Speciale 16 novemre- il MANIFESTO

 

1. La sorpresa dei ragazzi in tuta blu
LORIS CAMPETTI

Fino a pochi anni fa, pensando alle lotte dei metalmeccanici venivano alla mente i volti rugosi e le mani a bistecca di operai vecchi, non per l'anagrafe ma per la stanchezza accumulata in decenni di fatica. Operai spremuti fino all'osso che non erano disposti a farsi archiviare da un padrone alla ricerca di carne fresca da gettare nella turbina della produzione. Nella pubblicistica allora corrente - perché fino a un paio di decenni fa, come ricorda Rossana Rossanda, i metalmeccanici destavano interesse e accendevano vivaci dibattiti - i primi a considerare obsoleta quella figura sociale resistente che trovava l'identità nel lavoro erano i giovani operai, orecchino e fare sbarazzino e iconoclasta, che "rifiutavano il lavoro", cercavano e trovavano altrove l'identità. Appartenevano al mondo, non alla fabbrica, non al padrone, non al sindacato. Vera o più probabilmente falsa, questa era l'immagine che anche la sinistra rimandava di una mutazione genetica in atto nel lavoro (il passaggio alla società postfordista), nella soggettività operaia (la generazione che si affacciava al lavoro era acculturata e non conosceva gli stenti di chi era cresciuto nel primo dopoguerra), nella società esterna alla fabbrica.
Questi stereotipi mi frullavano in testa alcuni mesi fa di fronte alla porta 2 di Mirafiori, durante un intervista a un gruppo di ragazze e ragazzi ventenni licenziati dalla Fiat, o, più precisamente, a cui la multinazionale un po' torinese e un po' americana aveva deciso di non rinnovare il contratto a termine. 147 operai e operaie di linea, da un anno alle carrozzerie, mi raccontavano il lavoro duro e alienante a cui non erano disposti a rinunciare. E non perché non trovassero un altro posto di lavoro a cui concedersi, in affitto o a termine: nell'arco di pochissime settimane, cercandoli al telefonino per avere notizie, li avevo trovati quasi tutti e 147 impegnati in un'altra corvé. Il fatto è che era proprio lì che volevano lavorare, alle carrozzerie di Mirafiori porta 2.
Era quel lavoro faticoso che volevano difendere e migliorare, non da soli ma con l'aiuto del sindacato, della Fiom che era l'unica organizzazione a farsi carico di loro. Erano tutti diplomati, molti avevano lasciato un lavoro a tempo indeterminato per andare precari alla Fiat -vecchio mito che non vuol morire neppure nella memoria ferita torinese, di un luogo che ti ospiterà per tutta la vita. Bisogna pensarci due volte prima di sparare giudizi e scodellare sociologia approssimativa sul mutare delle soggettività.
Certo quei ragazzi non vivevano il lavoro come identità totale, anche loro come i giovani con gli orecchini di vent'anni prima appartengono al mondo, un mondo che è diventato globalizzato e liberista. Non entrano in fabbrica per iscriversi al sindacato e lottare, ma quando si accorgono di essere un piccolo e insignificante anello di un sistema si mettono a cercare gli altri anelli di quella catena, e provano insieme agli altri a spezzarla.
La prima considerazione è che la precarizzazione legalizzata del mondo del lavoro e il dominio della flessibilità hanno contribuito ad accelerare il ricambio generazionale nell'industria metalmeccanica. Oggi nelle fabbriche e nei servizi, naturalmente nei call center, l'età media dei lavoratori è molto più bassa che negli anni Ottanta e Novanta. E' questa generazione di ventenni e trentenni che sta raccogliendo il testimone e fornisce nuova linfa alla Fiom. I volti nuovi hanno fatto irruzione con prepotenza negli ultimi scioperi, nelle assemblee di fabbrica, nelle riunioni nazionali dei delegati.
Volti e culture nuove che cambiano la stessa Fiom: o forse si pensa che la coraggiosa collacazione politica del sindacato metalmeccanico della Cgil è frutto solo o soprattutto della sensibilità del suo gruppo dirigente? Contro la "guerra umanitaria" nel '99 e contro la "guerra santa" oggi, a Genova con il popolo di Seattle e di Porto Alegre. I nuovi operai metalmeccanici sono figli del loro tempo, fratelli dei ragazzi della Rete Lilliput e di chi è convinto che un altro mondo è possibile e necessario. Oltre alla considerazione generazionale - che è persino un po' semplicistica: chi ha detto che i giovani sono meglio dei vecchi? - un dato di analisi è obbligatorio.
I ragazzi in tuta blu di Torino o di Melfi impiegano poco tempo a capire che il loro destino lavorativo è legato agli effetti dell'accordo tra una multinazionale italiana e il gigante americano General Motors; che il loro lavoro, il loro costo, rischia di essere messo in competizione con quello delle tute blu tedesche della Opel (Gm); che la pesante crisi economica della Turchia spingerà la Fiat a utilizzare lo stabilimento asiatico di Bursa per produrre vetture destinate ai mercati occidentali (oggi costruite in Italia), data la catatonia del mercato turco e al tempo stesso il basso costo del lavoro e l'assenza dei diritti a sud di Istanbul, che rende più competitivi gli operai turchi; identico ragionamento riguarda il possibile trasferimento nella disastrata Polonia, a Tychy, di altre produzioni; che la recessione e l'economia di guerra sono alla base della prossima chiusura dello stabilimento automobilistico di Rivalta per far posto, in quegli stessi capannoni, alla produzione che tira, quella militare della Fiat Avio; che globalizzazione fa rima con terziarizzazione e dall'oggi al domani puoi finire in una nuova azienda per fare lo stesso lavoro con un trattamento, non solo economico, peggiore.
Della globalizzazione liberista le nuove figure operaie hanno imparato tutto sulla loro pelle, sanno della crisi argentina (per via dello stabilimento Fiat di Cordoba, in via di smantellamento), sanno quel che capita a Belo Horizonte in Brasile e dunque capiscono perché dei pazzi da tutto il mondo vanno a discutere a Porto Alegre. Conoscono la fatica di difendere i diritti per chi ce li ha e quella che devono fare i più sfortunati che non li hanno.
Per tutte queste ragioni gli striscioni della Fiom sono nelle manifestazioni contro la guerra e contro il dominio imperiale del mondo. Per tutte queste ragioni, oggi a Roma a guidare i cortei dei metalmeccanici provenienti da tutt'Italia ci saranno loro, ragazzi e ragazze in tuta blu e in camice bianco, occupati ma precari, affamati di diritti e di giustizia. E per questo non saranno soli, perché scioperano per se stessi e per tutti, e molti fuori dai palazzi del potere l'hanno capito.

