Se il 25 luglio era stato il giorno dei congiurati e dei politici di palazzo, l'8 settembre è il giorno dei ribelli

8 settembre: i gaglioffi e i ribelli


Appena firmato l'armistizio il Re e Badoglio abbandonano Roma, lasciando il paese nelle mani dei tedeschi, divenuti d'un colpo da alleati a nemici.La "fuga ingloriosa" del sovrano manda in frantumi l'esercito: la gerarchia militare si sfalda, i reparti vanno allo sbando, gli ufficiali e i soldati fuggono. Ma l'8 settembre non è solo il giorno dello sfacelo; è anche il giorno "delle scelte". Nascono i primi, spontanei raggruppamenti partigiani che scelsero di lottare contro l'"ordine" fascista decaduto e quello nazista che andava nascendo.

Marco Revelli

L'8 settembre è il giorno della "vergogna", per lo stato, per l'esercito, per ogni autorità. Si consuma la ricorrente tragicommedia italiana dello sfacelo delle istituzioni, del tradimento della classe dirigente, della diserzione delle responsabilità. A Roma, mentre è ancora fresco l'inchiostro della firma dell'armistizio, il re e Badoglio, preoccupati esclusivamente della propria salvezza personale, preparano la fuga precipitosa. La mattina del 9, di buon'ora, infileranno la Via Tiburtina, l'unica direttrice lasciata libera dai tedeschi, per raggiungere Pescara e poi Ortona. Di lì una corvetta dal nome militaresco e ridicolo come il carico che trasporta, Baionetta, li traghetterà a Brindisi. Lasciano dietro di sé indicazioni generiche, ordini contraddittori. Soprattutto lasciano il proprio esercito, quelle centinaia di migliaia di uomini che avevano costretto a crepare in una guerra ingiusta "per la patria e per il re", e buona parte del proprio paese, nelle mani dei tedeschi, divenuti d'un colpo da alleati, nemici.
L'ordine centrale emanato dal generale Ambrosio la sera dell'8 a tutti i comandi militari è, da questo punto di vista, un capolavoro. Esso invita le truppe ad "assumere nei confronti dei tedeschi" quell'atteggiamento che "apparirà meglio adeguato alla situazione". Cioè non dà alcuna indicazione. Dopo avere precisato che "le truppe di qualsiasi arma dovranno reagire immediatamente et energicamente et senza speciale ordine at ogni violenza armata germanica et della popolazione in modo da evitare di essere disarmati e sopraffatti", aggiunge: "Non deve però essere presa iniziativa di atti ostili contro i germanici". Seguirà di poche ore lo scioglimento dello stato maggiore generale, e l'abbandono di Roma, con ogni mezzo, da parte dei suoi membri. L'effetto è devastante. Ovunque la gerarchia militare si sfalda, i reparti si sbandano, gli ufficiali si mettono in borghese e fuggono, i soldati li imitano. L'unica parola d'ordine è "tutti a casa". In pochi, significativi episodi, si dà vita a una resistenza organizzata contro i tedeschi che puntano ad occupare tutti i nodi strategici e le principali città. Ma nella maggior parte dei casi i civili e i militari che si recano alle caserme a chiedere armi vengono trattati come pazzi o teste calde da comandanti già pronti alla fuga. E' lo stesso riflesso d'ordine che porterà le autorità civili di tutti i principali centri del nord, i prefetti in prima fila, a cercare istintivamente l'accordo con le autorità germaniche [con i nuovi nemici] per prevenire o reprimere eventuali "disordini" da parte della popolazione e degli sbandati. La burocrazia, anche decapitata, continua a dialogare solo con la burocrazia; i funzionari [italiani] cercano i funzionari [tedeschi], contro ogni senso di appartenenza, di dignità, di orgoglio. Intanto fuori lo stato si sfascia. Le divisioni di stanza nella Francia meridionale e al Brennero si dissolvono. Una massa di disperati, in divisa, in borghese, senza mostrine, con mezzi di fortuna cerca scampo nei fondovalle, invade le pianure, seminando i campi di armi, masserizie, bandiere ridotte a stracci. I magazzini militari vengono saccheggiati, i viveri accaparrati e avviati al mercato nero.
