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la manifestazione del 13 febbraio 2011

 vedi >>>>IL MANIFESTO.IT
Donne e uomini, sultani e complici. Un dossier
di analisi e interventi per ripercorrere due anni vissuti pericolosamente, senza cadere nelle trappole di destra e di sinistra sulla separazione fra pubblico e privato, fra perbene e permale, fra politica e morale, fra reato e peccato, fra le notti di Arcore e i giorni di palazzo Chigi. Voci di donne sui fili invisibili che legano sessualità e potere, voci di uomini sulle complicità indicibili fra il sultano e i suoi sudditi.
Su http://www.ilmanifesto.it/archivi/13febbraio/

vedi 13febbraio2011_su_riforma: raccolta articoli da 'Riforma'


rassegna di dibattito  e notizie sul 13 febbraio e dintorni:

se non ora quando?

(dal 1 febbraio)

da il manifesto


 

il manifesto - 15 Febbraio 2011

IL SEGRETO DELLE DONNE
Norma Rangeri

Ci sono momenti in cui è necessario farsi vedere anche dai ciechi. Così eccole le donne date per disperse, eccole nelle piazze stracolme, con molti uomini, nessun moralismo contro le prostitute di Arcore, senza bandiere di partito, contro Berlusconi, obiettivo numero uno ma, a seguire, contro molti altri democratici esemplari del suo sesso. L'impetuosa marea è stata, altro fatto inedito, alimentata da una discussione larga che l'ha rafforzata. Le donne sono fatte così: discutono ma curano le radici, affilano la critica ma costruiscono relazioni e quando è il momento di dare una scossa scatenano il terremoto.
La forza dei numeri e la ricchezza dei contenuti hanno prodotto un evento politico che può stupire solo chi non ha mai capito molto del femminismo italiano. Le donne in piazza hanno mostrato che le trovi là dove sono sempre state, nella società e nella cultura, dentro e fuori la famiglia, dentro e soprattutto fuori i partiti. Una lezione a questa classe dirigente (dalla politica all'informazione) che reagisce solo davanti alle piazze piene. Era stupefacente, nel day-after, scoprire gli autorevoli giornaloni nazionali "aprire", per una volta nella loro centenaria storia, con le ragioni del paese anziché con le convulsioni del palazzo. Anche se poi lo stile, di commenti e cronache, non riusciva proprio a evitare il "colore", l'ironico ammiccamento a quella sconosciuta dell'università Virginia Wolf (fondatrice di uno dei centri più importanti della storia del femminismo italiano) salita sul palco.
Non avremmo avuto la folla straripante del 13 febbraio senza la sedimentazione di una cultura politica forte e sempre attiva, nella riflessione come nella quotidiana esperienza di vita. Non avremmo avuto discorsi e domande dove sempre si recitano comizi e slogan. Dal palco arrivano le parole di tutte le altre. Parlano del corpo di Ruby come dell'economia che ci sgoverna, delle responsabilità della sinistra, del potere maschile. L'attrice, la studentessa, la poetessa, la suora raccontano le esperienze dolorose delle persone.
Berlusconi accusa le manifestanti di essere "faziose", perché le vere donne possono solo amarlo. I berlusconiani in mutande alimentano questo surreale delirio, le ministre cooptate dal sultano balbettano di piazze «radical-chic». Radicali di sicuro e chic non è un peccato, né un reato. Bersani invece applaude alla grande prova di democrazia, spera che «sia colta la voce arrivata dalla piazza». Sarebbe ora perché la campana suona anche per lui.
Le donne hanno un paese caricato sulle proprie spalle (anche prima dell'era berlusconiana), sanno che di questi partiti non possono fidarsi, forse hanno delegato troppo a una rappresentanza sempre più asfittica e povera, chiedono un'opposizione all'altezza del disastro in cui siamo. Sono consapevoli della necessità di far fronte tanto alle macerie del berlusconismo quanto alle sconfitte della sinistra. Le manifestazioni segnalano la presenza di un soggetto che spinge per cambiare l'agenda politica. Naturalmente mandando a casa Berlusconi, ma non solo lui.

Il barcone va
Migliaia di profughi dalla Tunisia sono arrivati a Lampedusa, in decine sono morti nel tentativo di arrivare in Italia. Almeno un naufragio, forse due. L'Italia e l'Europa si rimpallano le responsabilità dopo aver chiuso gli occhi su quanto stava accadendo. Bruxelles accusa Maroni: «Ha rifiutato il nostro aiuto»

 

CORPI SPECIALI
La piazza è delle donne
Francesca Izzo: «Lo straordinario successo di domenica ha aperto una breccia che non si può più chiudere». L'8 marzo quest'anno sarà speciale
Giorgio Salvetti

E adesso quando? L'8 marzo. La manifestazione delle donne di domenica è stata un evento straordinario che non può certo rimanere confinato in quell'unica eccezionale giornata. E' come se si fosse aperto uno squarcio nella coscienza del paese e ormai non si può più fare finta di non vedere. Siamo solo all'inizio. Per questo le organizzatrici della manifestazione hanno deciso di non chiudere bottega e di continuare a lavorare come comitato permanente. La prima scadenza è la festa della donna. Ne parliamo con Francesca Izzo.

Il giorno dopo l'incredibile successo già siete già pronte a rilanciare?
Siamo distrutte, anche perché ognuna di noi non fa questo di mestiere. Abbiamo anche il nostro lavoro. Ma abbiamo già deciso di fare un altro passo ancora più avanti. Il nostro comitato era fatto per organizzare questo evento e poteva sciogliersi il giorno dopo. Non sarà così. Ieri mattina abbiamo preso l'impegno di restare insieme e di continuare a lavorare.

Cosa avete in mente?
Lasciateci un attimo di respiro. E' ancora tutto da definire e bisogna discuterne con tanti soggetti. Certo vogliamo rendere meno ovvio possibile il prossimo 8 marzo. Non pensiamo a manifestazioni altrettanto oceaniche, ma vogliamo continuare sull'onda aperta dalla giornata di domenica. Adesso che abbiamo fatto breccia si tratta di decidere le priorità e andare in profondità sui tanti temi che abbiamo sollevato.

Cosa è successo davvero in quelle 230 piazze?
Intanto è stata la più grande e diffusa manifestazione delle donne mai avvenuta in questo paese. Una cosa simile non era mai successa. Ovviamente ha una grande valenza politica. Si è tolta dal quadro o si è messo ai margini quell'idea dominante secondo cui le donne ormai hanno conquistato i loro diritti e che le lotte per la propria autodeterminazione possono continuare solo in una dimensione del tutto personale. In solitudine. Un'intera generazione di donne è cresciuta con questa idea in testa. Adesso è chiaro a tutte che da sole non ce la si fa. La solitudine ci toglie la voce e senza una dimensione collettiva si va incontro a un arretramento anche delle condizioni materiali delle donne.

Un successo così enorme spiazza tutti. Berlusconi traballa e straparla. E questo non stupisce. Come giudica nel complesso le reazioni della politica e della cultura italiana?
Quelle di Berlusconi, ma anche della Gelmini, sono reazioni scomposte e grottesche. Testimoniano un grande imbarazzo. Nel complesso registro molta attenzione. L'evento di domenica ha colpito molto e ha dimostrato che si può fare buona politica, discutere ad un livello alto e allo stesso tempo incontrare e far emergere un forte sentimento condiviso, popolare e trasversale. E' stata una giornata che ci ha fatto uscire dall'apatia e dalla cupezza.

La trasversalità è una ricchezza, ma come si fa a tenere insieme tanti temi e tante soggettività diverse?
La presenza in quelle piazze è frutto di una scelta, molto voluta, pensata e difesa. Questo è un patrimonio comune che va sviluppato.

Non c'è il rischio che si tratti di un movimento carsico e che politici e media vi diano retta solo perché adesso non possono farne a meno?
Certo non ci affidiamo al loro buon cuore. Stiamo pensando anche a organizzare gli Stati generali della donna.

Non pensa che il modello Berlusconi sia ampiamente diffuso anche negli ambienti di sinistra, anche tra chi domenica era in piazza contro Silvio?
I problemi che denunciamo riguardo l'intera classe dirigente. Proprio per questo ho detto che Berlusconi fa un regalo alla sinistra se dice che quella era una piazza di sinistra. Era molto di più. Il problema riguarda tutti, ma c'è chi è sensibile a quello che diciamo e chi non lo è.

La piazza ha messo tutte d'accordo, anche al di là di qualche critica e distinguo interno al femminismo?
Credo che la piazza abbia parlato meglio di quanto potevamo fare tutte noi. Il dibattito però deve continuare in profondità, allargando la discussione anche oltre quei soggetti che abitualmente discutono di questo tema. Siamo riuscite ad aprire un dibattito alto sulle donne su tutti i giornali. E' una cosa che non si vedeva da anni e di cui sono orgogliosa. Dobbiamo continuare, se non ora quando?

DONNE PDL
Biancaneve non abita più qui
iaia vantaggiato

Dunque c'era una volta Nicole Minetti e con lei Biancaneve, la Bella Addormentata nel Bosco e persino una tal Puffetta «che godeva allegramente della sua beata condizione di unica femmina del villaggio».
Ora è vero che se una è appena stata coinvolta in una vicenda di prostituzione minorile si aggrappa a tutto e soprattutto alle favole ma è pur vero che non tutte le donne del Pdl sono pronte a lasciarsi ammaliare dall'incantesimo dell'ultima arrivata.
Vagliela a raccontare a Alessandra Mussolini la fiaba della soave fanciulla che vive con ben sette nani (mica uno, come accade nella più misera realtà) dopo che la stessa Mussolini, ospite di «Porta a Porta» solo qualche sera fa, al conduttore più amato da Masi aveva chiesto «per piacere» di far sparire quell'ammiccante immagine sparata alle sue spalle - una vellutata gamba femminile completa di reggicalze - per sostituirla con «un bel cosciotto maschile e possibilmente un po' peloso» perché siete voi maschi, caro Vespa, che vi dovreste vergognare. Quindi ieri non si è fatta pregare e per prima ha rotto il silenzio omertoso delle donne del Pdl: «Non sono d'accordo con chi dice che ieri in piazza c'erano solo donne 'di sinistra', radicalchic e cose del genere: quella di ieri è stata una grande manifestazione di popolo, con tanta gente comune. E dopo una manifestazione di tale portata e di tale importanza, occorre senza dubbio una riflessione. Berlusconi è sempre stato molto attento a quelli che sono i sentimenti della gente. Non comprendere l'importanza della manifestazione di ieri sarebbe un errore». Concorda Mara Carfagna la cui voce di nuovo si stacca dal coro delle vestali.
A parlare di manifestazione radical chic era stata ieri, sulle pagine del «Corsera», Maria Stella Gelmini - un'altra Biancaneve della politica che era meglio quando non portava gli occhiali che forse sono pure finti, così da darle un'aria un po' da intellettuale - che sulle donne scese in piazza domenica è sicura di aver capito tutto: «Si tratta delle solite eroine snob della sinistra uscite dai loro salotti per tentare di strumentalizzare la questione femminile (sic!) e attaccare un governo che continua ad avere la fiducia degli italiani». Ancora più raffinata la dichiarazione di Ombretta Colli - che pure di salotti di sinistra ne ha frequentati assai - che si indigna per una manifestazione organizzata non per i diritti ma contro qualcuno. «Se fosse stato il contrario, dice - e a prescindere che quel qualcuno fosse il premier - avrei avuto piacere a parteciparvi». A prescindere. Maddaì. A prescindere dal premier siamo brave tutte.

 

RUBYGATE
Berlusconi nervoso: «Cortei faziosi» E oggi aspetta la gip
Sara Menafra
INVIATA A MILANO

«Ho visto una mobilitazione di parte, faziosa, di una sinistra che cerca di usare qualunque pretesto per abbattere un avversario che non riesce a vincere nelle urne». L'attesa della decisione della gip Cristina Di Censo sul caso Ruby innervosisce Silvio Berlusconi più di quanto lui stesso voglia ammettere. Come lo hanno innervosito le tante manifestazioni di due giorni, specie quella nella sua Milano, affollatissima. Per questo ieri mattina ha fatto la solita telefonata, stavolta a Mattino Cinque, conduttore in studio l'amico Maurizio Belpietro. Per dire la sua sia sulla manifestazione delle donne, che ha «sempre rispettato, nel partito e in azienda» sia sull'ipotesi di scioglimento delle camere da parte del capo dello stato.
L'idea che Napolitano faccia la mossa senza consultarlo non esiste, dice: «Non credo che sia nei pensieri, assolutamente, del presidente. Tra l'altro nell'ultimo colloquio che ho avuto con lui al Quirinale mi ha garantito che finché c'è un governo che governa e una maggioranza politica che lo sostiene e che lavora non esistono motivi per sciogliere il parlamento, senza una formale crisi di governo occorre che consulti sia i presidenti delle camere, sia il presidente del consiglio, cioè Silvio Berlusconi». In realtà giuristi anche molto accreditati continuano a ripetere che la mossa sarebbe fattibile. Purché a controfirmare il decreto di scioglimento delle camere ci fosse, se non il presidente del consiglio, almeno il ministro degli interni. La Lega ha insomma due cartucce da sparare, sfiducia e controfirma di Maroni, da tempo convinto della necessità di staccare la spina, anche a prescindere dalle idee di Umberto Bossi.
Ieri Bossi ha preferito non andare ad Arcore per la consueta cena del lunedì. Al centro delle attenzioni leghiste c'è ovviamente il federalismo. Berlusconi, sempre a Mattino Cinque, ha assicurato che la sua maggioranza in parlamento cresce. Prestissimo raccoglierà 325 parlamentari e sarà dunque in grado di approvare tutte le leggi a cui tiene. Il federalismo, ovviamente, ma anche la norma taglia intercettazioni approvata dal senato in una forma piuttosto soft, ma destinata a limitare fortemente le indagini dei pm. «330 è più bello», la risposta di Roberto Calderoli, che sottolinea come solo così il centrodestra potrebbe tornare ad avere la maggioranza «in tutte le commissioni permanenti» e garantire il percorso delle riforme, federalismo in testa.
Intanto, questa mattina, la gip Cristina Di Censo potrebbe decidere se accogliere o no la richiesta dei pm circa il rinvio a giudizio immediato per Berlusconi. La giudice ha passato gli ultimi giorni a studiare la giurisprudenza su tutta la vicenda per valutare il da farsi. Nel provvedimento di oggi dovrà sciogliere sia i dubbi sulla competenza, del tribunale dei ministri o di quello ordinario, sia sulla scelta fatta dai pm di collegare al reato di concussione una ipotesi come quella della prostituzione minorile che non prevede il giudizio immediato. Il totodecisione è incerto.
Se la gip deciderà di rinviare a giudizio Berlusconi, gli avvocati del premier avranno immediatamente a disposizione tutte le carte dell'inchiesta, comprese alcune testimonianze inedite e i cinque verbali di Ruby resi tra luglio e agosto 2010, omissati dei riferimenti agli ipotetici invitati di Arcore. Atti che saranno notificati con ogni probabilità venerdì anche a Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti. I pm Boccassini, Sangermano e Forno hanno in mente di chiudere anche il fascicolo principale dell'indagine entro la settimana. Fede, Minetti e Mora dovrebbero essere rinviati a giudizio con rito ordinario e dunque passando per l'udienza preliminare che prevede la desecretazione di tutti gli atti contenuti nel fascicolo del pm.

 

BERSANI Una giornata storica ma prima viene l'Udc, poi il resto
Il Pd perde l'onda: «Avanti con Casini»
Matteo Bartocci

La suora, la segretaria generale della Cgil e l'avvocatessa di Fini e Andreotti. Queste tre donne che si avvicendano tra le altre sul palco di Roma non sono i tre volti della «santa alleanza» contro Berlusconi. Sicuramente non dovrebbero.
Eppure è così che tra un dire e un non-dire il Pd va avanti dopo il successo planetario della manifestazione di domenica. Bersani è raggiante: «Stiamo parlando di una presenza femminile che come in tanti passaggi della storia nazionale, è un elemento capace di suscitare una reazione etica, civica, morale che viene prima della politica». Già, ma che politica ne verrà dopo? Perché lo stesso Bersani sigilla sull'Unità che nulla cambia: «Già un anno fa dicemmo che sarebbe stato necessario un largo schieramento in grado di guidare una stagione di ricostruzione democratica - spiega il segretario - allora non ci fu molta comprensione, neanche nel nostro partito, mentre adesso è stato capito che non ci sono alternative». Nessuna alternativa all'«alleanza repubblicana» descritta da Eugenio Scalfari domenica. Un asse di governo fatto da Pd e Udc (più forse Fini e Rutelli) accompagnato da un «cartello elettorale» di sinistra che porti voti all'ammasso senza rompere le scatole. Il premier? Né Bersani né Casini ma un «papa straniero» con «competenze economiche» (Scalfari dixit). In questo scenario, aggiunge Bersani, auspico che «anche un pezzo di classe dirigente che finora ha taciuto parli. Credo che un risultato ci sarebbe». Tradotto: porte aperte ai «presentabili» del Pdl tipo Pisanu, confindustriali e ciellini vari.
La via maestra del segretario finora ha compattato i pezzi grossi del Pd (veltroniani, dalemiani, ex popolari). Ma piace poco sia alla vecchia area Marino che al «redivivo» correntone che Sergio Cofferati e Vincenzo Vita lanceranno a Roma il prossimo 21 febbraio. Un appuntamento che alcuni vedono come la formalizzazione di un nucleo «pro-Vendola» nel Pd mentre altri (tra cui Nerozzi e lo stesso Cofferati) vogliono costruire come un'area di sinistra che resta tutta interna al Pd e lì rimane. La «santa alleanza» Pd-Udc da sempre convince poco Ignazio Marino: «Il migliore alleato del Pd è il Pd stesso. Dobbiamo presentare noi un 'manifesto per l'Italia' e proporlo innanzitutto a Idv e Sel. Berlusconi non si batte né con una santa alleanza né con una grande coalizione. Si batte con le idee». E' un Pd invece che per non spaccarsi in mille pezzi continua a marciare asincrono e impermeabile alle domande che gli vengono rivolte. Fa riflettere che mentre a Roma Franceschini è stato gentilmente «espulso» dal retropalco, Nichi Vendola era perfettamente a suo agio nell'analoga piazza milanese.
Il primo partito dell'opposizione è prigioniero di una coazione a ripetere. L'«ora basta» delle donne è solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto dalla lotta della Fiom sulla condizione operaia, dai giovani studenti prima e dopo l'Onda, dal milione e mezzo di firme per l'acqua pubblica e i beni comuni, dal bisogno elementare di legalità del primo «popolo viola», dalle decine di proteste della cultura e dell'informazione. «E' una politica che ribolle - concorda Fabio Mussi di Sel - in tutte queste manifestazioni c'è già un'agenda del cambiamento».
Ogni volta il Pd sembra ripartire da zero: esplodono le università e Bersani sale sui tetti solo quando è impossibile non farlo. Scoppia il «sexgate» e per due anni ci si titilla con la privacy e sulle «cose serie» per poi essere sommersi da un milione di persone che non ne possono più e fanno da soli. A proposito di donne: l'Udc è lo stesso partito che nel Lazio vuole demolire i consultori. E a proposito di Fli: il referendum sull'acqua è contro una legge del finiano Ronchi. «Non esiste una politica dei due tempi - attacca Mussi - battere Berlusconi non può essere separato dalla prospettiva di governo che vogliamo. L'alleanza naturale è il centrosinistra. Se il Pd non vuole annegare in mezzo al guado deve scegliere».

 

RAI Il Tg1 battuto dal Tg5. Il segretario Pd: sull'informazione potremmo anche mobilitarci
La maledetta domenica di Minzolini
ROMA

Domenica è stato al centro delle polemiche per il poco spazio dato alle manifestazioni delle donne. E ieri, sul Tg1 di Augusto Minzolini, è arrivata anche la mazzata degli ascolti. Perché proprio domenica sera la testata ammiraglia della Rai è stata battuta dal Tg5, che ha raggiunto sei milioni di telespettatori, contro i 5.899.000 del Tg-Minzo. Piovono dunque nuove richieste di affrontare il caso in commissione di vigilanza (il Tg1 ultimamente si è distinto per l'«intervista» con il gobbo a Berlusconi e il monologo pro-Silvio di Giuliano Ferrara scatenato). Probabilmente se ne parlerà domani nel consiglio d'amministrazione di viale Mazzini, che all'ordine del giorno ha l'argomento «informazione e pluralismo». Inutile dire che per il «direttorissimo» si tratta solo di «polemiche faziose».
Ma sull'onda delle manifestazioni di domenica il segretario del Pd Pierluigi Bersani prende coraggio e annuncia, per le prossime settimane, una «forma di osservazione, di denuncia e eventualmente di mobilitazione» sull'informazione Rai, e in particolare sui Tg. Eventualmente, per carità. Nel frattempo, la commissione parlamentare di vigilanza potrebbe pure approvare l'atto di indirizzo sul pluralismo versione Pdl. Un teso nel quale manca solo che venga esplicitato dove saranno scritti i palinsesti: direttamente a palazzo Grazioli. Il presidente della commissione, Sergio Zavoli, sostiene che l'atto di indirizzo dovrà avere una larghissima condivisione. Per Bersani nella bozza del Pdl sono contenute «assurdità totali» e in effetti è così. Ma nonostante i buoni propositi sfoggiati dal relatore di maggioranza, il pidiellino Alessio Butti, le posizioni restano distanti e non sono previsti incontri tra maggioranza e opposizione.
I tempi per la votazione a san Macuto comunque si allungano. Domani la questione sarà affrontata nell'ufficio di presidenza della commissione e già oggi pomeriggio il Comitato per la libertà nell'informazione, di cui fa parte anche la Federazione nazionale della stampa, terrà un presidio davanti palazzo San Macuto.

 

IL MONDO CI GUARDA
Un'eco immensa dall'Australia agli Usa, tranne in Russia
Grandi numeri anche dalla questura: secondo il Viminale sono state 320mila le persone che ieri in tutta Italia hanno partecipato alle manifestazioni delle donne, almeno secondo dati raccolti dalle questure. A Roma si è registrata la maggiore partecipazione, con 100mila persone; seguono Torino (80mila), Milano (50mila), Firenze (20mila), Napoli (15mila), Bologna (10mila). Inutile dire che solita guerra sui numeri a parte, la giornata di domenica ha avuto un'eco immensa su tutta la stampa mondiale. A parte la Russia dell'«amico Putin», tutti i principali giornali, dagli Usa alla Corea del Sud, dall'Argentina alla Gran Bretagna fino all'Australia, hanno raccontato con cronache e video le manifestazioni delle piazze italiane. Tra i tanti, si segnala il britannico Guardian, secondo cui in «migliaia hanno marciato per il rispetto e i valori in un Paese in cui il gap tra i generi è peggiore che in Kazakhstan». Secondo il Financial Times è stata «la più grande sfida organizzata contro il governo di Berlusconi».
 
ADOZIONI - La Cassazione affida una bimba russa ad una single di Genova
Un genitore solo basta Ma la chiesa si ribella
Maurizio Galvani

Sono maturi i tempi affinché un single possa adottare a tutti gli effetti un minore abbandonato, pur sempre con delle limitazioni. La Corte di Cassazione ha emesso una sentenza shock ed esorta il Parlamento italiano a fare presto perché venga accolto il principio che - sempre con le dovute cautele - un persona (uomo o donna) senza un partner possa accogliere ed adottare un bimbo rimasto solo. Il cui interesse prioritario, vale la pena sottolineare, è quello di avere sempre qualcuno accanto.
Altolà immediato, invece, della Chiesa romana a cui non piace questa apertura della Suprema Corte e che, tempestivamente e per bocca del cardinale Ennio Antonelli (presidente del Pontificio per la Famiglia) ha subito replicato: «Pur non conoscendo nel dettaglio questo caso e il pronunciamento della Corte, ogni bambino in generale ha diritto ad avere una madre a un padre». «Questa dovrebbe essere la normalità», ha aggiunto il prelato. Ovviamente nulla che non sia già noto della posizione più volta ribadita dalla Chiesa; colpisce semmai la contestualità di questo pronunciamento e l'assoluto divieto a priori. «Un minore esige - ha continuato il cardinale Antonelli - un padre e una madre».
Diversamente dallo scopo che suggerisce la Corte, il cui obiettivo non è quello solo di favorire l'accoglienza del minore in difficoltà ma rendere «l'adozione legittima a tutti gli effetti», nel caso dei single. Superando quei limiti che troppo spesso si incontra nella nostra giurisdizione e che i Tribunali ordinari e per i minorenni fanno propri anche se ci troviamo di fronte a condizioni che richiederebbero un diverso approccio giuridico rispetto ai problemi e alle necessità specifiche di ogni singolo minore. I limiti sono chiari e sono quelli che in gran parte la Chiesa vuole che si ribadiscano. Prima di tutto il matrimonio tra i due coniugi. Un matrimonio, in verità, non è assolutamente la garanzia di esercitare una superiore capacità a diventare bravi genitori e quindi poter adottare sia nel nostro paese che all'estero. Nè si dovrebbe continuare a chiedere alle persone o alla coppia di coniugi quasi un «brevetto» nel quale poter dimostrare anticipatamente la maggiore attitudine a poter adottare rispetto alle coppie biologiche. Un qualcosa e un ostacolo che viene ancora prima del divieto che nega nel nostro paese la legittimità ad adottare alle coppie di fatto tanto più quando si tratta di una coppia omosessuale.
Con questa sentenza numero 3572 - depositata ieri - la Suprema Corte vuole fare applicare qualcosa che già c'è: un norma che è contenuta nella «Convenzione di Strasburgo sui fanciulli del 1967». Convenzione che però come tante altre - proprio in materia del rispetto dei diritti dei minori - non sono quasi mai rispettate anzi il più delle volte sono disattese. Questa potrebbe essere l'occasione per mettere al centro dell'attenzione dei media come dei legislatori un interesse che deve essere condiviso: quello tra l'adulto che vuole fare il genitore e quello di un bambino/a abbandonato. Questa sentenza non dovrebbe contrapporre i «due» interessi ma aiutare a trovare soluzioni per farli incontrare. Una volta che sia stata stabilita la capacità dell'adulto di svolgere un ruolo di aiuto, di protezione, un aiuto pedagogico e psicologico anche se riguarda un single.
La condizione di single non è un problema e non ostacola l'adozione qualora sempre rispetti l'interesse prioritario del minore. A differenza di quello che continua a sostenere l'autorità ecclesiastica solo solidale quando scatta l'emergenza come è stato nel caso del terremoto di Haiti. La Suprema Corte si rivolge al legislatore perché faccia qualcosa da subito anche se mette delle limitazioni affinché l'adozione avvenga. La sentenza 3572 nasce dalla convalida - seppur in forma non pienamente legittima ma mite - dell'adozione di una bimba russa alla quale farà da mamma una donna che vive sola a Genova.
Ma ricorda al Parlamento italiano la carenza di una legislazione vigente in materia del riconoscimento di adozione in Italia quando molti tribunali all'estero hanno riconosciuto a tutti gli effetti l'adottabilità comunque di minori che sono stati riconosciuti abbandonati dopo seri accertamenti.

FINANCIAL TIMES Doppio attacco al governo
«Draghi alla Bce, Berlusconi a casa»
Francesco Paternò

Mario Draghi alla presidenza della Bce segnerebbe un punto per la credibilità precipitata dell'Italia all'estero. Ma senza riflessi positivi per il governo Berlusconi, costretto adesso ad appoggiarlo dopo un anno di silenzi-assensi che in politica valgono zero. Il caso Draghi è un'altra spia della debolezza dell'esecutivo, sottolineata dal Financial Times che ieri ha pubblicato ben due commenti per sostenere la nomina del governatore di Bankitalia alla banca centrale europea («l'uomo giusto») e insieme sottolineare come lui e Giorgio Napolitano «facciano onore al loro paese e rappresentino l'Italia al meglio». Aggiungendo «non Berlusconi», e concludendo con un «Arrivederci Silvio».
Fino a venerdì scorso, Draghi correva per Francoforte con due handicap pesanti. Il primo è il candidato concorrente, il governatore della Bundesbank Axel Weber. Il secondo è Giulio Tremonti, il ministro dell'economia in guerra permanente con lui. Questioni di potere e di culture diverse. Ma Weber molla all'improvviso e Tremonti sposa l'«ottima candidatura» italiana. Certo non con il calore di Ft, che vede in Draghi addirittura tutte le caratteristiche del candidato ideale: «Un banchiere centrale di esperienza con una profonda conoscenza delle questioni monetarie e finanziarie, nonché del sistema finanziario», «in grado, poi, di formare consenso in un Consiglio direttivo difficile e spesso diviso, e anche di presentare questo consenso all'esterno e di tenere testa a leader europei di primo piano come il cancelliere tedesco e il presidente francese», infine «un rappresentante credibile all'esterno, anche verso gli investitori globali».
Il quotidiano della City mette in relazione la figura del governatore con la crisi di leadeship berlusconiana, ma non fa la domanda che circola negli ambienti politici romani: quanto è contento Tremonti se Draghi se ne va a Francoforte? Il governatore è considerato anche un candidato ideale per un governo tecnico da parte dell'establishment (Quirinale e centrosinistra compresi) in caso di crisi di governo, mentre Tremonti non fa nulla per nascondere le sue ambizioni post Berlusconi. In questa corsa, Draghi sta a Tremonti un po' come Weber è stato a Draghi per la Bce. Un favorito. Chiaro che se lui si trasferisse a Francoforte al posto di Jean Claude Trichet il prossimo ottobre, tutto cambierebbe. Quando la stampa tedesca faceva campagna per Weber, la popolare Bild scrisse una volta a mo' di insulto quel che temeva Tremonti: «Vada al posto di Berlusconi».
Ft sostiene che la cancelliera Angela Merkel dovrebbe blindare Draghi, facendolo diventare il candidato di Berlino in alternativa a «una lotta lunga e dura, seguita dalla nomina di un candidato di terzo rango. Sarebbe una calamità per l'Eurozona». Al governatore di Bankitalia non mancano le carte giuste: potrebbe già contare sul sostegno del ministro dell'economia francese Christiane Lagarde ed è stato incoronato in tempi non sospetti dal Wall Street Journal, l'altra bibbia americana del liberismo, tra i pochi banchieri capaci di salvare il mondo dall'ultimo tsunami finanziario. La sua carta migliore è quella che non piace a Tremonti: Draghi crede nel «modello tedesco» e dice che la Germania «deve servire da esempio» per un'Europa bisognosa di riforme per accelerare la crescita economica. Lo ripete oggi in un'intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Tutto si tiene.

 

FECONDAZIONE
Associazioni contro governo

«Siamo pronti a impugnare in ogni sede le norme che saranno emanate in violazione della privacy di tante famiglie italiane». Ad un governo che concepisce la privacy solo in casa Berlusconi, ieri le associazioni Amica Cicogna e Luca Coscioni hanno dichiarato battaglia. Si oppongono al provvedimento inserito quasi di nascosto dall'esecutivo nel Milleproroghe che impone ai centro di fecondazione artificiale di trasmettere al ministero della Salute nomi e cognomi delle coppie che si rivolgono loro per sottoporsi a trattamento di procreazione assistita. «Questa - sottolinea l'avvocato Filomena Gallo, legale delle due associazioni - è una violazione della privacy delle coppie infertili non supportata da nessuna norma nazionale o comunitaria ma solo giustificata dall'ostinazione di un governo a voler impedire in ogni modo il ricorso alla fecondazione assistita a coppie che desiderano avere un figlio. Il Garante della Privacy, già nel 2005, ha chiarito che i dati delle coppie devono essere anonimi e che non può essere istituito il registro dei bambini nati da fecondazione assistita».
 