 

2. Vecchie scorciatoie padronali
Oggi a Roma 200 mila lavoratori metalmeccanici faranno sentire la loro voce alla Federmeccanica e a Berlusconi. La Fiom protesta contro un contratto bidone, e per bloccare le controriforme annunciate dal governo che smantellano lo stato sociale, penalizzando lavoratori e pensionati
GUGLIELMO RAGOZZINO

La trasformazione in corso nel mondo (chiamatela pure globalizzazione se vi rende più sicuri) è talmente pervasiva che sfiora perfino l'inossidabile padronato metalmeccanico "italiano". Per farsi un'idea sugli avvenimenti nel settore, quali le novità, quali le continuità, le debolezze, le linee di profitto prevalenti ci si può aiutare con i dati raccolti con amore da Mediobanca.
1. La migliore istantanea, del padronato italiano è proposta ogni anno, da 35 anni, con la pubblicazione di Mediobanca "Le principali società italiane". Niente di artistico, nessuna profondità di campo, ma solo un documento che consente di cogliere le novità e i travestimenti, le famose barbe finte. Confrontando le diverse edizioni, a distanza di anni si vedono differenze, spostamenti, pochi progressi e molte avventure. Qui ci serviremo di due edizioni, l'ultima dell'ottobre 2001 con i dati del 2000 e un'altra di quattro anni prima, ottobre 1997, con i dati del 1996.
2. Nell'elenco delle 100 prime società indipendenti italiane - quasi sempre holding finanziarie - relativo all'anno duemila, quelle con un profilo metalmeccanico, compresa l'elettronica, sono 29, un po' più di un quarto. Vanno dai 59 mila miliardi di lire di vendite della Fiat, al primo posto, fino ai 900 miliardi di Danieli & C., un'impresa meccanica che chiude la fila delle prime cento, al novantanovesimo. Al centesimo vi è poi Nissan, ottava tra le imprese che vendono autoveicoli esteri in Italia. Escludendo queste, le 29 imprese da con attività produttive si dividono così. Vi sono solo quattro imprese che producono mezzi di trasporto: Fiat, ("Terra Mare Cielo") che in Italia ingloba quasi tutto quello che c'è e inoltre determina tutto quello che non c'è, non c'è mai stato, o non c'è più (questo vale per il ferrotranviario, venduto di recente ai francesi); segue al 51mo posto, Sevel, filiale paritetica di Fiat e Peugeot per veicoli commerciali; e ancora, al 60mo, Fincantieri che fabbrica navi ed è una delle due imprese metalmeccaniche a capitale pubblico ancora presenti nel sistema italiano, l'altra essendo la Finmeccanica, decima posto tra tutte le imprese italiane, con un fatturato di seimila miliardi. Conclude l'elenco dei fabbricanti di mezzi di trasporto, all'85 posto, Piaggio, la cui Vespa, è notissima mentre è sconoscoscita ai più la proprietà (Famiglia Agnelli, Gruppi finanziari texani, Deutsche Bank).
3. Per il resto vi sono cinque imprese metallurgiche: Riva, Gim, Lucchini, Marcegaglia, Acciai speciali Terni; otto imprese meccaniche: Finmeccanica, Cofide, Nuovo Pignone, Abb, Siemens, Riv-Skf, Siemens-Italtel, Danieli; sei imprese di elettrodomestici: Elfi, Fineldo, Electrolux-Zanussi, Whirlpool, Philips, Candy; sei imprese di elettronica: Ibm, Ericsson, Stmicrolectronics, Alcatel, Hewlett Packard, Compaq. Quattro anni fa le imprese del settore erano trenta, Iri a parte.
4. Le imprese del settore metalmeccanico a capitale pubblico sono due, Fincantieri e Finmeccanica. Entrambe facevano parte dell'Iri e adesso che l'Iri è in liquidazione e anzi non è chiaro se esista ancora o meno, dovrebbero essere del Tesoro. Comunque nella foto di gruppo scattata da Mediobanca Iri non c'è più. Quattro anni fa, in pieno centro sinistra, nel elenco del 1996, l'Iri era al secondo posto, dopo la Fiat; ormai persa la siderurgia, perse le banche, comprendeva ancora imprese meccaniche ed elettromeccaniche.
5. Già quattro anni fa Fiat non figurava in testa alla classifica con il suo nome, ma con quello di Ifi. Ifi è la società finanziaria che ha per azionista principale la famiglia Agnelli (o meglio altre società, sempre più riservate ed esclusive, della famiglia) principale. Dal momento che la legge prescrive di consolidare i bilanci quando vi sia un controllo superiore al trenta per cento, tutta la Fiat, con le auto e il resto, rientra nella voce Ifi. I dipendenti Ifi-Fiat del 1996 erano 260 mila e sono diventati 250 mila quest'anno. Nel corso di quattro anni molte imprese del gruppo, in Italia e all'estero, sono state vendute e altre sono state comprate. La compravendita dei giocatori di calcio somiglia alla compravendita delle imprese, l'unico profitto essendo per i mediatori e per i padroni che spesso sono le stesse persone; in entrambi i casi e contemporaneamente. Tener dietro agli spostamenti - torniamo al caso della Fiat-Ifi-Juventus - è difficile, e lo diverrà ancora di più l'anno prossimo, quando sarà consolidato in Fiat quel che resta della Montedison, spogliata della chimica e dell'alimentare. Resta il fatto che i dipendenti del gruppo Ifi sono pochi meno di prima, ma che le vendite erano di 82 mila miliardi e sono scese a 59 mila. Per la sola Fiat propriamente detta, le vendite ammontavano a 74 mila miliardi e sono diminuite a 53 mila, con un numero di dipendenti sceso da 238 a 224 mila.
6. La fine del capitale pubblico nel settore meccanico, è per certi versi l'unica novità rilevante. Gli altri aspetti tipici del capitalismo italiano: la finanziarizzazione opaca, con società a catena per ridurre il costo del controllo e la presenza costante delle famiglie, costituiscono aspetti sempre presenti e sempre decisivi. L'avvento e la deflagrazione della economia nuova, la new economy, con la potente spinta della borsa e la presenza della finanza internazionale hanno dato una scossa passeggera alle colonne del tempio che è rimasto in piedi. Le famiglie hanno approfittato della borsa e della finanza per cedere una parte delle azioni e fare cassa. Allo stesso tempo hanno allungato la catena del controllo e della relativa proprietà, hanno stretto altre alleanze, anche internazionali, con banche e altre famiglie, potentati del ramo e fondi pensione, per ritrovare in mano l'intero comando sulle imprese, suddivise e smembrate in sottosocietà da comprare e vendere secondo le convenienze della moda e del tempo.
7. Il terzo pilastro del sistema italiano meccanico-manifatturiero, il controllo di società multinazionali estere, si è rafforzato ancora. Senza contare gli interessi General Motors sulla Fiat auto, da decidere in uno dei prossimi anni, sono 14 le imprese metal-manifatturiere tra le 27 che figurano tra le prime cento in Italia , più della metà quindi. Quindi la proprietà delle imprese in Italia è sempre monocratica (lo stato, una famiglia, una multinazionale) e mai democratica, con azionisti che votano e decidono. La public company, di cui vagheggiava Romano Prodi, qui non è ancora arrivata.

