se pane e libertà marciano assieme


Dei tre anni che intercorrono tra la dichiarazione di guerra e la caduta del fascismo conosciamo bene gli avvenimenti politici, diplomatici e militari. Meno le trasformazioni e le dinamiche che interessano la società italiana, della vita quotidiana, del lento ma costante sgretolarsi dell'immagine del fascismo. E' fondamentale guardare al "fronte interno" per comprendere la crisi del regime, che avviene a due livelli principali: l'organizzazione totalitaria dei consumi e la protezione della popolazione dalle incursione aeree.

Bruno Maida

Sono le 18,15 di lunedì 10 giugno quando, dal balcone di piazza Venezia, Mussolini, legge sette foglietti scritti a penna in cui annuncia l'ingresso dell'Italia in guerra a fianco della Germania. Finisce, dopo nove mesi, la "non belligeranza", formula ambigua per evitare il termine "neutralità", troppo lontano dall'immagine virile e militaresche che il fascismo vuole dare di sé.
Ciano annota nel suo diario: "La notizia della guerra non sorprende nessuno e non desta eccessivi entusiasmi". E, in effetti, a guardare le note che gli informatori mandano alla polizia, sembrerebbe proprio così: a Roma la gente sfolla rapidamente da piazza Venezia, a Milano si registra una "disciplinata e silenziosa attenzione" ben lontana dalle acclamazioni che il regime vorrebbe. Dalla guerra discussa del 1939 a quella vissuta dal giugno 1940 c'è uno scarto che significa angoscia per il futuro ma anche convinzione che il conflitto sarà breve e vittorioso. Già nell'agosto del 1940 da Messina il fiduciario del partito fa sapere che "la gente si è normalizzata... Come se la nazione non fosse in guerra".
Tre anni, un mese e quattordici giorni dopo, alle 17 del 24 luglio 1943 inizia l'ultima seduta del Gran consiglio del fascismo che si conclude alle 3 del mattino con la votazione dell'ordine del giorno presentato da Grandi. Messo in minoranza, Mussolini si rivolge ai presenti: "Voi avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta". All'annuncio della caduta del fascismo, dato per radio alle 22,45 del 25 luglio da Badoglio, le strade italiane si riempirono di folla esultante. Giansiro Ferrata, giunto nella notte a Milano, è avvertito da Vittorini il mattino dopo. Presto si reca nel centro della città dove si è radunata "una folla incredula e ondeggiante come i nostri pensieri, una folla che da San Babila entrava nel Corso Vittorio Emanuele come un ingorgo di torrente".
Di questi tre anni che intercorrono tra la dichiarazione di guerra e la caduta del fascismo conosciamo bene gli avvenimenti politici, diplomatici e militari: la Pugnalata alle spalle alla Francia e l'ingloriosa campagna sulle Alpi, il fallimento della "guerra parallela" in Grecia e in Africa, il funesto invio dell'Amir in Russia, i grandi scioperi nelle città del Nord nel marzo 1943, lo sbarco degli Alleati in Sicilia, per ricordare solo i momenti più significativi. Assai meno sappiamo delle trasformazioni e delle dinamiche che interessano la società italiana, della vita quotidiana, del lento ma costante sgretolarsi dell'immagine del fascismo, non solo sul piano militare.
Nonostante ciò, molti storici dimostrano ancora indifferenza - quando non ostilità - verso un'analisi che superi il puro approccio descrittivo. E' un atteggiamento in cui una responsabilità non secondaria è da attribuire alla centralità della politica rispetto ai temi sociali ed economici nonché a una prevalenza degli studi sulla Resistenza che con le dovute eccezioni - prima fra tutte Una guerra civile di Claudio Pavone - ha spesso proposto una visione autocelebratoria e agiografica della lotta di liberazione o comunque non attente alle articolazioni e alle diversità.
Al contrario, guardare al "fronte interno" - definito non a caso con un termine militare - è fondamentale per comprendere la crisi del regime che si inserisce in un conflitto mondiale che ha il carattere specifico di essere una "guerra totale" che investe direttamente le popolazioni civili come mai era avvenuto.
Tale coinvolgimento trasforma la società - almeno questa è l'intenzione - in una grande macchina industriale e militare che spezza tutti i tempi della normale vita quotidiana, dilata gli spazi della comunicazione con enormi spostamenti di popolazioni in tutto il territorio europeo, trasforma lo spazio urbano in campo di battaglia non solo simbolico [le trincee, i rifugi, significa maschere antigas, ecc.]. Analizzare il "fronte interno" significa anche cogliere la dissoluzione del rapporto tra Stato e società, laddove il primo mostra sempre più inettitudine e debolezza: incapacità non solo di un controllo totalitario ma soprattutto di proteggere e assistere la popolazione, elementi questi su cui il fascismo aveva cercato di fondare una propria e forte immagine sociale.