13 FEBBRAIO
FEMMINISMO, IL NUOVO CHE RIEMERGE
Valentino Parlato
Quella di domenica 13 febbraio 2011 diventerà, a mio parere, una data storica. Mai, nei quasi 150 anni di Italia unita, c'è stata una manifestazione di donne, nazionale e di così grande portata. Più di un milione di donne, giovani e anziane e di diversi ceti sociali. È conseguente affermare che un nuovo soggetto, un nuovo protagonista è entrato nella politica italiana. E di questo nuovo soggetto occorre studiare i pensieri, il malessere e gli obiettivi emergenti. È un passo avanti del femminismo che non è nato ieri, ma che solo da poco ha avuto una presenza di massa sulla scena politica italiana.
È importante e certo, ma ridurre questa giornata solo all'antiberlusconismo sarebbe - sempre a mio parere - riduttivo. Tanto più che Berlusconi accecato com'è non sarà assolutamente in grado di tenerne conto. Dirà, come sta dicendo, che si tratta dell'ennesimo attacco fazioso contro di lui, un'aggressione comunista (ormai in Italia è il solo a usare questa parola). Tuttavia teme assai che questa più recente valanga possa travolgerlo. E non è detto che non accada anche in tempi brevi.
Stando così le cose penso che chi debba di più riflettere sulla giornata del 13 febbraio siano i partiti democratici e soprattutto quelli che si dicono di sinistra, il Pd innanzitutto, ma anche (e forse di più) Rifondazione e Sinistra e Libertà. Come dimenticare che condizione forte della manifestazione del 13 era l'esclusione della bandiera di partito? Ridurre la manifestazione del 13 febbraio a un'altra spintonata contro Berlusconi e basta sarebbe da ciechi e sordi. Non so (io) bene quanta connessione ci sia con il femminismo e la sua cultura, ma mi sembra certo che la manifestazione del 13 febbraio faccia emergere, porti a livello politico, le esigenze e i problemi che da tempo maturano nella cultura e nella politica delle donne e che sono alla radice della grande manifestazione, finora (a parte le facili retoriche dei comizi) tenuti in secondo piano: facciamo noi uomini e poi le donne - come l'intendenza - seguiranno. Sarebbe un errore grave e pericoloso, così come sarebbe poco produttivo ridurre la manifestazione del 13 solo all'antiberlusconismo, che certamente c'era e c'è e deve pesare, ma non è tutto. Cerchino di capire il nuovo che riemerge. E va detto, ripeto, ai partiti che si dicono di sinistra e che, attualmente, si caratterizzano per il vuoto culturale

VUOTI DI MEMORIA
Maschile
Alberto Piccinini
«Per me... quel sole che noi abbiamo aspettato per tanto tempo quella notte a Ostia e che poi spuntava dalla parte opposta... per me è stato un segno, un invito a capire. Secondo me in questo periodo noi stiamo sbagliando pressocchè... più o meno tutto. Siamo un po' scocciati, un po' delusi, un po'... stanchi. Abbiamo smesso di fare politica attiva. Siamo contenti perchè ci siamo liberati di questo peso. Cerchiamo di divertirci. Io... sono un po' stufo. Anche perchè non mi diverto. Dobbiamo riuscire qui a fare qualcosa, non come ora che nessuno si fa gli affari suoi ma non cambia nulla degli altri...» «Giusto!» «...penso che sbagliamo quasi tutto, nei rapporti con le donne, tra noi, con lo studio, in famiglia, nel lavoro... Io vorrei che noi parlassimo, veramente, per cercare di cambiarci, di essere diversi nei comportamenti dai nostri nonni. Per essere, ma veramente, nelle cose di tutti i giorni... rivoluzionari. Come discorso inaugurale penso che basti e avanzi». «Allora per stare insieme potremmo fare una squadra di pallacanestro, oppure una rivista, aprire un barbiere alternativo. Ci chiamiamo con una data: 15 giugno, 20 settembre, 14 luglio...» «Eh ma so' tutte occupate le date!» (discorso inaugurale delle sedute di autocoscienza maschile, «Ecce bombo», Nanni Moretti 1978)

SCFFALE «La democrazia dispotica» di Michele Ciliberto
Il laboratorio italiano del populismo
Carlo Altini
LIBRI MICHELE CILIBERTO, LA DEMOCRAZIA DISPOSTICA, LATERZA, PP. 224, EURO 18

Senza politica non c'è libertà. È a partire da questa affermazione di Machiavelli che Michele Ciliberto, nel volume La democrazia dispotica, attraversa le profonde patologie della democrazia in Italia utilizzando la lezione dei classici, da Tocqueville a Marx, da Weber a Croce e Gramsci. Il punto di partenza è naturalmente l'attuale degenerazione populista rappresentata dal dispotismo «morbido» del berlusconismo, ma lo sguardo è di più ampia portata, sia storica che teorica. Storica, perché nel volume si ripercorrono i principali passaggi della politica europea contemporanea, in particolare la differenza tra la «politicizzazione di massa» del Novecento e il processo di individualizzazione avviato con il Sessantotto. Teorica, perché il berlusconismo è certamente un fenomeno sui generis che, tuttavia, si inserisce all'interno di una più generale crisi delle democrazie europee, costituendone un esito diretto: del resto, non è la prima volta che l'Italia funge da «laboratorio» per la costruzione di un nuovo sistema politico (basta pensare al fascismo rispetto ai successivi regimi totalitari). Alcuni degli argomenti tipici del dispotismo democratico berlusconiano sono noti anche alla cronaca: la prevaricazione dell'esecutivo sul legislativo, la guerra contro il giudiziario, il conflitto di interessi, la confusione tra pubblico e privato, il controllo dei mezzi di comunicazione, la leadership carismatica, la fabulazione maschilista. Ma non risiede qui lo specifico del volume, il cui merito consiste nell'inserire questi fenomeni all'interno della deriva di lungo periodo della democrazia caratterizzata, da un lato, dalla frantumazione delle identità collettive e, dall'altro, dalle nuove forme di passività che hanno completamente tolto significato a parole quali partecipazione e autogoverno.
Il berlusconismo porta infatti alle estreme conseguenze il cortocircuito democratico tra demagogia e autoritarismo, fondando il proprio potere dispotico su un largo consenso e su una solida egemonia culturale costruita sul primato della fiction. È il pericolo già segnalato da Tocqueville: all'essenza della democrazia non è estraneo l'avvento di una società passiva, statica, socialmente frammentata e incapace di effettivo mutamento, governata in modo paternalistico da un potere che parla non alle classi, ma agli individui isolati, chiusi nei loro interessi privati e contrapposti gli uni agli altri.
Questa profonda crisi del rapporto tra governanti e governati - con il conseguente declino della rappresentanza politica e sociale - non è però una patologia che riguarda solo la destra, perché non è estranea nemmeno alla cultura della sinistra italiana che, a partire dagli anni Settanta, non ha saputo né collocarsi oltre l'orizzonte della politicizzazione di massa, né governare i processi sociali che hanno condotto all'ipertrofia di un individualismo edonistico e possessivo declinato in senso reazionario. Questa incapacità progettuale di favorire la partecipazione politica su una nuova base culturale - quindi non più all'interno della «politica di massa» del Novecento - non è stata intaccata nemmeno dalla recente introduzione delle «primarie», anzi l'ha aggravata, visto che ha favorito un'ulteriore degenerazione plebiscitaria e carismatica tipica dell'isolamento sociale in cui si sviluppa la democrazia dispotica. Ciò che è mancato alle forze di sinistra è dunque la comprensione culturale, prima che politica, del cambiamento del rapporto tra individuo e comunità dopo il 1989: al contrario di quanto accadeva con le forme di politicizzazione di massa del Novecento, oggi nessun individuo è più disposto a «sciogliersi» nella comunità. Ciò non ha però significato una maggiore emancipazione ma, viceversa, una più profonda forma di sottomissione resa possibile dal fatto che il dispotismo democratico ha sottratto le «forze proprie» degli individui trasformandoli, con il loro consenso, in monadi isolate e soggiogate, di fatto, in servitù.
L'analisi di Ciliberto attraversa le questioni italiane recenti (l'aumento delle diseguaglianze, la crisi del «pubblico» e del sindacato, l'ostilità contro gli immigrati, la deriva dell'ethos repubblicano, la degenerazione oligarchica dei partiti, il trasformismo) ma non intende fermarsi sulla cronaca né fornire «ricette» direttamente applicabili allo scopo di trovare soluzioni immediate al dispotismo democratico. L'uscita da questa notte, è inutile illudersi, non sarà a breve. La soluzione alla degenerazione democratica non passa da facili scorciatoie di «modernizzazione» (tra cui l'appiattimento su un modello liberale «temperato»), ma attraverso la costruzione di una cultura e un linguaggio politico in grado di restituire una reale autonomia ai cittadini attraverso una critica materialistica dell'ideologia e dei rapporti di classe, recuperando la centralità della partecipazione e del conflitto all'interno degli spazi democratici, in primis nei luoghi di lavoro. E per questo è necessario che vengano costruite forme di aggregazione e corpi intermedi in grado di rimediare all'isolamento degli individui, riconnettendoli in una serie di legami politici e sociali necessari per uscire dalla servitù e per ristabilire il nesso tra democrazia, eguaglianza e libertà.

 

 


il manifesto - 13 Febbraio 2011

Corpi speciali
Scende in piazza la protesta delle donne contro il sultanato
e si accende la discussione su potenzialità e limiti della
mobilitazione. «Dico basta» è lo slogan delle manifestazioni
che oggi attraversano le nostre città. Basta a Berlusconi, alla
donna-tangente, al paternalismo di una sinistra che parla di
«moglie, figlie e sorelle» pensando di giocarle sul piatto elettorale

PALCO E RETROPALCO
Norma Rangeri

È sempre un buon segno quando nelle manifestazioni delle donne ci sono molti uomini. Sarà una svolta se dal palco delle cento città si ascolteranno le parole dei maschi, loro sì umiliati dalle convulsioni del bungabunga. Sarebbe una rivoluzione se in questa giornata di mobilitazione civile, i politici della sinistra ammettessero pubblicamente sia la loro insipienza di fronte all'altro sesso, sia l'uso strumentale della rabbia femminile contro l'indecente presidente del consiglio.
Le donne non hanno mai smesso di parlare, anche quando la cultura e la politica della sinistra non avevano voglia di ascoltarle, né capivano la rivoluzione di quel pifferaio che raccontava la storia del supermercato in cui tutti sarebbero stati liberi consumatori di sogni gentilmente confezionati dalla televisione. La sconfitta culturale annunciava quella politica, prenderne atto significa non mettere a Berlusconi la maschera dell'alieno e non considerare la piazza di oggi una rosa senza spine.
Quel che si discute da due anni, dal caso-Noemi al caso-Ruby, non è il privato di un eccentrico presidente del consiglio, ma la sostanza culturale di una politica che inventa la donna-tangente e ostenta l'esibizione del mercato tra sesso e potere fino a farne una bussola per la selezione della classe dirigente e di governo. Il centro della scena è occupato dalla relazione incresciosa tra le escort e il capo del governo, ma nel retropalco agisce la relazione pericolosa tra uomini e donne nella vita quotidiana, dentro le mura domestiche così amorevolmente minacciose o nei luoghi di lavoro dove le gerarchie e i salari già bastano a descrivere discriminazione sessuale e handicap sociale.
Berlusconi è un pessimo esempio di maschio italiano, ma molti, e trasversalmente, lo invidiano e lo imitano. 
Gli uomini hanno scritto sul manifesto in che cosa sentono di assomigliare all'anziano che paga le minorenni, un esercizio intellettuale adeguato al bisogno di uscire dal berlusconismo senza paternalismi, né vecchie bandiere.
Non si tratta di mettere sul podio chi usa la faccia anziché il fondoschiena, chi lavora dentro e fuori casa anziché sulla strada o nei prive del miliardario. Riposino in pace le mutande di Ferrara che contro il corpo delle donne ha ingaggiato una crociata, e stia tranquillo il solidale Bersani che applaude alle piazze di oggi pesandole sulla bilancia della battaglia elettorale di domani: non ci sono vittime da salvare, né eroine da esaltare. Le donne italiane, sia quelle che considerano la mente una zona erogena, sia quelle che ritengono di essere sedute sulla propria fortuna sono tutte di robusta costituzione democratica. Nonostante vivano in un paese umiliato e depresso lo hanno sempre riscattato dalle folate reazionarie con ricostituenti laici e liberatori. Scegliendo il divorzio quando il partito comunista lo temeva, affermando il loro esclusivo diritto alla scelta della maternità quando la Dc voleva mortificarlo. E ora scendendo in piazza, nelle piccole e grandi città, per urlare il loro dies irae contro il predatore di Arcore che ha scambiato le donne per esemplari di una selvaggina in dotazione alla sua tirannide.
 
VOI SIETE QUI
Evviva la biodiversità nella tv pubblica
Alessandro Robecchi

Bisogna guardare con gioia alla proposta della maggioranza in commissione di vigilanza Rai, non siamo forse noi sostenitori della biodiversità? Perfetto! Ora, se un dirigente Rai ha in ufficio un ficus dovrà mettere anche una palma nana. Se a un talk show c'è Lele Mora dovrà esserci, per bilanciare, anche un essere umano; se c'è Berlusconi ci vorrà una persona perbene. Per bilanciare Belpietro ci vorranno almeno tre ospiti in buona fede, se c'è Sgarbi bisognerà invitare una botte di valium. Al Tg1 per bilanciare Minzolini si potrebbe affiancargli il panda nano dello zoo di Nanchino, che ha maggiore senso della notizia. Nessun regolamento è perfetto, non facciamoci illusioni: non esiste in natura un organismo vivente, dall'ameba al rinoceronte, che possa bilanciare Ghedini. E nel caso fosse ospite Giuliano Ferrara chi gli si potrebbe affiancare? Forse solo Giuliano Ferrara potrebbe essere all'altezza del contraddittorio: avremmo così un grasso signore sudato che sostiene il libertinismo e l'autodeterminazione della donna (nel darla a Silvio a pagamento) che litiga con un grasso signore sudato che nega l'autodeterminazione della donna in caso di aborto e fecondazione assistita. Poi, per bilanciare i due Ferrara, chiameremo i caschi blu. Più complessa la questione della satira: se c'è uno di sinistra che fa ridere (mettiamo Crozza) ci vorrà uno di destra che fa ridere (mettiamo Cicchitto). Se in una gag si prende in giro, poniamo, la Santanché, come bilanciare? Si potrebbe prendere in giro il chirurgo della Santanché, l'unico chirurgo antiestetico del pianeta. Come vedete si prepara un superlavoro per i dirigenti della tivù pubblica. Ripreso dalla telecamere Silvio Berlusconi si è descritto così: «Un ricco signore che vorrebbe girare il mondo a costruire ospedali per bambini». Panico alla direzione generale: per bilanciare questa battuta cosa potremmo fare? Forse trovare uno che dice che se vince le elezioni regionali sconfiggerà il cancro. Già, ma dove lo troviamo un bugiardo simile?
 
Rosa e le altre
Fino a ieri cucivano uniformi e giubbotti antiproiettile. Poi l'azienda decide di delocalizzare e a loro non resta che presidiare giorno e notte la loro fabbrica, a Latina. Una storia di coraggio e determinazione. Al femminile
Viviana Morreale

«Con queste mani noi produciamo cose: ora cuciamo tende, prima cucivamo giubbotti antiproiettile e uniformi. Con queste mani non palpiamo, non tocchiamo, non le usiamo per sesso a pagamento. Con il lavoro di queste mani io guadagno 1051 euro al mese, straordinari inclusi. Quanto mi pagherebbero per una palpatina? Per una toccatina? Per un bacio? Mille euro?».
Chi parla è Rosa Giancola, 43 anni, una delle 29 operaie della Tacconi Sud, un'azienda di Latina, che dal 19 gennaio presidiano la fabbrica, chiusa dal 10 gennaio di quest'anno con una delocalizzazione in vista in Romania. Rosa parla e muove in continuazione le mani di cui va fiera perché «producono il Pil del paese», dice lei. Ci racconta la storia sua e delle sue colleghe di lavoro. Antonella, Caterina, Nicoletta, Patrizia. L'ha scritta in un diario, «uno sfogo per non sentirsi sola», che poi ha pubblicato su Facebook.
«Dal 2007 al 31 dicembre 2010 siamo entrate e uscite dalla cassa integrazione. Il 17 dicembre 2010 Latina è sotto la neve. Noi attendiamo una notizia da Pavia, dove vivono i Sarchi, i padroni della fabbrica. Per tutto il giorno non c'è modo di parlare con la proprietà. Dal telefono del nostro segretario partono almeno 50 telefonate. È tutto fermo, come questo paesaggio insolito per Latina. Improvvisamente, la mattina di sabato 18 dicembre, il segretario ci annuncia che la decisione presa dall'azienda: cessazione di attività. Era una "cronaca di una morte annunciata", non c'era nessuno stupore, lo sapevamo già, solo un silenzio consapevole di cosa ci aspettava. Io e le mie colleghe giravamo per le vie del centro, circondate dalle luci natalizie bianche e accoglienti, ci sentivamo sospese dentro una bolla, una sensazione di vuoto irreale, come se il terreno fosse franato sotto i piedi e la testa fosse sospesa per aria. La nave stava affondando. Il 20 dicembre ci riuniamo nell'ufficio direzione, perché in mensa, dove di solito si svolgono le assemblee, fa troppo freddo. Mi rendo conto che non abbiamo le forze necessarie per pensare ad un'assemblea permanente, alcune di noi hanno bambini, anche piccoli, e chi genitori bisognosi di cure, come me. Perché le donne in questo paese hanno sempre una doppia occupazione, siamo noi il vero welfare del paese. Chiedere loro un presidio giorno e notte è difficile. Il 24 dicembre, accendo il pc e inizio a scrivere una nota su Facebook, forse per terapia, una lunga lettera pre-natalizia a questa città che assiste impotente al suo declino tra gli addobbi di Natale. Eccola, inizia così: "Una giornalista mi chiede secca - Come passerete il Natale? - non riesco a rispondere, da dove cominciare, cosa dire. Potrei tagliare corto e dire che lo passerò con meno soldi, come tutti quelli che perdono il lavoro, no? Ma non c'è solo questo da dire, mi guardo intorno e mi rendo conto che ci sono due Italie parallele, così come ci sono due città davanti ai miei occhi, una Latina che compra regali, forse un po' infastidita dall'altra che sprofonda, rovinando così il 'clima natalizio' al quale tutti hanno diritto potendo spendere il frutto del loro lavoro".
Passano le feste. Nessuna risposta dalla proprietà. Poi, il 10 gennaio arriva a ciascuna di noi la lettera di licenziamento. Così, il 19 gennaio, io e le mie colleghe proclamiamo lo stato di agitazione e decidiamo un'assemblea permanente. Quando veniamo a sapere che i padroni vogliono cambiare il codice d'accesso dei cancelli, ci diciamo: se non ora, quando? Così occupiamo la fabbrica, e inizia il nostro presidio».
È un presidio al femminile. Entro dentro alla fabbrica e mi travolge un odore di ciambellone e caffè. Mi aspettavo un posto freddo, invece le operaie hanno ricostruito nei locali della mensa una specie di salotto da casa accogliente, con poltrone e divani letto. Alcune di loro guardano la tivù da un vecchio televisore coi colori tutti virati fucsia che trasmette un programma di quiz. Alcune portano al presidio i figli piccoli, che così possono dormire con loro. Caterina ha lasciato suo figlio a casa: «Mamma non dorme a casa questa sera». Antonella si finge vedetta, e sta appostata alla finestra scrutando con un binocolo i cancelli, chiusi con una catena improvvisata. «Se la polizia cerca d'entrare dobbiamo essere pronte».
Fuori dai cancelli la polizia controlla. Rosa scrive nel suo diario: «Solo delle donne avrebbero potuto trasformare un momento drammatico in una condivisione solidale. Quando uno dei carabinieri ha accettato il caffè offerto da noi al di là del cancello la tensione si è sciolta. Questo per dire che la forza non è sempre sinonimo di forza fisica o violenza. Le donne non hanno mai potuto contare sulla propria prestanza fisica per difendersi, ma sulla propria determinazione, sì».
Le operaie più anziane sono tranquille perché sanno che la loro battaglia si concluderà al massimo con la pensione. Rosa, che ha quarant'anni, non ha l'età per cercare un nuovo lavoro e non ha accumulato contributi a sufficienza per smettere di lavorare. E così si è iscritta all'università, sociologia, alla Sapienza di Roma. «Non si sa mai. Ho dovuto iniziare a lavorare presto, qualche anno fa mi sono diplomata alla scuola serale. Non giudico il modo in cui queste ragazze utilizzano il proprio corpo, penso solamente che Ruby in una sera si toglie il pensiero. Io settemila euro in una volta sola non li ho mai visti».
Per Rosa è difficile trovare lavoro. Latina è la provincia d'Italia che l'anno scorso ha visto il maggior aumento delle cassa integrazione. Più 94 per cento rispetto all'anno precedente. Anche la Tacconi Sud aveva chiesto la cassa integrazione. Il lavoro c'era, anche se poco, per lo più commesse dello Stato. Fino a qualche tempo la Tacconi Sud fa produceva i giubbotti antiproiettile dei nostri soldati italiani, e tanti di quelli prodotti a Latina sono andati in Afganistan e in Iraq. Da qualche anno la fabbrica si era riconvertita: le operaie si sono messe a fabbricare tende e barriere anti-inquinamento. Sono state loro a cucire le tende per i terremotati dell'Umbria e dell'Abruzzo. «Le cucivamo noi, per la Protezione Civile. Loro le usavano, poi ce le rispedivano indietro. Ci toccava ripulirle coll'acqua e sapone, poi le riusavamo come fossero nuove, anche se sarebbe illegale. Una volta dentro ad una delle tende usate per il terremoto dell'Umbria abbiamo trovato un diario di un bambino. Raccontava le sue giornate, cosa faceva nei campi degli sfollati». Gente che non dorme sotto il tetto della sua casa. I terremotati come loro, le donne della Tacconi Sud, l'Armata Brancaleone, come si definiscono loro stesse. Il prossimo incontro con il prefetto sarà lunedì 14, il giorno di San Valentino: Rosa e le altre sperano di ricevere un gesto d'amore dal loro padrone.
*Inviata di Annozero

L'Italia in 117 piazze (più 33)
Da Acqui Terme a Washington D.C.. Non è uno scherzo, ma la potenza del social network che oggi porterà in piazza donne (e uomini «amici delle donne») in 117 piazze italiane (grandi, piccole e piccolissime), passando per alcune altre piazze del globo (33 quelle censite dalle agenzie di stampa) tipo Londra, Honolulu, Seul, Katmandu...
E se, per restare a noi, centodiciassette saranno le piazze molte di più, c'è da scommettere, saranno le soggettività, i sentimenti, i desideri e le piattaforme che quelle piazze riempiranno. Piazze bipartisan, eppure senza colore e bandiere politico sindacali. Contro la mercificazione, il sultanato, o, per dirla in una parola, l'indecenza che tutto pervade. Donne che, come recita l'appello che ha chiamato alla mobilitazione, «difendono la loro dignità», e uomini che «è tempo che dimostrino la loro amicizia verso le donne». Piazze che tentano persino i cattolici, come ieri lasciava intendere l'editoriale del direttore del quotidiano Avvenire.
Da Fli all'intero arco della sinistra, passando per i centristi dell'Udc (che in piazza non ci sarà, non potendo rinnegare il tradizionale astio movimentista, ma ieri salutava con favore le ragioni della mobilitazione), i partiti politici non mancheranno l'appuntamento che oggi promette di segnare una grande giornata all'insegna dell'antiberlusconismo. «Non ricordo, negli ultimi anni, un così vasto movimento di opinione, perchè stavolta in gioco c'è l'identità stessa delle italiane», dice Anna Finocchiaro (Pd). Secondo Nichi Vendola: «Abbiamo vissuto troppo a lungo con una degradazione dell'immagine delle donne, l'umiliazione del loro corpo, la riduzione della loro realtà a orpello, a contorno delle performance del genere maschile. E il genere maschile - ma parlo di una classe dirigente - si è addirittura dotato dell'idea di poter scegliere nella vita pubblica le donne a seconda della loro gradevolezza estetica».

UOMINI E NO
Il culto del mercato totale
Marco Mancassola

Non me ne frega se lui usa le donne. Ci sono donne che sembrano contente di farsi usare. Non me ne frega neppure se è un cattivo modello: in fondo è sempre stato un punk della politica, uno che sconvolge le regole, uno che occupa le istituzioni e insieme le mette in crisi, fa le corna nelle foto ufficiali e compie gesti sconvenienti. Tanti italiani lo amano per questo. Quanto al fatto che sia al centro di un giro di prostituzione, capirai che scandalo. Siamo un popolo di puttanieri. Le stime nazionali parlano di nove milioni di clienti maschi di prostitute, e anche alle signore piace pagare. In un campione di donne coinvolte in una recente ricerca della sessuologa Serenella Salomoni, il 37 per cento rivela di aver pensato almeno una volta di pagare un uomo per sesso, il 19 per cento lo ha fatto. Infine, se la mettiamo sul fatto delle minorenni, va bene, brutta storia. Ma quante volte tornando a casa di sera abbiamo visto sul marciapiede ragazzine-schiave a malapena sedicenni, aspettare che qualche nostro concittadino le tirasse su - e non abbiamo battuto ciglio?
Comunque raccontiamo la storia, ci sono sempre due versioni. La versione di chi si scandalizza e quella di chi non vede motivo di scandalizzarsi, e le due versioni non parlano tra loro. C'è poi la chiave di lettura generazionale, forse più interessante: un sistema in cui la gioventù è merce di consumo estremo, carne da macello a buon mercato usata tanto per riempire reality e talent show, quanto per i festini dei capi. Sullo sfondo, un paese con la disoccupazione giovanile al 30 per cento. Dove le cronache dei movimenti e delle rivolte studentesche di dicembre sono state sepolte e mandate nell'oblio dalle cronache di Ruby e compagne, nuove protagoniste di servizi soft porno sui telegiornali. Anche qui, però, l'anima cinica scrolla le spalle: è il mercato, bellezza. Vogliamo crocifiggere quelle ragazze perché hanno colto l'occasione di farsi strada?
Cerchiamo di essere realisti. Torniamo ad esempio al popolo di puttanieri. In un presente labile e precario, è più economico comprare un po' di amore che mettersi a corteggiare qualcuno, uscirci a cena e tutto il resto. Chi ha più tempo per i corteggiamenti? Chi ha i soldi, chi ha la voglia, l'energia? Il mercato vince perché risponde in modo pratico a problemi che la vita non può più risolvere. È troppo tardi per arricciare il naso. Quando abbiamo accettato di vivere in un sistema basato sul mercato estremo dovevamo sapere che tale sistema ha come esito quello di trasformare tutto, appunto, in mercato. E al di fuori del mercato non può restare niente. In questo senso le faccende sessuali del capo sono metaforiche ed emblematiche. Alla fine, la vera domanda sulla quale dobbiamo interrogarci, al di fuori delle belle parole, è se sia naturale contrattare tutto - o se ci siano ancora dei limiti e quali.
Ora, l'opposizione italiana guarda ai casi sessuali e li considera un'anomalia, una degenerazione riprovevole, incidentale. Tolto di mezzo questo capo, il sistema ritroverà la sua normalità e potremo ricominciare a parlare dei problemi del paese. Peccato che ci sia poco di incidentale. L'errore prospettico del pallido riformismo italiano è ancora quello di considerare Berlusconi - dopo tutti questi anni! - un incidente di percorso anziché il compimento pieno, logico, estremo di un sistema. Dove per sistema si intende la manifestazione italiana del culto del mercato totale. Non serve neppure scomodare marxismi e liberismi, è una questione di percezioni immediate. Che all'interno di una società ci sia chi consapevolmente sceglie di vendere o comprare non ci turba molto. Ma qui un'intera società ha condotto alla prostituzione di massa: dei corpi, delle menti, delle idee, delle vite, delle giovinezze, di ogni cosa. Siamo tutti carne da macello. Ci piace divorare e farci divorare.
Un'opposizione che si limiti a sperare di usare uno scandalo sessuale per togliere di mezzo Berlusconi, senza fare insieme lo sforzo di mettere in campo un'altra idea di società, merita l'accusa di moralismo. La mercificazione estrema del mondo e la democrazia dei rapporti umani difficilmente possono stare accanto. Senza contare la strana capriola, a cui abbiamo assistito in questi giorni, di un Pd che vuole scendere in piazza a fianco delle donne e nel frattempo litiga per l'ennesima volta sulle unioni civili. Allo stesso modo, un movimento delle donne che si limiti ad agitare questioni di rappresentazione - il problema di come le donne vengono rappresentate in televisione eccetera - rischia di mancare il colpo. La cultura del politically correct di sinistra si è concentrata per decenni sul problema di come le cose venivano rappresentate, e ha perso di vista il problema di come le cose venivano vissute. Quello a cui assistiamo è un problema di rapporti democratici: è lecito che un potente possa comprare chi gli pare? È soltanto da una prospettiva di sinistra autentica, cioè pronta a discutere questo sistema economico, sociale, emotivo, che può venire una critica significativa al capo e alle sue varie orge. Tutto il resto scivola via

13 FEBBRAIO E DOPO
Dopo il femminismo, fra fondamentalisti e «sindrome Palin»
Paola Melchiori

Abbiamo bisogno di Berlusconi per confrontarci tra noi? Per ri-chiedere ai nostri amici maschi di fare quello che chiediamo loro di fare da quarant'anni? Pare di sì. Ma non possiamo cacciarlo, Berlusconi, tutti, per quello che è, un essere inqualificabile su tutti i piani? E vedere la sua relazione con le donne come espressione perfetta di questa inqualificabilità? Organizzare una manifestazione generale promossa dalle donne per cacciare Berlusconi? Da tempo nel mondo le avanguardie sociopolitiche sono le donne, che prendono in carico, usualmente, questioni spinose.
Ma proviamo anche a prendere la questione da un' altra parte. Usiamo l'occasione per domandarci: in che fase siamo per quanto attiene alla liberazione delle donne dalle schiavitù interne ed esterne?
Il femminismo ha operato una rivoluzione culturale ed epistemologica, toccando la biopolitica del patriarcato, cioè gli assetti profondi degli equilibri personali degli umani e della società. Qualcosa è cambiato per sempre e questo ha radicalizzato i termini del conflitto, prima oscurato dal silenzio di una parte. Questo «silenzio» è finito. Oggi ci si deve confrontare con uno scenario molto più complesso, e profondamente, non solo per effetto della mutata situazione globale ma anche perché lo scenario è reso più confuso proprio dalla contemporanea combinazione degli effetti prodotti da questo movimento e dalle reazioni ad esso. E in tutti gli attori, vittime e persecutori, per cosi dire. I nuovi assetti, transculturali e trangenerazionli, sia delle vittime che del sistema che hanno scosso, sono il risultato dei reciproci adattamenti, quelli delle donne per sopravvivere comunque ai comportamenti profondamente interiorizzati; quelli, degli uomini, per mantenere gli assetti non scomodi e utili ai propri privilegi.
La comprensione della combinazione e della distinzione tra gli elementi permanenti del patriarcato e quelli storicamente mutanti è oggi elemento essenziale per non rimanere intrappolate tra i fondamentalismi di vario tipo e la spada di Damocle dell'accusa di insufficiente «modernità». Le reazioni a quelle che all'inizio erano solo non iperradicali domande di inclusione nel corpus dei diritti, e che sono pian piano diventate messe in questione radicali di una forma della «civilizzazione», hanno rivelato quanto questo ordine delle cose non voglia essere messo in questione: cambiare purchè nulla cambi. Gli strumenti di risposta del sistema sono stati molteplici: violenza, repressione e uso delle scoperte per annullarle meglio. Livelli di violenza contro le donne traversano i paesi emancipati del Nord Europa e l'ultimo «barrio» latinoamericano. Le istituzioni neoliberali usano la scoperta dell' importanza del lavoro femminile, sia quello produttivo che quello nascosto nel sociale, per sfruttarlo al meglio.
Non si tratta di una regressione ma della rivelazione di alcuni dei fondamenti dei sistemi sociali, resi visibili dalla reazione all'emergere di comportamenti legittimati dai movimenti delle donne, sia sul piano delle vite personali che delle posizioni pubbliche. Sia per i fondamentalismi che per le società moderne la libertà femminile elimina l'ultima risorsa nei meccanismi classici di ammortizzazione economica, sociale ed emotiva. L'uscita delle donne per iniziativa autonoma dal posto che è loro assegnato ridisegna i poteri in modo intollerabile per gli uomini, anche per quelli che si dicono progressisti. Il riemergere violento di questa preistoria sepolta sotto le fondazioni della civiltà stupisce gli stessi soggetti che questo movimento hanno creato. Ci ha trovato non pronte a comprendere sino in fondo e a rispondere, anche per stupore e incredulità, alla sua virulenta misoginia.
La situazione delle donne è indubitabilmente avanzata, spazi di libertà si sono aperti. Ma è la combinazione dei meccanismi di sopravvivenza primari dei due sessi che dobbiamo capire meglio e saper gestire: questa violenza primaria degli uomini, i meccanismi di sopravvivenza delle donne e i vantaggi secondari per loro del patriarcato, combinata con gli spazi di emancipazione conquistati e da difendere che dobbiamo vedere meglio. E cosa ciò significhi in termini di conquista di una libertà personale soggettiva per le donne.
L'uomo potente cerca giovinezza attraverso giovinette, le giovinette futuro attraverso la vendita della loro giovinezza. Fenomeno antico, antichissimo, riciclato nei tempi di ora, tempi di emancipazione femminile, usata e negata a seconda dei momenti. Invece di contrapporre puttane e mamme, dovremmo guardare con occhio più lungimirante a queste «combinazioni» che producono nuovi centauri, nuove specie: mamme col fucile travestire da pitbull, versione Palin; maschi senza più argini pulsionali, etologicamente aggressivi. Altrimenti resteremo inchiodate sempre a rispondere a/, ad avere protagonismo su/ scene le cui forme sono decise da altri o su scene che non esistono più. La «sindrome Palin» in USA ha mostrato infatti in maniera esemplare l'efficacia di stereotipi legati alla femminilità più antica, nel suo potere e nel suo asservimento, oggi travestita da emancipazione femminile. Una destra fondamentalista e militarista fa sua non più la donna tradizionalista ma un modello «femminista», androgino e multiplo: materno e guerrafondaio al tempo stesso. Cosi una iper fondamentalista si nasconde dietro una emancipata donna di affari, sportiva, amazzonica, androgina, mentre un immaginario materno rassicura gli animi. Una madre col fucile difende il territorio bianco da immigrati, femministe e gay. Come ci orientiamo, allora, in una nuova giungla di fenomeni e comportamenti caratterizzati dalla confusione e dall'allentamento delle rigidità dei ruoli? Grazie a questi movimenti e alle congiunture sopra delineate, oggi, ci troviamo infatti di fronte a una serie di paradossi che creano una incredibile varietà di situazioni e contraddizioni.
Essi ci indicano dove lavorare ancora e più profondamente al livello degli equilibri profondi di ogni essere umano, per approfondire laddove ci siamo fermate, per saper individuare dove si nascondano i tranelli che riproducono il passato sotto le maschere del nuovo. La difesa dei valori femminili copre ritorni pericolosi alle non libertà del passato e non svela invece il nuovo «corso». Nella misura in cui le donne stanno invadendo lo spazio pubblico, sarà fondamentale orientarsi nei valori da loro portati avanti in nome di una ritrovata e inventata libertà da ruoli profondi interiorizzati, rimasti attivi nelle società moderne. Oggi infatti il movimento delle donne è preso tra un risorgere dei fondamentalismi e un uso volgare e machista della suppostamente raggiunta emancipazione femminile, che apre la strada ad una deformazione totale dei valori portati avanti dalle donne. Tutti i sistemi sociali e politici, tutti i movimenti populistici, hanno usato da sempre gli stereotipi legati al femminile per la propaganda più efficace e subliminale. Oggi essi stanno avanzando in una nuova e più pericolosa forma. Sarà, ben presto, già è, un nuovo terreno di sfida, intellettuale e politica.