3. L'altro mondo in fabbrica
Nelle fabbriche del Nord cresce il numero dei lavoratori di un Sud ancora più Sud. Accanto agli operai del Mezzogiorno d'Italia, le nuove tute blu del Terzo mondo. Che scoprono l'ostilità, la difficoltà di inserimento. Ma anche la dignità del lavoro e del salario
MANUELA CARTOSIO

La Siac di Pontirolo nuovo, in provincia di Bergamo, produce cabine per trattori. Ha 450 dipendenti, una cinquantina sono immigrati. Senegalesi, marocchini e - finalmente una donna! - la venezuelana Carvis Herrera Garcia. Per diventare metalmeccanica, ha fatto carte false. Alla Siac ha spedito un curriculum con un nome italiano, "altrimenti non mi avrebbero neppure chiamata per il colloquio". Ce l'ha fatta e, pur avendo un diploma da maestra, considera l'essere diventata una metalmeccanica "un bel passo avanti". Si è emancipata dalla cooperativa dove faceva stampaggio plastica. "Lì si lavorava anche il sabato e la domenica, non potevi dire di no, c'era sempre da questionare sui soldi". "Qua sembra quasi di stare in paradiso", dice il senegalese Ibrahima Ndiane. Lui può confrontare una fabbrica vera non solo col girone infernale delle cooperative nostrane ma anche con la nave da carico su cui, prima di venire in Italia, aveva lavorato per un anno "senza vedere un soldo".
"Fame, fumo, freddo, fastidi", sono le quattro effe con cui i bergamaschi riassumono la durezza del vivere e del lavorare. "Ma tutto è relativo", quello che gli italiani fuggono per gli immigrati è una meta, osserva Franco Bosisio, delegato Fiom alla Siac che con Sergio Rota, funzionario di zona, ci ha "combinato" l'incontro con tre lavoratori immigrati della Siac. L'altro senegalese, Papa Sarr, si tiene più in disparte, parla meno l'italiano. Abbastanza per dire che oggi farà sciopero. Su questo non ci piove. Però, aggiunge, il sindacato dovrebbe fare assemblee apposite per gli immigrati, "magari al sabato fuori dalla fabbrica". In quelle che si fanno in fabbrica gli immigrati capiscono poco e "stanno zitti". "Io ho capito che Fim e Uilm hanno sbagliato a firmare il contratto separato", dice Ibrahima, "sciopererei lo stesso anche se non fossi tesserato alla Fiom". Carvis, oltre a scioperare, oggi sarà alla manifestazione a Roma, e per lei sarà la prima volta. Il sindacato i nostri tre immigrati l'hanno "scoperto" alla Siac. "Mi sono iscritto perché non si sa cosa può succedere domani, è una difesa", spiega Ibrahima, "però non mi sento ancora pronto per fare il delegato, bisogna sapere bene l'italiano per capire le norme e i contratti". Carvis dice che il sindacato serve, "ma molto dipende dalle persone: i delegati non sono tutti uguali".
Come sono i rapporti in fabbrica con gli altri lavoratori? Freddini all'inizio, risponde Carvis, "poi vedono che lavori come loro, che non ti tiri indietro, e ti accettano". "Siamo andati insieme al ristorante e allo stadio, eravamo tre continenti", racconta Ibrahima. Se si insiste un po', il quadretto diventa un po' meno roseo. Bosisio ammette che alla macchinetta del caffè le battutacce sugli immigrati continua a sentirle. Carvis ricorda il battibecco con uno che in assemblea parlava in bergamasco. "Gli ho chiesto di parlare in italiano. Mi ha risposto che non ce n'era bisogno perché non c'erano quei negroni". Ma la "delusione" grossa, e che brucia ancora, gli immigrati della Siac l'hanno avuta sulle "ferie lunghe": la possibilità per gli immigrati, concessa ormai in molte aziende, di cumulare ferie e permessi per trascorrere cinque o sei settimane di seguito nei paesi d'origine. Alla Siac i lavoratori italiani hanno impedito l'accordo tra sindacati e azienda. Una bocciatura che Sergio Rota, funzionario della Fiom di Treviglio, fa dipendere "più che da vero e proprio razzismo, dall'egoismo generalizzato". Qualsiasi rivendicazione per un determinato gruppo di lavoratori, non importa che siano immigrati, interinali o donne, viene percepito come una cosa tolta a te. "Parli con il singolo lavoratore, lo fai ragionare sulla diversità tra le ferie a Rimini e in Senegal e ti sembra d'averlo convinto", dice Bosisio, "poi in assemblea tornano fuori i leghisti e quelli di sinistra che, per non lasciare a loro il pallino, dicono le stesse cose". "Ci siamo rimasti male", dice Papa.
Ibrahima si vanta di capire il dialetto bergamasco "al 60%". E' giusto che gli immigrati si adeguino a usi e costumi del posto, "però tutto lo sforzo lo dobbiamo fare noi e in fretta". Agli immigrati tocca imparare tutto, devono diventare uguali agli italiani. Questi ultimi, invece, non sono curiosi delle diversità, le tengono a distanza, non vogliono esserne modificati. La cultura iperlavorista bergamasca ha conquistato Carvis. I soldi - 1 milione e 800 mila lire al mese - non bastano mai e lei nei week end fa la cameriera in un ristorante. Perché c'è l'affitto da pagare, perché ci sono le rate che scadono, "ma anche perché mi piace stare in mezzo alla gente, parlare". E in un ristorante c'è "più socialità" che in fabbrica. Ibrahima, invece, di secondo lavoro non vuole neppure sentire parlare. Nessun senegalese aggiunge al turno alla Siac un lavoro extra. "Se mi pagassero senza venire in fabbrica per me andrebbe benissimo. Noi senegalesi lavoriamo per vivere, non viviamo per lavorare". Parliamo dei padroni che, in tutto il mondo, stanno sopra e degli operai che stanno sotto e Ibrahima ci sorprende: "Io il capitalismo lo odio". E' una parola che non pronuncia più nessun operaio, né italiano né straniero. Cosa vuol dire capitalismo? "Significa che ci sono i ricchi e i poveri e che va sempre peggio". In Italia abbiamo per presidente del consiglio un riccone, votato soprattutto dai poveri. "Lo so che Berlusconi incanta i poveri, ma noi immigrati non potremmo mai votarlo. Siamo poveri, ma siamo immigrati". Papa dice che il 90% degli immigrati vogliono tornare a casa, a loro "non interessa" se in Italia governa Berlusconi o un altro. Stai scherzando?, si infervora Ibrahima. "Il governo fa le leggi, anche quelle che riguardano i lavoratori e gli immigrati. Se c'è un governo che le peggiora, la cosa ci riguarda eccome. Speriamo, con la mano di dio, che Berlusconi duri poco". Papa si ricrede e Bosisio aggiunge: "Con tutto il rispetto per 'sta mano di dio', tocca a noi darle una spinta. Lo faremo venerdì a Roma".
Sulla scia della mano di dio scopriamo che Ibrahima e Papa non sono murid come la maggior parte dei senegalesi immigrati in Italia. Sono tidjani, un'altra confraternita musulmana. La differenza? "Il nostro Padre Pio è nato in Algeria e sepolto in Marocco, quello dei murid è nato a Tuba, in Senegal". Potenza di Padre Pio.

4. TUBI E SERRATURE

Sono oltre 2 milioni i lavoratori del settore, divisi in quattro grandi sottosettori. Il primo è quello della "produzione e lavorazione dei metalli" conta 93 mila imprese e 755 mila addetti. La dimensione modesta delle imprese (8 addetti per azienda), è il risultato di grandi aziende del settore della produzione (oltre il 40% degli occupati lavora in imprese con almeno 500 addetti) e piccole nel settore della lavorazione, nelle quali metà dell'occupazione è nelle aziende fino a 15 dipendenti. Il fatturato totale è di 188 mila miliardi (l 18% all'estero). Il costo del lavoro è di 50 milioni per addetto, pari a 28.400 lire per ognuna delle 1.767 ore di lavoro annue. L'interscambio con l'estero nel 2000 si è chiuso con un deficit di quasi 10 mila miliardi, accumulato soprattutto nel comparto dei metalli preziosi, ferro, ghisa, acciaio, leghe, rame e alluminio. A contenere il deficit hanno contribuito le esportazioni di tubi (5.500 miliardi di attivo) prodotti da un po' meno di 300 imprese con 16 mila addetti e le 624 imprese che con 13.700 occupati producono serrature e cerniere che hanno registrato un attivo con l'estero di circa 2600 miliardi.