Poi, di colpo, quella massa informe urta contro il muro d'acciaio delle truppe tedesche, riorganizzatesi rapidamente per la vendetta. Il movimento multicolore delle prime ore, lo strepito del panico e della fuga lasciano il posto all'ordine congelato e al silenzio delle colonne di prigionieri in marcia.
Sono le scene che fanno ingoiare rabbia e vergogna a chi guarda: centinaia, a volte migliaia di soldati italiani laceri, umiliati, inconsapevoli, catturati e sorvegliati da due, tre soldati tedeschi - divise perfette, pìistol-machine imbracciata, espressione arrogante - per essere avviati verso i vagoni piombati senza un gesto di ribellione, senza un tentativo di fuga. Lutz Klinkhammer, in un bel volume su l'occupazione tedesca in Italia , ha tracciato un drammatico bilancio di quanto costò quella "fuga ingloriosa" del sovrano ed il successivo sbandamento dell'esercito [forse il prezzo pagato per quella unica via lasciata aperta dai tedeschi il 9 settembre].
Se nel sud, dove i tedeschi erano impegnati direttamente nei combattimenti con gli anglo-americani, i danni furono relativamente contenuti [102.340 militari italiani disarmati dai tedeschi, 24.340 internati], al nord, nel settore "B" controllato da Rommel, i prigionieri furono centinaia di migliaia: 13mila ufficiali e 402.600 sottufficiali e soldati, per la precisione, dei quali 183.300 risulteranno già deportati in Germania entro il 20 settembre. E' però nei territori occupati, nei Balcani e nell'Egeo, dove non c'è via di fuga ed i reparti italiani sono a stretto contatto con quelli tedeschi, che si consuma la tragedia. Dei circa 500mila uomini inquadrati nelle 31 divisioni rimaste intrappolate su quei fronti, 393.000 vennero catturati dalla Wehrmacht e internati nei campi di concentramento tedeschi. A Cefalonia, dove fu tentata una disperata resistenza, verranno fucilati 5.170 uomini in una mattanza durata ininterrottamente per giorni; nelle altre isole Egadi furono 1.315 i soldati italiani uccisi. Circa 13mila furono annegati volontariamente o perirono in mare a causa del naufragio dei mezzi che li portavano in prigionia. Tanto costò la salvezza di un sovrano da operetta e la codardia di uno stato maggiore di fantocci.
Ma l'8 settembre non è solo questo. Non è solo il giorno dello sfacelo. E' anche il giorno "delle scelte". Qua e là piccoli gruppi, talvolta singoli individui si muovono, si organizzano.
Sono vecchi quadri politici comunisti, o "azionisti", usciti dalle galere, ritornati dal confino, talora reduci della Spagna, dove avevano acquisito nel fuoco della guerra civile rudi nozioni militari. Sono giovani ufficiali dell'esercito, digiuni di politica, ma non disposti a subire l'umiliazione dell'impotenza. Sono operai, dall'orgoglio di classe non eroso dal naufragio nazionale. Sono giovani borghesi con confuse mitologie risorgimentali. Qualcuno raccoglie le armi abbandonate nei campi. Altri si recano alle caserme, a cercare un'occasione di lotta. Ci si cerca, a tentoni, tra simili, tra chi non è disposto a subire. S'incomincia a salire, a cercare sulle montagne e sulle colline un territorio su cui resistere. Nascono i primi, spontanei raggruppamenti partigiani. Se il 25 luglio era stato il giorno dei congiurati e dei politici di palazzo, l'8 settembre è il giorno dei ribelli. Nel vuoto di potere, nella dissoluzione delle istituzioni, nella diserzione di ogni autorità costituita alcuni "scelsero". Scelsero in solitudine, per la prima volta senza il sostegno della tradizione, la rassicurante copertura della legge, l'avallo di un "superiore".