SALTA IL TAPPO
Il Colle minaccia il voto Berlusconi sotto choc
Dopo aver strigliato Berlusconi a quattr'occhi, il capo dello stato rilancia a freddo: «Troppa tensione, legislatura a rischio». Il premier, colto alla sprovvista, fa sapere: «Non accetto intimidazioni, ho i numeri, vado avanti»
Iaia Vantaggiato
ROMA

«Se non si abbassano i toni, la legislatura è a rischio». L'aveva già detto ma siccome nessuno è stato a sentirlo è stato costretto a ripeterlo. Giorgio Napolitano scavalca i paletti del bon ton istituzionale, tira fuori gli artigli del vecchio leone e evoca il rischio di elezioni anticipate.
La nota del Quirinale - per definizione «secca» anche quando non lo è - questa volta, se possibile, è ancora più secca e suona in primis come una bacchettata ai giornalisti per così dire navigati, quelli che la notizia se l'inventano anche quando non c'è ma che a questo giro si sono dimostrati fin troppo timidi e impacciati. Neanche un titolo sparato ma solo «atmosfere», clima freddo ma non polare, movimenti tellurici preoccupanti ma ancora sotto controllo.
Devo essermi spiegato male - avrà pensato Napolitano dopo aver letto i giornali del mattino, compreso Libero che lo invitava a svegliarsi - tanto che subito si è affrettato a diramare quella nota in cui per la terza volta nel giro di poche ore non solo ha ribadito la sua preoccupazione per «l'asprezza raggiunta dai contrasti istituzionali e politici e per l'incapacità di contenere le attuali tensioni» ma pure ha dichiarato senza mezzi termini che da qui in avanti il Colle non tiene bordone a nessuno.
Tanto meno a un Governo che continua a girare per le piazze e in Parlamento con un pallottoliere truccato. Può sbraitare quanto vuole Silvio Berlusconi ma prima o poi dovrà convincersi che - almeno per una volta nella vita - gli tocca il ruolo di «secondo».
E' ancora il Presidente della Repubblica la prima carica dello Stato e nelle sue mani - grazie all'articolo 88 della Costituzione - sta la possibilità di sciogliere le Camere. Questo lo strumento di cui dispone il Colle - e solo il Colle, non la magistratura che i legali del premier continueranno a tormentare con corsi e riscorsi e che la belva non riusciranno ad ammansire per quanti sforzi facciano - per stanare Berlusconi.
Un articolo, due commi. Il secondo ai nostri fini inessenziale, il primo fondamentale: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Ed in quel «può» che si giocherà la partita, un «può» che autorizza Napolitano a procedere indipendentemente dal lavoro della magistratura e dalle dichiarate buone intenzioni del premier.
Tonti i giornalisti ma all'ultima goccia del barile sono anche i vertici del Pdl che prima parlano di incontro «franco» poi qualcosa l'annusano epperò invece di smorzare i toni li accendono. Ed è guerra.
Ora, che i legali del premier non ne azzecchino una da tempo è noto ma che voci «vicine al premier» - e dopo la nota del Quirinale - parlino di «intimidazioni» la dice lunga sullo stato di confusione mentale e istituzionale in cui versa il Popolo della Libertà. E sulla loro spocchia.
Intimidazioni? A parlare, ieri, è stato solo Napolitano. Non un magistrato, né un gip né un «comunista» che abbia preso la parola. Il Pdl fa quadrato e attacca nientemeno che il Capo dello Stato. L'intimidazione è arrivata da lì, non c'è dubbio e poco ci manca che scatti la caccia all'ultimo dei comunisti.
Reagisce così la maggioranza, istericamente si potrebbe dire, perché lo scontro istituzionale si fa di ora in ora più pesante e Berlusconi quest'attacco così frontale proprio non se l'aspettava, dicono i suoi. Pensava di aver fatto un bella figura dicendo a Napolitano che le feste a Arcore erano solo una ragazzata, tutto rosolio e niente sesso. Pensava di aver chiarito, con la telefonata mattutina di Gianni Letta al Colle, che non pensa di scatenare la piazza contro le toghe. Ma ora torna a temere anche le «manovre di palazzo», complice magari Roberto Maroni. E non esclude più niente.


 
VIOLA
«Dopo Mubarak, Berlusconi». In piazza con le pentole
«Dopo Mubarak, Berlusconi». «Dopo il faraone, il farabutto». «Berlusconi a Sharm El Sheikh». Ieri il Popolo viola si è mobilitato in 35 città con pentole, mestoli e coperchi per le dimissioni del premier. E per il il 12 marzo annuncia «un'imponente manifestazione a Roma». Nella capitale ieri i Viola hanno manifestato davanti alla prefettura, in piazza Santi Apostoli, e nessuno ha cercato di raggiungere palazzo Grazioli, poco distante. In piazza del Gesù a Napoli si sono uniti alla protesta i Comitati antidiscarica di Chiaiano e Terzigno. A Milano, i manifestanti hanno evitato i gazebo del Pdl davanti al tribunale spostandosi in piazza Fontana. Oltre a annunciare l'iniziativa del 12 marzo promossa con altre associazioni, i Viola si sono dati appuntamento oggi in piazza del Popolo. Martedì saranno davanti palazzo San Macuto, sede della vigilanza Rai, per protestare contro le norme bavaglio che il Pdl vorrebbe imporre alla tv pubblica.
 
MILANO
L'ipocrisia del libertino che dà lezioni in mutande
Il Dal Verme esaurito per Ferrara
Luca Fazio
MILANO

Cappuccetto Rosso era una cretina. Però quel lupo travestito da nonnina ci sapeva fare, anche se non ci ha mai creduto nessuno, con quelle zampe pelose. Un problema allora ci sarà se ieri ci siamo sentiti come la piccola di Perrault infilandoci nella tana del Dal Verme (è solo un teatro) per ascoltare quell'invasato di Ferrara travestito da libertino, circondato da un serie di libere mutande (di chiffon) in un non libero stato (di polizia, intende lui) per mettere il dito nella nostra piaga. Dice che gli altri, cioè «noi», quelli che oggi manifestano «per la digintà delle donne», sarebbero affetti da psicopatologia totalitaria e neo puritana, mentre i fan di Berlusconi sarebbero i paladini del libero amore e della libertà tout court, una favola incredibile ma che è bene ascoltare fino in fondo, perchè c'è sempre una morale con cui prima o poi ci toccherà fare i conti dopo due anni di non sempre disinteressato e sincero ravanare nelle mutande altrui, e nostre.
E' andato in scena un cortocircuito surreale. Una lezioncina di furore libertino ipocrita che ha deliziato una platea di sinceri reazionari piuttosto in là con gli anni, persone che oggi sarebbero disposte a santificare perfino il marchese De Sade piuttosto che veder oltraggiato Berlusconi. Qui la libertà sessuale o il terrore per lo stato etico non c'entrano, c'è solo da difendere il capo e i berluscones sono disposti a fare proprio ogni tipo di discorso (compresi i nostri...). Della platea adorante c'è poco da dire senza riuscire sgradevoli. Uomini e donne astiosi ma in perfetta buona fede che pensano sostanzialmente due cose: «Lui non può essere andato con una minorenne» e «la Boccassini è una puttana». Facile prendere le distanze da un pubblico così.
Allora entriamo. Il primo travestimento da favola fa bella mostra di sé nell'atrio e colpisce l'eleganza della giacca di velluto a righe abbinata a scarpe di vernice azzurre, è un bel figo Formigoni, l'unico vero libertino, e poi adesso sa «che donne e uomini sono deboli...». Mica male come capovolgimento dei sensi, considerando che erotizzava gli elettori esibendo la sua verginità e oggi strizza l'occhiolino ai peccatori. Insomma, non saremo mica uguali a lui!? Per prendere una boccata d'aria nel disperato tentativo di ritrovare le coordinate, tocca inseguire La Russa o Santanché: e qui siamo proprio diversi.
Per «noi altri» sono rassicuranti anche le argomentazioni del direttore de Il Giornale, appollaiato sulla trincea di mutande insieme a Piero Ostellino, Iva Zanicchi, Pietrangelo Buttafuoco, una scrittrice cattolica e un prete godereccio. Il direttore del giornale del Fratello dice che «siamo tutti in mutande ma attenzione perché se ci tolgono anche quelle dopo sono cazzi...». Buona questa, l'applauso ci rincuora. Poi si alza il prete - «appartengo a un'organizzazione erotofila, la chiesa cattolica» - e fa un casino citando il Vangelo, si arrampica su un brano di figliastri non proprio di buona donna per dire che di copula in copula nacque Gesù: «Questo è il cristianesimo». Ma è a Piero Ostellino che tocca il compito più difficile, quello di fare il verso a Eco, la star del Palasharp, tirando per la giacchetta a sua volta Kant. E via di filosofia, per criticare i cortei di oggi: «Ogni donna cerca la sua felicità come meglio crede, ciascuno di noi ha il diritto di perseguire il proprio ideale di felicità come crede, senza arrecare danno agli altri, così pensava Kant...». Prostitute comprese: «Non incito nessuno a prostituirsi come dice Repubblica, ho solo detto che le donne possono fare ciò che vogliono. I neo puritani cercano di esorcizzare la realtà con ipocrisia... parlano come i preti... l'eticizzazione della politica è una manifestazione di totalitarismo». Ma per l'attacco più pop al Palasharp bisogna attendere lo show di Iva Zanicchi, l'emiliana anticomunista che si è fatta la villa cantando alle feste dell'Unità e che non va in piazza perché «le donne sono solo uno strumento e questo fa schifo». Da buona neocristiana porcellina, anche Iva è costretta a ripensarsi, «ero così scema che mi sono sposata vergine, poi però ho recuperato».
E Ferrara? Spalanca le fauci. Prende a morsi il «dispotismo etico» di Zagrebelsky, si chiede che c'è di strano se gli italiani scelgono B. invece che «il viso sulfureo di uno schiaffeggiatore di donne» come Scalfaro. Spara a zero sulla procura di Milano che persegue «un progetto politico fuori dalla Costituzione» approfittando di un errore - la telefonata «folle» in questura - per portare alla rovina il capo del governo, «io al telefono dico cose da ergastolo, questa è Sputtanopoli, è un golpe morale». La platea risponde, è pronta per condividere la strategia del contrattacco. Come reagire? Niente conduttori televisivi commissariati, quello puzza di censura. Urla: «Mi ascolti: non deve fare ai suoi avversari il favore di ridurre le sue giornate a quelle di imputato, lei deve fare il presidente del Consiglio». Tenersi alla larga dai giudici. Poi? Serve un nuovo Berlusconi e un nuovo modo di fare comunicazione: «Usi in modo più creativo le televisioni, ci sono tante persone giovani, persone libere che hanno voglia di futuro, li faccia lavorare, apra 10, 100, 1000 giornali come Il Foglio, altrimenti questa battaglia per l'egemonia culturale non la vinceremo mai. Lei ha grinta, e basta con questa aria da Breznev, noi vogliamo il vero Berlusconi». Il Dal Verme si svuota con rabbia, pronto a saltarci addosso un'altra volta.

 
IMMIGRAZIONE
Effetto Tunisia a Lampedusa
Il governo, impreparato, si riunisce d'urgenza e decreta lo stato d'emergenza
Ondata di sbarchi, naufraga un barcone: almeno un morto e un disperso

Fr. Pil.

Quattromila immigrati in tre giorni sono un'emergenza umanitaria. Ne ha preso coscienza anche il governo di Sacconi e della Lega di Maroni e Bossi, che ieri è stato costretto a chiedere i poteri speciali per gestirla. Dopo due anni di relativa quiete riaffiorano i viaggi della speranza sull'isola di Lampedusa presa d'assalto dalla disperazione dei nordafricani che stanno sbarcando in queste ore, spinti dai disordini e dalla violenza della repressione in Tunisia, ma anche dall'incertezza politica in tutta l'area del Maghreb. A tentare la traversata sono soprattutto uomini e ragazzini non ancora maggiorenni, pochissime le donne, solo una decina, visto che il viaggio è duro e incerto, in cammino per giorni dal deserto al mare, fino all'approdo sulle coste italiane e l'inizio della via crucis burocratica.
Da oggi, secondo gli esperti, i flussi sono destinati a crescere, anche se molto dipenderà dalle condizioni meteorologiche. In mille sono giunti solo ieri, ma altre navi della speranza sono già in viaggio. L'aereo della guardia di finanza che sta sorvolando il canale di Sicilia ininterrottamente da quando sono iniziati gli arrivi, nel pomeriggio ha avvistato almeno altre 10 carrette del mare. Al momento però non ci sono informazioni né sulla loro rotta di approdo, né sul numero di passeggeri a bordo. E ieri è giunta anche la notizia di un'imbarcazione colata a picco davanti la città tunisina di Girgis, nel golfo di Gabés, dopo che il mezzo si è spezzato in due probabilmente a causa del peso. In troppi tra gli uomini che affollano le coste della Tunisia aspettando di essere traghettati verso l'Italia e l'Europa, si sono lanciati sulla nave che non ha retto. Il bilancio secondo le fonti ufficiali conta un morto e un disperso, ma si ha modo di ritenere che le vittime possano essere molte di più.
Nel frattempo l'Italia arranca e manda in "vacanza" la Bossi-Fini, visto che non si tratta di clandestini o irregolari, ma di uomini in fuga da guerra e persecuzioni, in diritto di richiedere asilo nel pieno rispetto delle leggi internazionali. Così senza giustificazioni e nessuna possibilità di girarsi dall'altro lato ieri mattina il consiglio dei ministri si è riunito d'urgenza e in 5 minuti, come confermato dalla nota governativa, ha approvato lo stato di emergenza, attivando la protezione civile e le modalità straordinarie di intervento. Il ministero degli interni ha messo a disposizione un ponte aereo con l'isola siciliana e il cpt di Bari, mentre un traghetto della Siremar ha portato almeno 500 persone verso porto Empedocle. Il sindaco di Lampedusa Bernardino De Rubeis ha rassicurato la popolazione che entro 24 ore tutti i profughi troveranno sistemazione altrove e che non ci sarebbero crisi sanitarie. In effetti l'isola non è in grado di dare accoglienza ai rifugiati, che nella notte si sono accampati alla meglio al molo e nella stazione marittima del porto. Il programma italiano sembra essere quello di valutare al più presto caso per caso le richieste di asilo e smistare gli arrivi nei vari cie del paese. Gli immigrati infatti stanno arrivando anche sulle spiagge di Linosa e Pantelleria, da qui in 700 sono già stati trasferiti nel centro di accoglienza calabrese Sant'Anna di Capo Rizzuto, uno dei più grandi d'Europa
Ma è polemica sulla scelta di chiudere il centro di prima accoglienza nell'isola di Lampedusa, e di non riaprirlo nonostante l'emergenza conclamata e riconosciuta anche dal governo. Il ministro dell'interno Maroni ha preso tempo e ha convocato il comitato di sicurezza che non deciderà prima di giovedì prossimo. Questo significa che anche con la promessa di allestire una tendopoli in tempi brevi, centinaia di profughi al momento sono costretti a dormire all'addiaccio. «Occorre fare molto altro - ha detto Livia Turco - chiediamo garanzie per una adeguata accoglienza, il coinvolgimento degli enti locali e del volontariato e la riapertura di una struttura efficiente come quella di Lampedusa, chiusa per motivi incomprensibili». Poi la stoccata ai ministri Maroni e Sacconi: «Gli sbarchi non sono né di destra né di sinistra e non possono finire perché questo é il loro desiderio».

 

L'EGITTO A CASA NOSTRA
Berlusconi come Mubarak, manifestazioni e manifesti
Una piccola Piazza Tahrir ieri anche a Napoli. Una manifestazione per festeggiare le dimissioni del presidente egiziano Hosni Mubarak si è svolta infatti nel capoluogo partenopeo. Il corteo, promosso dal Comitato di sostegno al popolo egiziano e dalla Rete antirazzista, è partito da piazza Garibaldi per dirigersi nelle strade interne del rione Vasto, dove vive la maggiore parte della comunità araba ed africana di Napoli. «Piazza Tahrir pure qui» era lo slogan scandito dai manifestanti. Tra essi immigrati egiziani e dei Paesi del Maghreb.

Bandiere egiziane sventolano a Roma
«Viva la rivoluzione araba che comincia», «ieri eravamo tutti tunisini, oggi siamo tutti egiziani e domani saremo tutti liberi» e «a fianco di tutti i popoli arabi in lotta». Questi alcuni degli striscioni portati dai manifestanti ieri a piazza della Repubblica, a Roma, per mostrare solidarietà ai popoli arabi in lotta. In tanti hanno sventolato bandiere dell'Egitto davanti alla Basilica di Santa Maria degli Angeli. Alcuni di loro, avvolti dai vessilli color rosso, bianco e nero (i colori della bandiera egiziana), hanno iniziato a fare, ballando, un piccolo girotondo: «In Egitto i nostri fratelli hanno dimostrato di avere coraggio - ha detto un manifestante al megafono - e se ci sono riusciti là, significa che possiamo farlo ovunque. La gente comune si è scagliata contro l'oppressione ed ha vinto. Il vecchio mondo, che è in decadenza, sta finendo».

Il manifesto di sel: Rivolta vs i rais
«Contro i Rais Rivolta! Civile, non violenta, costituzionale», con la foto di Mubarak e Berlusconi. Sono i manifesti (circa 2 mila) apparsi ieri sui muri di Roma per iniziativa del gruppo di Sinistra ecologia e libertà alla Provincia. «Con l'affissione di questi manifesti festeggiamo con il popolo egiziano la deposizione del rais Mubarak - ha spiegato Gianluca Peciola, consigliere provinciale di Sel - Berlusconi deve essere deposto per mano popolare, in maniera non violenta e pacifica. Lo spirito di un Paese è legato ai suoi miti fondativi per questo la caduta di Berlusconi deve avvenire all'interno di un processo costituente che parta dal basso in cui nasca una Terza Repubblica. Questo processo deve avvenire per mano popolare, non con un'operazione giudiziaria o un intrigo di palazzo». «La gente scenda in strada e manifesti - ha aggiunto Peciola - la sua indignazione per il modo in cui viene governato questo Paese e chieda la dimissioni di Berlusconi. Crisi economica, disoccupazione giovanile al 30 per cento, corruzione dilagante e attacco alla dignità delle donne, c'è bisogno in Italia di un moto di indignazione popolare».

APPELLO
LEGALITÀ CONTRO LA NUOVA SCHIAVITÙ

Noi sottoscritti, donne e uomini diversi per provenienza, religione, storia, cultura, rivolgiamo un appello a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, al Ministro dell'Interno, ai movimenti dei migranti nelle loro diverse responsabilità, perché, superando per un momento le diverse opposte visioni, pongano la loro attenzione e l'azione dei prossimi giorni per una soluzione ragionevole, quanto possibile, del flagello del lavoro nero degli immigrati; nonché della condizione di clandestinità in cui sono costretti. In Italia sono 700 mila gli immigrati costretti a lavorare in nero, di questi almeno 500 mila, non avendo il permesso di soggiorno, sono sotto ricatto e senza alcun diritto.
L'articolo 18 del Testo unico sull'immigrazione prevede il rilascio del permesso di soggiorno provvisorio per motivi umanitari e di protezione sociale, ovvero per quegli stranieri che si trovino in «una situazione di violenza o di grave sfruttamento». Una procedura che può essere azionata non solo nei casi di contrasto dello sfruttamento della prostituzione, bensì anche - come ha chiarito la circolare del Ministero dell'Interno del 4 agosto 2007- in ambito lavorativo. Eppure l'articolo 18 è disapplicato se non addirittura violato dalle Questure, poiché il permesso di soggiorno provvisorio non viene quasi mai concesso per situazioni di sfruttamento in ambito lavorativo. Nel 2009 sono stati solo 810 i permessi rilasciati per motivi umanitari, e hanno riguardato esclusivamente vicende collegate a reati di sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e tratta di essere umani. Questa applicazione contra legem, oltre a delegittimare l'autorevolezza dello Stato, impedisce a migliaia di persone sfruttate e spinte verso la clandestinità di emanciparsi da una criminalità senza scrupoli. L'Italia per altro sta già violando gli obblighi derivanti dall'Ue per non aver attuato la direttiva rimpatri 115 del 2008 che doveva essere recepita entro il 24 dicembre 2010.
Per questo riteniamo di enorme importanza e urgenza che il Ministero dell'Interno adotti tutti i provvedimenti necessari ad una corretta attuazione dell'articolo 18 del Testo unico sull'immigrazione, affinché le questure concedano il permesso di soggiorno temporaneo alle vittime di sfruttamento lavorativo, disponendo se necessario un'indagine amministrativa per comprendere i motivi di quanto accaduto sino ad oggi; convochi un tavolo istituzionale sul tema delle truffe commesse in danno degli immigrati nell'ambito della procedura di regolarizzazione prevista dal decreto legge n. 78 del 2009, promuovendo in tempi brevi l'introduzione di una normativa che permetta a questi stranieri di denunciare la truffa subita senza il pericolo di essere espulsi dal territorio italiano; emani una nuova circolare e, tramite essa, inviti le questure a concedere agli immigrati truffati in occasione della procedura di regolarizzazione prevista dal decreto -legge n. 78 del 2009 un permesso di soggiorno per attesa occupazione o per protezione sociale ex art. 18 del ddl n. 286 del 1998.
Invitiamo il Parlamento a recepire con urgenza la direttiva europea 2009/52/CE, la quale prevede, tra l'altro, un intervento del governo italiano affinché venga rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo ai lavoratori extracomunitari che denuncino la loro posizione irregolare alle autorità competenti oltre alla non applicazione di sanzioni ai datori di lavoro che, autodenunciandosi, provvedano alla regolarizzazione dei dipendenti extracomunitari clandestini. Lo invitiamo anche a recepire la direttiva europea 115/2008 sui rimpatri che ha creato un vuoto normativo colmato in parte da alcune procure che hanno ordinato il non arresto degli immigrati irregolari. Ci appelliamo ai movimenti antirazzisti presenti in Italia e già impegnati su queste tematiche ad unirsi in una comune campagna nonviolenta che possa mobilitare le coscienze di molti italiani e degli individui che nelle istituzioni sono delegate a prendere i provvedimenti in questi giorni alla portata di Governo e Parlamento.
Promuovono l'appello: Emma Bonino, Movimento dei rifugiati e dei migranti di Caserta e Castelvolturno, Francesca Terzoni, Daniele Segre, Mario Staderini, Khalid Chaouki, Seconde generazioni Pd, Luigi Manconi, Gaoussou Ouattarà, Anselmo Botte, Marco Perduca, Alberto Buttaglieri, Rita Bernardini, Shukri Said, Felicita Torrielli, Csa Ex Canapificio Caserta, Ravenna Solidarietà, Rosa Taschin, Angelo Morini, Marcello Pesarini

 


Come liberarsi dalla tirannia berlusconiana
Massimiliano Guareschi

Nell'antichità si era soliti distinguere fra regimi ideali e degenerati. È ai secondi che apparteneva la tirannia, la perversione di quel governo di "uno solo", la monarchia, che per molti, Platone compreso, rappresentava una forma di governo in sé tutt'altro che censurabile. A fare problema, evidentemente, non era il regime in quanto tale ma il dato sostanziale delle specifiche modalità di esercizio del potere. Quello di tirannia può apparire come un concetto vago e arcaico, la sinistra reminescenza di faticose versioni di greco o latino negli anni del liceo. Lo sguardo formalistico di molta politologia, accademica o giornalistica, poi, non può che respingerlo, come indebito giudizio di merito che turberebbe il rigore dell'unica distinzione legittima, quella fra democrazia e autocrazia. E così si può guardare con simpatia a quello che avviene in Egitto, in Tunisia, in Yemen (e speriamo presto in Marocco, Siria, Algeria, Libia ecc.) senza pensare che ci interpelli, noi che da un ventennio siamo sommersi dal pantano del berlusconismo, ossia di una forma particolare di tirannia, in termini ovviamente non di autocrazia quanto di regime democratico degenerato. Parlando di altre parti del mondo, si pensa che la piazza, con tutte le asprezze che ciò comporta, sia il legittimo grimaldello per la cacciata del tiranno. Quando si transita alle nostre latitudini, invece, l'atteggiamento muta radicalmente. Si dice che siamo in democrazia e allora gli strumenti di azione sono altri e passano, necessariamente, per il rispetto di quelle procedure, di quelle regole del gioco della cui smaccata manipolazione la maggioranza di governo si fa un punto di orgoglio.
Se davvero pensiamo che sia giunto il momento di liberarsi dalla cappa infame che ci opprime da due decenni non possiamo restare fermi al formalismo. È allora forse necessario porsi il problema sostanziale della tirannia in democrazia, di come oltrepassato un determinato livello di degenerazione, le forme della partecipazione democratica e del controllo giurisdizionale si presentino irrimediabilmente svuotate. Improbabili ministri della repubblica chiedono pene esemplari per i manifestanti da quella stessa magistratura a cui attribuisce la qualifica di associazione a delinquere nel caso indaghi sul loro dominus. La compravendita dei parlamentari avviene alla luce del sole. La lista è lunga, ed è a tutti tristemente nota. Nel momento in cui i meccanismi e gli istituti della democrazia rappresentativa e della divisione dei poteri sono attaccati, irrisi, bypassati, delegittimati dalla stessa compagine di governo, risulta difficile scommettere sulla loro efficacia. Ciò che abbiamo attraversato negli ultimi anni, con l'impressionante accelerazione degli ultimi mesi, non trova riscontro in altre democrazie, più o meno avanzate. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, uno adatto è quello appunto di tirannia, e soprattutto trarne le conseguenze in termini pratici e politici. Come non essere consapevoli che le abnormità a cui assistiamo in un crescendo vertiginoso ben difficilmente potranno trovare una risoluzione all'interno di meccanismi fisiologici di transizione da una maggioranza all'altra? I tratti caratteriali del personaggio al centro dell'intreccio, il rischio di sanzioni penali che grava su di lui unito al controllo che esercitata sui media a all'intreccio fra interessi privati e pubblici congiurano nel rendere scarsamente verosimile l'esito di una pacifica fuoriuscita conforme alle regole dell'alternanza. Se le cose stanno così l'unica via percorribile appare quella di una scossa, di una pressione proveniente dal di fuori delle procedure della politica istituzionale. E il pensiero non può che andare al Nordafrica, alle piazze che hanno cacciato i tiranni. Ciò significa puntare su un'opzione extraparlamentare, intesa non come definizione di un'area ideologica residuale ma come esigenza di una mobilitazione politica diffusa che attraverso i più svariati strumenti - dalle manifestazioni alla disobbedienza civile, passando per scioperi, boicottaggi, hacktivism, flash mob e quant'altro - sappia sedimentare la massa critica necessaria per la "spallata". I cortei non necessariamente devono sciogliersi al tramonto. In fondo, si va verso le bella stagione. Anche a climi più rigidi, restare in piazza la notte ha dato i suoi frutti.
La destra in questi anni non ha esitato a nominare la tirannia, a denunciarla, a farne l'epicentro del proprio discorso alludendo continuamente alla dittatura delle procure, alla natura illegittima dei meccanismi di check and balance della costituzione repubblicana, alla legittimità di un nuovo potere costituente, a un tradimento della "volontà popolare" al quale rispondere con la mobilitazione di massa (e, secondo la Lega, con i kalashnikov). Sul versante opposto, invece, sembra regnare la timidezza, un pigro formalismo pronto solo a recepire le forzature sostanzialiste dell'avversario (tipo la stigmatizzazione del cosiddetto "ribaltone", all'interno di un regime parlamentare che prevede il libero mandato per i parlamentari e non contempla alcun meccanismo di investitura plebiscitaria del presidente del consiglio dei ministri). Ovviamente non può esistere una scienza della tirannia, ossia un sapere positivo in grado di stabilire quando una certa soglia di degenerazione è stata superata. Dovendo affrontare il problema, un classico del protoliberalismo come Locke finiva per affidarsi al «sentire» dei singoli. Ed è quel «sentire» che era giunto il momento che ha spinto tanti in Tunisia o in Egitto alla ribellione, lasciando cadere le immancabili voci della saggezza e della moderazione che invitavano a non disturbare i manovratori o a evitare mosse azzardate che avrebbero fatto il gioco del despota. Forse quel momento è giunto anche dalle nostre parti. Ci sono casi in cui si deve tentare l'azzardo, facendosi carico con determinazione di una scelta di parte. E quando, come purtroppo nell'Italia di oggi, chi detiene le leve del potere non nasconde di essere disposto a ricorrere a «tutti i mezzi necessari», non bisogna esitare nel mobilitare tutte le risorse politiche e gli strumenti di pressione di cui si dispone. In simili contesti, la voce della saggezza, della prudenza e della moderazione può risultare stridula e stonata.