5 COMPUTER, MA NON SOLO

Nella classificazione statistica internazionale, questo grande settosettore metalmeccanico comprende "la fabbricazione di macchine elettriche e di apparecchiature elettriche e ottiche". La produzione è distribuita in 52 mila ziende che ocupano 456 mila lavoratori. La dimensione media è di 9 addetti. Il fatturato è di 164 mila miliardi che per un terzo realizzato all'estero. Il peso nel commercio mondiale è, però, di appena il 2% (il 40% è dei produttori asiatici). Il costo del lavoro per dipendente sfiora i 60 milioni annui (33.800 lire l'ora), dei quali 41,6 per retribuzioni lorde. IL deficit commerciale con l'estero ammonta a 22 mila miliardi. L'unico saldo positivo (1.500 miliardi) proviene dagli apparecchi per l'illuminazione e le lampade elettriche (2.100 imprese; 18.500 addetti) che esporta prodotti per 2.500 miliardi.

MACCHINE UTENSILI

Nella "fabbricazione di machine e apparecchi meccanici" un settore con strutture produttive molto variegate, lavorano, in 40 mila imprese, 553 mila metalmeccanici. La retribuzione lorda è di 40,9 milioni (circa 34 mila lire l'ora). E' il settore che tra l'altro produce le armi. Il fatturato per quasi il 47% viene realizzato all'estero. In questo comparto l'Italia rappresenta l'8% del commercio mondiale (la Ue il 45%, gli Usa il 16%). L'attivo dell'interscambio con l'estero nel 2000 ha sfiorato i 60 mila miliardi. Quasi 10 mila miliardi è l'export delle 2.400 imprese (43 mila addetti) del comparto macchine utensili; 6.700 miliardi il fatturato estero delle imprese produttrici di pompe e compressori (1000 con 25 mila addetti); 5.800 miliardi quello dei produttori di rubinetti e valvole (996 imprese, 25.500 addetti) e supera i 4000 miliardi quello di mecchine per l'industria tessile (2.300 imprese, 32 mila occupati).

NON SOLO FIAT

Nel settore "mezzi di trasporto" opera solo il 3% delle imprese metalmeccaniche con il 15% degli addetti totali. La dimensione media delle aziende supera i 50 addetti. Il 40% del fatturato è realizzato all'estero, ma dal 1998 i conti si chiudono con un deficit commerciale attorno ai 10 mila miliardi l'anno, interamente determinato dalle importazioni di autoveicoli. Il settore della cantieristica (compresa quella da diporto) nel quale operano circa 1000 imprese con 23 mila addetti e quello della produzione di pezzi di ricambio (1.200 imprese con più di 72 mila addetti) registrano, invece, forti attivi.

6. "Sono dappertutto: hanno bisogno di loro"
Anche nella leghista Bergamo gli immigrati entrano in fabbrica. Con molta diffidenza
M. CA - BERGAMO

Vale per i metalmeccanici, ma anche per le altre categorie. Succede a Bergamo, ma anche in tutte le zone con forte presenza dell'industria. Ovunque le nuove reclute del sindacato sono in maggioranza lavoratori immigrati. In provincia di Reggio Emilia, ogni tre nuovi tesserati alla Fiom due sono stranieri. Il trend è generalizzato ed evidenzia che gli immigrati si percepiscono ormai come lavoratori a tutti gli effetti, hanno bisogno del sindacato, lo considerano uno strumento di difesa e investono su di esso più di quanto facciano gli italiani. Di immigrati e sindacato parliamo con Martino Signori, segretario della Fiom di Bergamo.Dopo il boom degli anni scorsi, in provincia di Bergamo il numero di metalmeccanici immigrati è ancora in crescita o si è fermato?

Qui da noi la crisi non si è ancora sentita, ma siamo in una fase di assestamento: il numero di immigrati che entrano nelle aziende metalmeccaniche è ancora in leggera crescita.

Come arrivano in fabbrica?

Il canale quasi esclusivo è quello delle agenzie di lavoro interinale. Finita la "missione", una parte viene assunta direttamente della aziende.

Le prime ad usare gli immigrati sono state le piccole aziende e quelle dove il lavoro è più duro, come le fonderie. Le imprese medio-grandi come si sono comportate?

Ormai gli immigrati sono un po' dappertutto perché di loro c'è bisogno. La Sinac, di Romano di Lombardia, è stata l'ultima a cedere. E' un'azienda ex Fiat comprata dagli americani. Il capo del personale, un uomo di scuola Fiat, non voleva immigrati in fabbrica. Ha resistito, poi i suoi quattro o cinque interinali immigrati ha dovuto prenderseli.

Ci sono imprese, per converso, che preferiscono gli immigrati agli italiani, per pagarli meno?

Pagare il meno possibile è l'obiettivo di tutti i padroni. Per quel che mi risulta, non ci sono trattamenti differenziati: le aziende assumono gli immigrati perché servono, perché non trovano lavoratori italiani.

Cosa hanno capito gli immigrati dell'accordo separato, dello sciopero Fiom, della posta in gioco con il contratto dei metalmeccanici? Queste cose gli interessano?

Mi pare siano sensibili a due argomenti: un aumento salariale che sia vero e la necessità di mettere a freno la precarietà. Poi si è aggiunta la legge Fini-Bossi sull'immigrazione. Quella l'hanno capita al volo ed è una ragione in più per manifestare oggi a Roma.

Lavorare gomito a gomito è servito a stemperare l'ostilità dei nativi verso gli immigrati in una zona a forte cultura leghista?

Le cose si stanno un po' sistemando sia in fabbrica che fuori, ma di strada da fare ce n'è ancora parecchia. C'è un'accettazione progressiva, ma non profonda degli immigrati. Non trovi più quello che in assemblea si mette a gridare che "gli immigrati ci portano via il lavoro". Continua a mancare, però, il riconoscimento dell'uguaglianza di diritti tra noi e loro

Oppure si invoca un'astratta uguaglianza per bocciare le ferie "lunghe" per gli immigrati, come è successo alla Siac (vedi articolo in questa pagina)

Quella è stata una vicenda davvero emblematica. Abbiamo fatto una lotta furibonda non contro l'azienda, ma contro i lavoratori italiani che, alla fine, hanno negato agli immigrati la possibilità di fare cinque-sei settimane di ferie nei loro paesi d'origine. Ho cercato di spiegare che noi a casa ci andiamo tutte le sere, mentre gli immigrati ci vanno una volta all'anno. "O tutti o nessuno", mi hanno risposto sia i leghisti che quelli di sinistra, mi hanno accusato di "razzismo a rovescio". L'azienda ci è un po' venuta incontro, non per buon cuore ma perché non vuol perdere i saldatori professionalizzati. In base ad un accordo non scritto, alla Siac un immigrato può allungare le ferie ma le richieste accolte non possono superare una certa percentuale.

In provincia di Bergamo la Fiom ha solo sette delegati immigrati. Di funzionari immigrati non ne avete neppure uno. Significa che la burocrazia, per preservarsi, fa muro contro il nuovo, immigrati compresi?

La presenza degli immigrati nella struttura sindacale è troppo bassa. Ma se si facesse avanti un immigrato disposto a fare il funzionario non ci sarebbe problema. Di questi tempi, nessuno sgomita per fare il funzionario, né tra gli italiani né tra gli immigrati.

