato di liberazione nazionale porta a divergenze e contrasti di carattere generale che, nello specifico, si traducono: nella contesa politica, nei diversi atteggiamenti verso la monarchia, il governo Badoglio, gli Alleati; nel cuore della lotta partigiana, nell'alternativa tra una tattica difensiva ed attendista e l'impegno militare.
Il bilancio dell'attività partigiana nei primi mesi del 1944 è sostanzialmente positivo: numerose le azioni di sabotaggio, il movimento ha retto al durissimo impatto dei rastrellamenti nazi-fascisti, può contare su un'organizzazione relativamente efficiente e radicata sul territorio.
La lotta si estende dalle montagne alla città, i luoghi di lavoro. Si formano comitati di agitazione nelle fabbriche, organizzazioni di massa come il Fronte della gioventù, i Gruppi di difesa delle donne, i Comitati di difesa dei contadini.
Iniziano le azioni terroristiche nelle grandi città, con effetti clamorosi e destabilizzanti, specie ad opera dei Gap [Gruppi armati partigiani] organizzati dal Pci. Vengono uccisi esponenti fascisti e ufficiali tedeschi, attaccati reparti militari e di polizia; quasi sempre seguono le rappresaglie, come l'esecuzione dei sette fratelli Cervi per l'uccisione del segretario comunale fascista di Bagnolo [Reggio Emilia], il 28 dicembre del 1943, e come il massacro delle Fosse Ardeatine, alle porte di Roma, dove, il 24 marzo del 1944, vengono fucilati 335 ostaggi a seguito dell'attentato contro una colonna tedesca in Via Rasella in cui morirono 33 militari. Episodi drammatici che creano discussioni all'interno degli stessi gruppi della Resistenza.
Il primo inverno di guerra si chiude con lo sciopero generale del marzo 1944 che coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori delle zone occupate. E' una prova di forza iniziata nel novembre precedente e che trae origine dalle durissime condizioni di vita degli operai e dei contadini, ma che nel corso del tempo supera l'ambito rivendicativo per assumere un carattere dichiaratamente politico. Accanto alla Resistenza armata, le lotte sociali dei grandi centri industriali e delle campagne offrono un contributo determinante all'espansione del movimento di liberazione.