La caratteristica essenziale che segna i rapporti sociali è, almeno per il periodo 1940-'43, il progressivo e marcato fallimento fascista nell'organizzazione e soddisfacimento delle esigenze primarie della vita quotidiana. E' sulla base di questa condizione che si sviluppa un "fronte interno", un eterogeneo insieme di soggetti il cui distacco o conflittualità con il regime nasce si da esperienze e considerazioni profondamente diverse ma si sviluppa, nei primi anni di guerra, proprio a partire dall'evidenziarsi delle contraddizioni del fascismo sul piano della vita quotidiana. Nel concreto, il fallimento del regime all'interno del paese avviene a due livelli principali: l'organizzazione totalitaria dei consumi e la protezione delle popolazioni dalle incursioni aeree. Intorno a questi due fattori nasce e si sviluppa un originale vocabolario. Parole nuove ma anche parole che assumono un diverso, più drammatico, significato che incide sulla vita quotidiana: accaparramento, allarme, mercato nero, protezione antiaerea, oscuramento, razionamento, rifugio, sfollamento, spezzoni incendiari, tesseramento.
Con le prime incursioni aeree, sembra funzionare l'immagine tranquillizzante che il regime ha cercato di dare. Nel settembre 1939, La Stampa di Torino sostiene che gli attacchi aerei sono solo delle "ipotesi". E quando, nella notte tra l'11 e il 12 giugno 1940, i velivoli inglesi sganciano le prime bombe sul capoluogo piemontese, i torinesi si fermano nelle strade ad osservare lo spettacolo dei bengala. Allo stesso modo, Il Mattino di Napoli scrive nel novembre 1940, dopo un attacco inglese che si prefiggeva di far concorrenza al fuoco del Vesuvio: "I napoletani hanno trovato nell'incursione aerea nemica un diversivo alla placidità di queste notti invernali".
In effetti, la tranquillità sembra diffusa se è vero che una folla si raduna negli stessi giorni a Porta Capuana dove c'è la prima bomba inesplosa e nessuno appare intimorito. Le incursioni non sono continue, gli aerei sono pochi così come i danni e le vittime [il cui numero reale è comunque nascosto dai giornali], ma con il passare dei mesi cresce l'inquietudine per una guerra che viene dal cielo e che le armi fasciste non sono in grado di ostacolare minimamente.
Secondo le stime ufficiali -sicuramente inferiori alla realtà - tra il 10 giugno 1940 e l'8 settembre 1943 le vittime dei bombardamenti alleati sull'Italia sono 20.952, in tutta la guerra 64.354. L'incapacità e l'irresponsabilità criminale fascista nei confronti della popolazione diventa palese con i grandi bombardamenti dell'inverno 1942-'43 ma le basi sono costruite prima. Quando aumentano intensità e qualità dei bombardamenti [gli aerei alleati dispongono a questo punto di migliori sistemi di puntamento e di bombe con una capacità distruttiva spesso di 5-10 volte superiore] ci si rende conto che il regime ha cercato una protezione antiaerea non solo inefficace ma spesso pericolosa. Al di là della propaganda fascista, la realtà è che i rifugi sicuri sono pochi mentre la maggior parte sono solo cantine puntellate, neanche in grado di reggere un proiettile della contraerea. E difatti anche questa finisce per rappresentare un pericolo, e non da poco. Sempre a Torino, nell'agosto 1940, proiettili esplosi ed inesplosi delle contraerea colpiscono Torino in ben 96 posti. Lo scarto con la realtà è ancora più ampia a Milano dove, nell'ottobre 1942, mentre la città continua a bruciare e a cercare i suoi morti dopo una dura incursione aerea, i militi fascisti vengono mandati in piazza della Scala per celebrare il Ventennale. Dalla fine del 1942, sui rapporti di polizia, accanto a quasi ogni nome delle vittime dei bombardamenti, appare la dicitura "estratto dal rifugio della propria abitazione".
Il rifugio, però, diventa anche un nuovo spazio sociale che non registra solo morte ma anche nascite, amicizie, amori, persino improvvisate recite teatrali. Questa socialità è probabilmente più difficile per le classi medie che per i ceti popolari ma ciò non significa che la guerra determini un livellamento né tantomeno che operi un ribaltamento delle condizioni di vita. Le risorse fisiche e materiali accumulate negli anni precedenti diventano una fondamentale moneta da spendere su un mercato che ha cambiato le sue coordinate ma che continua a mantenere le discriminanti del reddito e del prestigio sociale.
Queste sono evidenti nello sfollamento che, dall'inverno 1942- 43 con i grandi bombardamenti, dimezza la popolazione delle città che si riversa nelle campagne. I costi degli spostamenti, la possibilità o meno di mettere al riparo i propri beni e la propria famiglia determinano privilegi e disagi diversi. Per la maggior parte delle persone, comunque, significa un ulteriore cambiamento - in peggio - dell'esistenza, un altro segnale di uno Stato che non c'è più.
Ma ancora più, la discriminante si osserva nell'organizzazione dei consumi che significa soprattutto, nel vocabolario della guerra, "mercato nero" o "borsa nera". E' un fenomeno che esplode e diventa costante dopo il 1943 ma che affonda anch'esso le sue ragioni negli anni precedenti. Anche qui il fallimento del regime è totale e passa attraverso gli ammassi, il razionamento e il tesseramento.