7 L'hardware, il grande assente

La competitività non è un problema di costo del lavoro, ma di scarsa presenza dell'industria italiana nei settori tecnologici di punta e a più alto valore aggiunto. A dirlo è anche Bankitalia. Esempio tipico è quello dell'informatica. Nell'ultima Relazione via Nazionale scrive: "Nel 2000 le importazioni a prezzi correnti di 'elaboratori, sistemi e altre apparecchiature elettroniche per l'informatica', tra cui rientrano i computer, sono state pari a 15.900 miliardi di lire, il 14,5% in più rispetto al 1999", mentre l'export è salito solo del 9,8%. Insomma, il deficit commerciale si amplia. Poi viene spigato che deflazionando i valori (per tenere conto sia del progresso tecnologico, sia degli andamenti del tasso di cambio della lira rispetto al dollaro) "risulta che nell'ultimo decennio le importazioni a prezzi costanti hanno registrato una crescita ecezionale: il valore del 2000 risulta dieci volte superiore a quello del 1991. A fronte di una crescita annua sempre elevata, vi è stata una eccelerazione dal 1995; negli ultimi tre anni il tasso di crescita medio è stato del 34,8%". Bankitalia scrive anche: "nonostante i significativi guadagni di competitività di prezzo (...) le imprese italiane hanno tuttavia continuato a perdere quote di mercato (...) mentre Germania e Francia" le hanno ampliate. Eppure in quei paesi (soprattutto in Germania) il costo del lavoro è molto più alto.

8 17 SONO LE MULTINAZIONALI

Tra le cento maggiori imprese italiane, 29 sono del comparto metalmeccanico, computer ed elettronica compresi. Oltre la metà di queste imprese è formata da filiali italiane di multinazionali estere. Al primo posto di questa particolare classifica vi è l'Ibm con un fatturato di 4.607 miliardi di lire e 16.748 addetti; vi è poi Ericsson, nota oggi per i cellulari con 2.115 miliardi di vendite e 2.993 addetti; segue Stm (Stmicrolectronics) che nella parte italiana conta 1.998 miliardi di fatturato e 8.620 addetti; Stm è quotata in borsa, ma per la parte di controllo è metà italiana (Finmeccanica) e metà francese (Thomson e France Télécom). Tutta francese e assai a rischio è Alcatel (1.726 miliardi di fatturato e 5.016 addetti) che raccoglie in parte il gruppo che al tempo della commutazione telefonica meccanica aveva nome Face e apparteneva a una multinazionale americana assai famosa in Cile, l'Itt. Alcatel ha proposto mesi fa una forte riduzione dell'attività a scala mondiale, per riconquistare così la fiducia dei suoi azionisti francesi e internazionali. Poi vi sono Hewlwtt Packard e Compaq al 79mo e al 88mo posto. con fatturati di 1.182 e 1.064 miliardi e 1.321 + 1.121 addetti. E' in corso tra le due multinazionali un processo di fusione reso difficile dalla presenza e dalla volontà di due gruppi familiari (è un caso raro all'estero, frequentissimo nell'Italia di Agnelli e Berlusconi) che controllano due fondazioni dedicate ai fondatori, Hewlett e Packard, e che a loro volta sono le principali azioniste di H&P. Le famiglie temono con ragione che una fusione annacquerebbe il loro capitale e le metterebbe in un angolo, sia pure dorato.

ELETTRODOMESTICI SPARITI

Tra i settori nei quali vi sono imprese che fanno parte di multinazionali straniere quello degli elettrodomestici è uno dei più significativi, proprio per l'importanza che il settore ha rivestito e riveste ancora nell'economia italiana. Tre imprese di punta sono Whirlpool, Electrolux e Philips. La prima ha rilevato da molti anni la Ignis che in precedenza era entrata nel gruppo Philips. In occasione di una spartizione di compiti e mercati (bianco a me, nero a te) tra le due multinazionali, Ignis, cioè il bianco (frigo, lavatrici, ecc.) è stata venduta. Oggi il fatturato è di 1.228 miliardi, mentre gli addetti sono 5.705. Electrolux ha potuto acquistare una quindicina di anni fa Zanussi che a sua volta aveva acquistato tutto il possibile, compreso Zoppas. Oggi il gruppo svedese ha 1.466 miliardi di fatturato e 8.162 addetti. Philips dal canto suo produce soprattutto televisioni, radio e impianti hifi; vendite 1.137 miliardi addetti 1.103.

ABB E LE ALTRE

Tra le imprese italiane a controllo di multinazionali estere vi è gran parte del sistema elettromeccanico pesante dell'Italia che ormai fa parte del complesso svedese-svizzero Abb. In Italia le vendite arrivano a 1.630 miliardi e gli addetti sono 8.766. Di dimensioni un po' maggiori quanto al fatturato e invece assai minori per numero di addetti è il Nuovo Pignone, venduto dall'Eni alla General Electric senza una vera necessità. La produzione serve per le condotte di petrolio e gas. Il fatturato è di 1.817 miliardi e gli addetti sono 4.840. Una impresa meccanica di tutto rispetto è la Riv, venduta dalla famiglia Agnelli (Gianni Agnelli è stato per decenni il sindaco di Villar Perosa, città-fabbrica della Riv) agli svedesi della Skf, addirittura negli anni sessanta, quando ancora di multinazionali non si parlava, ma andavano già di moda gli investimenti esteri. Oggi Riv fattura 1.014 miliardi e vi lavorano 5.747 addetti. Vi sono inoltre due Siemens due. Insieme fatturano 2.024 miliardi con 5.175 addetti.

9 Libere per il nostro futuro
"Il lavoro? non lo lascerò mai: non si sa cosa può succedere, e poi ho dei progetti miei". "Oggi c'è la parità tra i sessi", ma "noi siamo più capaci degli uomini". "Il sindacato? è utile per mettere paura alle imprese". Voci di ragazze di fabbrica e di call center
CARLA CASALINI