 
ACQUA BENE COMUNE
Il comitato chiede che i referendum siano democratici
Guglielmo Ragozzino

La giornata dei referendum contro la privatizzazione dell'acqua e la riedizione del nucleare sarà domenica 12 giugno? Terzo voto in un mese: amministrative, ballottaggi, referendum: questa dunque la scelta del governo? Alberto Lucarelli ne ha scritto con precisione e intelligenza giuridica sul manifesto del 10 febbraio scorso («12 giugno, una proposta irricevibile»). Vi si legge come scegliere questa data significhi sacrificare «il principio del favor del referendum e più in generale della partecipazione politica» e al tempo stesso determinare un aggravio per le magre finanze dello stato. Da qui la proposta di petizione pubblica da parte del comitato referendario «2 sì per l'acqua bene comune» per l'accorpamento delle scadenze elettorali «al fine di contenere i costi pubblici legati all'esercizio del voto e per favorire la maggiore partecipazione possibile alle consultazioni». Il comitato invita anche i cittadini a sottoscrivere la petizione, sul sito internet www.acquabenecomune.org. E' partita anche una lettera diretta al Presidente del Consiglio, al Ministro dell'interno e al Presidente della repubblica per richiedere un incontro e discutere della questione. Spetta infatti a Giorgio Napolitano di indire i referendum e al governo di indicarne la data, in un arco di tempo prescritto dalla Costituzione. Il 12 giugno è l'ultima data possibile e anche quella ritenuta meno favorevole al buon esito del voto.
Bisogna tenere presente che il Comitato, una volta indetto il referendum, non è più un gruppetto di persone militanti, ma assume un ruolo ufficiale, ha un riconoscimento di carattere costituzionale e non può essere messo da parte. Rappresenta gli interessi di milioni di persone chiamate a votare, a decidere. Rappresenta insomma il popolo intero. Per questo va ascoltato con la massima attenzione; non può essere trascurato o quello che è peggio, dileggiato.
La preannuciata scelta del governo (è stato Roberto Maroni ad anticipare la possibile decisione) sembra invece quella che il referendum è un inevitabile fastidio e va trattato come un costoso intralcio da superare sulla strada dell'affare-acqua. Per un fine tanto ricco si può anche fare finta, per un giorno, di essere democratici; ma non bisogna rischiare e quindi si cercherà di avere tutti vantaggi possibili, prima della partita.
Tra coloro che sono per i no ai referendum, si crea adesso un certo imbarazzo. Vi sono tra di loro brave persone; soltanto pensano di saperne di più, di essere più intelligenti e smaliziati; e di avere più fiducia nel capitale che nei movimenti. Alcuni sono sicuri democratici: preferiranno costoro vincere la partita dell'acqua (o rilanciare le centrali nucleari), non votando, chiamando la popolazione al non voto, favorendo le date meno praticabili, secondo l'indimenticabile «Tutti al mare!» di Bettino Craxi, oppure sceglieranno di confrontarsi in eguaglianza e libertà, voto contro voto, lasciando esprimere la democrazia e la vera volontà del paese?

 


 

il manifesto - 12 Febbraio 2011

Al Tahrir
11 febbraio

Mubarak getta la spugna e al Cairo la piazza della
«liberazione» diventa tale. La festa della folla per l'uscita di
scena del raìs, che fugge a Sharm-el-Sheik. Gioia e ombre: il
vice-presidente Suleiman annuncia il trasferimento di tutti i
poteri all'esercito

EGITTO
La ragione torna nel mondo arabo
Tariq Ali
Una notte di festa al Cairo. Che felicità essere vivi, essere egiziani, arabi: in piazza Tahrir stanno cantando «l'Egitto è libero», e «abbiamo vinto!».
Già solo l'uscita di scena di Hosni Mubarak (e magari la restituzione alle casse dello stato del suo bottino, 40 miliardi di dollari), anche senza altra riforma, sarà sentita in Egitto e nella regione come un grande trionfo politico. Metterà in moto nuove forze. Una nazione che ha vissuto il miracolo di una mobilitazione di massa e di una gigantesca crescita della coscienza politica popolare non sarà facile da schiacciare, come dimostra la Tunisia.
La storia araba, nonostante le apparenze, non è statica. Poco dopo la vittoria di Israele nel 1967, che ha segnato la sconfitta del nazionalismo laico arabo, il grande poeta siriano Nizar Qabbani scriveva: «Dall'Oceano al Golfo/ spighe di speranza/ voi romperete le nostre catene./ Uccidete l'oppio nelle nostre teste/ uccidete le illusioni./ Dall'Oceano al Golfo/ non leggete la nostra generazione soffocata/ noi siamo un caso senza speranza/ inutili come buccie di cocomero./ Non leggete di noi/ non ci accettate/ non ci imitate/ non accettate le nostre idee/ noi siamo una nazione di imbroglioni e impostori./ Dall'Oceano al Golfo/ pioggia di primavera/ spighe di speranza/ voi siete la generazione che vincerà la sconfitta».
Come sarebbe stato felice di vedere la sua profezia avverata.
La nuova ondata di opposizione di massa avviene in un momento in cui non ci sono partiti nazionalisti radicali nel mondo arabo, e questo ne determina le tattiche: gigantesche assemblee in spazi simbolici che pongono una sfida immediata alle autorità. Come a dire: stiamo dimostrando la nostra forza, non vogliamo metterla alla prova perché non siamo organizzati né pronti, ma se ci schiacciate ricordatevi che il mondo vi guarda.
Questa fiducia nell'opinione pubblica globale è commovente, ma è anche un segno di debolezza. Se Barack Obama o il Pentagono avessero ordinato all'esercito egiziano di sgomberare la piazza, per quanto alto il costo, i generali avrebbero obbedito agli ordini. Ma sarebbe stata un'operazione estremamente rischiosa per loro, se non per Obama. Avrebbe allontanato i vertici militari dai giovani ufficiali e la truppa, molti dei quali hanno familiari e parenti tra i dimostranti, e molti dei quali sanno e sentono che le masse sono dalla parte giusta. Questo avrebbe portato a una qualche sollevazione rivoluzionaria che né Washington, né i Fratelli musulmani - un partito dai freddi calcoli - potevano auspicare.
La dimostrazione di forza popolare è bastata a disfarsi nel dittatore. Mubarak sarebbe uscito di scena solo se gli Stati uniti decidevano di toglierlo di mezzo - e dopo molti tentennamenti, l'hanno fatto. Non avevano alternativa. La vittoria però appartiene agli egiziani, il cui infinito coraggio e sacrificio ha reso possibile questo esito.
E' finita male dunque per Mubarak e il suo vecchio scagnozzo. Dopo aver scatenato le sue bande di sicurezza solo due settimane fa, l'incapacità del vicepresidente Omar Suleiman di sloggiare i dimostranti ha segnato questo esito. L'onda montante delle masse egiziane, con lavoratori in sciopero, giudici che manifestavano per strada, e la minaccia di folle ancora più numerose la prossima settimana, ha reso impossibile per Washington restare attaccata a Mubarak e la sua cricca. L'uomo a cui Hillary Clinton si era riferita come un «amico leale», uno «di famiglia», è stato scaricato. Gli Stati uniti hanno deciso di limitare il proprio danno e autorizzare l'intervento dell'esercito.
Omar Suleiman, un vecchio amico dell'occidente, era stato scelto come vicepresidente da Washington e approvato dall'Unione europea per sovrintendere a una «transizione ordinata». Suleiman è sempre stato visto dagli egiziani come un torturatore brutale e corrotto, uno che non solo dà gli ordini ma partecipa al processo. In un documento di Wikileaks, un ex ambasciatore Usa lo apprezza per non essere «delicato di stomaco». Martedì scorso il nuovo vicepresidente aveva ammonito i dimostranti che se non sgomberavano volontariamente, l'esercito sarebbe intervenuto e un colpo di stato era la sola opzione. Così è stato: ma contro il dittatore che avevano appoggiato per 30 anni. Era l'unico modo per stabilizzare il paese, per favorire il ritorno alla «normalità».
Nel mondo arabo torna l'età della ragione politica. I popoli sono stufi di essere colonizzari e tiranneggiati. E la temperatura sta salendo in Giordania, Algeria e Yemen.

Uomini perbene e lupe del nemico
Anna Bravo

Si direbbe che di questi tempi nella sfera pubblica italiana ci sia un solo uomo di sesso maschile, cioè individuabile e individuato per le caratteristiche di genere, Silvio Berlusconi. Gli altri no. Il no non vale per tutti gli altri, naturalmente, basta pensare a quel che scrivono in questi giorni, e da anni, e molto spesso su questo giornale, alcuni uomini capaci di riflettere su se stessi e di lavorare per un'opinione civilizzata.
Ma il no vale, eccome, per gran parte di quelli che incarnano e plasmano il comune sentire «per bene»: politici, editorialisti, conduttori televisivi. La mia impressione è che moltissimi di loro (e vari amici, compagni o ex, giovanotti sparsi) preferiscano accantonare il fatto di essere maschi; che scrivano e parlino sentendosi per così dire al di sopra del proprio sesso - come fossero appena usciti dal bosco degli smemorati, o da un limbo dove le contraddizioni assomigliano, più che a uno scontro, a un minuetto. Ammesso che ci siano. Ma non si sa.
Nelle centinaia di discorsi che voi uomini per bene avete dedicato a Berlusconi, non ho trovato niente, proprio niente, sul modello di mascolinità e di relazione uomo/donna in cui vi riconoscete, salvo gran dichiarazioni di paritario rispetto per quelle che lavorano, tirano avanti la famiglia, curano i vecchi genitori e confortano il marito in crisi: pura aria anni Cinquanta (ma il tocco acido è per voi, non per loro, di cui ammiro la maestria).
Tanto meno ho capito qualcosa sui modi in cui vivete l'essere uomini in un mondo di clan stile Chicago boys, sulle difficoltà, fallimenti (e successi) che incontrate provando a essere belle persone di sesso maschile. Non si richiedono tranches autobiografiche, solo qualche segno di vita della vostra esperienza di uomini. Noi donne lo chiamiano discorso situato.
Vorrei almeno sapere sapere cosa avete in mente quando, oggi, parlate di donne. Per esempio, io non riesco a vedere una differenza qualitativa fra il dire «le nostre mogli, le nostre compagne, le nostre amiche, le nostre figlie (...) che conosciamo e rispettiamo», e il dire: «tutte puttane, tranne mia mamma e mia sorella». E mi preoccupa, perché non si tratta soltanto di una riedizione della vecchia dicotomia buone/cattive, madonne/puttante, che già sarebbe grave.
Introducendo il discrimine dell'appartenenza, si riproduce la costruzione simbolica secondo cui una donna è sempre di qualcuno, che sia il marito o che sia il partito. Per questo negli anni Settanta scandivamo lo slogan «io sono mia», che oggi suona estremista e disattento al valore delle relazioni, ma allora era necessario e di grande buon senso. Il buffo è che nelle vostre intenzioni una donna dovrebbe compiacersi di quel vostro riconoscimento d'appartenenza, perché assicura tutela della dignità, fiumi di firme agli apppelli, compagnia abbondante ai cortei. E un certificato di rispettabilità: dire «le conosciamo» equivale a dire «garantiamo per loro».
E le altre? Donne di nessuno (cioè di tutti) o in alternativa donne del nemico, prezzolate, indecenti? Vittime, per i più clementi, meretrici per i più accalorati. Qualcuno le ha definite «le lupe di Arcore» - leggevo, e non volevo crederci. E' vero, si tratta di una citazione letteraria, La Lupa è quella di Verga, che «si spolpava» gli uomini «in un batter d'occhio, con le sue labbra rosse». Ma letteraria o no, resta pesantissima.
Pur essendo una buona consumatrice di quotidiani, i pensieri più seri e lucidi su queste ragazze li ho trovati on line: per esempio sul sito dell'Università delle donne e su quello della Libreria delle donne di Milano, dove Luisa Muraro invita a tener conto della loro soggettività. Che è, penso, un composto instabile di sbruffoneria e paura, euforia e tristezza, senso di onnipotenza e vulnerabilità, astuzia e dabbenaggine, tenuto insieme da molta fretta. La nostra adolescenza e prima giovinezza erano diverse, ma forse non per questo aspetto.
Mi chiedo come mai dati di realtà così elementari sfuggano a donne e uomini che su altri terreni sanno pensare e dubitare. Le lupe di Arcore, andiamo! deve essere l'effetto «donna del nemico», o venduta al nemico, un meccanismo classificatorio cui sembra diffficile sfuggire. Ce ne sono esempi anche in società di alto senso civico. Fatte le dovute proporzioni, nella meravigliosa Danimarca, il solo paese al mondo a aver salvato la quasi totalità dei «suoi» ebrei, a guerra finita molti buoni cittadini si sono scagliati contro le giovani che si erano inamorate di un tedesco, o gli si erano prostituite: le «loro» ragazze, la parte più pregiata del corpo nazionale, aveva tradito!
L'appartenenza protegge, sì, ma chi la rifiuta o trasgredisce lo paga caro. E non potrebbe esere diversamente, perche la contrapposizione fra le «nostre» e le donne degli altri è figlia della dicotomia belligerante noi/loro, in cui le donne possono soltanto essere usate, come vittime o come reiette: non perché siano pacifiche di natura, ma perché nelle guerre e similguerre, di sangue o di carta, al posto di comando e decisione stanno (alcuni) maschi. E' un argomento in più contro chi nega il carattere politico delle relazioni uomo/donna.
Nel laido pasticcio di questi mesi, gli uomini che si preoccupano della dignità femminle si sentono probabilmente nostri paladini. Allora, siatelo davvero. Non ci serve che ci mostriate la vostra devozione attraverso lo smascheramento reiterato di Berlusconi - lo sappiamo (anzi, lo sapevamo) già. Non ci serve, e a qualcuna dà fastidio, il vostro sarcasmo sulle belle veline microvestite di Striscia la notizia, e così l'uso del triste termine «velinismo». Non ci serve essere lusingate, né sentirci dire che siamo diverse. E così via. Ci serve che siate diversi voi: a partire dai dettagli - smettere di definire «gnocca» una bella ragazza, di denunciare il silenzio delle donne quando basta un giro on line e in libreria a smentirvi - fino a rendervi conto che quel che pensate di sapere sulle donne non ha proprio niente di universale.
Poi, potreste anche marinare il corteo. Ma se ci andate, non stupitevi se a un cartello con su scritto «io rispetto mia moglie», magari qualcuna ne affiancherà un altro: «e basta a farla felice?».

 


Il Lele Mora ch'è dentro di me
Christian Raimo

Sembra che per almeno una settimana, anche nel discorso pubblico, si parli di politica, si faccia teoria, si discuta di idee... La manifestazione indetta dalle donne per domenica è passibile di mille critiche, e certo ha a che fare con l'emergere di un impegno e di una riflessione carsiche e non con l'illuminazione sulla via di Damasco di donne che «dicono basta», ma forse proprio per questo sta avendo il merito - all'interno di un'opinione mainstream qurisucchiata dall'indignazione a comando o dall'abitudine al cinismo - di dare la stura a un dibattito vivo intorno ai corpi, ai desideri, ai modelli di vita, ai rapporti tra i generi e tra le generazioni.
In piazza saranno in molte, dalle femministe di prima seconda e terza generazione a chi semplicemente non vuole assomigliare a una vergine da sacrificare al Drago. Su facebook questo ha significato per migliaia di donne rivendicare un canone femminile alternativo, attraverso un semplicissimo gesto: sostituire alla foto del proprio account un'icona della femminilità diversa da quella propalata da starlette dalle labbra rifatte. Da Ipazia a Simone De Beauvoir, da Cristina Campo a Alda Merini a Margherita Hack.
Che c'entro io? Da maschio ho riflettuto a mia volta su quale immagine avrei messo a contrappuntare il mio profilo. E ho pensato che dal brodo di quest'esplosione italiana di oscenità pubblica e di relativo sdegno sarebbe bello se scaturisse l'occasione non solo per rivendicare la propria vilipesa parte migliore, ma anche per fare i conti con la propria oscena parte peggiore. Insomma, se da una parte io posterei sul mio account la fotina di John Cassavetes o David Foster Wallace o Paul Ricouer o chissà quale altro eroe culturale, dall'altra ci piazzerei il faccione di Lele Mora. Lele Mora, sì. Cosa vorrei che mi accomunasse a Cassavetes, Wallace, Ricoeur non è importante; più significativo, credo, è quello che invece mi rende simile a Lele Mora, a Berlusconi, a Corona, a Bartolo...
Apparentemente io e Lele Mora siamo distanti anni luce. Siamo esemplari di due contesti italiani coesistenti ma impermeabili tra loro. Due universi distinti. Abbiamo visioni opposte del mondo, della morale, apparteniamo a due classi sociali che non si toccano, non abbiamo nessuna amicizia in comune, disponiamo di conti in banca incommensurabili... Ecco: gran parte delle manifestazioni antigovernative degli ultimi mesi e anni, tutto l'antiberlusconismo morale, di stile, di gusto, di decenza, di genere, ha confermato questa partizione: c'è un mondo di Minetti e Lele Mora da una parte e poi c'è un altro mondo, con altri valori e altro stile dalla parte opposta. I degni e gli indegni. Gli stilosi buoni di cuore e i cafoni.
La fotografia dell'Italia che vien fuori dai Palasharp, dagli elenchi tv di Saviano e Fazio, dalle paginate di appelli contrapposti sui giornali, e speriamo non anche dalla manifestazione di domenica prossima, rischia di assomigliare a questo schema. Uno schema che magari ci dà la possibilità di rendere denso un sentire comune - offeso dallo schifo dei bunga bunga e delle polverine nei bicchieri - ma non si rivela molto utile né a capire la realtà che ci circonda né a contrastare veramente il berlusconismo culturale e Berlusconi in sé.
Perché io e Lele Mora qualcosa in comune ce l'abbiamo, devo ammetterlo. Io e Lele Mora siamo due consumatori. Alle volte due consumatori compulsivi. Di quelli che guardano il consorzio umano come un catalogo di Postal Market. E se lo stile di Lele Mora lo conosciamo ormai dalle intercettazioni delle olgettine, forse è il caso che vi racconti quello che potrebbe essere il mio, in una settimana come un'altra.
Io potrei, per esempio come ieri suggeriva Repubblica per San Valentino, comprarmi l'application Love Vibes per Iphone, che consente di ricevere un giudizio sulla propria prestazione amorosa ( http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/07/news/app_san_valentino-12166419/?ref=HRERO-3

). Potrei fare una pausa in ufficio e scaricarmi dal Corriere.it il video settimanale di Novella Duemila che mi fa sapere che Belen ha superato la Canalis nelle preferenze dei lettori ( http://video.corriere.it/belen-scavalca-canalis/509ad882-3462-11e0-89a3-00144f486ba6 

). Potrei rivedermi ancora una volta sul sito della Stampa ( http://multimedia.lastampa.it/multimedia/in-italia/lstp/19483/

) le 19 foto di Sara Tommasi (una vestita da infermiera, una a tette all'aria, una versione segretaria, una in cui lecca ammiccando una paletta sporca di gelato, una in cui dà un bacio lesbico a una bionda...). Oppure potrei leggermi la rassegna stampa a firma Beatrice Borromeo sul Fatto quotidiano, ( http://ilfattoquotidiano.it/blog/BBorromeo

), articoli che mi sembrano sempre scritti da una modesta penna liceale e domandarmi ma perché ci sono così tante mie coetanee brave giornaliste che conosco che non scrivono al posto suo; e così, saltando senza pensare da un sito all'altro su internet, potrei finire con lo spizzarmi un po' di sue foto in pose sexy , e poi girare da un sito all'altro in cerca di altre celebrities. Oppure semplicemente telefonare al numero che ho trovato sul Messaggero di «massaggi integrali fatti da un italianissima». Oppure ancora, sempre prendendo spunto dai suggerimenti di Repubblica e Corriere, decidere di iscrivermi a siti di incontri on-line, a parship.it, a meetic.it... E avere ogni giorno da sfogliare migliaia e migliaia di profili di «donne che ti vogliono conoscere!» e alle quali «il mio profilo è piaciuto moltissimo!». O scattare un po' di foto al mio uccello e iscrivermi a un sito di annunci erotici come AdultFriendFinder (in Italia come me l'hanno fatto sette, otto milioni di persone). O accettare il fatto di essere stanco e masturbarmi davanti a youporn.
Dopo aver passato la settimana feriale in questo modo potrei anche andare domenica a manifestare per la dignità delle donne. Dopo un brunch con le amiche dalle parti di San Silvestro, sperando nella bella giornata. Ma, svolto il mio dovere civico, vorrei esprimere un desiderio: vorrei che su quel palco salisse, per esempio, nella «quota immigrati che per la political correctness non manca mai», non, come pare che sia, una donna medico congolese che ha avuto riconoscimenti dal presidente della Repubblica in persona; ma una casalinga del Maghreb bocciata all'esame di lingua italiana sostenuto per vedere prolungato il suo permesso di soggiorno, o una puttana nigeriana, o persino l'ultimo camionista ucraino che ha contrattato sul prezzo per farsela. In realtà, mi spiace molto ammetterlo, alle volte ho molto più in comune con loro. Con quelli che sanno, come dire, di non stare dalla parte migliore.

13 FEBBRAIO
Sinistra, leader in piazza fra decoro e piacere
Tutti i leader della sinistra in piazza il 13 a Roma o a Milano, con motivazioni variegate. Bersani «per difendere la dignità delle nostre mogli, delle nostre figlie, delle nostre compagne». Ferrero perché «a salvarci non saranno il familismo di ritorno, né il bigottismo che pretende decoro» e bisogna invece «vivere la gioia del piacere e della sessualità in maniera indecorosa e libera». Di Pietro «per difendere la dignità delle donne contro questa inaccettabile cultura di mercificazione e mortificazione». Vendola perché «uno dei cuori del berlusconismo è proprio il mix di sessismo e maschilismo. E non è solo una lotta delle donne, è anche un problema degli uomini che devono reagire di fronte a ciò che resta in forme patetiche dell'antico primato del maschile».


 
SUSSIDI
In Germania scoppia la guerra del welfare
La Corte costituzionale ha chiesto di riscrivere le regole<
Guido Ambrosino
BERLINO

Quanto vale il diritto dei disoccupati a una vita dignitosa? Basterà per garantirlo un aumento di 5 euro dell'assegno mensile, come sostengono la cancelliera Merkel e i suoi alleati di governo liberali? O ci vorrano almeno 11 euro in più, come ribattono socialdemocratici e verdi? Ieri la camera dei Länder, invece di ratificare il dissenso con un voto sulle proposte del governo federale, che comunque non avrebbero trovato una maggioranza, ha nuovamente rinviato la questione alla commissione bicamerale di «mediazione» tra Bundestag e Bundesrat. L'esito del braccio di ferro viene rinviato a un supplemento di trattative.
La politica, obbligata dalla corte costituzionale a riscrivere le regole del welfare per assicurare a tutti «il diritto fondamentale a un minimo vitale dignitoso» - che, come aggiungevano i giudici nella sentenza del 9 febbraio 2010, non potrà non includere «un minimo di partecipazione alla vita sociale, culturale e politica» - fatica a trovare una soluzione. Il sistema federale tedesco impone un accordo bipartisan, perché la materia è anche di competenza delle regioni, ma democristiani e liberali - la coalizione che sostiene al Bundestag il governo federale di centro-destra, non ha più la maggioranza al Bundesrat, la camera dei Länder. Il tempo è già scaduto. La corte di Karlsruhe aveva chiesto ai legislatori di ricalcolare l'importo del sussidio di disoccupazione entro il 31 dicembre 2010, basandosi su una stima trasparente e fondata dei bisogni vitali effettivi. I nuovi importi dovranno quindi essere versati retroattivamente a partire dal primo gennaio. E siccome quelli attuali - che risalgono alla riforma Schröder-Fischer del 2003 - sono stati calcolati «in modo arbitrario», con modalità incompatibili con la costituzione, una nuova valanga di ricorsi incombe sulla magistratura.
Per una manciata di euro
Si tratta dell'Arbeitslosengeld 2 (in siglia Alg 2) interamente a carico del bilancio federale, da non confondersi col primo assegno di disoccupazione, l'Arbeitslosengeld 1, prestazione assicurativa finanziata con i contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro, e versata in proporzione del salario per un periodo di tempo limitati (12 mesi per chi ha meno di 50 anni). Ha diritto all'Alg 2 chi ha perso il lavoro da più di un anno, i giovani che non lo trovano, e inabili e invalidi non più a disposizione sul mercato del lavoro (per loro si parla più precisamente di Sozialgeld). Vivono di questo assegno 6,7 milioni di persone, tra cui 1,7 di bambini con i genitori disoccupati.
Nel passaggio dalle cristalline vette dei principi costituzionali - il «diritto fondamentale» a un minimo vitale dignitoso - ai bassopiani dei regolamenti legislativi, la questione si è ridotta a una miserabile manciata di euro. Per il governo basterebbe portare l'assegno di base per gli adulti, a cui si aggiunge il rimborso delle spese per l'abitazione entro limiti «adeguati» (cosa sia un alloggio «adeguato» è un altro nodo che affligge i tribunali), dagli attuali 359 euro a 364 al mese. Socialdemocratici e verdi insistono per 370 euro al mese, 11 in più. Su questa differenza di 6 euro si è arenata il 9 febbraio la prima tornata di consultazioni, a un tavolo da cui erano stati esclusi - per esplicita volontà discriminatoria di Spd e Grüne - i socialisti della Linke. Sei euro sembrano davvero pochi, eppure dietro ogni centesimo si celano complicate elucubrazioni politiche e trucchi statistici.
Punto di partenza è la rivelazione sui redditi e i consumi, effettuata ogni 5 anni su un campione di 60.000 unità familiari. Nel vecchio regime si consideravano i consumi del 20 per cento delle famiglie più povere, si detraeva dalla media il 26,8% - considerato un differenziale «adeguatamente» punitivo tra chi si guadagna il pane col sudore della fronte e chi non lavora - e si arrivava ai 359 euro. I giudici costituzionali non hanno capito perché la detrazione doveva essere del 28,6 % e l'hanno cosiderata arbitraria. Tanto più che questo fattore è la media tra detrazioni di diversa incidenza, a seconda delle categorie merceologiche. Al disoccupato spettava (e spetta ancora, finché non ci si accorderà sulla riforma) il 96% delle spese per alimenti e bevande, ma solo il 55% di quelle per la cultura e il tempo libero, il 26% di quelle per i trasporti, nulla di quelle per l'istruzione.
Il pane e le rose
La ministra del lavoro Ursula von der Layen, democristiana, aveva il compito di ricalcolare il paniere con criteri «comprensibili» e «trasparenti», rinunciando al guazzabuglio di detrazioni differenziati. Il responso degli esperti del ministero è arrivato nel settembre scorso, 364 euro, e da allora la ministra non si è spostata di un centesimo. Secondo i critici l'esito era già stato predertimanato dal ministro delle finanze Schäuble, con i suoi piani per il bilancio: il totale a disposizione è stato diviso per gli aventi diritto, con tanti saluti per il «diritto a una vita dignitosa». A posteriori gli esperti si sarebbero poi dati da fare per trovare uno straccio di argomentazione. Per fermare la rivalutazione entro il tetto dei 5 euro si è intanto modificato il campione di confronto: non più i consumi del 20% più povero, ma quelli sicuramente minori del 15% più disagiato. Dopo aver così drasticamente ridotto la base di confronto, si sono tagliati radicalmente tutti i consumi considerati «nocivi» o «superflui». Via dunque dal paniere i 17 euro al mese per bevande alcoliche e tabacco, tanto quello che spendono il 15% dei cittadini più poveri facendo la media tra astemi e alcoolisti, non fumatori e tabagisti. Sebbene 17 euro bastino si e no per tre bicchieri di birra e un paio di pacchetti di sigarette, per la ministra von der Layen si tratta di stravizi da bandire. Nel paniere dei disoccupati non trovano poi posto - tanto per fare qualche esempio da una lista molto più lunga - visite al ristorante, nè viaggi per le vacanze, né fiori: sebbene già le operaie americane cantassero che, oltre al pane, ci vogliono anche le rose, non è previsto che si possa comprare nemmeno un mazzo di garofani per il compleanno della mamma. Angela Merkel e compagnia ministeriale dovranno rimetter mano a questa lista della spesa, se non vogliono che i giudici, persa la pazienza, si mettano a riscriverla loro.