Lo fecero per mille motivi: per convinzione politica [pochi], per istintivo senso di ribellione, per orgoglio offeso, per necessità, per seguire un amico o un parente stimato. Per una parola di conforto o di ingiuria, per un gesto di solidarietà o di disprezzo. Ma scelsero, con quella "responsabilità totale". E scelsero contro un "ordine": quello fascista che si era dissolto, e quello tedesco che andava nascendo.
Fu questo tratto esistenziale, questa scelta "ribelle", il primo, più originario carattere della Resistenza: l'elemento che la qualifica "moralmente" e che divide come un abisso i due campi in conflitto nella guerra civile. L'ha affermato con grande efficacia Claudio Pavone nel suo liberatorio volume Una guerra civile [il quale si apre, significativamente, con un capitolo intitolato appunto "La scelta"]: "Il primo significato di libertà che assume la scelta resistenziale - scrive - è implicito nel suo essere un atto di disobbedienza [...]. Per la prima volta nella storia dell'Italia unita gli italiani vissero in forme varie un'esperienza di disobbedienza di massa". L'aveva, d'altra parte, già elaborato, come categoria storiografica, Guido Quazza, nel descrivere i percorsi che portarono l'esiguo filo dell'antifascismo politico, le poche centinaia di militanti che negli anni del "consenso" avevano continuato testardamente a opporsi, a intrecciarsi con quello che egli definisce l'"antifascismo esistenziale" delle migliaia di nuovi combattenti della libertà, affluiti in montagna sull'onda di un confuso, impreciso bisogno d'azione. E' in questo senso che Quazza fissa la reale data di nascita dell'"antifascismo come forza decisiva", appunto l'8 settembre, nel momento del "crollo dello stato", nell'attimo in cui la società, per la prima volta libera da ogni condizionamento istituzionale, come alla vigilia di un nuovo contratto sociale, deve mostrare a nudo il proprio statuto etico, le forze in campo, le risorse in gioco. "Di contro a una simile Italia [quella di Casa Savoia, dei generali felloni, delle antiche classi dirigenti fallite] - scrive - l'appello alla lotta e alla resistenza lanciato dal Comitato di liberazione nazionale costituitosi il 9 settembre a Roma rappresenta veramente l'altra Italia, l'Italia del coraggio e della volontà di riscatto, ma la rappresenta - ecco la novità - nella misura in cui il vecchio antifascismo politico decide finalmente di appellarsi al nuovo antifascismo spontaneo e prepolitico dei giovani dei ceti medi e all'antifascismo di classe, anch'esso esistenziale' e in certa misura spontaneo, degli operai e dei contadini. All'autorità formale dello stato monarchico che continua' - conclude - si contrappone l'autorità morale delle forze antifasciste antiche e nuove, che rompe con il passato assumendo in proprio, prima e al di fuori da qualsiasi delega giuridica, la direzione della lotta contro il nazi-fascismo".