" Come sei fortunata a non fare l'operaia, mi ricordano tutti, e però quello del call center è un mondo impiegatizio particolare: per certi versi può essere paragonato al mondo operaio, il 190 ha molte somiglianze non certo con una catena di montaggio pesante tipo lo stampaggio a caldo, ma con una linea di montaggio leggera sì, eccome". Erica lavora all'Omnitel e ha fabbricato un'immagine sintetica concreta - "noi siamo le operaie del quarto millennio" - per approssimare una chiave di ricerca per capire "queste realtà nuove, la condizione e la qualità del lavoro". Hanno molti punti in comune con i coetanei maschi, le ragazze intervistate a Torino (da Eufemia Rebichini, che ha presentato le interviste al convegno Fiom "Metalmeccaniche ieri, oggi, domani") che rimbalzano fuori leggendo questi dialoghi sulla vita dentro il lavoro e fuori, il rapporto tra donne e uomini, il rapporto col sindacato, i progetti di vita, e il "femminismo".
In comune c'è l'insofferenza per lo "scarso rispetto", la lesione di "dignità personale" che i giovani incontrano nei luoghi di lavoro - nei rapporti più brutali vigenti alla Fiat, o in quelli più soft dei moderni call center dove però, ugualmente, si avverte la mancanza di riconoscimento, l'indifferenza "per quel che si vale": e questo punto del proprio valore misconosciuto pare sentito dalle ragazze ancor più acutamente. Così come la precarietà, l'intermittenza del rapporto di lavoro nei contratti temporanei in varie forme, e la girandola flessibile di turni e orari dentro il tempo del lavoro, che riguarda entrambi, viene articolato dalle ragazze con maggior sapere del mondo nei multiformi ruoli che in esso agiscono. Sono giovani, delegate e non, molte hanno studiato e, per esempio vorrebbero continuare a studiare, pur lavorando; poi hanno già bambini o ne vogliono progettare, e c'è anche qualche mamma ammalata nella loro vita.
La premessa è l'irrinunciabilità del lavoro, come parte indiscutibile della propria vita - "non lo lascerei mai", "ci tengo alla mia indipendenza" - dalle operaie della Fiat o della piccola Lattes, alle operatrici di Omnitel, Infostrada. Per loro è base economica indispensabile per l'autonomia dei propri progetti, la libertà personale, non dipendere dagli uomini, essere pronte a un futuro che non si conosce, imprevedibile o desiderato. "E se una vuole separarsi?", dice Elvira, dell'Omnitel, o ha un progetto, come Lea: "qui alla Lattes ho avuto le mie soddisfazioni, ma un domani spero di andar via, perché hai sempre bisogno di qualcosa di nuovo". Il futuro che sognano alcune è un lavoro indipendente, "vorrei aprire un bar", dice Giovanna, che faceva la barman prima della Fiat; "un'attività mia come consulente", progetta Anna, che frequenta l'università e lavora in Infostrada, giostrandosi fra i tempi dei turni, lo studio, il bambino.
Se il contenuto relazionale è forte per tutte, lo è se sono loro a guidarne il senso - giacché "nei call center hanno scoperto che una voce femminile è meglio per rispondere ai clienti, e ci sottopongono a turni massacranti, dopo un po' si vorrebbe scappare, è il lavoro più faticoso" -; ed è la molla relazionale a spingerle anche verso il sindacato, a fare le delegate, oltre al desiderio di "combattere l'ingiustizia", e alla ricerca di una maggior valorizzazione di sé, laddove il lavoro ne offre poca. Per non parlare della frustrazione aggiuntiva quando viene calpestata la "dignità personale". Nei call center: "state sedute, ci dicono, come fossimo bambine di scuola"; "macché scuola, a me quella piaceva, qui sembra piuttosto caserma". O, in Fiat, il "ricatto psicologico", di cui parla Maria: se ti ammali e pensi di metterti in mutua, se rifiuti di fare gli straordinari, o se osi avvicinare qualche delegato ti senti dire "ma credi di essere assunta, così?". L'impresa gioca pesante, con l'arma dei contratti temporanei.
Il contrasto è stridente fra la violenza o la povertà della relazione che l'impresa intrattiene, e il senso di sé nelle parole delle ragazze intervistate. Un effetto singolare, a questo proposito, lo produce la molteplicità di significati che loro affidano alla parola "parità". Nel lavoro "c'è parità fra donne e uomini", sostengono. Da un lato questo sembra essere loro utile laddove le aziende operano discriminazioni - "nella scelta dei capi", nelle progressioni di carriera - giacché un qualche riconoscimento esterno c'è, della loro autoconsiderazione, presa sul mondo. Insieme, usano la parola "parità" quasi come un nascondiglio di sè, una sorta di attitudine difensiva rispetto agli uomini, o protettiva nei loro confronti. Perché poi, rivendicata la "parità tra i sessi", dichiarano fermamente: "noi capiamo di più degli uomini, siamo più capaci", e "loro sono invidiosi di noi".
In tutto questo nodo di parità differente, incidono anche alcuni tentativi di mutamento organizzativo del modello d'impresa. Laddove le regole impersonali, e dunque il codice asessuato, sono servite nelle imprese a garantire il "principio di intercambiabilità", per ottenere "la stessa prestazione, chiunque sia a fornirla", oggi si tenta, a partire dai "lavori di servizio", di attenuare gli effetti controproducenti dei comportamenti rigidi e di valorizzare una "comunicazione personalizzata" (Paola Piva, in Il lavoro sessuato). Ma l'esito è un pasticci: se prima tutta l'organizzazione informale, le relazioni concrete col loro carico di odi e amori, che reggono qualunque attività umana in comune, restavano illeggibili nelle descrizioni da parte dell'impresa, oggi la nuova comunicazione personalizzata rimane "posticcia", finta, perché permane il disconoscimento della differenza tra le culture del maschile e del femminile, "la componente viva degli uomini e delle donne".
Le ragazze notano le molte ambiguità di alcuni passaggi di carriera, "a discapito delle cose che si sanno e che si sanno fare", e guidati invece da "amicizie", dal fatto "che una ragazza può piacere a un dirigente, o un ragazzo al mio capo donna". Sono nessi sotterranei sicuramente riscontrabili anche dentro il sindacato, e trapelano qua e là, ma queste ragazze il sindacato lo difendono - semmai lo trovano "troppo debole", "potrebbe fare di più" -; lo salvano perché, seppure rispetto alle imprese loro agiscono strategie multiformi, "a volte serve di più muoversi individualemnte", quando le cose si fanno grosse, nello scontro capitale-lavoro, "solo insieme" si può agire il conflitto nel rapporto dispari con l'impresa: "hanno più paura, quando c'è il sindacato". Conflitto, sì, insistono le ragazze, perché senza, "neanche ti sentono", non si arriva a nessuna "mediazione".
Quel che di più interessante stanno costruendo, le sindacaliste della Fiom, è la costruzione di un rapporto e confronto con queste nuove ragazze, che del femminismo sanno poco o niente, se non che "ci sono state tante donne prima di noi, perché i nostri spazi di libertà altrimenti non li avremmo". E le ragazze che negli anni '70, nel "sindacato dei consigli" allo stato nascente, con la sua valorizzazione della "presa di parola", il "riconoscimento di fatto delle relazioni informali" agirono un'esperienza di "femminismo sindacale" - nutrito delle culture che andava sviluppando il movimento delle donne. L'ambizione di oggi è il progetto di Adele Pesce, un "Archivio della memoria e di riflessione sul presente". Per rintracciare sia la continuità, la trasmissione di esperienze e significati, sia la rielaborazione avvenuta, della soggettività femminile.