 
Un'Alternativa Comune al berlusconismo
Ugo Mattei

I l meeting di «Uniti contro la crisi» al Rivolta di Marghera ha rappresentato un momento politico di notevole spessore, potenziale incubatore di nuove ed importanti esperienze politiche. L'incontro fra la tradizione operaista e quella ambientalista nell'ambito di una nuova declinazione della categoria dei beni comuni ha costituito sicuramente il più importante elemento di novità politica sostanziale. Sul piano delle forme della pratica politica, inoltre, mi pare che la svolta più significativa sia stata prodotta dall'egemonia creativa e generazionale del movimento studentesco che, partendo dal sapere critico come bene comune, nel pieno della crisi del capitalismo cognitivo, ha saputo trasmettere un nuovo (e raro) momento di speranza. La fusione fra questa forma e quella sostanza costituisce un patrimonio che va curato, rigenerato e non lasciato appassire.
Passaggi decisivi
Le prossime settimane ed i prossimi mesi ci presenteranno diversi passaggi politici decisivi per un grande nascente movimento politico per i beni comuni che potrebbe finalmente, alla fine della «fine della storia», far rinascere un'ideologia politica di massa, senza la quale sarà impossibile uscire «da sinistra» dalla crisi.
Inutile ripetere quanto decisiva sia la battaglia referendaria contro la privatizzazione dell'acqua e contro l'irresponsabile ripristino del nucleare, due mosse largamente sostenute da un fronte bipartisan contro le quali dovrebbe concentrarsi una vera opposizione politica. Invece la cacciata di Berlusconi sembra essere diventata un'ossessione tanto inutile quanto l'anything but Bush che negli Stati Uniti ha fatto scrivere una cambiale in bianco ad Obama, senza neppure provare a sottrarlo dal controllo più completo da parte delle corporation (è dell'altro ieri la notizia del rischio di bancarotta imminente della Sec, la Consob americana, che Obama finanzia ancor meno di Bush).
Problemi oltre Berlusconi
Purtroppo i problemi del nostro sistema politico (e culturale) sono profondi e la cacciata di Berlusconi (se mai avverrà) non ne risolverà neanche uno, perché è un intero modo di pensare ed agire, largamente bipartisan, che andrebbe travolto. Per esempio, alla kermesse milanese di «Libertà e Giustizia» non è stata spesa una parola sulla situazione di autentico imbarazzo democratico prodotta da una strategia del silenzio per far saltare il quorum referendario che certo non riguarda solo i media berlusconiani. Del resto, la pubblicità dell'acqua minerale troneggia a tutta pagina sulla Repubblica quasi quotidianamente e dagli eroi di carta raccolti a Milano è giunto solo un contributo al silenzio sulle nostre battaglie.
Purtroppo la riduzione della politica al personalismo (del buono o del cattivo) è una sindrome che ha contagiato interamente perfino la sinistra extraparlamentare, affascinata, col caro Nichi, dal modello americanizzante delle primarie. I recenti episodi dell'«effetto Pisapia» a Milano e quello di Airaudo a Torino (atteso da troppi come scorciatoia per la soluzione dei problemi di una sinistra dilaniata dalle divisioni) non hanno fatto che mostrare una volta di più la vera e propria malattia prodotta dal leaderismo.
Rifiuto del personalismo narcisista
Il leaderismo è la forma di verticismo autoritario e narcisista più coerente con la struttura della società dello spettacolo ed è quindi, come ogni forma di concentrazione del potere, incompatibile con la pratica dei beni comuni. I beni comuni infatti si difendono ed interpretano tramite un largo aggregato di micro-buone azioni civili, diffuse ed anonime, quali quelle di chi raccoglie le firme ai banchetti, coraggiosamente vota no al referendum di Marchionne, occupa una tangenziale, una linea ferroviaria o sale su un tetto per difendere lavoro e università. Questo rifiuto del personalismo narcisista caratterizza il movimento referendario per l'acqua bene comune e ne spiega in gran parte i successi fin qui ottenuti.
Micro-azioni di ribellione
La scommessa dei prossimi mesi è quella di stimolare il moltiplicarsi di queste micro-azioni di ribellione allo status quo, che tutte insieme tracciano il disegno di una società più bella perché più giusta, autenticamente egualitaria e fondata sullo spirito del servizio disinteressato alla collettività.
Questa opposizione radicata nella battaglia per i beni comuni va ben oltre il semplice (e sempre più patetico) tentativo di cacciare Berlusconi per episodi e comportamenti che costituiscono l'invidia di moltissimi italiani qualunque (di destra e di sinistra). Fondare l'opposizione su un «Berlusconi scandaloso» mostra soltanto ipocrisia o incomprensione totale dal sentimento medio degli italiani (o se si preferisce italioti).
Personalmente ritengo che fra le azioni di opposizione autentica, radicata nella pratica dei beni comuni, si collochi il tentativo di presentare liste civiche di alternativa fondata sui beni comuni al primo turno di ogni consultazione amministrativa della prossima primavera.
Una nuova lista civica
A Torino per esempio, dove la sinistra si è trovata spiazzata dalla giusta decisione del segretario della Fiom Airaudo di non presentarsi alle primarie di una coalizione dominata dalla logica suicida dei poteri forti, con un gruppo di compagni ed amici stiamo lavorando per una lista civica di «Alternativa Comune». Una lista che, pur cercando candidature più «alte» e rappresentative possibile, faccia tesoro dell'esperienza di pratica democratica di «Uniti contro la crisi» e del movimento referendario per l'acqua, rifiutando ogni leaderismo e partendo dalla base per coltivare, già dalle pratiche, un'opposizione radicale e partecipata al modo di pensare dominante.
Ai partiti e agli esponenti della classe politica che condivideranno il nostro manifesto dobbiamo avere il coraggio di chiedere con grande fermezza di fare un passo indietro (come un passo indietro era stato loro chiesto nella battaglia referendaria sull'acqua bene comune). Dobbiamo pretendere che essi mettano la loro preziosa esperienza a disposizione di un rinnovamento della pratica politica che è esso stesso un bene comune che va riscoperto e coltivato da chiunque voglia dirsi di sinistra.

POVERA MA RICCA DI DONI
Una teologa DELLA SALVEZZA

Tratto da una sua frase il titolo dell'ultimo libro di Adriana Zarri avverte che «Un eremo non è un guscio di lumaca», dunque non è fatto per ritirarsi, bensì per «vivere la fraternità in solitudine». Il volume uscirà martedì per la Einaudi: ne anticipiamo un capitolo e parte dell'introduzione
Adriana Zarri
Temo proprio di avere una venatura consumistica; e il peggio è che non riesco a pentirmene. Forse non è un grosso peccato, forse non è un peccato per niente. Peccato è venir posseduti dalle cose, non già liberamente possederle. È ben vero che col termine «consumismo» intendiamo, di solito, proprio il venire posseduti; e questo - è chiaro - è una grave mancanza di povertà e di libertà; ma consumismo viene da «consumare» che è un verbo nobile e denso. Consumare si dice del matrimonio, si dice del sacrificio e dell'eucaristia. Ed è in questo senso che dovremmo offrire e «consumare» le cose.
So bene che sto facendo un discorso rischioso e che si presta a tutti gli alibi. Ma, fatto da qui, forse è un discorso non sospetto, poiché qui di ricchezze non ne ho molte e sperimento un po' di libertà: quel saper fare a meno delle cose che è piú importante del fare a meno di fatto, quando la privazione fosse imposta e non scelta, dato obiettivo e non espressione di un valore. E anche qui la trappola del ricco, che si contenta della povertà «affettiva», scialando a scapito del povero, è dietro all'angolo, pronta a scattare; lo so bene. E per questo un discorso del genere - per non puzzare di giustificazione - può venir fatto, in maniera credibile, solo da un povero: da uno, cioè, che, oltre al saper fare a meno, sperimenta quel fare a meno di fatto che, di quel primo, è la riprova. E sono situazioni incrociate. Perché il fare a meno è riprova del saper fare a meno; ma il saper fare a meno è anche la condizione dell'usare, poiché chi perde la propria vita la salva e chi rinuncia a qualcosa per il regno, oltre alla vita eterna, riceverà quaggiú il suo centuplo.
L'espressione di valori essenziali
Fanno parte del mio centuplo anche i regali che ricevo.
Io amo molto la dimensione del dono; e non mi dite che questo è consumismo. Il dono è l'espressione tangibile di valori essenziali, quali il dare e il ricevere che sono alla radice dell'essere e della vita stessa del nostro Dio trinitario. Il dono significa generosità e umiltà, attenzione e accoglienza, distacco e gratitudine, senso dell'amicizia e del debito... No, non ditemi che tutto questo è consumismo. Consumistico sarà quel «dono» dispendioso e senz'amore che facciamo per adulazione, per ambizione, per prestigio e per calcolo. Ma questa è solo espressione di vanità, di interesse, di astuzia; col dono vero non ha niente a che fare.
I doni veri mi piace farli e riceverli; e non so neanche quale delle due cose preferisca, ma forse, in quanto donna e in quanto povera, mi piace piú riceverli: confessare il bisogno e aprirmi all'accoglienza e alla riconoscenza: l'atteggiamento che abbiamo verso Dio e che è tanto bello, giusto e dolce avere anche verso gli uomini. Ricevere doni è ricevere amore, accoglierlo e scaldarlo, dentro di noi, come un piccolo seme concepito.
Un povero riceve tanti doni; specie un povero come me che è ricco - ricchissimo - di amici. Credo proprio di averne in ogni parte del mondo; ma, com'è naturale, i doni mi giungono soprattutto dai piú vicini: quelli di Ivrea e anche quelli, ultimi, che ho trovato nei pressi del Molinasso.
Nel mio bilancio risicato non so se mi restassero i soldi per il vino; ma quasi che la gente di qui lo intuisca, me lo fornisce. L'anno scorso Battista me ne ha donato due damigiane; e un'altra famiglia del paese è sempre pronta, con i suoi bottiglioni. Da quando sono qui non ho mai comprato vino e non mi è mai mancato. E poi Giacomo che arriva col suo cestino pieno di qualche cosa che io non ho. Guarda l'orto e provvede a colmare le lacune: uva, fichi, le sue rape che, quest'anno, sono piú belle delle mie (ma qualche volta succede anche il contrario) o qualche pezzo di lardo del suo maiale appena macellato. E cosí gli altri miei vicini.
Qui, in inverno, come quasi dovunque, in campagna, si macella il «crin»; ed è consuetudine che i contadini se ne scambino un poco, tra di loro e magari ne diano a chi non ce l'ha. È il caso mio che, in porco, non posso ricambiare e spesso neanche in altra moneta. Ma i miei vicini non fanno questo calcolo e tutti mi portano qualcosa: lardo, carne da arrosto, salami. E quando, qualche volta, do loro in dono una bottiglia che vale infinitamente di meno, quasi hanno l'aria di stupirsi: «Oh, che regalo!»
Ma la stagione dei doni è il Natale.
Quest'anno un amico è sceso giú da Aosta, con un libro e un'icona valdostana; e un sacerdote da Saint Jacques con il baule della macchina sempre ripieno e generoso: vino, grappa, caffè... E gli amici di Ivrea, di Albiano, di Azeglio, di Colleretto, di Rivarolo: panettoni, scialli caldi, vini pregiati... perfino una boccetta di profumo. Che scandalo, che mondanità in un eremo! Ma io mi ricordo che i profumi erano una delle grandi passioni di Maometto; e anche il Signore non dimostrò di disdegnarli. Nella liturgia orientale se ne fa grande uso; noi qui ci contentiamo dell'incenso (e anche per quello ho degli amici fornitori).
Di mio c'è la gratitudine
Un vescovo (ho vari amici anche tra loro: ma sarà meglio non dire chi sono perché potrei comprometterli) un anno, per Natale, mi regalò una spilla, ricordo di uno dei suoi viaggi. Pareva un po' perplesso e imbarazzato: «A una persona come te, - mi disse, - non si sa cosa dare». Ma forse è proprio a una persona come me che si può dare qualche po' di «superfluo» (ma dov'è mai che comincia il superfluo?) perché altrimenti non lo comprerebbe.
Poi ci sono i regali che arrivano per posta. Se faccio il calcolo mentale di ciò che mi è giunto quest'inverno, tutta l'Italia vi è rappresentata: Lombardia, Trentino, Emilia, Romagna, Veneto, Liguria, Marche, Toscana, Lazio, Sicilia... perfino due calze calde dalla Francia. Nel pranzo natalizio guardo sul tavolo e conto gli amici presenti con qualcosa: chi il dolce, chi la frutta, chi il vino, chi il caffè e le ciliegie sotto spirito. Spesso, di mio, c'è solo la tovaglia, solo la gratitudine.
Con questo non vorrei che pensaste che gozzoviglio tutti i giorni; ma non vorrei neanche che pensaste che mi «consumo in penitenze». Ho buona salute e ottimo appetito; e, se qualcuno mi regala un dolce, ringrazio Dio e gli uomini.
Anch'io faccio i miei doni, ma non posso competere. I miei regali sono poveri però, in compenso, originali e fantasiosi: nidi d'uccello, pelli conciate di coniglio, coppie di porcellini d'India, erbe aromatiche, penne (sí, a un'amica romana ho spedito la veste di due oche: potrà farne un caldo e morbido piumino). Qualche volta il dono è un po' piú consistente: un coniglio o un pollo. Se invece sono a corto, pigne, pannocchie di granturco, zucchine ornamentali, bacche, pezzi di natura che portano un po'di campagna dentro le case e forse aiutano a scoprire la bellezza e il valore delle cose.

ANTICIPAZIONI
Quel che cercava Adriana era né molto né poco
Un brano della introduzione
Rossana Rossanda

Conoscevo Adriana Zarri dai libri e dagli articoli, ma l'ho incontrata soltanto durante la campagna sul referendum contro l'aborto. Difendeva la libertà per una donna di rifiutare la gravidanza non perché la condividesse, ma per avvertire le credenti che nulla nelle scritture poteva essere invocato contro di essa. Ricordo la sua persona nel mio studio, nell'unica sfondata poltrona del «manifesto», esile, diritta, i capelli rialzati, in un pomeriggio romano. Poco dopo - veniva spesso a Roma - m'invitò al Molinasso, dove è stato scritto Erba della mia erba, e la prima volta che salii a Torino mi presi un giorno di piú per raggiungerla.
Il Molinasso era una cascina, forse un vecchio mulino, appena fuori della strada fra le colline attorno a Ivrea. Stava su un poggio, isolato, lontano qualche chilometro dall'aggregato piú prossimo, in vista di un'unica altra cascina che si presumeva abitata per avervi intravvisto qualche luce. Vi si accedeva da un sentiero tra l'erba, qualche rovo e un ruscello, era un'antica costruzione contadina, semplice, armoniosa, con un portone ancora orlato di marmo, e subito la scala che saliva al piano. La scala finiva in una stanza abbastanza grande, con una stufa a legna e un gatto e le finestre che si aprivano su un orizzonte ondulato fin alla linea azzurra delle montagne. Non si vedeva anima viva.
Adriana aveva lasciato le scarpe e gli abiti di città per gli zoccoli, un vasto grembiule su una vasta gonna, scuri come quelli delle contadine, e mi guidò nei suoi domini chiamando con il loro nome le piante, gli ortaggi e gli animali - i morbidi conigli che si lasciavano tirar su per le orecchie e i rumorosi polli, fra i quali pescò qualche uovo. In quel silenzio e nel calare della sera parlammo a lungo, e cosí fu sempre quando potevo arrivare. Prima di cena mi chiedeva se volevo assistere a una sua preghiera, che era di solito una lettura di qualche passo dell'antico Testamento, di quelli dove Dio è indulgente, al massimo un poco geloso - vuoi leggere tu? e io leggevo - qualche minuto di silenzio (lei non amava la parola che mi parve giusta, raccoglimento) e poi a tavola, non senza gustare un bicchiere di vino. Attorno, verso il buio, vecchi mobili contadini, qualche arnese agricolo ormai fuori uso, qualche vaso con fiori o foglie o bacche delle prime brume dell'autunno. Era la povertà della quale i poveri diffidano, perché non c'era nulla che non avesse una sua bellezza.
Ricordo di un trauma
Del Molinasso m'era rimasta la persuasione che sarebbe stato per sempre, e che era tutto quel che ad Adriana occorreva, né molto né poco. Lo aveva trovato, credo, nel 1975 e non so quante volte vi salii, almeno una volta l'anno per molti anni, per uno o due giorni di pace. Né lei cercava di convertirmi, anche perché convinta che tutti saremo salvati, ci piaccia o no, né io di dissuaderla da quel che non provavo; ognuna ascoltava l'altra; solo una volta, dicendomi quanto amava questo mondo fatto da Dio (si doleva che lo scrivessi con la minuscola), aggiunse che non avrebbe potuto accettare la morte se non avesse creduto alla resurrezione. Ma restammo là, e d'altronde c'era poco da commentare.
La notte mettevamo fuori il micio, chiamato Malestro per qualche giovanile misfatto, e ci ritiravamo presto, io a leggere e lei a scrivere perché di giorno non aveva tempo. L'orto, le piante e gli animali cui badare, la corrispondenza, le telefonate, il riporre o pescare dal cassone refrigerato le provviste, il muoversi ordinatamente in uno spazio vasto e che a me pareva disordinato, insomma soltanto a ora tarda era in grado di lavorare. A quel tempo non la aiutava nessuno. Quando doveva mettersi nella sua vecchia macchina o saltare in un treno per combattere il nemico principale, che era allora Comunione e Liberazione, chiudeva approssimativamente tutto, badava che al micio non mancasse né un rifugio né il cibo oltre alle lucertole e ai topi forniti dalla provvidenza, e trovava tutto uguale al ritorno.
Il Molinasso era la quiete e pareva che sarebbe stato cosí sempre. Ma per la campagna piemontese correvano dei disperati che una notte le sfondarono la porta. Dovevano averla sorvegliata, era una donna sola, palesemente non contadina, palesemente non miserabile, e non capirono perché non tirasse fuori i soldi che esigevano. Non potevano immaginare che Adriana di soldi non ne avesse affatto, forse non ne aveva mai avuti, urlarono, la minacciarono e alla fine, dopo avere buttato all'aria tutto, la lasciarono legata a terra, e fu la postina a trovarla due giorni dopo. (...)
La sua incofessata aristocrazia
Fu un trauma, fra il terrore, il malessere, il freddo, quelle ore fra vita e morte e una perdita della quale non riusciva a consolarsi. Dove poteva andare? Poteva mantenersi ma non aveva denaro per comprare niente, tanto meno un'altra cascina, e in una solitudine meno deserta e pericolosa. Non le mancarono le proposte, di venire qui o andare là, di amici che ne aspettavano le parole e gli scritti, ma naturalmente non erano eremiti. Vagò per un certo tempo senza nido, fin che parve rassegnata a fermarsi nel cuneese, dove una famiglia generosa deteneva il dorso di una collina fra i carpini. Vi si scorgevano qualche rada costruzione e un borgo nel fondovalle.
La coppia ospitava dei tossicodipendenti. Ricordo il volto smarrito di Adriana alla tavola comune, fra due adulti calorosi e alcuni giovani risentiti, incapaci di muovere un dito, infelicissimi e tetri. Ho pensato allora, con qualche malizia, che delle virtú teologali la mia amica ne aveva in sovrabbondanza due, fede e speranza, mentre frequentava a modo suo la carità, il suo amore essendo tutto per Dio e qualche grande causa, ma poco incline alla sofferenza dei singoli, che in verità non ha nulla di splendido. I suoi occhi spalancati su quelle infelicità ne vedevano la bruttezza e non riusciva, come i suoi amici, a tendere le braccia. Non sarebbe mai stata come madre Teresa e le sue seguaci, delle quali diffidava e, come capii piú tardi, non a torto. Il suo bisogno di solitudine veniva anche, credo, da una inconfessata aristocrazia del modo di essere.
Intanto era una gran pena e si stava già rassegnando a far planare sul terreno dei suoi ospiti, come la casa di Loreto portata dagli angeli, un prefabbricato norvegese minimo, munito di una poderosa stufa. Me lo descrisse con voce ottimista. Addio viste e orizzonti aperti, orto e rose. Doveva mettersi da qualche parte dove poter chiudere una porta. CONTINUA | PAGINA 12
Fu allora che qualcuno, penso Luigi Bettazzi che allora era vescovo di Ivrea, la salvò, offrendole in comodato, che deve essere una sorta di affitto a termine, una proprietà diocesana abbandonata, che aveva il vantaggio di stare proprio sull'orlo di un paesino del torinese, un lato sulle ultime case e l'altro su una sconfinata campagna. Un miracolo. Adriana rifiorí, vi si insediò subito e io salii a vedere.
Avevo in mente il Molinasso e rimasi di stucco, era un luogo bruttissimo. Un gran cancello arrugginito, fra due santi antipatici, immetteva a sinistra su una cascina disabitata e a destra su un'altra cascina appena meno sbrindellata, cui si accedeva da un'erta scala di legno, a sua volta collegata a uno sgarbato casone giallo, forse degli anni Trenta, che dava sulla campagna e un giardinetto ad aiuole. Il quarto lato era indeciso fra una costruzione informe e un arruffato boschetto. In mezzo uno spazio interrotto da un alto muro, inteso a dividere una delle due cascine e il casone dall'altra. Adriana si era collocata al primo piano della cascina di destra, che era poi uno stanzone affacciato in fondo verso il paese, e per me aveva collocato un letto giú al pianterreno. C'era dappertutto una polvere decennale, dappertutto tracce di immemoriali abbandoni, sgomberi frettolosi e confusi, mi misi a scopare e riordinare inutilmente, e quando ci lasciammo dopo una breve cena afferrai una coperta e scesi quella scala da vertigini giú in cortile dove, saltata la lampadina, sbagliai di porta e mi infilai a tastoni in una stanza dove mi parve di individuare un letto di legno. La mattina dopo scoprii che avevo dormito su un catafalco, con i suoi bravi manici davanti e dietro, e un cespo di rose di pezza coperto di falso filo d'oro rimasto attaccato dall'ultima cerimonia. Ero in una sorta di magazzino dove era stato ammucchiato tutto quel che una sacrestia povera poteva lasciare di non sacro dietro di sé. (...)

 
IN GARA ·
«Nessuno può impedirmi di sognare». Parola di Panahi
«Il premio» dell'argentina Paola Markovitch
Mariuccia Ciotta
BERLINO

La sedia vuota è sempre la sua, da Cannes a Venezia e ora a Berlino, e ci dice la potenza del cinema. Jafar Panahi non c'è a visionare i film della 61a edizione del festival, ma «nessuno può impedirmi di sognare» ha scritto dal carcere il regista iraniano a Isabella Rossellini, presidente della giuria. Condannato a 6 anni di prigione, Panahi non potrà dirigere un film nel suo paese per vent'anni, dopo aver ripreso le manifestazioni della «rivoluzione verde» e aiutato altri cineasti anti-regime. Nel messaggio si appella ai colleghi e li invita a creare «tali capolavori che, mentre sarò dietro le sbarre, mi incoraggeranno a vivere nel mondo sognato nei loro film». La speranza, scrive, è che quando tornerò libero «sarò in grado di viaggiare per il mondo senza barriere geografiche o etniche o ideologiche». Da ieri, la Berlinale diretta da Dieter Kosslick, ha cominciato a programmare tutti i suoi lavori, a partire da Off Side.
Il concorso ha esordito con l'opera prima dell'argentina Paola Markovitch, nata a Buenos Aires nel '68 ma «cittadina del mondo» almeno a giudicare dalla co-produzione Messico-Francia-Polonia-Germania. El Premio, 115' minuti di memorie infantili sulle spiagge grigio-azzurrine spazzate dal vento di San Clemente del Tuyù durante la dittatura militare, un tempo sospeso vissuto da Ceci (Paula Galinelli), alias la regista, che ricorda straniamento, perdita d'identità, paura del fascismo. Micro contro macro storia, sguardo a livello di bimba, sette anni, che gioca con la sabbia, i cani randagi, la giovane mamma irrigidita dal clima e dell'attesa di notizie dal marito in prima fila. Rifugiate in una catapecchia sul bordo dell'oceano, magazzino estivo zeppo di ombrelloni e sedie sdraio, madre e figlia tessono i minuti mai registrati dalle cronache ufficiali, controcampo quotidiano fatto di nulla. Ma c'è la scuola a riportarci all'attualità dell'Argentina di Videla con l'ossessione maniacale della bandiera, i temi filo-regime e la supervisione dell'esercito che istituisce un premio per il miglior componimento. Ceci ha un'amica dai tratti somatici indios, mentre lei è rossiccia e lentigginosa, e chissà perché la compagna di giochi sarà la prima a tradirla, a denunciare alla maestra quella strana ragazzina senza nome, così ingenua, nonostante i consigli materni, da scrivere per il concorso un testo contro i militari «che le hanno ucciso il cugino». La regista indugia e indulge su ricordi e sentimenti, sul disorientamento e i passatempo come seppellire i libri proibiti e barricarsi in casa contro le intemperie meteo-politiche. Quando Ceci vincerà il concorso della giunta militare, dopo aver riscritto il tema in chiave patriottica, la madre le proibirà di andare a ritirarlo, ma la figlia insiste, un premio è sempre un premio anche se a consegnarlo ci sono i presunti assassini del padre. E qui ci si aspetta una scena da «piccolo patriota padovano», ma no, Ceci ritira il diploma e zitta. L'inanellarsi delle piccole cose di ogni giorno, le banalità della vita, la resistenza passiva, la condizione di minorità, l'essere donna... Radiografie che da oblique rischiano di diventare storte. Ma a questo festival pare che piacciano i film che hanno il «sapore» (la temperatura socio-politica) del paese di provenienza.
Dall'Italia l'odore di bruciato si sente, e perciò, giustamente, Qualunquemente è stato molto applaudito. Presentato nella sezione Panorama, il film sul politico di gran moda che ama «u pilu», è stato elogiato dal Tagesspiegel: «Antonio Albanese interpreta il sosia satirico di Berlusconi in modo super vanitoso, molto sfacciato e perennemente fortissimo. Questo è prima divertente. Poi crudele. Ma coerente». Intanto, nel giorni di Cetto la Qualunque, la manifestazione di domenica «Se non ora quando?» è stata anticipata da donne non solo italiane qui a Potsdamer Platz, dove ha sede il festival, al grido di «No Berlusconi Berlin». Si è unito anche un gruppo di Facebook nel segno di: «Basta la pornografia, basta la corruzione, basta al degrado culturale e sociale dell'Italia».

 


 

il manifesto - 11 Febbraio 2011

INTERVISTA
«Il Caimano c'era già e tanti gli somigliano» Parla Nanni Moretti
Norma Rangeri
«Sono stato attento». Nanni Moretti rompe il lungo silenzio di questi anni e torna a parlare dell'Italia del Caimano, di quel che il suo film aveva visto, di quel che forse gli italiani non vedono più, avvolti e sopraffatti da un conflitto di interessi che ci ha cambiato.
Il celebre film di Moretti è nei cassetti della Rai. Pur avendolo acquistato cinque anni fa per 1 milione e mezzo di euro, non ha avuto il coraggio di mandarlo in onda. Oggi quella scena finale, con la molotov che parte dalla folla contro i magistrati che hanno osato processare il Politico, potrebbe uscire dalla fiction e diventare cronaca? E sono "golpisti moralisti" quelli che si ostinano a chiedere il rispetto delle regole, della divisione dei poteri? E perché la sinistra per avere credibilità deve spendere il nome di uno scrittore come Saviano? L'intervista con Nanni inizia promettente: «Dunque».
Esce solo a tarda sera dal lavoro finale del suo film. In tutti questi anni Nanni Moretti non ha mai accettato di rilasciare interviste. Nonostante le richieste di giornali e televisioni, italiane e straniere. Tutti volevano chiedergli del Caimano, di quella scena finale, quando i sostenitori di un Politico, finalmente processato, e condannato, lanciavano una molotov contro il Tribunale. E oggi che quello scenario sembra avvicinarsi, Nanni rompe il lungo silenzio. Trascinato proprio dal rifiuto della Rai di trasmettere Il Caimano.

Perché non hai più voluto parlare?
Perché mi imbarazzava dire: «Visto?»

Ma come avevi fatto a "vedere", cosa ti aveva ispirato quella scena?
Quelle fiamme sono macerie simboliche: costituzionali, istituzionali, culturali. Macerie che si lascia alle spalle l'avventura politica di Berlusconi. Il fatto è che ci siamo abituati un po' tutti, anche elettori e elettrici di sinistra, a cose che in una democrazia non sono per niente normali. E uno dei compiti del cinema è mostrare quello che ancora non riusciamo a vedere o quello che non riusciamo più a vedere. Berlusconi, il politico intendo, queste cose le ha sempre dette e sempre fatte. Le sue aggressioni alla magistratura non sono una novità. Sono stato un po' attento.

Pensi che oggi, con l'assalto alle istituzioni, si potrebbe andare oltre la molotov?
Non lo voglio prendere nemmeno in considerazione. Purtroppo, la cosa strana, molto italiana, è questo revanchismo da parte di persone che si identificano in forze politiche che sono state quasi sempre al governo, al potere in questi 60 anni.

Al Caimano i berlusconiani contrappongono 'Le vite degli altri', lo stato comunista spione.
Ma non è vero che si preoccupano di non far intercettare la gente. È vero che Berlusconi non si difende mai nei processi. Questo slogan «è stato sempre assolto» è una mistificazione. È stato condannato a un anno per falsa testimonianza (poi gli è stata tolta) sulla P2. Ci sono state prescrizioni, leggi fatte apposta per lui. E poi la condanna di Previti per aver corrotto i magistrati: per conto di chi se non di Berlusconi?

Attraverso i tuoi film si legge un pezzo della nostra storia politica e culturale. E proprio oggi la Rai non vuole mandare in onda il Caimano.
Uno dei tanti motivi per cui io venticinque anni fa ho fatto, con Angelo Barbagallo, una casa di produzione, la Sacher, era che volevo io scegliermi i finanziatori dei miei lavori e una delle poche cose che dissi da subito a Barbagallo fu: «Se i nostri film hanno bisogno di cooproduzioni con reti televisive, io non voglio essere finanziato da reti Fininvest, come si chiamavano allora. Dico questo perché tra registi e scrittori c'è chi può scegliere e chi non può, e tra quelli che possono scegliere c'è chi non sceglie nemmeno nel 2011. Ecco io ho scelto venticinque anni fa. Non sono per niente d'accordo, anche se succedono cose come quelle di questi giorni, con chi dice «va bene, tanto televisione pubblica e tv privata sono la stessa cosa». No, io voglio lavorare con la televisione pubblica. Già venticinque anni fa nelle tv di Berlusconi c'era una visione del mondo che mi dava disagio.

Ti riferisci alla polemica scoppiata con il caso Mondadori?
Ci sono delle cose che mi tengo molto dentro. Non sono entrato nella polemica sulla Mondadori perché chiunque voglia sapere le cose, le sa, magari non le ricorda. Ma quello è un altro discorso.

La tua storia di cooproduzioni con la Rai è antica e non sempre pacifica.
Da Notte Italiana di Mazzacurati e Domani accadrà di Daniele Luchetti, i primi due film che abbiamo prodotto, ho cercato la Rai. E sempre abbiamo proposto i nostri film, Caimano escluso, ma compreso quest'ultimo che sto finendo, Habemus Papam. E abbiamo sempre collaborato. Tranne una volta: Il Portaborse. Il film uscì un anno prima dell'esplosione degli scandali delle tangenti, era il '91. Allora non c'era Raicinema, si facevano le proposte alle singole reti. Per evidenti motivi non lo proponemmo a Raidue, la rete del Psi. Raiuno invece disse di no facendomi capire che non era per motivi estetici. Raitre disse di no facendoci invece osservazioni sulla sceneggiatura.

Perché il Caimano non lo hai voluto coprodurre con la Rai?
Preferivo stare tranquillo. Poi il film è uscito nel 2006 e dopo l'abbiamo offerto alla Rai che lo ha acquistato per 1 milione e mezzo di euro, che non è poco. Lo poteva mandare in onda già nel 2008. Io non ho mai detto niente, non mi piace fare la vittima anche quando come in questo caso ne avrei motivo.

Sei un golpista moralista?
Beh, capisco che possa venire a noia ripeterlo per 17 anni, ma il problema è il controllo televisivo. Noioso, ovvio, banale e grossolano ripeterlo, ripeterselo, ripeterlo agli altri per 17 anni, però non è grossolano dirlo, è grossolana la realtà italiana. Tante persone hanno solo la tv e solo certe reti televisive come rapporto con il mondo. E questo continua a contare tantissimo. Certo poi ci sono anche molti italiani che sono come lui o vorrebbero esserlo. Berlusconi non solo ha formato gli italiani, portandoli un po' più in là, ma è un italiano tipico, uno di quelli che non rispettano le regole, le istituzioni, il senso dello stato.

La sinistra non l'ha capito. E ciclicamente sembra svegliarsi. Ora la società civile si muove. Il Palasharp a Milano, il 13 febbraio a Roma.
Tutto è importante, anche la manifestazione che ci sarà domenica prossima e alla quale naturalmente andrò. Ma andando indietro al '94, lì c'era una situazione straordinaria, in senso negativo, per la democrazia. Ci voleva una sinistra straordinaria, con personalità straordinarie, in grado anche di gesti simbolici non ordinari. Quello che colpisce, oggi, è che non c'è una persona tra le centinaia di quadri politici berlusconiani, che dica che Berlusconi ha un po' esagerato. Nessuno. Né uomo, né donna.

In queste ore Berlusconi ha riunito direttori di giornali e tv a palazzo Chigi. L'informazione è blindata.
Nove anni fa quando facemmo il girotondo davanti alla Rai, ricordavamo che quello era un problema gigantesco. Una concentrazione mediatica impossibile anche per un uomo non impegnato in politica. Eppure tante persone di sinistra si sono stancate di dirlo agli altri e anche a se stesse.