Già i mesi precedenti all'ingresso dell'Italia in guerra mettono in luce l'incapacità delle amministrazioni centrali e periferiche di gestire le scarse risorse che, in realtà, si vogliono far credere pressoché illimitate. Dal settembre 1939 si diffonde a macchia d'olio l'accaparramento dei beni di prima necessità, ogni volta che circola - smentita subito dalla stampa - la notizia di un prossimo razionamento o della scarsità di un genere, soprattutto alimentare. Nell'ottobre 1940 da Genova - ma analoghe sottolineature potrebbero essere fatte per tutte le città - si comunica che "Chi ha occasione di frequentare i mercati o le botteghe al minuto può convincersi che, per il momento, la guerra è passata in seconda linea e che il problema che più preme è quello dell'alimentazione... La popolazione ce l'ha contro gli accaparratori che non mancano tra i fascisti o, per meglio dire, tra gente munita di distintivo del Pnf".
Gli ammassi obbligatori - introdotti dal 1936 per il grano, poi estesi a olio, lana, riso, ecc. e alla maggior parte dei prodotti durante la guerra - sono sempre più disattesi dai produttori, soprattutto al Sud dove in Sicilia sono quasi del tutto inesistenti. Gli interessi dei produttori e delle gerarchie locali fasciste nel mercato nero spiegano solo in parte un fallimento dell'approvvigionamento che in realtà si collega alla pura veste propagandistica dell'autarchia e all'assenza di un organizzazione dei consumi che deve ricorrere, nelle città, alla creazione degli "orti di guerra".
In realtà, l'approvvigionamento viene semplicemente e progressivamente sostituito dalla disciplina del razionamento che colpisce i prodotti di prima necessità - in particolare la carne - non sostituibili per i prezzi troppo alti dei succedanei.
Il razionamento, attraverso il sistema del tesseramento [zucchero, caffè, poi pasta, riso, olio, burro, ecc.], non può, però, che coprire un terzo del fabbisogno alimentare per una popolazione sottoalimentata. L'Istituto nazionale fascista della Previdenza sociale aveva calcolato che il giusto quantitativo di calorie necessarie ad un individuo per mantenersi in vita era di 3.856,2 mentre la tessera ne garantisce 952,4. Secondo un'inchiesta, nel 1942 una percentuale tra il 39 e il 42 per cento delle famiglie urbane soffre fisiologicamente la fame, si parla di "vitto deficente" per il 42-45 per cento, di "vitto relativamente scarso" per il 12-16 per cento. Solo una percentuale tra l'1 e il 3 per cento può avere "un vitto pienamente sufficiente ed esuberante". In questo modo l'alimentazione è al di sotto del limite fisiologico per una popolazione tra i 7 e i 14 milioni di persone.
In particolare, la fame si identifica con la mancanza del pane.
Dal 1940 la farina di frumento viene mischiata a quella di granturco, poi la crusca e infine alla fecola di patate. Gli informatori della polizia registrano le lamentele dei panettieri che sottolineano i diversi tempi di cottura e il pessimo prodotto finale ma anche quelle delle persone che, in un coro che attraversa l'Italia, gridano che "il pane è immangiabile".
Il 1 ottobre 1941 il pane viene razionato: 200 grammi che nel marzo 1942 diventano 150.
Nel 1942 il sistema di controllo annonario - dal settembre 1939 vengono create nelle città italiane le Squadre di vigilanza annonaria - non è più in grado di porre un freno alla situazione: qualunque remora disciplinare da parte del consumatore o da parte del venditore si scontra con i bisogni quotidiani - superiori ad ogni autorità - o si rivela inferiore alla speranza di un guadagno macroscopico. In sostanza ogni tipo di infrazione viene commessa: dal commercio clandestino alla maggiorazione dei prezzi, dall'accaparramento alla falsificazione delle tessere annonarie. Comportamenti collettivi che precedono - e poi accompagnano - l'instaurarsi del mercato nero il quale non si affianca bensì sostituisce a tutti gli effetti il mercato ufficiale tanto che viene definito, nel marzo 1944, dal comandante della Whermancht di Lucca, "persino una cosa morale. La sua estirpazione totale è perciò del tutto impossibile e le misure introdotte a questo scopo mancano perfino di una giustificazione etica, per lo meno quando non si tratti di eccessi usurari".
La fame, la morte, i disagi, gli spostamenti forzati e tutto quanto ha cambiato radicalmente e drammaticamente la vita quotidiana degli uomini e delle donne nei primi anni di guerra si intreccia con la sconfitta militare e con la rinascita di un'opposizione politica che trova un fertile terreno dove, non a caso, le parole "libertà" e "pane" si muovono quasi sempre in coppia. Così, quando la sera del 25 luglio Badoglio annuncia la caduta del fascismo ma anche che "la guerra continua", la maggior parte degli italiani vuole pensare che, in realtà, la guerra è finita e con essa le privazioni e la repressione, che si può parlare ad alta voce e dire ciò che si vuole, che è possibile liberarsi del fascismo distruggendo i simboli e punendone gli uomini. Ma presto scoprirà, sulla propria pelle, che i quarantacinque giorni badogliani non significano né la fine della guerra né la fine del fascismo.