10. Il cuore dell'Europa
Nel Vecchio continente 680 mila imprese, 13 milioni di occupati

Il settore metalmeccanico è il cuore industriale di tutto il vecchio continente. In tutti i 15 paesi dell'Unione è il settore continua a fornire un contributo fondamentale all'innovazione tecologica e agli attivi della bilancia commerciale. Anche se la specializzazione produttiva (un tempo l'avremmo definita "divisione internazionale del lavoro") mostra un quadro non omogeneo. Con differenze e pesi specifici nei quattro settori nei quali statisticamente le lavorazioni metalmeccaniche vengono classificate.
Secondo i dati Eurostat (l'ufficio statistico dell'Unione europea) e riferiti al 1996, quando gli uffici statistici nazionali effettuarono un censimento intermedio, nei settori dell'industria e dei servizi dei 15 paesi dell'Unione europea operano complessivamente oltre 18 milioni di imprese. Di queste, le imprese dell'industria in senso stretto (escludendo dunque le imprese delle costruzioni) sono poco più di due milioni: una impresa su nove in Europa è dunque una impresa industriale. In termini di addetti, tuttavia, il peso dell'industria è ben maggiore, visto che nel settore sono occupati circa 31 milioni di lavoratori, ossia un quarto del totale.
In Italia, le imprese industriali sono circa 575 mila (in tutta l'economia le imprese sono 3,7 milioni) e danno lavoro a 5,1 milioni di addetti. Il confronto tra i dati europei e quelli italiani sulle imprese e sul numero degli occupati fa risaltare immediatamente una prima differenziazione: la dimensione media delle aziende italiane si aggira attorno ai 10 addetti per impresa, mentre quella media europea attorno ai 15 addetti.
Se si restringe l'osservazione alla sola industria metalmeccanica, in Europa di imprese ve ne sono circa 680 mila e di addetti più di 13 milioni: in media ogni impresa ha dunque un po' meno di 20 addetti. Secondo i dati del censimento intermedio dell'Istat, nel 1996 le imprese metalmeccaniche erano poco meno di 200 mila: due imprese metalmeccaniche europee ogni sette, pertanto, operano in Italia. Gli addetti in Italia sono circa 2,1 milioni (un sesto dei metalmeccanici europei), in media 11 per impresa. La ridotta dimensione media delle imprese italiane è una delle spiegazioni dello scarso peso degli investimenti per ricerca e sviluppo che caratterizza il sistema. Di fatto, esclusi settori di eccellenza, il ritardo tecologico e la perdita progressiva di peso nell'interscambio di alta tecnologia. E di contro la ricerca ossessiva di competitività tramite innovazioni di processo e tagli di costo del lavoro.
Delle 200mila imprese metalmeccaniche, solo 2.200 hanno almeno 100 addetti e solo 259 ne hanno almeno 500. Queste imprese pesano molto in termini di occupati: il 42% dei metalmeccanici lavora in imprese con almeno 100 addetti e uno su quattro in una impresa con almeno 500 addetti. Tuttavia va tenuto presente anche che il 29% dei metalmeccanici italiani lavora in imprese con meno di 15 addetti e il 6,3% nelle quasi centomila piccolissime imprese con al massimo due addetti.

11 Contratto, contratto

Roma, 28 novembre 1969: la città è sveglia da poco sotto un debole sole che spezza il freddo che annuncia dicembre, quando, improvvisamente, finisce la normalità. Le serrande dei negozi del centro si sono alzate da poco e già si stanno riabassando, i passanti guardano stupiti un fiume che non è il Tevere e riempie le strade che portavano a piazza del Popolo: un fiume di uomini e donne vocianti in una città che diventa muta, 150.000 metalmeccanici arrivati in una capitale che non li ha mai visti prima. E' la prima volta che treni e pullman si mettono in moto per Roma; poi sarebbe diventato un fatto consueto, ma quello è il debutto, l'irruzione del lavoro sul palcoscenico del teatro politico nazionale.
Negli occhi di chi guarda dal palco il brulichio di piazza del Popolo scorre la memoria di una storia iniziata molti anni prima. Il primo accordo nazionale del settore viene firmato il 20 febbario 1919: si chiama "concordato" e fissa i salari minimi e l'orario, poche norme per dare regole comuni a un mercato delle braccia ancora disarticolato e selvaggio. L'espressione "contratto nazionale" viene introdotta dal fascismo, ma è solo un accordo imposto dalla dittatura tra due "parti" (la Federazione fascista dei lavoratori meccanici e metallurgici e la Federazione fascista degli industriali) che sono componenti inanimate di un unico sistema. Con la liberazione tutto ricomincia (a partire dalla definizione del contratto che diventa "collettivo"), con gli anni '50 tutto si impantana nella scissione sindacale, nelle grandi ristrutturazioni, nei reparti confino per i comunisti; con gli anni '60 il fiume torna in superficie perché lo sviluppo industriale che stritola le condizioni di lavoro mentre allarga a dismisura il numero dei suoi "schiavi" prepara il conflitto sociale. La contrattazione diventa più fitta, a quella nazionale si aggiunge quella aziendale. Ma le nuove regole non bastano a rispondere alle esigenze dei nuovi lavoratori dell'industria e la pentola scoppia. Questo hanno nella mente e negli occhi i 150.000 di piazza del Popolo, talmente convinti del loro fare che nemmeno si accorgono del gelo politico che li circonda, dei fantasmi che stanno preparando la risposta al tritolo al loro autunno caldo; perché quel debutto non è più un semplice episodio sindacale, è un evento politico che spezza la normalità del potere giocato in piccole stanze, che chiede ciò che non si vuol concedere. Non solo un salario più alto, un orario più breve, ma la libertà delle persone, il diritto di essere un'entità autonoma dalla macchina con cui si passa l'intera giornata di lavoro in fabbrica o in ufficio. Molto vicina, quella richiesta di libertà, a quella degli studenti di un anno prima.

La fabbrica rovesciata

In realtà tutto si era messo in moto qualche mese prima, quando nelle fabbriche del nord migliaia di nuovi operai arrivati lì da piccoli borghi del sud scoprono l'insopportabilità del paradiso industriale: cominciano a scioperare un po' selvaggiamente, senza aspettare indicazioni, rompendo l'inadeguatezza di una struttura sindacale che la lunga guerra fredda in fabbrica ha quasi immobilizzato. Tra la fine del '68 e l'inizio del '69, da Valdagno a Milano, da Marghera a Torino, il conflitto esplode un po' dovunque: in testa i giovani operai immigrati. Giovani e immigrati, come sempre, a dare una spinta, a incontrarsi con i "resistenti" degli anni '50 e '60, quelli che mettevano la politica al primo posto, forse troppo. L'incontro tra "vecchi e nuovi" non è semplice, ma si salda nel confronto con la condizione comune, nel fatto di essere "tutti uguali" di fronte al padrone. E, allora, il contratto nazionale diventa il riferimento immediato, il minimo comun denominatore per costruire un nuovo potere, nuove relazioni in fabbrica; e, forse, anche fuori. Il caposquadra non fa più paura, perché dovrebbe farlo il maresciallo o il prete? Aumenti uguali per tutti (75 lire per ora), riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali senza diminuzione del salario, malattia pagata, diritto d'assemblea e di rappresentanza sindacale in fabbrica: richieste semplici, ma che alludono a un mondo diverso, questa la piattaforma del contratto nazionale del '69. E se la fabbrica è il centro del sistema produttivo, il suo cambiamento può estendersi ovunque. Tutto questo arriva a piazza del Popolo in quella giornata del '69: lo slogan è, appunto, "contratto, contratto".
Il nuovo panorama sconvolge e cambia anche il sindacato, meno la politica, che lascia spazio alle bombe. Il delegato di fabbrica (eletto su scheda bianca, da tutti i lavoratori) diventa il nuovo centro, il punto di riferimento per ogni rivendicazione; Fim, Fiom e Uilm tengono congressi di scioglimento e si preparano a dar vita al sindacato unitario, l'Flm. Che non diventa "unico" solo perché Cgil, Cisl e Uil temono quel nuovo potere, perché le burocrazie difendono strenuamente il proprio ruolo e impongono un patto federativo, frenano l'unità vera: le strutture si uniscono, ma non scompaiono, il congresso di fondazione del sindacato unitario dei metalmeccanici (già fissato per il 24-29 ottobre '72) non si farà mai. Il mondo politico guarda all'ondata operaia in modo diverso: con astio nel centro-destra, dalle bombe nelle piazze e sui treni fino all'ostilità delle istituzioni; a sinistra si mescolano simpatia e timore: quegli operai sono la base comunista e socialista, si intrecciano con gli studenti nei gruppi extraparlamentari, ma sono troppo autonomi, chissà dove vogliono arrivare, la speranza è che l'onda duri poco, che ognuno torni al suo posto, il sindacato a occuparsi di salario, il partito a pensare al mondo.