Dove si può arrivare?
Si è già arrivati, la testa delle persone è già cambiata. Come attore, nel Caimano, non mi interessava né la parodia né l'immedesimazione. Volevo riproporre, freddamente, la pericolosità di quelle parole. Che tutti avevamo sentito e continuavamo a sentire. Che però, forse perché filtrate attraverso quello strumento così familiare e ovattante che è la tv, non facevano più impressione. Volevo restituire quella minaccia.

Nel 2002 era Moretti, oggi è Saviano?
Non penso che Saviano abbia alcuna intenzione di fare altro da quel che già fa. È una persona che ha credibilità. La credibilità è una cosa importante. Ci sono persone che ce l'hanno e altri no.

Perché adesso hai scelto il papa?
Non il papa, ma un papa depresso.

 


13 FEBBRAIO
Tre desideri per domenica e dopo
Ida Dominijanni

Secondo me, noi donne non usciamo umiliate e offese dal Berlusconi-gate. Per la buona ragione che senza la parola disvelante di alcune donne che nel sistema berlusconiano erano incappate, e senza il lavoro tenace di molte altre, il caso non sarebbe nemmeno scoppiato. Non penso solo alle prime che hanno spalancato il sipario sul «regime sessuale» del premier, tradendo il patto di lealtà - politica, Sofia Ventura; coniugale, Veronica Lario; sessuale, Patrizia D'Addario - con lui. Penso alle opinioniste che hanno rilanciato la loro parola, alle giornaliste che hanno indagato, alle magistrate che non si sono piegate e non si piegano ai suoi diktat. Penso soprattutto alle molte e incalcolabili donne che nelle case, nelle scuole, nelle università, nelle radio, nelle televisioni, nei siti-web, nei luoghi di lavoro hanno aperto spazi di consapevolezza e di discussione, a fronte di una classe politica che nella sua larghissima maggioranza, a destra e a sinistra, ha derubricato il caso a fatto minore, gossip, cosa privata e materia non politica fino al momento in cui non ha assunto una rilevanza penale. Mi tocca ricordarlo a Anna Finocchiaro, che oggi scommette che «saremo noi donne a mandare Berlusconi a casa» con la manifestazione del 13, dimenticando che proprio le donne del Pd, salvo un paio di eccezioni, sul Berlusconi-gate sono state assai prudenti, perfino diffidenti, fino a quando la verità dei fatti era testimoniata non da pagine di intercettazioni ma solo da alcune donne. Forse perché quelle donne non erano né di sinistra, né abbastanza perbene (c'era una escort dichiarata e madre single, non questa sfilza di arcorine in bilico fra la prostituzione e le bonne marriage), e non rappresentavano la dignità della nazione? E vorrei ricordarlo anche alle promotrici e sponsor della manifestazione, perché la retorica dell'uscita dal silenzio non cancella solo i guadagni del femminismo, come ha scritto ieri Lia Cigarini su questo giornale, ma anche l'impegno specifico femminile su questo caso, e produce perfino alcune bizzarrissime autocancellazioni: a Serena Dandini per esempio, che saluta nella manifestazione del 13 il ritorno della voce femminile, vorrei dire con un sorriso che senza la sua voce, la sua ironia e la sua parodia quotidiana questi due anni sarebbero stati, credo per tutte, più pesanti di quanto non siano già stati.
C'è adesso un bisogno di voce, autoriconoscimento ed esposizione collettivi che esplode ed è benvenuto, che si va nutrendo di una discussione civile e ricca quant'altre mai nell'Italia del perenne talk-show, e che esprime una polifonia di intenzioni e una eccedenza di soggettività certamente irriducibili a uno slogan, a un cartello o alla chiave magica della visibilità. Consegno a questa polifonia tre desideri, per la giornata del 13 e per quelle che verranno.
Mi piacerebbe in primo luogo che si parlasse meno di corpo e più di parola femminile. Lo sappiamo: siamo immerse in una industria culturale - occidentale, non solo italiana - che mercifica i corpi, soprattutto femminili, per erotizzare le merci, di consumo e di intrattenimento. Sappiamo pure che le tv berlusconiane hanno fatto di questo modello il loro verbo, senza peraltro incontrare alcuna resistenza né nella tv pubblica né nella stampa d'opposizione, come s'è visto dall'insistenza con cui il fronte antiberlusconiano ha continuato a sbattere in tv e sui giornali i corpi delle arcorine invece di spostare l'obiettivo su quello disfatto del sultano. Ma sappiamo anche che non è per questo, o primariamente per questo, che la parola e il pensiero femminile faticano a trovare corso e riconoscimento nella sfera pubblica, politica e culturale, italiana. Proviamo a chiederci: ne troverebbero di più, se l'immagine del corpo femminile fosse più pudìca, più composta, più severa? Ne dubito assai. E' il caso allora di ricordare a tutti, libertini di destra e moralizzatori di sinistra, che il corpo di cui il femminismo rivendicò la riappropriazione negli anni '70 è un corpo-mente: fisicità e parola, sessualità e pensiero, insieme, prendere o lasciare.
In secondo luogo, mi piacerebbe sentir parlare più di sessualità e inconscio, e meno di diritti e parità. Non vedo il nesso che altre stabiliscono fra degrado sessuale maschile e regressione sociale femminile. E non solo perché non condivido la tesi, davvero da discutere, per cui, cifre alla mano, sul piano sociale noi donne (altro è il discorso che riguarda il declino dell'intero paese) staremmo sempre peggio: qualcuna che ricordi l'Italia pre-femminista potrebbe onestamente sostenerlo? Ma perché, se è sempre stato vero che la sintassi dei diritti non collima con il linguaggio della sessualità, tanto più è vero oggi che il sistema berlusconiano ci mette davanti a un potere maschile che prescinde del tutto dal piano della legalità formale e si avvale di dispositivi che investono direttamente il corpo, il sesso, l'immaginario, l'inconscio. E' quella che Judith Butler chiama «la vita psichica del potere», che non si contrasta a suon di regole. Anche qui va rovesciata la domanda: forse che le notti di Arcore non ci sarebbero state in un regime di maggiore parità formale fra uomini e donne, o forse che la corruzione della rappresentanza stile Minetti sarebbe stata fermata da una bella legge sulle quote rosa? D'altra parte, in tanto rumore massmediatico sul sesso, paradossalmente (ma non troppo) è proprio il sesso, o meglio la sessualità, il grande assente dalla scena e dal discorso. Dalla scena del sultanato, dove una performance compulsiva del godimento surroga il fantasma dell'impotenza e l'assenza del desiderio. Ma anche dal discorso antagonista di molte giovani, dalle quali capita di sentir parlare del sesso solo come di un dispositivo di assoggettamento al biopotere e al biocapitalismo. C'è ancora, e dov'è finita, la sessualità come luogo di emergenza del desiderio e della soggettività?
Vorrei infine sentir parlare di libertà femminile più che di dignità della nazione, e di relazione fra i sessi piuttosto che di «uomini amici delle donne». Il rapporto reciproco che uno degli «slogan consigliati» per il 13 stabilisce fra dignità delle donne e dignità della nazione io non lo vedo, e se è certo che la dignità della nazione trarrà vantaggio, se non altro sui giornali stranieri, dalla manifestazione, è altrettanto certo che dignità e libertà femminile si sono affermate da sempre non dentro e con, ma dentro e contro le vicende, oggi e non solo oggi alquanto indegne, della nazione, e in un movimento ben più largo dei suoi confini. Tanto meno mi sembrano credibili quegli uomini, perlopiù di ceto politico, che hanno promesso di scendere in piazza a presidio della dignità delle «loro» donne, un lapsus neopatriarcale neanche tanto sottile (per un commento, Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi, donnealtri.it). Amici per davvero, io sento solo quelli che hanno approfittato delle note vicende non per tutelare noi ma per scoprire e dire qualcosa di sé. E per fortuna, via via ne abbiamo trovati tanti.


 
IL CASO/SILVIO CONTRO IL MANIFESTO
«Come la Ddr». Berlusconi delira contro Asor Rosa
L'Italia come la Ddr delle «inchieste farsesche e degne degne della caccia spionistica alle 'vite degli altri' che si faceva nella Germania comunista». Il premier straparla. Ma poi neanche troppo, visto che causalmente il bel film di von Donnersmarck negli scorsi giorno è spuntato nel palinsesto Rai. Ma nella furia scomposta Berlusconi insulta tre editorialisti di prestigio, due di Repubblica e uno del manifesto: «Lo hanno scritto su tutti i giornali - dice - il professor Zagrebelsky, la signora Spinelli, il professor Asor Rosa e tanti altri: bisogna liberarsi di Berlusconi evitando il voto degli italiani, tutti rincretiniti secondo queste èlite boriose e antidemocratiche, e ci vuole dunque una iniziativa, cito letteralmente, 'extraparlamentare' che punti sull'emergenza morale per distruggere la sovranità politica che il popolo italiano non è degno di esercitare». Ed «extraparlamentare», in senso letterale (e quale se no) è il termine che il professor Alberto Asor Rosa - contrario in questo frangente alla «cura elettorale» - ha usato, lo scorso 25 gennaio, sul nostro giornale per proporre una «procedura» di natura appunto «almeno all'inizio extraparlamentare, che metta in opera il più rapidamente possibile la cesura e al tempo stesso instauri un procedimento di sutura, una sorta di dimissioni fortemente pilotate e subito dopo un governo di emergenza democratica, giustificato a livello della Comunità europea della necessità non rinviabile di salvare il paese (è lecito pensare che non ci sia nessuno a quel livello che non capisca un'inversione di tendenza di questa natura, per quanto palesemente emergenziale)».


 
CONTROFFENSIVA Ferrara «occupa» il Tg1, Sallusti scalda la piazza contro i pm: oggi il Pdl al palazzo di giustizia
Summit con i direttori, sua emittenza scatena giornali e tg
Micaela Bongi
Lo scetticismo sulle iniziative di piazza che sembrava aver avuto la meglio mercoledì sera, nella riunione dell'ufficio politico del Pdl, viene spazzato via in meno di ventiquattrore. A dare sostegno ai propositi incendiari di Silvio Berlusconi sono i suoi uomini chiave, non quelli che siedono in parlamento o al governo, ma quelli che guidano la potenza di fuoco mediatica di sua emittenza. I direttori di giornali e tg, riuniti nel pomeriggio di ieri a palazzo Grazioli per studiare la controffensiva. Ci sono Alessandro Sallusti (Il Giornale) e Giuliano Ferrara (Il Foglio), Giovanni Toti (Studio Aperto) e Claudio Brachino (direttore della struttura Videonews, quello dei calzini turchesi del giudice Mesiano). Probabile anche la presenza di Alfonso Signorini e forse di qualcun altro, non intercettato. I primi risultati dell'incontro sono la lunga intervista al premier sul Foglio di oggi, ma anche l'ospitata di Ferrara al Tg1 delle 20, ieri sera, per una lunga e appassionata difesa del Cavaliere. Segno che almeno in spirito anche Augusto Minzolini aveva partecipato al summit di palazzo Grazioli.
E' il sito del Giornale che invece chiarisce: il presidio davanti al palazzo di giustizia di Milano indetto per oggi dal Pdl della Lombardia «contro l'uso politico della giustizia» e «su sollecitazione di molti sostenitori del presidente Berlusconi», è stato in realtà promosso proprio dal presidente. «Domani in piazza contro i pm», dice esplicitamente Il Giornale.it che, in un articolo, spiega: «Ventiquattrore di incertezza, e alla fine la spunta il Cavaliere». L'incertezza era appunto quella che aveva attraversato mercoledì l'ufficio politico del Pdl, dove le colombe sembravano aver convinto il premier scatenato a evitare di scendere in piazza contro i magistrati, per non acuire la tensione, già alta, con il Quirinale. Una linea che sembrava confermata anche dalla decisione di rinunciare al decreto sulle intercettazioni che Berlusconi avrebbe voluto sventolare sotto il naso di Giorgio Napolitano ieri stesso. Invece, scrive ancora Il Giornale, «dopo averci dormito su, Berlusconi decide di rompere gli indugi e dà il via libera alla manifestazione di piazza». Perché «a un così evidente tentativo di golpe non si può che rispondere con la voce di chi ci sostiene». A chi venisse in mente Nanni Moretti, risponde mettendo le mani avanti Viviana Beccalossi, vicecoordinatrice del Pdl lombardo: «Si tratterà di un presidio assolutamente pacifico, nulla a vedere con la violenza delle scene finali del Caimano». Quelle scene che Serena Dandini mercoledì sera non ha potuto trasmettere, mentre il film resta a prendere polvere nel magazzino di Raiuno (andrà in onda «al momento opportuno», risponde il direttore Mauro Mazza, e forse c'è da preoccuparsi).
Oggi alle 12 davanti al palazzo di giustizia di Milano sono attesi anche esponenti del governo e Daniela Santanché non si perderà l'evento. Niente molotov come nel Caimano, al massimo un dito medio alzato. E domani, al teatro dal Verme, la manifestazione «in mutande» di Ferrara, contro «puritani e giacobini».

 


CGIL - Intervista e Gianni Rinaldini
«Situazione eccezionale Se non ora, quando?»
Rocco Di Michele
Accordi separati a raffica, scioperi di categoria, offensiva governativa-padronale. La Cgil che fa? Parla Gianni Rinaldini, coordinatore dell'area «La Cgil che vogliamo».

Ti sembra tutto normale?
È evidente che siamo in una fase assolutamente eccezionale, con passaggi decisivi per il futuro di questo paese. Il susseguirsi delle vicende sociali è impressionante. L'annuncio di ieri, da parte del governo, della modifica dell'art. 41 - quindi nella prima parte della Costituzione - per affermare la libertà di impresa, rappresenta il completamento di un disegno di ridefinizione dell'assetto sociale.

«È permesso tutto ciò che non è espressamente vietato...»
Calcolando che eliminerebbero pure il capoverso sui «fini sociali» che l'impresa deve rispettare... È sbagliato e fuorviante ritenere che questo tentativo rappresenti un intervento inutile o un modo per fare propaganda politica. Penso esattamente l'opposto. Attraverso la modifica dell'art. 41 si ripropone quella dell'art. 1; sostituendo la parola «lavoro» con «libertà».

La reazione politica è scarsa; quella sindacale?
Siamo di fronte al completamente di un'operazione visibile, scoperta. Dal punto di vista contrattuale, il «modello Fiat» - di fatto e in pratica - è stato assunto da Confindustria. Fino al punto che Federmeccanica ha formulato alcune ipotesi sul contratto nazionale che fanno proprio quel modello. Si arriva alla messa in discussione dei diritti democratici individuali, della libertà sindacale e del diritto di sciopero. Negli stessi giorni, abbiamo avuto l'accordo separato sul pubblico impiego, che ripropone quello schema. Con in più la negazione di qualsiasi prospettiva per i lavoratori precari della pubblica amministrazione nel suo insieme. Le misure finanziarie decisa dal governo stanno già determinando - con l'aggravio delle misure «federaluiste» - la riduzione dei servizi sociali e l'aumento della pressione fiscale.

E il «tavolo per la crescita»?
A questo punto, è un tavolo del tutto incomprensibile. Tutto ciò che sta avvenendo - in questi due anni e mezzo di smantellamente di diritti e tutele, ora della stessa democrazia - non sarebbe stato possibile senza il totale sostegno di Confindustria, Cisl e Uil. Tutte le misure attuate da questo governo, con una finalizzazione sociale precisa, si sono sviluppate in un raccordo tra atti legislativi e atti contrattuali - «accordi separati» - che hanno segnato profondamente il tentativo di ridefinire le relazioni sociali. Basti pensare al «collegato lavoro», un atto legislativo varato sulla base di un «avviso comune» tra Confindustria, Cisl e Uil.

Uno schema abbastanza vecchio, quello «corporativo»...
Sì. Non si può far finta di non vedere e non capire l'assoluta drammaticità della situazione e dell'offensiva in atto.

La Cgil invita la Fiom a «non demordere» dal tentativo di raggiungere un accordo con Fim e Uilm; si mostra all'altezza della situazione?
Mi sembra ci sia stata un'assemblea dei delegati Fiom che ha votato un documento con decisioni diverse. Se l'offensiva contro la democrazia e il sindacato è a tutto campo, non si possono più avere incertezze. Ci sono fasi della storia sindacale in cui anche i tempi di reazione e costruzione delle risposte diventano decisive. Dal punto di vista simbolico, ieri, c'è stata un'intervista del segretario generale Susanna Camusso che ripropone il «patto tra le forze sociali»; e contemporaneamente un viaggio in treno tra «amiconi» - Angeletti, Tremonti, Bonanni. È la fotografia di una situazione paradossale. Da qui la necessità che la Cgil, con il direttivo annunciato per le prossime settimane, definisca quali sono le forme di inziativa e mobilitazione - compreso lo sciopero generale - che aprano una fase vertenziale nei confronti del governo e della Confindustria.

Cosa fa la «Cgil che vogliamo»?
Ci muoveremo per costruire iniziative pubbliche nei territori e nelle categorie, per affrontare i problemi della fase che stiamo affrontando e le iniziative che deve prendere la Cgil nel suo insieme. La velocità del processo di smantellamento dei diritti, che arriva ormai a una situazione di crisi istituzionale, compromettendo la stessa tenuta degli assetti democratici, non è scindibile dall'offensiva in atto sul terreno sociale. Disegna un'idea di società che riduce tutti gli spazi di democrazia e di esercizio del coflitto sociale.


CRISI POLITICA
LA COMMEDIA ITALIANA DEGLI INGANNI
Nicola Tranfaglia

Siamo noti in tutto il mondo da più di cento anni per alcune caratteristiche storiche che non ci fanno onore. Tra di esse c'è indubbiamente la capacità di far la commedia, di trasformare la vita e la realtà in teatro e finzione. Ed è quello che sta succedendo ancora una volta nella nostra politica già aggredita dai tic berlusconiani che inquinano le istituzioni e trasformano alcune di esse in agenzie per affari privati o per vizi inconfessabili. Quello che accade nel frattempo è una ridicola e grottesca commedia degli inganni.
Ci sono molti segni che spingerebbero a considerare probabile una chiusura anticipata della legislatura. Attualmente il presidente del Consiglio e il suo governo dispongono di quindici, venti voti di vantaggio sulle opposizioni ma per tenere la sua piccola maggioranza il presidente del Consiglio deve corrompere uno ad uno i parlamentari perché siano disposti a sostenerlo. La macchina del fango e della corruzione deve funzionare a pieno ritmo. Quelli che non conoscono la politica pensano che, se un parlamentare non diventa ministro o sottosegretario, significa che la corruzione non è avvenuta. Come se soltanto l'annuncio di una carica pubblica possa essere il compenso che l'attuale maggioranza è in grado di dare a chi tradisce la propria posizione e non esistano altri regali molto corposi (dal denaro personale, alle cariche di sottogoverno e alla presenza televisiva e giornalistica) e quasi invisibili per tranquillizzare chi è disposto a mettere in vendita sé stesso e il piccolo gruppo di cui è capofila o punto di riferimento. L'esigenza di mantenere, e di allargare sia pure di poco, l'esigua maggioranza di governo è diventata la priorità assoluta di Berlusconi e dei suoi seguaci. Le opposizioni non sono in grado di contrastare quest'opera perché possono soltanto promettere in maniera vaga e futura, cioè inefficace, compensi futuri. Chi conosce da molto tempo i meccanismi del sistema politico repubblicano ipotizza che non si arrivi all'estate ma non si può escludere che passino i prossimi mesi e si arrivi all'estate o al primo autunno, non oltre. Ma i rapporti tra le opposizioni e la maggioranza berlusconiana sono così peggiorati che nessuno si fida di nessuno. E si è diffusa nel mondo politico l'idea complementare che per ottenere il favore dell'elettorato occorre prepararsi adeguatamente allo scontro.
Per prepararsi, bisogna fare due operazioni importanti. Da una parte occorre mettere a punto le liste elettorali non soltanto per le elezioni amministrative della prossima primavera in città importanti, ma anche per quelle politiche non sicure ma probabili nei prossimi mesi. Ed è quello che stanno facendo non solo nel Pdl berlusconiano ma anche in tutte le forze delle opposizioni di centro-sinistra. Qui scatta la commedia degli inganni e la capacità degli italiani di far teatro. Alle dichiarazioni ufficiali sulla continuità della legislatura e sul desiderio della Lega Nord di staccare la spina e di Berlusconi di affrontare e vincere il quarto scontro elettorale, si stagliano in secondo piano la preparazione delle liste e l'identificazione delle squadre che si metteranno in campo per vincere la partita e governare. I programmi elettorali sono già pronti, magari riciclando quelli che si trovano nei siti dei partiti, anche se sono vecchi di qualche anno e non tengono conto della rivoluzione in atto provocata dalla globalizzazione selvaggia che ha vinto ormai su tutta la linea. La rivoluzione in atto impone vincoli che tre anni fa non erano all'orizzonte nazionale, ma si fa finta di niente e si va avanti lo stesso. A spese degli elettori, naturalmente.


il manifesto - 10 Febbraio 2011

IL SOVRANO SURREALE
Gaetano Azzariti

«Farò causa allo Stato», sarebbe questa la reazione di Berlusconi alla richiesta di rito abbreviato presentata dalla Procura di Milano. Vista la nota propensione a raccontar barzellette del nostro Presidente del Consiglio si può pensare che si sia trattato solo di una malriuscita battuta di spirito.
Se, invece, si dovesse prendere sul serio l'affermazione riportata dalle agenzie di stampa, essa apparirebbe sintomatica di una concezione premoderna dei rapporti tra poteri, estranea alla nostra cultura democratica e costituzionale, lontana dalla realtà dello Stato contemporaneo e dall'evoluzione che, dai tempi di Montesquieu, ha portato a conformare lo Stato come un'entità divisa.
Una barzelletta se s'immagina il «Capo» del governo che fa causa a se medesimo, chiedendo magari al «suo» ministro della giustizia il risarcimento per i danni subiti dal tentativo di svolgere i processi che lo vedono coinvolto. Vedere accanto la vignetta-copertina di Vauro, certamente illuminante più di ogni discorso su una simile schizofrenia dissociativa.
A noi non rimane che prendere sul serio quanto è stato detto. La dichiarazione è grave e inquietante perché tende a negare ogni autonomia ai poteri dello Stato, a quello giudiziario in particolare. Se si ha un minimo di rispetto per la divisione dei poteri (carattere fondativo della civiltà costituzionale moderna) si dovrebbe sapere che compete ai giudici l'esercizio della giurisdizione nei confronti di ogni soggetto di diritto, di ogni persona. La minaccia di «far causa» perché il giudice svolge le sue indagini ha come scopo quello di negare l'autonomia e l'indipendenza del potere, mira a delegittimare l'ordine della magistratura nel suo complesso.
Nulla può valere a giustificare le affermazioni del premier, neppure le sue eventuali ragioni «processuali». Non si può escludere allo stato, infatti, che la Procura di Milano stia interpretando male le regole processuali, né si può escludere che in sede dibattimentale le ragioni della difesa prevalgano su quelle dell'accusa, venendosi così a dimostrare la non perseguibilità penale per le imputazioni mosse. Ma ciò dovrebbe indurre Berlusconi a partecipare al processo che lo vede indagato, non a minacciarne un altro «eguale e contrario».
Deve essere chiaro che la Procura sta esercitando le sue funzioni d'indagine nel rispetto delle regole processuali. Ha presentato, infatti al Gip la richiesta di rito immediato ai sensi degli art. 453 e segg. del Codice di procedura penale. Spetterà ora al Giudice verificare la sussistenza dei presupposti.
Ci sono alcuni profili giuridici che dovranno essere valutati con attenzione e pacatezza: quelli concernenti la possibilità di procedere per via breve, oltre che per il reato di concussione, anche con riferimento all'accusa di sfruttamento della prostituzione minorile; quello riguardante la competenza della procura milanese; quello relativo al carattere comune ovvero funzionale del reato di concussione posto in essere - secondo l'accusa - dal Presidente del Consiglio. Questioni delicate, che si dovrebbero sviluppare secondo la normale dialettica processuale, nel contraddittorio delle parti, in base a quanto stabilisce la legge.
Ma chi ha mai detto che è facile fare i processi? Anche le accuse dovranno essere provate. In fondo proprio a questo servono i processi. Sono le «sante inquisizioni» i riti d'indagine che non servono a nulla, avendo sin dall'inizio già formulato una condanna. Per fortuna il medioevo giuridico è alle nostre spalle, sebbene il Presidente Berlusconi non sembra essersene accorto. Noi, che siamo sempre stati garantisti, con tutti e in ogni caso, non indietreggiamo: è nel processo che si provano le accuse e può farsi valere l'innocenza di ciascun indagato.
Per cortesia Cavaliere, si faccia processare. Dimostri, se può, in quella sede la sua innocenza, almeno la non rilevanza penale dei suoi comportamenti privati: l'onore del paese ne verrebbe sollevato. Se è convinto che la procura di Milano non abbia «né la competenza territoriale né quella funzionale» faccia come tutti: lo dica al giudice che dovrà valutare l'operato della procura, eserciti i suoi diritti di difesa. Ma non fugga dal processo, non è più il tempo antico del «diritto sovrano». E poi, signor Presidente se lo faccia dire: se proprio non crede alla giustizia perché vuol far causa allo Stato?


 
13 FEBBRAIO
La retorica del silenzio
Lia Cigarini

Da molti anni si è sviluppata una critica femminile e femminista a quel misto di cultura e politica del potere che ha portato e mantenuto un Berlusconi a capo del governo. Questa critica si è espressa in convegni - ricordiamo quello del 2009 a Roma su «Sessualità e politica nel post-patriarcato» -, incontri, lettere ai giornali, prese di posizione in giornali, riviste e in rete. Questa critica non ha risparmiato quegli uomini, giornali e partiti che considerano Berlusconi come se fosse un aberrazione isolata, nascondendo così tutto il contorno politico e culturale che fa di lui un'espressione di uno stile politico narcisista che tratta tutto e tutti in chiave strumentale.
Adesso ci chiamano a manifestare contro Berlusconi con la speranza di dargli il colpo finale. Chi fa questo appello? Si tratta di donne che apparentemente prescindono dalla realtà del movimento femminista avendo orecchie e occhi puntati sulla politica convenzionale, che ormai sta andando in pezzi.
Non è la prima volta che questo capita. Queste donne a volte ignorano effettivamente come stanno le cose, altre volte invece fanno tabula rasa per ricorrere a una tipica retorica, per intenderci quella di «uscire dal silenzio». Non siamo mai state zitte, hanno risposto con spirito alcune delle tante impegnate nel femminismo.
Io mi chiedo: a che cosa serve quella retorica, quella ignoranza, perché viene cancellata la realtà delle donne proprio nel momento in cui ci si chiede di mobilitarci? Avrei una risposta: la politica delle donne sparisce proprio in quel momento perché disturba, anzi contrasta in pieno con la logica della politica tradizionale.
Un esempio. I vizi di Berlusconi altro non fanno che ingigantire i limiti di una sessualità maschile che con la politica c'entra, in barba alla vecchia separazione tra pubblico e privato. La critica a questa separazione, come è noto, è stata una leva della rivolta femminile. E da alcuni anni è diventata oggetto di autonoma riflessione maschile.
Un altro esempio di quanto la politica femminile disturba ce la dà la reazione alle dure ma pacate denuncie di Veronica Lario, reazioni volgari della destra e inconsistenti della sinistra che per mesi e mesi si è appellata, alla separazione tra privato e pubblico, quella seppellita dal femminismo quarant'anni fa.
E' innegabile che c'è una diffusa voglia di far fuori questo personaggio e la sua cerchia al potere. La sento anch'io. Ma se questa voglia risultasse una sanatoria sull'ipocrisia della sinistra, sulle complicità maschili, sulla cancellazione sistematica della cultura politica femminista, io allora dico no. Con una simile sanatoria, a parte il sollievo generale per averla finita con quel personaggio, ci ritroveremmo, comunque, con una cultura politica devastata sia da lui sia dal modo ambiguo con cui è stato combattuto. Lui si è fatto forte con il populismo e la demagogia, si vuole farlo fuori a colpi di semplificazioni, slogan sbagliati, e facile moralismo.
Come tante altre sento la pressione a prendere posizione e dire sì oppure no alla manifestazione. Non ci sto. Quello che mi fa paura sono gli effetti suggestivi dei numeri, cioè delle tante firme, delle tante persone che sottoscrivono appelli di qua e di là, perché sempre più spesso fanno da surrogato alla presa di coscienza personale e all'impegno effettivo. Si perdono così i guadagni del femminismo, come l'ascolto delle persone senza parole, il primato della relazione non strumentale, un altro ordine di rapporti tra donna e uomo, la fine della confusione tra politica e potere.
Non si tratta solo del femminismo. Nel panorama politico accadono già cose significative in sé e promettenti (Mirafiori, università e scuola, ecc.) che il ridurre tutto all'antiberlusconismo priva di forza politica.
In definitiva, ciò a cui veramente mi sento di dire no è la chiamata delle donne, da parte di alcune di esse, a fare massa per una causa magari giusta che è nelle mani, però, di uomini e dei loro interessi.

UOMINI E NO
L'osceno godimento del tiranno
Massimo Recalcati

Dalla parte degli uomini le notti di Arcore aprono un interrogativo serio che scuote innanzitutto la natura inconscia del fantasma maschile: perchè limitare il godimento a una sola? Perchè non possederle tutte? Silvio Berlusconi non realizza forse perversamente questo fantasma che i nevrotici possono solo coltivare nei loro sogni? Il godimento fallico è infatti un godimento che dà luogo ad accumulazioni seriali, anonime, ripetitive, dove ciò che conta è il consumo appropriativo dell'oggetto elevato a feticcio. Lacan stigmatizzava il godimento fallico come godimento dell'idiota. Godimento dell'Uno da solo, masturbatorio, godimento dell'Uno senza l'Altro. Nel godimento maschile chi gode è infatti solo l'organo. 
I resoconti dei testimoni di quelle notti sembrano dare credito a questo inseguimento farsesco della potenza idiota del godimento fallico mostrandone anche la disperata solitudine che fatalmente lo circonda. Il godimento fallico, vero tarlo della psicologia maschile in quanto tale, se è godimento dell'organo è un godimento che non stabilisce legami, evitando accuratamente il rischio del desiderio e dell'amore. Il protagonista di quelle notti sembra infatti dedicarsi più a coltivare la potenza virile del proprio organo (drogato, stimolato, idolatrato) che a qualunque forma di scambio. Il denaro serve a dare credito all'illusione del suo fascino irresistibile. L'idolo fallico diventa così un parafulmine della sciagura inaggirabile del tempo e della morte. È ciò che la finezza tragica e farsesca di Fellini mette in forma magistralmente nella scena finale del suo Casanova: il rapporto umano ed erotico tra i corpi lascia il posto all'incontro con la macchina senza vita e senza cuore del puro godimento.
Il consenso apparentemente inespugnabile di cui gode Silvio Berlusconi va tarato anche sulle dinamiche pulsionali della nuova psicologia delle masse dove il capo non è più l'emblema dell'Ideale, della Causa o, più semplicemente, di una concezione del mondo - com'era ancora nella nostra storia più recente -, ma è l'incarnazione perversa di un modo di godimento che non conosce limiti, senso di colpa, vergogna. La fascinazione che questo potere emana non deve essere sottovalutata perché si radica nel cuore più pulsionale dell'essere umano: perché mai limitare il godimento dell'Uno, perché rinunciare a godere di tutto (o di tutte)? Per quale ragione? Per quale civiltà? Per quale Dio? L'etica post-ideologica, orfana di tutti i suoi ideali, confrontata, come direbbe Sartre, con la drammaticità del cielo vuoto sopra le nostre teste, è davvero in grado di rispondere sensatamente a questa domanda che il berlusconismo pone così scabrosamente? Lascio volutamente aperta questa questione cruciale per toccare almeno un altro punto che mi sta a cuore.
Diversamente da quello che ritiene una cultura falsamente libertaria, l'esperienza della psicoanalisi insiste nel mostrare che il sesso senza amore tende alla serialità anonima, spinge a ricercare compulsivamente il «nuovo» senza considerare affatto che questa mitologia del «nuovo» e del sesso senza amore perpetua in realtà sempre la stessa insoddisfazione mortifera. Qui possiamo toccare un punto sensibile relativo alla differenza tra i sessi: il femminile esige che l'amore si annodi al godimento; il maschile teme invece questo annodamento e tende a separare l'amore dal godimento perché l'accesso all'amore appare ingombrato dalla presenza del fallo e dalla sua idolatria. Se il godimento dell'idiota non arretra, se l'ingombro fallico persiste a ottundere il corpo e la mente rendendo anche la fantasia erotica schiava delle sue condizioni feticistiche, se, insomma, il corpo erotico del desiderio non si lega alla dimensione dell'amore, il rischio è che ciascuno diventi sadianamente oggetto di puro consumo per l'altro.
L'amore è amore per il nome, diceva Lacan. L'amore è sempre amore per il dettaglio, per gli aspetti più particolari, singolari, irripetibili di una vita. L'amore non è mai amore dell'universale. Non esistono partiti dell'amore. Solo il tiranno dichiara retoricamente il proprio amore sconfinato per il suo popolo (facendo in realtà i suoi interessi più personali). Solo il tiranno gode degli altri che lo circondano come puri oggetti interscambiabili, anonimi, privi di un nome proprio, pezzi di corpo, macchine sessuali. Se l'amore è per l'uomo un modo per dare senso alla rinuncia al proprio godimento immediato, per svuotarsi del proprio ingombro fallico, per accedere all'incontro con l'altro, la corte del tiranno bandisce l'amore oltraggiando anche, e non a caso, il valore simbolico della paternità. «Papi» è il significante che rivela più apertamente il carattere osceno e incestuoso dell'«utilizzatore finale». Come raccontava una mia paziente a proposito della frase che un padre tirannico le rivolgeva in ogni occasione di insubordinazione: «io ti ho fatta e io ti distruggo!».