Un giudizio prezioso, che ci aiuta, oggi, a orientarci nell'intricato dibattito sulla natura e sull'attualità dell'antifascismo. L'antifascismo fu quello: le poche migliaia di oppositori negli anni duri del "consenso" al regime, le mosche bianche del ventennio, e poi quella "minoranza di massa" [9/10mila uomini, non di più, nell'autunno del 43, divenuti 20/30mila in febbraio-marzo 1944, poi 70/80mila nell'estate, e infine 120/130mila nell'imminenza della Liberazione] che con la propria volontà di scegliere seppe riscattare la maggioranza del proprio popolo. E insieme ridare senso a una storia, compiendo, appunto una rottura. Rischiando un gesto di rivolta. Se, come scrisse Piero Gobetti, il fascismo è stato l'"autobiografia della nazione", nel senso che ha costituito la sintesi di tutti i nostri vizi pubblici, del culto trasformistico dell'unanimismo, dell'assenza di un costume democratico, del gusto per la volgarità e la superficialità, dell'incapacità di mantenere le proprie posizioni e di scontrarsi sulla base di responsabilità, quella "minoranza di massa" ha mostrato la possibilità - almeno la possibilità! - di scrivere un'altra storia. Di immaginare un'identità diversa. Anzi: un'anti-identità nazionale. La quale ha vissuto in precario equilibrio con quella "reale", talvolta avvicinandosene, talaltra allontanandosene abissalmente. Si è quasi identificata con essa nei giorni convulsi dello sbandamento, quando nel vuoto di potere, fuori dal cerchio magico della statualità, le microcomunità di villaggio seppero ricomporre una solidarietà spontanea nei confronti dei soldati fuggitivi, regalando chi un abito borghese, chi un pezzo di pane, chi un'ora di rifugio; quando la società è sembrata ricomporsi solidarmente fuori e contro le istituzioni ufficiali rivelatesi nemiche. Se ne è allontanata bruscamente con le prime sanguinose rappresaglie, quando il timore che i pochi attivi trascinassero nella propria avventura i molti passivi ha frapposto un muro di differenza. E' tornata a riavvicinarsi man mano che s'imparava a distinguere, nel pieno della guerra civile, i "nostri" dagli "altri", a separare il male necessario da quello gratuito, ricercato, voluto. Si è nuovamente identificata nella festa del 25 aprile, per la guerra finita, lo scampato pericolo, il nemico in fuga, tornando infine a strapparsi irrimediabilmente il 18 aprile di tre anni dopo. Ma intanto una sorta di miracolo sociale era stato compiuto: una parte, consistente, di classe operaia era stata confermata nel proprio ruolo pubblico, aveva trovato un posto universalmente riconosciuto nella storia nazionale; settori non trascurabili di borghesi, di ceto medio, erano stati tratti fuori dalla loro atavica, avara passività, avevano imparato a scegliere - per una volta - in base a valori e non solo a interessi, si erano dati un qualche brandello di "cultura civile"; una parte dell'élite colta era stata posta a contatto, anche qui per la prima volta, con le classi popolari: qualche scrittore aveva incontrato il popolo. Un patrimonio di acquisizioni civili su cui la politica e la cultura italiana camperanno per un paio di decenni.
E' in questo senso che si può definire quella antifascista come un'identità-limite; potremmo dire l'"identità morale" del paese contrapposta alla sua "identità reale", mai pienamente identificata con essa e per questo "salvifica" nei momenti critici. Capace di "redenzione" dalle cadute ricorrenti, dai ritorni carsici dell'identità reale. Sarebbe un errore catastrofico, per la sinistra italiana, ma non solo per la sinistra, azzerare quell'identità in nome di piccoli calcoli di bottega. Sacrificarla a un nuovo consociativismo con una destra che ha il fascismo nel proprio Dna; che continua a interpretare la peggiore "identità reale" di questo paese. Ma sarebbe un errore altrettanto grave neutralizzarne i contenuti più autentici, quello spirito ribelle, la carica critica e conflittuale di quella identità, il suo carattere, appunto, di "scelta" difficile, talvolta tragica, sempre, in qualche modo, "contro", per appiattirla e incorporarla in una generica identità nazionale, per fare dell'"antifascismo" un patrimonio di tutti, come sembrano proporre i più recenti contributi in tema di antifascismo e resistenza. Significherebbe rinunciare al suo potenziale attivo, alla sua capacità di intervento nella crisi. Alla sua funzione immunitaria. E anche al suo carattere di viatico indispensabile nell'ipotesi [si spera infondata] di un'altra lunga notte.