Restaurazione italiana

L'onda dura fino al contratto del '73: il momento di massima forza operaia e sindacale. In fabbrica si contratta ogni minuto del lavoro, i capi non possono più dettare i tempi della produzione senza confrontarsi col delegato; i consigli sono i luoghi della vera elaborazione della linea sindacale; l'Flm ha quasi un milione di iscritti, un lavoratore su due. Il 9 fabbraio di quell'anno a Roma arrivano 250.000 metalmeccanici, il contratto si chiude due mesi dopo (nel frattempo alla Fiat si sfiora l'occupazione della fabbrica, con un lungo blocco dei cancelli, un governo cade), e per il padronato è un compromesso insopportabile. L'impatto è talmente forte che fa cambiare persino le strategie industriali: Agnelli decide di diventare presidente della Confindustria e qualche mese dopo accetterà il punto unico di contingenza (una scala mobile "egualitaria"); le grandi imprese quasi abbandonano l'idea di governare le fabbriche, si dedicano di più all'aspetto finanziario e avviano la sperimentazione tecnologica preparando le basi per sostituire gli uomini con i robot.
Da quel momento gli operai in fabbrica sono fortissimi, fuori un po' meno, perché la politica li abbandona definitivamente, non raccoglie la spinta alla democrazia diretta (quella sperimentata nei consigli di fabbrica): la Dc accetta ogni mediazione con il sindacato, ma la sinistra non amplifica né sostiene il rinnovamento. La crisi capitalistica e la stretta economica della metà degli anni '70 fanno il resto e preparano la vendetta degli anni '80. Per il momento il movimento operaio è ancora fortissimo e i contratti continuano a strappare concessioni salariali e normative. Ma quello del '79 spiega già che il vento è cambiato: si "firma nelle piazze" con episodi di conflittualità altissima al punto da indurre il governo a intervenire per costringere la Confindustria all'accordo "per ragioni di ordine pubblico". Meno di due anni prima i metalmeccanici avevano manifestato in 200.000 a Roma non per un contratto, ma contro la politica dei sacrifici dei governi di unità nazionale (sostenuti dal Pci), in un clima già segnato dalla stagione di piombo del terrorismo e dall'emergere di una condizione sociale basata sulla precarietà (preludio della contemporanea flessibilità). Era il 2 dicembre del '77, l'ultima grande manifestazione unitaria dei metalmeccanici, indetta nonostante il parere contrario del Pci e della Cgil.
La vendetta dei padroni arriva nell'autunno 80 a Mirafiori con i 35 giorni di lotta conclusi dalla cassa integrazione per 23.000 operai: la Fiat fa fuori la struttura di base del sindacato di fabbrica, pone le basi per produrre di più con meno lavoratori e inaugura la stagione delle ristrutturazioni. Cgil, Cisl e Uil sottoscrivono la resa. Per tutti gli anni '80 tutti gli accordi, contratti compresi, saranno in fotocopia: si prende atto degli esuberi dichiarati dall'azienda o dal settore e si va alla cassa integrazione, si prende nota delle compatibilità finanziarie e si firma. In mezzo al decennio c'è il taglio della scala mobile, l'avvio della compressione del potere d'acquisto dei lavoratori, la rottura sindacale. L'Flm viene sciolta, i consigli di fabbrica non esistono più. Le condizioni di vita e di lavoro peggiorano, la contrattazione nazionale serve solo a limitare i danni. Il contratto dei metalmeccanici torna a essere un evento puramente sindacale, non ha più ruolo politico, nessuno immagina un altro mondo possibile. Poi, nel '92, con la fine della scala mobile e il blocco della contrattazione, il cerchio si chiude; un anno dopo - luglio '93 - si inaugura la politica dei redditi: il contratto nazionale non serve più ad aumentare il potere d'acquisto ma solo a "garantirlo", cioè a recuperare il divario con l'inflazione. Gli anni sucessivi dimostreranno che questa "garanzia" è solo teorica e che soltanto i più fortunati - quelli che lavorano in imprese che tirano - possono tener testa al caro-vita grazie ai contratti aziendali. Per gli altri c'è solo degrado; e la paura di perdere il posto di lavoro, perché alle spalle preme una massa di disoccupati disponibili a tutto e a governare il mercato del lavoro ci sono nuove formule contrattuali, quelle che istituzionalizzano la flessibilità: formazione-lavoro, contratti a termine, in affitto.
Il contratto nazionale del '94 (primo dell'era della politica dei redditi) viene firmato senza neanche un'ora di sciopero. Ma già alla prima verifica - due anni dopo - riesplodono le contraddizioni perché il padronato non concede nemmeno il recupero dell'inflazione reale, e perché una nuova generazione è entrata nelle fabbriche, giovani che non hanno addosso la sconfitta degli anni '80. Si ritorna a scioperare, si ritorna a Roma. Anche perché, nel frattempo, cambiata la struttura sociale dei metalmeccanici. Le nuove assunzioni, per quanto precarie, di giovani e immigrati, offrono al sindacato un'altra occasione. Per coglierla c'è bisogno di una nuova rottura tra Fim, Fiom e Uilm: la scelta è semplice, tra un contratto che diventa atto burocratico fissato sulla base dei bilanci aziendali e un contratto che raccoglie le richieste del lavoro subordinato e si propone di allargare i confini dei diritti. Il contratto nazionale resta anche - insieme al divieto di licenziamento se non per giusta causa - l'ultima frontiera che il padronato vuole sfondare. E si propone ancora una volta il problema della democrazia, di chi rappresenta chi, del potere di verifica sul mandato ricevuto da chi fa il mestiere di sindacalista. E' uno scontro radicale, con le imprese e dentro il sindacato; non ha l'impatto politico dei contratti degli anni '70 ma ne ha la natura profonda della posta in palio. E, per questo, i metalmeccanici osano rappresentare anche altri, convinti di condurre una battaglia generale. Pezzi di una società frantumata dalla rivoluzione capitalistica degli anni '80 tornano a guardarsi e a parlarsi. E' storia di oggi, si riparte da lì.

12 Federmeccanica il cuore dei padroni

L'imprenditoria italiana nelle sue forme organizzative è sempre andata a ruota rispetto alle iniziative dei lavoratori. Tanto per ricordarlo: quando a fine ottocento i metalmeccanici danno vita alla Fiom, il padronato risponde con l'Amma; quando nel dopoguerra nasce la Cgil, viene creata la Confindustria. Infine la Federmeccanica: la Federazione sindacale dell'industria metalmeccanica nasce nasce nel 1971 (prima i contratti erano siglati direttamente da una struttura di Confindustria) come risposta alla nascita della Flm nella quale avrebbero dovuto sciogliersi Fiom, Fim e Uilm.
Attualmente a Federmeccanica (www.federmeccanica.it) aderiscono 103 gruppi di aziende costituite nell'ambito delle rispettive associazioni industriali territoriali (l'equivalente delle camere del lavoro) facenti capo alla Confindustria. La Federazione assoccia circa 12 mila imprese che occupano quasi 800 mila lavoratori (gli altri fanno riferimento alle piccole e medie imprese e all'artigianato).
L'attuale presidente è Alberto Bombassei, gran patron della Brembo. Abituato a operare nel mondo dei freni, non vuole mollare la presa, anche se il lavoro più sporco (l'attacco al contratto nazionale) lo ha fatto il suo predecessore, il "carrozziere" Pininfarina. Prima ancora a dirigere Federmeccanica c'era Gabriele Albertini, attuale sindaco di Milano. Fu lui che nel '94 siglò il "contratto della pace", chiuso senza neppure un ora di scioperi.