 

LA RAI CENSURA «PARLA CON ME»
Nanni Moretti fa paura

L'annuncio era stato dato nel pomeriggio. Nella puntata di «Parla con me» di ieri sera era stata prevista la messa in onda della scena finale del «Caimano», il film di Nanni Moretti. Quella in cui Silvio Berlusconi viene condannato dal tribunale di Milano, mette dunque in guardia i giudici dalla reazione del popolo che lo ha eletto e, fuori dal palazzo di giustizia, viene acclamato mentre parte il lancio di molotov contro i magistrati. Troppo, per la Rai. L'azienda aveva già stoppato la messa in onda dell'intero film sulla terza rete, prevista dal direttore per lunedì scorso, sostenenendo che sarebbe andato su Raiuno. Ieri invece il vicedirettore generale, il leghista Antonio Marano, aveva chiesto di ridurre la scena scelta da «Parla con me» da sette a tre minuti, con la scusa che altrimenti il prodotto sarebbe stato svalutato e non sarebbe più stato possibile trasmettere l'intero film su una rete Rai. Il direttore di Raitre Paolo Ruffini e il regista del programma condotto da Serena Dandini hanno allora deciso di eliminarla del tutto, dopo che Moretti - favorevole alla messa in onda dei sette minuti - aveva espresso la sua contrarietà al taglio.
 
13 FEBBRAIO
Come cacciare il Sultano senza tenersi l'a.d.
Luca Casarini

Le compagne e i compagni che animano il percorso di uniticontrolacrisi a nordest, il 13 febbraio saranno nelle piazze delle proprie città. Il nostro slogan unisce Berlusconi a Marchionne e rivolge ai due insieme la perentoria richiesta che se ne vadano. La decisione di partecipare alla giornata di mobilitazione vuol essere un contributo a un dibattito pubblico composto di tante voci e sfumature. Il 13 febbraio cade nel contesto di un vasto movimento di opinione che comincia a rendersi visibile attorno alla richiesta di dimissioni del premier. Quando l'opinione assume fisicità e si organizza, siamo in presenza di una transizione, da rappresentati a coloro che vogliono rappresentarsi da sé, che manda in crisi il meccanismo di cattura dell'opinione tradizionalmente legato al sistema dei partiti. La movimentazione sociale che chiede le dimissioni di Berlusconi è frutto della crisi dei partiti della sinistra, non delle loro tattiche. Le persone disorientate che da un palasport a una piazza televisiva, davanti a un tribunale o dentro una fabbrica, si manifestano cercando ciò che non trovano più nella delega, vanno affrontate dotandosi di umiltà e determinazione, sentendosi parte dei destini e delle incertezze che vivono dentro questa spinta. I partiti dell'opposizione inefficace le rincorrono: come a Genova, vi ricordate? Lo fanno sempre in maniera scorretta, non c'è da fidarsi perché il loro problema è che l'avvento dell'opinione decisa ad autorappresentarsi ne mette in discussione gruppi dirigenti, organigrammi consolidati, potere personalizzato, procedure. Non si tratta di voler fare tutto da sé - il rapporto complesso tra tumulto e democrazia perfino l'Egitto ce lo mostra - ma di costringere partiti e politica a diventare altro, uno spazio percorribile del comune politico invece che «organizzazione privata».
La «rincorsa» disonesta si avvale di trucchi, come quello che vorrebbe consegnare il 13 febbraio a un antiberlusconismo possibile solo come sacralizzazione istituzionale, tale da giustificare Sante Alleanze che vanno dalla Chiesa ai fascisti neo rautiani di Fini a chi si definisce democratico. O il tentativo di far arretrare il dibattito di genere, trasformandolo in una disputa tra donne perbene e puttane, o tra maschi opportunisticamente rispettosi o sfacciatamente laidi, dimenticando che gli stupri si commettono tra le mura domestiche e che la questione della differenza sessuale, affrontata in maniera formidabile dal femminismo negli anni '70, oggi è da reindagare all'interno delle categorie che segnano il passaggio da un potere a un bio-potere, un capitalismo che sussume l'intera vita e e si alimenta delle mutazioni antropologiche dell'essere umano.
Ridurre a moralismo la discussione sui festini di Arcore toglie di mezzo Marchionne: questo è il grande problema del Pd, che deve dire di no a Berlusconi, dicendo di sì al modello feroce di liberismo che l'a.d. della Fiat incarna. Ecco perché senza un'alternativa di società, l'opinione ridiventa carburante per il consenso dei partiti, e non può trasformarsi in qualcosa che cambia il nostro vivere collettivo. Quella che dalle notti del «vecchio flaccido» traspare con tutta la sua violenza è la diseguaglianza sociale all'ennesima potenza: milioni di euro buttati in faccia come sassi a chi non arriva a fine mese, a chi per un salario deve accettare di cedere diritti e dignità. Il possesso del corpo altrui è il disporre della vita altrui. E' la ricetta di Pomigliano e Mirafiori, l'uso della crisi per precarizzare l'intero corpo sociale. La rendita finanziaria, dalla quale dipendono gli enormi guadagni di Marchionne e Berlusconi, descrive l'economia di questo sistema. Berlusconi non va banalizzato: svolta quando diventa imprenditore del lavoro cognitivo, trent'anni fa, e mette a valore tramite le sue televisioni le relazioni, i sogni, i desideri di una intera società. Non solo, li produce, li orienta, li trasforma. Coglie fino in fondo la potenza produttiva della comunicazione nell'organizzare la nuova società dei media e dell'informazione. Elementi da tardomedioevo si mescolano, financo nelle biografie di questi nuovi capitalisti, a quelli legati alle visionarie e tecnologiche interpretazioni del futuro; proprio come accade con Marchionne, il top manager con il maglioncino, che unisce abilità di broker ad avidità di vecchio rentier, facendo credere di vendere auto. Dire no a Berlusconi e a Marchionne nelle piazze del 13 può aprire confronto e dibattito. Abbandonarle le consegnerebbe al teatro di operazioni politiche e culturali che non indicano alternative, se non persino peggiori dell'esistente.

 


IL MANIFESTO.IT
Donne e uomini, sultani e complici. Un dossier
Che non fosse un sexgate, ma la catastrofe di un sistema politico basato sullo scambio sistematico fra sesso, potere e denaro era chiaro dall'inizio. Quando lo smascherò Veronica Lario, anzi prima, quando Sofia Ventura denunciò i metodi della cooptazione femminile in parlamento del suo partito, anzi ancora prima, quando fu insabbiata la prima inchiesta sulle veline; e dopo, quando Patrizia D'Addario aprì il sipario sulla prostituzione di regime. Un dossier di analisi e interventi per ripercorrere due anni vissuti pericolosamente, senza cadere nelle trappole di destra e di sinistra sulla separazione fra pubblico e privato, fra perbene e permale, fra politica e morale, fra reato e peccato, fra le notti di Arcore e i giorni di palazzo Chigi. Voci di donne sui fili invisibili che legano sessualità e potere, voci di uomini sulle complicità indicibili fra il sultano e i suoi sudditi. Da oggi su http://www.ilmanifesto.it/archivi/13febbraio/

 


 CON I CAPITALISTI LA SFIDA È SEMPRE PIÙ DISPERATA
Joseph Halevi

Nel discorso di Barack Obama alla Camera di Commercio degli Stati uniti Obama ha rilanciato il progetto di ricostruire la fatiscente infrastruttura dei trasporti del paese La crisi finanziaria del 2007-8, ha detto, dimostra il pericolo di assenza e carenza di regole, la regolamentazione è quindi necessaria. Spetta alle societ? private investire è queste possiedono 2000 miliardi di fondi liquidi da impiegare, soprattutto adesso che gli economisti prevedono una crescita della domanda. Nella parte finale Obama ha proposto una partnership tra pubblico e privato simile a quella che caratterizz? la Presidenza Roosevelt, che portò grande sviluppo industriale e dell'occupazione avutosi negli Usa dopo il 1941!
È un discorso disperato perché la ripresa Usa non produce posti di lavoro. Se con un minimo aumento occupazionale di 36000 persone la disoccupazione è scesa dal 9,4% al 9% ciò è dovuto ad un forte calo assoluto della forza lavoro complessiva in un paese ove la popolazione aumenta di oltre 2 milioni e duecentomila persone all'anno, inclusa l'immigrazione. Questo fenomeno indica la formazione di disoccupati invisibili, non soltanto di quelli scoraggiati che in un modo o nell'altro vengono segnalati dalle statistiche. Oltre a non produrre occupazione, interi pezzi della società statunitense crollano: gli Stati ed i comuni che devono drasticamente tagliare servizi fondamentali e licenziare personale. Ha fatto notizia l'annuncio da parte delle autorità di Camden nel New Jersey il licenziamento del 45% del personale della polizia municipale per equilibrare il bilancio comunale. Le aziende se investono lo fanno per ristrutturare e sbarazzarsi di capacità produttiva non desiderata perché è piu conveniente importare. Il capitalismo usa non è riformabile. Questo è il problema del riformismo di Obama. Washington è politicamente esangue perché i soldi sono stati gettati alle banche, ora più forti di prima e che assorbono e convogliano la ricchezza sociale verso attivit? fondate sul lucro da rischio sapendo che verranno protette dai denari pubblici.
Consiglierei di leggere le pagine di Keynes ove egli colse il fatto antropologico-economico che il detentore (anglosassone) di ricchezza se può evita l'investimento e si butta sui rendimenti finanziari. Oggi si può eccome, come prima, più di prima, dato il nuovo potere delle banche e dei nuovi appetiti di rischio legati alla Cina, alle materie prime, alle derrate alimentari ed all'ambiente. Questa dimensione finanziaria, colta magistralmente sul piano psicologico e non deterministico da Keynes, va a pennello con la possibilità di produrre a bassi costi totali di produzione in Cina, non ancora in India né tantomeno in Brasile, vendere negli Usa, nonché preferire il mercato cinese a quello stagnante del vecchio capitalismo.
È una miscela esplosiva per gli appettiti capitalistici in quanto fa credere di poter aggirare il grande limite del sistema economico che è la domanda effettiva, ovvero la realizzazione dei profitti. In tale quadro il richiamo di Obama al patriottismo è patetico, così come è fuori luogo il riferimento alla crescita rooseveltiana dopo il 1941, ottenuta grazie alla guerra che trasformò gli Stati uniti in un'economia diretta centralmente. Notiamo che Obama ha prescelto il direttore della General Electric - suo acerrimo avversario - per rilanciare un programma industriale. La maggior parte delle attività di questa grande società multinazionale si situa fuori dagli Usa, essa attua l'outsourcing in Cina per reimportare negli Stati uniti e sta privilegiando le localizzazioni in Cina attraverso joint ventures con società statali di Pechino.



SAGGI
Il partito dell amore parla come Mussolini
Golino ripercorre la grammatica della menzogna
Valeria Della Valle
LIBRI: ENZO GOLINO, PAROLA DI DUCE.
IL LINGUAGGIO TOTALITARIO DEL FASCISMO E DEL NAZISMO. COME SI MANIPOLA UNA NAZIONE, BUR, PP. 207, EURO 9

Sempre più spesso, a osservare modi e tendenze della lingua italiana non sono più solo i linguisti. Ad essi si sono affiancati con successo, nel corso degli anni, scrittori, giornalisti, giuristi capaci di divulgare in modo meno accademico e sicuramente più accattivante le proprie analisi su vari aspetti della lingua del tempo presente. È stato ora ripubblicato, in edizione riveduta e ampliata, un saggio dedicato alla lingua del passato, ma utilissimo per individuare somiglianze, analogie, pericolose coincidenze tra il linguaggio dei regimi totalitari e quello della comunicazione linguistica attuale in Italia. L'autore è Enzo Golino, critico letterario e giornalista, attento studioso non solo della lingua degli scrittori, ma dei linguaggi della modernità. Se nel primo capitolo del libro viene ricostruita la storia dell'uso della parola come strumento di potere e manipolazione (dalle previsioni di Orwell sulla neolingua alle analisi di Jean-Pierre Faye sulle parole chiave dei linguaggi totalitari), nel secondo Golino accompagna il lettore a scoprire trucchi e strategie dell'oratoria mussoliniana. Per farlo, ne esamina gli aspetti più vistosi e grotteschi: dalla prossemica all'abbigliamento, dai comportamenti ai limiti del ridicolo e della patologia fino al «belletto delle parole» con cui il Duce truccava la povertà e la follia del proprio pensiero. Si tratta - osserva Golino - di un linguaggio alogico, dalla sonorità accattivante, «che cercava l'effetto della persuasione più che l'imposizione della propaganda, la seduzione più che il convincimento». Le fonti del linguaggio mussoliniano sono da individuare nel clima culturale dell'epoca: Mussolini si appropriò abilmente del modello di oratoria seduttiva creato da Gabriele D'Annunzio, adattandolo a un pubblico più vasto e popolare, banalizzandolo e caricandolo enfaticamente di riferimenti ai fasti della Roma imperiale, di slogan di regime sfruttati e ripetuti in modo ossessivo.
Ma Golino non si limita a citare le fonti del linguaggio mussoliniano: sottopone le parole del Duce a scandagli in profondità. Parole come «classe» e «rivoluzione», per esempio, hanno subito uno stravolgimento e una deformazione spregiudicata: Mussolini ne distorse volutamente il significato, adoperando quei termini, senza più distinguerli, «come strumenti di argomentazione destinati a un pubblico il più vasto possibile che si avviava a diventare protagonista - vittima e insieme sostegno - di un regime reazionario di massa». Nel terzo capitolo Golino analizza la politica linguistica del fascismo, ricostruendone le iniziative: dalla campagna contro i dialetti alla lotta contro le lingue delle minoranze, dall'imposizione del voi in luogo del lei al rifiuto delle parole straniere e alle tasse sulle insegne non italiane, dal tentativo di italianizzazione forzata dei nomi e dei cognomi, fino all'emarginazione progressiva delle lingue locali nelle colonie d'Africa.
Fortunatamente, nonostante i numerosi provvedimenti volti a preservare la «purezza dell'idioma patrio», l'idea di un'autarchia linguistica ha lasciato poche tracce. Ormai fanno solo sorridere, in fondo, le sostituzioni proposte dalla Reale Accademia d'Italia: arlecchino in luogo di cocktail, latte bulgaro in luogo di yoghourt, ventìvolo in luogo di vol-au-vent, o il tentativo di trasformare Renato Rascel in Renato Rascele e Wanda Osiris in Vanda Osiri. Più drammatica, nel capitolo intitolato Heil Hitler!, la descrizione della politica linguistica nazista. Il catalogo delle parole tedesche rifiutate o alterate dal nazismo è, purtroppo, lungo. Le direttive impartite dal regime intervennero sulla lingua nazionale conformandola e piegandola ai propri criteri. Per ricostruire la storia della lingua del terzo Reich Golino si è servito anche della testimonianza del filologo Victor Klemperer, che annotò e analizzò le caratteristiche della lingua imposta dal nazismo: l'influenza del linguaggio militare, la mania delle sigle e delle abbreviazioni, la germanizzazione dei nomi di località e di strade, l'abuso di superlativi, sono solo alcuni degli aspetti del fanatismo linguistico che travolse la nazione, «trasformando i cittadini in sudditi, sfregiandone la lingua con una nuova grammatica della menzogna». Potrebbe sembrare solo il resoconto di esperienze storiche compiute e lontane nel tempo. Peccato che non sia così.
La grammatica della menzogna, attraverso la spettacolarizzazione del linguaggio politico e la potenza persuasiva dei mass media, continua ancora a sfornare slogan: dal partito dell'amore al partito del fare, per citarne solo due. Ripercorrere i misfatti del passato, attraverso il lucido e documentato resoconto di Enzo Golino, può aiutare, in questa fase della vicenda italiana, a compiere un'operazione importante: svelare i tentativi di assoggettamento e manipolazione linguistica «che travagliano e indignano il vivere quotidiano di chi assiste con sconcerto al tramonto dell'etica pubblica e privata».


DOCUMENTARI
«Sorelle d'Italia», l'antidoto politico alle feste di Silvio
Roberto Silvestri

Presentato giorni fa in anteprima in Francia, in concorso al Fipa, festival dei programmi audiovisivi di Biarritz (24-30 gennaio), e ancora inedito in Italia, il bel documentario on the road indipendente (produzione svizzera-italiana) Sorelle d'Italia, di Lorenzo Buccella e Vito Robbiani (due giovani giornalisti-cineasti), ci racconta, con l'aria colpevole di divertirsi un mondo, cosa ne pensano 101 donne italiane di ogni età, look e classe sociale (intervistate per caso nei centri storici di molte città) di Silvio Berlusconi, che tanto del suo tempo, della sua passione e delle sue notti insonni dedica proprio «alle donne». E non solo perché rappresentano la maggioranza degli elettori e dei teleconsumatori.
Sarebbe un bel colpo acquistarlo e mandarlo in onda (tra Videocracy e Draquila) il giorno della manifestazione delle donne italiane contro gli abusi di potere del presidente del consiglio dei ministri, magnate delle televisioni e delle costruzioni e dell'editoria, affetto da grave intolleranza psico-somatica rispetto a ogni forma di dialogo che non sia adulatorio nei suoi confronti, primatista mondiale in «persecuzioni giudiziare comuniste», in gaffe diplomatiche, in fanatismo anti-sessantottino, perché di famiglia patriarcale e di bordelli, come faccia della stessa medaglia, il 68 femminista cercò di farne un sol falò, in nome di un piacere sessuale più gaudente, libero e egualitario (altro che moralismo). In fondo più che di «culto della personalità», o di personalità «stracult» da satireggiare, qui ci si occupa di analizzare l'immaginario di un paese pronto (o meno) a barattare le proprie regole democratiche per ammalarsi di pensiero, linguaggio e forme del pensare e del sentire unico. All'estero infatti non si capacitano, «impazziscono per Silvio» (alla Berlinale che inizia oggi, non a caso, hanno selezionato solo due parodie italiane del «berlusconismo»): nessun politico si definirebbe «l'unto dal Signore», crederebbe davvero di essere «il sogno di ogni italiano» o dichiarerebbe, scherzando, ma come il Padrino: «in questa bellissima mostra d'arte sacra c'è un solo neo, manca il quadro di San Silvio».
Il nostro paese ormai è involontariamente famoso nel mondo proprio grazie al vispo leader politico che è più divertente e spudorato ancora delle barzellette che racconta. Dunque, Masi, che ne pensi? Si può fare? Si acquista?
Certo il viaggio non è veloce (79 minuti sono una lunghezza «amorale» per un documentario da mercato tv, secondo il luogo comune ormai introiettato da chi giudica il genere «documentaristico non sensazionalistico» un «veleno per l'inserzionista pubblicitario»). Ma siamo servizio pubblico. E si parte, rispettosamente, proprio dalla villa San Martino di Arcore (dove la polizia diffida non solo dei passanti dietro cui si celano pericolosi manifestanti, ma anche della propensione a delinquere di serissime cinetroupe elvetiche) e, passando per palazzo Grazioli incrocia e intervista decine e decine di fan scatenate e passionali, di signore indecise-equidistanti e di nemiche giurate sarcastiche, piuttosto disperate o ironiche. O «vicine di casa» di quel «sant'uomo che aiuta sempre tutti coloro che sono in difficoltà»; più che scettiche bambine; ragazze impertinenti e politicamente implacabili; signore affascinate da chi la vuole fare finalmente finita con il 68 e i suoi falsi miti liberatori; oppure schifate dalle ipocrisie di chi riempì l'Italia con le foto domestiche della sacra famiglia felice elettronicamente ritoccata; telespettatrici critiche; nonne bolognesi furiose per gli esibizionismi pedofili; donne in carriera inebriate dall'esempio del «grande uomo perseguitato» e incredule: «sono tutte diffamazioni»; madri di famiglia piuttosto preoccupate per l'incarognimento dei tempi; nostalgiche di Salò che confondono Valenti con il «povero malato» Silvio... Meta finale del viaggio villa Certosa, la nababba residenza estiva in Sardegna, a un passo dalle ingorgate piscine di Lele Mora...

 


 

il manifesto - 09 Febbraio 2011

13 FEBBRAIO
Forchette e forconi
Manuela Cartosio

La manifestazione del 29 gennaio a Milano e quelle che si terranno il 13 febbraio in varie città hanno suscitato critiche, riserve, prese di distanza da parte di diverse donne con alle spalle l'esperienza del femminismo negli anni Settanta. Donne ora in disaccordo quasi su tutto (compresa la collocazione politica) prendono le distanze, criticano fino a motivare, in alcuni casi con qualche iattanza, il loro «io non ci sarò». È qualcosa di più consistente e generalizzato della snobbatura riservata da alcune di loro alla manifestazione milanese del 14 gennaio 2006 per la difesa della legge 194 e la libertà femminile.
Senza la 194 - lo ricordo per chi ha a cuore le carriere femminili - forse Susanna Camusso non sarebbe diventata segretaria generale della Cgil. Per questo merita discuterne.
La mobilitazione di piazza è uno strumento grossolano per dipanare un nodo complesso come quello indicato dalla triade sesso-denaro-potere. Arduo tradurre in slogan la povera sessualità seriale di Berlusconi, la sua paura della morte, la caduta del desiderio, l'imperativo al godimento. Ma non succede così anche per temi più semplici? Ad esempio: uno sciopero solo dei migranti suona quasi come una bestemmia alle mie orecchie; ciononostante lo scorso primo marzo ero in piazza con loro. Perché, semplicemente, bisognava esserci.
Altrettanto sento che domenica prossima bisognerà comunque esserci. Anche se l'appello che indice la manifestazione è mal scritto, in alcuni punti mal pensato, teso ad allargare il più possibile il fronte (vedi il riferimento alla religione!). Lo scivolone più grave, a mio parere, è l'eccessiva insistenza nell'elencare le nostre professioni all'onor del mondo, inciampando in una distinzione sotto traccia tra donne «per bene» e «per male». Poi ci sono i palloncini e le sciarpe bianche «in segno di lutto». Mi irritano, essendo il lutto davvero fuori luogo. Le considero sgrammaticature, spie di una diversa sensibilità, non sufficienti però per giustificare un'assenza. Invece, quelle che «io non ci sarò» le prendono in punta di forchetta. Anzi, per infilzare meglio la manifestazione attribuiscono all'appello e alle organizzatrici vizi e intenzioni che non hanno. Da nessuna parte sta scritto che Ruby&le altre sono delle «povere vittime». Semmai, il loro percorso di "emancipazione" sta tutto nella cultura dell'avere, del consumo immediato, del corpo merce (le donne non stanno sotto una campana di vetro, non sono immuni dall'italica catastrofe antropologica). Quel percorso può avere successo - dalla velina alla ministra - ma resta un'emancipazione malata. Le donne del sultano c'entrano poco o nulla con le sex workers "tradizionali", che l'appello neppure nomina. In perfetta malafede qualcuno è riuscito a trasformare quella del 13 in una manifestazione contro le prostitute. Comunque né le une, né le altre sono fatte oggetto di moralismo bigotto. Dunque suona bizzarro l'invito (di Ritanna Armeni su Gli altri) rivolto alle manifestanti ad «abbassare i forconi», l'equivalente delle manette giustizialiste. L'appello si conclude chiamando in causa gli uomini: a loro si chiede un atto di amicizia, di manifestare insieme. Certo, mai come questa volta toccherebbe agli uomini prendere la parola e l'iniziativa per primi, visto che B. offende anzitutto loro. Ma se non lo fanno, le donne devono restare in attesa?
L'accusa più pesante mossa alla manifestazione è di "strumentalizzare" le donne: sarebbe eterodiretta dai partiti (quindi da organizzazioni maschili) che «si ricordano delle donne solo quando servono». Non mi pare che a Milano stia succedendo così. Non ho informazioni dirette su Roma (a naso credo che a spingere per l'appuntamento del 13 febbraio siano state soprattutto le coppie Camusso-Bonino e Repubblica-Unità). Sia come sia, penso che una donna abbia molte valide ragioni, oltre ai festini di Arcore, per volersi sbarazzare del cadavere di Berlusconi. Non occorre che un partito le metta in bocca la parola d'ordine «Berlusconi dimettiti». Così, si obietta, si resta al mero antiberlusconismo, non si capisce che i guasti (relazioni tra i sessi comprese) resteranno tal quali anche dopo che il Cav avrà tolto il disturbo. Ma lo sanno anche i sassi. Pensare che le donne che manifesteranno domenica non ne siano consapevoli è considerarle marziane o dementi.
Le femministe dell'io non ci sarò sono molto intelligenti. Mi piacerebbe che avessero più generosità umana, più duttilità politica e meno paura di "confondersi", per qualche ora, con le altre. Confondersi non significa perdersi.

 


RIVOLTA EGIZIANA
Wael Ghoneim: «Noi giovani daremo un volto nuovo al paese»
Il racconto del blogger arrestato il 27 gennaio
Mi. Gio.
INVIATO AL CAIRO
«La libertà è una benedizione per cui vale la pena lottare». Così ha scritto Wael Ghoneim lunedì sera nel suo «tweet», poco dopo essere stato scarcerato dai servizi di sicurezza. Il giovane marketing manager di Google in Medio Oriente, considerato uno dei protagonisti della «seconda rivoluzione» egiziana partita in Facebook e continuata nelle strade, era scomparso il 27 gennaio e da allora di lui non si era saputo più nulla. Ma Piazza Tahrir non l'ha dimenticato e per due settimane ha continuato a reclamare la sua scarcerazione, con striscioni, volantini e appelli lanciati dal palco. Con un lavoro ben pagato e la possibilità di viaggiare spesso, Ghoneim avrebbe potuto godersi la vita negli Emirati, dove possiede una villa. Ma il blogger egiziano nei mesi scorsi scelse di aprire e gestire la pagina Facebook «Siamo tutti Khaled Said», dedicata al giovane di Alessandria pestato a morte dalla polizia, che è stata decisiva per mobilitare migliaia di giovani prima e durante la rivolta anti-Mubarak. Ghoneim finalmente ha potuto raccontare la sua esperienza in carcere e fare il punto sulla «rivoluzione».
«Quattro uomini con il volto coperto mi hanno sequestrato il 27 sera mentre uscivo dalla casa di un amico. In carcere mi hanno chiamato "traditore", ma loro (i servizi di sicurezza) accusano di tradimento tutti coloro che hanno buone intenzioni verso il paese e agiscono nell'interesse della democrazia e della libertà per tutti i cittadini», spiega Ghoneim, aggiungendo «ora però gli egiziani non hanno più paura, non si lasciano intimidire dalla polizia e dagli agenti del regime. E questo è il risultato più grande della rivolta. Ecco perchè Mubarak non riesce a fermarla e ad essa si uniscono di volta in volta migliaia di persone». Il giovane manager di Google sa che Piazza Tahrir e i rivoltosi di tutto l'Egitto lo considerano un eroe, per aver sopportato quasi due settimane di carcere duro e, soprattutto, per aver tracciato il percorso della «rivoluzione» attraverso internet e Facebook. «Non c'è un solo eroe, siamo tutti eroi in Piazza Tahrir, decisi a cambiare il volto del paese e abbattere il regime», aggiunge Ghoneim, che poi chiede «perdono» alle famiglie delle 300 vittime della repressione del regime. «Mi rivolgo ad ogni madre e padre che ha perduto un figlio - dice - noi (giovani della rivolta, ndr) volevamo e vogliamo trasformare il paese, renderlo libero, vicino alla gente. Sono costernato davanti a tante vite umane perdute ma vi assicuro che non è stata colpa nostra. A volere il massacro sono stati i capi e gli agenti di polizia e degli apparati di sicurezza». «Quando sono stato interrogato - ricorda Ghoneim - mi dicevano che la rivolta contro Mubarak è il risultato di un piano orchestrato da potenze straniere e da organizzazioni islamiche radicali con collegamenti internazionali, ma io ho continuato a ripetere che i protagonisti della contestazione sono i giovani, che vogliono un paese diverso e un lavoro adeguato ai titoli di studio conseguiti. Ho detto che non è possibile andare avanti sulla strada seguita nei passati trent'anni e che senza un profondo rinnovamento democratico il paese non farà progressi. Eppure loro insistevano con la teoria del complotto».
Il blogger non si è sbilanciato sulle trattative tra settori dell'opposizione e il vice presidente Omar Suleiman, né sul ruolo delle Forze Armate. Ma ha ribadito la determinazione dei giovani «nel cercare di dare un volto nuovo al paese». «Chiediamo che a guidare il paese sia una nuova classe dirigente, vicina alla nuove generazioni e rispettosa dei principi fondamentali della democrazia, a cominciare dalla libertà di stampa e dalla libertà di espressione», ha concluso.

 


BIOTESTAMENTO
In nome di Eluana, la giornata cinica del governo
Riparte la crociata della destra contro la libera scelta degli Englaro
eleonora martini

Era sera, esattamente due anni fa, quando la notizia della morte di Eluana Englaro spentasi nella clinica "La Quiete" dopo un'agonia lunga 17 anni, arrivò a Palazzo Madama come una claque a dare il via al bailamme della destra. Indimenticabile il senatore Maurizio Gasparri che inveisce contro il presidente Napolitano, reo di non aver firmato il decreto legge partorito in Cdm a tempo record come estremo tentativo del governo di opporsi alla sentenza della Cassazione che autorizzava a staccare finalmente quell'idratazione e quell'alimentazione che tenevano artificialmente in vita il corpo di Eluana dal 18 gennaio 1992. Il ministro Sacconi aveva fatto della delicata questione la sua personale bandiera politica ponendo fuori legge, appena un mese dopo la sentenza, le strutture sanitarie che si fossero rese disponibili a "staccare la spina". Da allora l'immagine del Pdl è legata a doppio filo agli esiti del ddl Calabrò sul testamento biologico già approvato al Senato, peggiorato addirittura dalla commissione Affari sociali della Camera, in attesa dei pareri previsti per ieri ma slittati delle commissioni Affari costituzionali (la relatrice Bertolini ha già espresso parere negativo perché permetterebbe «derive eutanasiche») e Giustizia, e calendarizzato per il 21 febbraio prossimo a Montecitorio. Il testo che approderà in Aula, come spiega la deputata Radicale Maria Antonietta Coscioni, è peggiorato perché impone che l'alimentazione e l'idratazione nelle diverse forme disponibili (spariti l'aggettivo «artificiali» e la definizione «forme di sostegno vitale»), «devono essere mantenute fino al termine della vita», non solo nei pazienti in stato vegetativo permanente ma in tutti i casi in cui la persona si trovi nell'indisponibilità di rifiutare le cure. Ad eccezione del caso, recita l'articolo 3, in cui «le medesime risultino non più efficaci» o «addirittura nocive». Con un emendamento voluto dalla Lega, infine, in nessun caso il biotestamento avrà valore se contiene un diverso orientamento né potrà «essere utilizzato ai fini della ricostruzione della volontà del soggetto». Tanto importante la crociata contro e la sofferta scelta della famiglia Englaro, che il governo Berlusconi con la complicità vaticana ha deciso cinicamente di celebrare proprio oggi, 9 febbraio, la prima "Giornata degli stati vegetativi" per «tutelare», dicono, le circa 2 mila persone che si trovano nella stessa condizione in Italia. Una giornata che invece per molti servirà a riflettere sulla libertà di cura con dibattiti e seminari come quello organizzato da Micromega con Marino, Rodotà, Garrone, Parisi, Franzoni e Flores d'Arcais,o la presentazione alla Camera di un libro sugli «Ultimi giorni di Eluana» con Coscioni (Pr), Turco (Pd), Moroni (Pdl) e Saro (Fli).


 
13 FEBBRAIO «Se non ora quando»: domenica 117 piazze da nord a sud. Le promotrici della manifestazione: senza donne una società bloccata
Dalla telenovela all Italia vera
Presentata a Roma la mobilitazione femminile di domenica: «Senza diritti e dignità delle donne non c'è Italia». Tra le firmatarie Cristina Comencini, Susanna Camusso e Flavia Perina 13 FEBBRAIO «Se non ora quando»: domenica 117 piazze da nord a sud
ROMA

Le firme sotto l'appello di convocazione raccolte in una settimana sono 51.500, il blog «Se non ora quando» registra 23mila contatti al giorno, la pagina su Facebook 15mila, le piazze in cui la manifestazione si articolerà sono 117, fra grandi, piccole e piccolissime città. Parole d'ordine, dignità delle donne, rispetto per le donne. Partecipanti, donne e «uomini amici delle donne», così li chiamano le organizzatrici che ieri hanno presentato con una conferenza la mobilitazione femminile di domenica prossima. Nata, ricostruisce Francesca Comencini, per iniziativa dell'associazione «Di nuovo», che poco meno di un anno fa aveva scritto un testo politico di commento al Berlusconi-gate e aveva realizzato uno spettacolo teatrale per la regia di Cristina Comencini. Da lì l'idea della manifestazione che nelle ultime settimane, sull'onda del Ruby-gate, ha preso corpo con le adesioni all'appello «Se non ora quando». Fra le quali quella di Susanna Camusso, segretaria della Cgil, che così sintetizza gli scopi della giornata: «Se non ora quando un'Italia normale, che non sia una telenovela di cattivo gusto ma che sia un'Italia vera. Senza diritti e senza dignità delle donne non c'è Italia, non c'è futuro».
Alle organizzatrici però sta a cuore smentire una delle critiche che sono state rivolte all'appello di convocazione e a quello in suo sostegno pubblicato sull'Unità , ovvero che entrambi presuppongano una divisione fra donne «perbene» e donne «permale». «C'è chi teme che attraverso alcuni discorsi si ristabilisca l'antica divisione tra puttane e madonne - ha detto Serena Sapegno, promotrice e docente di letteratura italiana all'università La Sapienza di Roma -, ma questo è un argomento usato pretestuosamente dai media. La nostra non è una manifestazione contro la prostituzione, semmai contro la corruzione esercitata dal potere». A riprova, in piazza ci saranno anche le lucciole, perché, spiega Pia Covre del movimento per i diritti delle prostitute, «non accettiamo di essere usate, infangate e strumentalizzate per la restaurazione di una morale stantìa». Ma la preoccupazione, spiega Francesca Izzo, anche lei del comitato promotore, va oltre il Ruby-gate e riguarda l'intera condizione delle donne italiane: «Se la società italiana è bloccata e non cresce, è perché tiene da parte le donne. Chiediamo agli uomini di esserci, ma diciamo allo stesso tempo che le classi dirigenti, maschili, sono responsabili di questa situazione».
Non tutte le promotrici o le firmatarie dell'appello appartengono al centrosinistra o alla sinistra. Flavia Perina, direttora del Secolo d'Italia e deputata Fli, dice che il punto che emerge dal Berlusconi-gate è politico: «Se passa il principio che una delle strade per fare politica è quella dei festini, tutte noi che abbiamo fatto altre scelte saremo squalificate». E dopo il 13 «si volta pagina», garantisce l'europarlamentare Pd Silvia Costa.


 
UOMINI E NO
La performance come norma
Francesco Raparelli

Se il tema è la sessualità sicuramente non si parla di politica. Anzi, semmai è la politica, quella seria, ad essere messa da parte. Quando si parla di sesso, di converso, occorre dare la parola alle donne, di certo gli uomini, siano essi «di partito» o «di movimento», hanno cose più importanti a cui pensare. Se questo è un luogo comune, dotato di una straordinaria potenza pratica, vale la pena provarci, da maschio, a prender parola. Proverò a farlo, consapevole della debolezza del mio discorso, non fosse altro perché poco nutrito dalla riflessione collettiva. E cercherò di non scomodare troppo Foucault, per riempire il vuoto o semplicemente per essere all'altezza dell'accademia de noiantri.
Primo punto: Berlusconi e le notti di Arcore non affermano la rinnovata potenza del maschio italiano (e di potere), semmai testimoniano il carattere virulento di un epilogo. Indubbiamente nella vicenda arcoriana c'è un maschio anziano, «ferito» dall'operazione alla prostata e dalla fisiologica impotenza senile. Più che D'Avanzo bisognerebbe leggere Everyman (o L'animale morente) del grande Roth per capirci qualcosa! Altrettanto, nella scena cyborg della «pompetta» di Mr B. (metafora sessuale dell'«effetto leva» dei derivati nei mercati finanziari) c'è qualcosa che va oltre il delirio di onnipotenza del «flaccido» raìs in declino. C'è una fottuta paura. Paura di invecchiare, certo. Di più e meglio, una paura, generalizzata e meno situata generazionalmente, di non farcela, di non essere all'altezza della «sfida sportiva».
È interessante riflettere, al di fuori degli specialismi (andrologi e psicologi se ne occupano con insistenza da anni), sulla diffusione del viagra e del cialis tra i giovanissimi in età compresa tra i 16 e i 30. Viagra che si aggiunge a cocaina (la cocaina da sola, in «caduta» ansiosa, farebbe disastri), a garanzia di una super-erezione con tanto di euforia e impeto cardiaco: «sono Dio», il pensiero che accompagna la scopata, occasionale o meno. L'ossessione prestazionale è il punto di arrivo della riflessione (?) del maschio sulla nuova scena del desiderio femminile. Laddove il desiderio femminile inventa nuove condotte, diventa discorso e rompe l'ordine simbolico patriarcale, il maschio decodifica: «devo essere imbattibile, altrimenti sono cazzi, ogni fallimento mi costa la carriera amorosa». Una sorta di violenta sessualizzazione dell'orizzonte produttivo contemporaneo: la performance come norma, il successo come imperativo.
Peccato, però, che ci passa di mezzo un corpo, meglio, un incontro tra i corpi. È questo incontro, con la sua esteriore e ruvida contingenza, a fare problema, ad essere respinto con forza. Il viagra non risolve una patologia, ma consegna alla necessità l'esito delle proprie scopate. Ad assumere massimo rilievo non è più la combinazione (sia essa affettiva o puramente sessuale, senza alcuna gerarchia, intendiamoci!), ma ciò che l'individuo nella sua solitudine può fare per rispondere adeguatamente all'imperativo prestazionale. Il passaggio dall'adeguatezza al «numero da circo» è breve, i confini si confondono. Ma è sempre l'individuo, irrelato e competitivo (oltre che spaventato e ansioso), che conquista la scena, distruggendo quella sessuale, sempre esteriore, contingente, relazionale. Ciò che spaventa è la combinazione prima che si sia fatta abitudine, dunque meglio evitare brutte sorprese, preferibile la pompetta o l'additivo. E mentre viene sconfitta la contingenza si afferma la rivincita del maschio ferito: super-erezione in risposta ad un desiderio, quello femminile, che si è fatto parola e sperimentazione.
Non si tratta, in questo caso, di esprimere dal punto di vista maschile un moralismo speculare a quello di Di Gregorio & co, non è di certo la protesi macchinica o la variazione chimica a fare problema (almeno per quanto mi riguarda), ma l'uso individualistico e risentito che se ne fa. Anche quando si parla di sostanze psico-attive non ho mai avuto dubbi, il gioco vale se si riesce a fare esperienza di sé come singolarità, puro processo produttivo e relazionale, il resto è torsione identitaria e compulsiva: «sono sempre Io, con il mio fottuto piacere». È possibile per i maschi perdere di vista la prestazione e fare esperienza del desiderio, nominandolo? Questo mi sembra il problema che abbiamo di fronte tutti, anche chi non si è applicato pompette e non organizza il Bunga bunga.
Secondo punto: le notti di Arcore ci consegnano o riconfermano la miseria dell'immaginario sessuale dei maschi italiani. Confesso, sono cresciuto negli anni Ottanta e guardavo Italia 1. Sì, non ho letto il Capitolo VI inedito del I Libro del Capitale da infante, me ne vorranno male gli operaisti più raffinati, ma tant'è. Italia 1 era Bim Bum Bam, i Puffi alle otto di sera, ma anche e soprattutto Drive in la domenica sera, un vero must, Supercar o Automan (primi esperimenti cyborg), i film di Banfi in seconda serata. Insomma, quando ho letto le ricostruzioni delle serate di Arcore ho colto, nello pochezza, qualcosa di assolutamente familiare: le supertettone del Drive in vestite da poliziotte, Banfi che fa la puntura «di prova» alla sua infermiera con perizoma mozzafiato. Un catalogo di immagini che ci hanno bombardato per decenni trasformate in esperienza reale, attraverso la formula esotica del Bunga bunga. Forse - ed è questa la cosa che conta ? - il premier è l'espressione più matura dell'immaginario sessuale dei maschietti italici. Pecoreccio e turismo sessuale, con minorenni, ciò che non fa scandalo, e che sicuramente non smuove Bertone & co (che di queste cose se ne intendono), è ciò che segna i comportamenti e la miseria di milioni di (maschi) italiani.
Non è così? la faccio facile? E perché allora oltre allo sberleffo o all'approfondimento voyeristico, alla solidarietà politically correct nei confronti delle donne o allo sdegno moralistico in salsa patriarcale («mia figlia non te la prendi», cartello esibito nella prima manifestazione del Pd dopo la riesplosione del Rubygate), i maschi non sono riusciti a dire o a fare nient'altro? Su questo penso che le donne e femministe (mi riferisco a Dominijanni o a Muraro, ma non solo) che hanno espresso posizioni critiche dell'appello Se non ora, quando? abbiano ragione da vendere: ad essere afasici sono in primo luogo gli uomini e non le donne. Un'afasia radicata, a copertura di miserie a volte ancora più profonde: come leggere diversamente il ritiro spirituale e cattolico di Marrazzo al seguito dell'inchiesta che lo ha visto protagonista assieme ad un gruppo di trans, quasi tutti rigorosamente uccisi nei mesi successivi, senza gli onori delle cronache?
Ma se l'afasia dei maschi di partito è segno di ipocrisia e di grettezza, quella che riguarda i movimenti, «al maschile», non è meno inquietante. Eppure l'afasia, oltre ad essere un blocco insopportabile, può anche essere occasione di invenzione linguistica. Costruire un nuovo immaginario sessuale non è compito esclusivamente femminile, è un problema che riguarda le lotte biopolitiche del nostro tempo! E non capire questa cosa è segno di debolezza, non c'è retorica della serietà (della lotta di classe) che tenga.
(una versione più ampia di questo articolo su globalproject.it)


 
LEGGENDARIA
Prostitute, escort e donne permale
«Prostitute, escort e donne permale», è il titolo del nuovo numero di Leggendaria (in libreria dal 10 febbraio). Messo in cantiere da tempo, il fascicolo assume una particolare attualità in questi giorni, anche in vista della manifestazione del 13 febbraio. «La perversione incarnata dalla vicenda berlusconiana chiama a una radicale ridefinizione del desiderio maschile e delle sue rappresentazioni simboliche», scrive Alberto Leiss. Sulla figura della prostituta e della escort, e sulle rappresentazioni simboliche con cui l'hanno alimentata la letteratura e il teatro, scrivono Daniela Daniele e Paola Bono. La rivista ripubblica poi un brano di Roberta Tatafiore che, con lucida preveggenza, già nel 1994 individuava lo stretto crinale che separa «donne perbene» e «donne permale» nel «vero supermarket dell'accudimento sesso-affettivo» che gli uomini hanno da sempre a disposizione. Mariella Gramaglia e Monica Luogo riflettono sul confine tra «libertà» e «trasgressione» attraverso l'esperienza di alcune donne musulmane. Infine, Laura Corradi riflette sull'uso del corpo delle donne nelle pubblicità italiane.
 

storie
Haiti È DONNA
Nel paese prostrato dal terremoto, messo in ginocchio dal colera e da una grave crisi politica, giovani haitiane orfane si ritrovano madri di famiglia a 12 anni e finiscono sul marciapiede. La rete Enfofanm cerca di ricostruire un futuro a partire dal pensiero di genere
Geraldina Colotti

«La storia del femminismo haitiano - dice al manifesto l'attivista Clorinde Zéphir - si è intrecciata con quella dell'indipendenza del paese e con la resistenza alle ondate di repressione che hanno spazzato via intere generazioni». Clorinde arriva in redazione insieme a Sancha Gaetani di Wilpf, la lega di donne per la libertà e la pace che ha accompagnato l'attivista nel giro di conferenze sulla situazione ad Haiti (l'ultima alla Casa internazionale delle donne a Roma).
«Il terremoto si è portato via tante figure prestigiose del femminismo haitiano: Myriam Merlet, Magalie Marcelin, Anne Marie Coriolan...», dice ancora Zéphir mostrando una piccola galleria di volti femminili - economiste, sociologhe, filosofe. A loro è dedicato un numero del quotidiano in creolo che Clorinde dirige, Ayiti fenm, Haiti donna, pubblicato dall'associazione Enfofanm. Un progetto a cui Zéphir si dedica da vent'anni. Costretta a laciare il paese insieme alla famiglia ai tempi del dittatore François Duvalier, Clorinde è tornata nel paese nell'86 «con l'idea - racconta - di partecipare all'instaurazione della democrazia». Per un anno, s'impegna nella campagna di alfabetizzazione «allora portata avanti dalla chiesa cattolica», poi fonda Enfofanm.
In cosa consiste Enfofanm?
È un centro di documentazione, informazione e difesa dei diritti delle donne. Trent'anni di dittatura ci avevano completamente isolato dal movimento delle donne, la cui memoria è invece ricchissima. Uno dei problemi era la lingua. Prima di Jean-Bertrand Aristide avevamo come lingua ufficiale il francese, anche se solo un 10% della popolazione aveva compiuto degli studi ed era francofona, un altro 10% capiva e parlava un po' il francese, ma l'80% della popolazione parlava solo il creolo. Quando poi abbiamo ottenuto le due lingue ufficiali, il creolo e il francese, ho volutocreare una informazione in creolo per raggiungere la quasi totalità delle donne: nel '91 abbiamo fondato Ayiti fenm - un trimestrale, quando ce la facciamo -, interamente in creolo. L'obbiettivo era quello di raggiungere anche alle donne non alfabetizzate, coinvolgerle nel giornale. Abbiamo promosso i piccoli gruppi di base, creato una rete di diffusione che è soprattutto politico-sociale: chi sa leggere spiega gli articoli alle analfabete, raccoglie le loro idee, le mette in rete. Enfofanm è stato uno strumento di elaborazione politica e di resistenza alle diverse ondate di repressione. Il giornale ci obbliga a riflettere su tutte le questioni che interessano le donne. Quando i nostri locali sono crollati per il terremoto portandosi via molte di noi, ci siamo dette: non possiamo buttare via vent'anni di lavoro, manca un'informazione sul soggetto specifico femminile, il centro deve continuare a vivere.
Qual è il vostro intervento oggi?
Subito dopo il sisma, ci siamo recate nei campi profughi per dare la parola alle donne. Ci siamo rese conto dell'ingiustizia nella distribuzione degli aiuti internazionali. C'è stato un aumento della violenza sessuale. L'uso della disuguaglianza di genere serve a mantenere le donne nella dipendenza. Dopo il sisma, il fenomeno della femminilizzazione della povertà è ancora più evidente. Non solo perché le donne diventano sempre più povere, ma perché lo diventano molto più in fretta degli uomini. Nel paese, oltre il 65% degli uomini è disoccupato, ma quando un uomo ha 10 dollari haitiani - un dollaro e venti centesimi americani, non è molto - può tenerseli, pagare una prostituta, giocarseli a carte o scommettere ai combattimenti di galli. La donna, invece, ha 3 o 4 figli che le tirano la gonna ed è obbligata a dividere con loro. Nel nostro paese, il 60% circa delle donne è capo famiglia, sono famiglie monoparentali in maggioranza dirette dalle donne. Un altro problema è quello della prostituzione minorile. Quando in una famiglia monoparentale guidata da una donna e in cui il padre è assente, muore una madre (come nel terremoto), la figlia maggiore anche se ha 12-13 anni si ritrova capofamiglia e non ha che una soluzione: abbandonare gli studi e andare a prostituirsi. Un altro problema è che le organizzazioni internazionali che ci finanziano finiscono per farci concorrenza. Il nostro gruppo di lavoro è cambiato nel corso degli anni, sia per via delle migrazioni economiche o politiche, sia per via dei pochi mezzi di cui disponiamo: per avere un salario decente, le donne vanno a lavorare in qualche organizzazione internazionale che, per giustificare i propri progetti deve impiegare anche personale locale.
Regimi dispotici, crisi politiche, catastrofi naturali. A cosa è dovuta la «maledizione» di Haiti?
Penso ci sia un'amnesia permanente nella nostra storia, c'è stato un problema con la memoria che bisognerebbe esaminare in profondità: a livello delle classi sociali, della storia politica del paese e di quella psicologica. Haiti è stato primo paese in cui un pugno di schiavi si è ribellato e nel 1804 ha ottenuto l'indipendenza e l'ha accanitamente difesa contro tutti i piani di riconquista successivi. Toussaint Louverture e un gruppo di schiavi che non erano andati a scuola hanno tenuto in scacco i poteri coloniali di allora. Una cosa che non si perdona. La storia di Francia ha cancellato la sconfitta dell'esercito napoleonico che pure aveva inviato a Santo Domingo la più grande armata coloniale di tutti i tempi. Dopo il 1804, siamo stati messi in quarantena. L'indipendenza è stata riconosciuta solo nel 1826 e dopo averla pagata a peso d'oro. Un debito che ha continuato a pesare quanto la paura degli Stati uniti che Haiti potesse seguire la via di Cuba.
Un'amnesia che ha pesato anche nell'affrontare le catastrofi?
Il sisma che ha provocato fra le 250-300.000 vittime avrebbe dovuto provocarne al massimo 25.000. Era un sisma di 7 punto 1. In qualunque altro paese sviluppato con infrastrutture normali avremmo potuto salvare molte più vite. Tantopiù che un geologo lo aveva annunciato da 9 anni. Abbiamo avuto un sisma naturale, ma le conseguenze sono dovute a una successione di terremoti economici e politici.
Forse sarà una donna, Mirlande Manigat, la prossima presidente di Haiti. Voi la sostenete?
La situazione politica è grave. Le ultime elezioni sono state una farsa.Manigat si è candidata e comunque è stata sempre in testa. Al di là del giudizio sulla storia e la politica del suo partito, riconosco che è una costituzionalista, una cosa positiva; e che su certi punti fondamentali per l'evoluzione delle donne ha delle posizioni che ritengo progressiste (anche se bisognerà vedere se le manterrà una volta preso il potere): è per la legalizzazione dell'aborto, è contro la corruzione (un argomento che non giocherà a suo favore nello scacchiere politico attuale); sostiene che bisogna negoziare con le Nazioni unite la partenza della Minustah. Sostiene anche che occorra una legge costituzionale che proibisca il fenomeno dei restaveks: il lavoro forzato dei bambini e delle bambine. Ci sono famiglie poverissime che non hanno mezzi per allevare i figli e li mandano a servizio nelle famiglie più abbienti perché siano nutriti e vadano a scuola: cosa che di solito non avviene perché i bambini vengono sfruttati. Ma anche una domestica può a sua volta avere un restaveks che si alzi per lei la notte e vada aprire la porta al figlio che fa tardi. Si tratta di una complessa e perversa catena che bisogna spezzare.

 

 

il manifesto - 08 Febbraio 2011

ALEMANNO VATTENE
Sandro Medici

Uno sguardo disperato che ci guarda dalle prime pagine dei quotidiani: una donna rom che urla invano, racchiusa nel suo fotogramma. Ha appena perso i suoi quattro figli. Sono morti bruciati in una baracca. Di domenica sera in una Roma invernale. Li ha uccisi certo la miseria, ma ancor più un'indifferenza a volte anche pietosa ma più spesso crudele, anzi feroce. Ci conviviamo, con queste tragedie. Non lo diciamo a voce alta, ma in fondo lo pensiamo che nelle nostre città sia fisiologico, ogni tanto, assistere a roghi nei campi nomadi, dolenti o dolosi che siano. È un po' così che si riesce ad andare avanti senza troppi rimorsi. Un soffio freddo di malessere, una puntura di dolore, una chiacchiera contrita. E finita presto l'amarezza, si torna laddove si era rimasti: ai nostri affanni, alle nostre ritmiche, al qui e ora e forse domani. Piccoli moralismi antipatici? Forse. Ma è innegabile che il popolo rom sia un ingombro delle coscienze, prim'ancora che un problema sociale. Ed è esattamente questa la ragione per cui la destra italiana si può permettere di maltrattarlo e perseguitarlo. La debolezza dell'indignazione, l'assenza di proteste, l'esilità delle iniziative di difesa, tutto questo è complementare al rifiuto di una politica di sostegno sociale e di riconoscimento dei diritti umani. Di più, chi oggi fa opera di contrasto alla presenza dei nomadi nei territori riceve larghi consensi in quei territori stessi.
Quel ch'è successo a Roma è esemplare. Il sindaco Alemanno ha vinto le elezioni anche perché ha promesso che ci penserà lui a risolvere il problema degli zingari: basta con questa molesta popolazione che minaccia e infastidisce, andava dicendo nelle piazze. Ebbene, passano tre anni e lo ritroviamo oggi che maledice una non meglio precisata burocrazia che gli impedirebbe di realizzare un ancor meno precisato piano nomadi. Con chi ce l'ha? Con se stesso, c'è da immaginare, visto il suo sguaiato ma inefficace protagonismo.
È che in città la condizione dei campi è sensibilmente peggiorata, sia in quelli più o meno autorizzati, sia (a maggior ragione) in quelli spontanei. Nell'attesa di definire un piano per realizzare campi di accoglienza, peraltro militarizzati, il Comune si è accanito nello smantellare e sgomberare, al solo scopo di assecondare gli istinti razzisti. La conseguenza di questa attività muscolare è stata rovinosa: migliaia di persone scacciate dalle loro baracche che vagano in tutta la città alla ricerca di un rifugio. Quando lo trovano, spesso vengono nuovamente sgombrate e nuovamente si mettono a cercare un posto dove accamparsi, in una trasmigrazione feroce per i più deboli, i bambini. Il Campo di Tor Fiscale dove sono morti i quattro bambini era uno di questi insediamenti di risulta, che vanamente il IX Municipio chiedeva di assistere.
Invece di scaricare penosamente le responsabilità, Alemanno dovrebbe con onestà ammettere la sua inconcludenza e riconoscere limiti ed errori delle sue anguste politiche. E andarsene. Se Roma avesse un sindaco migliore, la città sarebbe migliore anche per i rom.


 
UOMINI E NO
Il nocciolo politico del desiderio maschile
Sandro Bellassai

Ogni giorno che comincia mi dico: oggi lo faranno. Poi vedo che ancora non l'hanno fatto e non riesco a farmene una ragione. Che aspetta, mi chiedo, la stampa berlusconiana a diffondere un calendario hot con succose immagini di Ruby, e delle tante altre di cui abbiamo visto i nomi e i volti sui media delle ultime settimane? Pensateci un attimo. Migliaia, forse milioni (o magari miliardi?) di uomini correrebbero in edicola: Lui avrebbe praticamente vinto le elezioni senza neanche indirle. Perché ho pochi dubbi che, dalla D'Addario in poi, una buona - anzi buonissima - parte dei maschi italiani abbia trovato interesse per la piccante faccenda anche nel rimirare per quanto è possibile le procacità delle ragazze che Lui si è portato a casa. E che, neanche tanto in fondo, questi uomini abbiano quindi pensato: beato Lui. Del resto, sono decenni che l'audience regge grazie all'esibizione di corpi femminili giovani, attraenti, svestiti e ammiccanti. Non era ancora maggiorenne? Ma, dico, l'avete vista voi com'è fatta? Diciamo la verità: davanti a tutta questa grazia di dio, a chi verrebbe in mente di controllare i documenti?
Poi rifletto e mi dico: ma certo, eccolo il perché, la stagione dei calendari è passata da tempo. Non si spiega altrimenti: all'appetitoso articolo non mancherebbe certo il target. Il target siamo noi, ovviamente. Noi maschi italiani, devoti consumatori immaginari di anatomie felliniane, concretissimi utilizzatori finali che compongono uno scenario probabile di 9 milioni di clienti di prostitute. Cittadini di uno stato che fino all'altroieri celebrava giuridicamente il bene prezioso dell'onore, e fino a ieri considerava lo stupro un reato non contro la persona ma «contro la moralità pubblica e il buonconstume». Di un paese in cui ogni due giorni uno di noi, uomini italiani, ammazza la compagna, la moglie, la ex. Noi maschi di un ex popolo di latin lover, di santi e navigatori che ormai da tempo assiste impotente - mai termine fu più puntuale - alla catastrofe della virilità personale e collettiva.
Lui non è altro che l'autobiografia sessuale della nazione maschile. Guardiamoci negli occhi, maschi: quanti di noi sotto sotto lo invidiano? Non avete proprio mai sentito al bar, al lavoro, in palestra, un altro uomo che lo ammettesse? Quanti, siano di destra o di sinistra poco importa, magari non vorrebbero proprio essere al suo posto, ma in fondo lo capiscono, o comunque non vedono tutto questo scandalo? Se scandalo c'è, secondo costoro viene dal fatto che la scabrosità (dettagli, conversazioni, immagini) è stata messa in piazza; e comunque, si sa, da che mondo e mondo le storie boccaccesche scandalizzano i moralisti. Gli illuminati comprensivi, fiorenti questi soprattutto nel centrosinistra, invece non moraleggiano (non adesso, almeno: non stiamo certo parlando di unioni di fatto o fecondazione assistita) e cavallerescamente evitano di affondare il colpo contro l'avversario in oscene ambasce, perché tra ufficiali - maschi - si usa così, o contro le sciagurate di manzoniana memoria, perché non siamo più nel secolo di Gertrude ma in quello modernissimo delle escort.
A me tuttavia pare che non si tratti di colpire maramaldescamente un uomo per la sua immoralità, né di sorvolare paternalisticamente sulla virtù delle donne. Da sempre, in pratica, il discorso maschile sulla prostituzione è un discorso sulle prostitute: il cliente scompare, l'uomo è come sempre invisibile, della sessualità maschile non si parla. Non ci vuole molto per vedere come l'immaginario maschile sia il grande rimosso di questa storia, e se le cose stanno così parlare di Lui, da uomini, è difficile perché significherebbe forse dover parlare anche di noi stessi. Di noi stessi in quanto esseri umani sessuati, intendo: cosa a cui non siamo molto abituati, e forse anche chi sarebbe disposto a provarci, una buona volta, esita perché non sa da che parte cominciare. Troppo forte, per provare a tenersi in un'orbita di lucida autenticità, è la doppia attrazione gravitazionale del moralismo di chi definisce Lui malato e del virilismo spavaldo di chi lo chiama beato.
Ma ho l'impressione che molti uomini, o comunque molti più uomini di quanto possa apparire, potrebbero oggi voler cogliere l'occasione di questo squallore maschile per parlarne in forma né moralistica né virilistica. L'occasione, insomma, di avvicinarsi al vero nocciolo della questione (così avvicinandosi, forse, anche un po' più a se stessi): il desiderio maschile. Che è questione politica tout court, naturalmente, e quindi può essere affrontata davvero fino in fondo in un confronto collettivo; la politica non essendo, io penso, una dimensione del cambiamento che si possa più di tanto praticare in solitudine. È anche per questo motivo, peraltro, che alcuni di noi hanno creato uno spazio politico come «Maschile plurale», in cui ormai da vari anni tentiamo di confrontarci fra uomini sulle relazioni, sul potere e sul desiderio.
Quella del desiderio maschile è una dimensione politica, in quanto dimensione del potere e della libertà, che può anche risultare scomoda quando ci costringe a chiederci in che cosa siamo o ci sentiamo diversi da uomini come Lui. Che può anche apparire difficile quando proviamo a guardare in faccia le nostre contraddizioni, magari senza prendere la scorciatoia di pensarci migliori di altri. Eppure, vale la pena di credere che al di là di queste strettoie talvolta faticose potremo guadagnare all'esperienza spazi insospettati: dove, per esempio, finisca per sembrarti inconcepibile il sesso con una persona che in realtà non ti desidera affatto; dove, sempre per esempio, il proprio desiderio di uomini sia finalmente inscindibile dalla libertà delle donne.
Univ. di Bologna-Forlì, autore de La mascolinità contemporanea, socio dell'ass.ne «Maschileplurale»


 
13 FEBBRAIO INTERVISTA - Parla Carla Corso, attivista storica dei diritti civili delle prostitute
Streghe e puttane

«Qui si rischia un moralismo imperante e a pagare è sempre l'anello più debole. Il problema non sono le donne ma gli uomini e il loro sistema di potere». Della manifestazione di sabato «e oltre» si discute anche sui siti
Eleonora Martini
«Qui si rischia un moralismo imperante: tutto fa scandalo, tutto è vergognoso, ma diamine! Un po' di sesso non ha mai fatto male a nessuno». Comincia così la conversazione con Carla Corso che nella sua vita non si è mai nascosta dietro a nessun nomignolo: «escort», «accompagnatrice», «entraineuse». Per lei, veronese, classe 1946, fondatrice quasi vent'anni fa del Comitato per i diritti civili delle prostitute, fare la puttana è stata forse anche una scelta - come dire - antisistema.

E oggi, cosa pensa di queste escort che si vendono per ottenere soldi, favori, visibilità, potere?
Facciamo ordine: fare la prostituta vuol dire mettersi in vendita tutti i giorni come attività primaria. Quello che trovo insopportabile nella reazione pubblica, via via che si scoprono gli altarini dei nostri governanti, è che tutto viene censurato, il sesso diventa un atto vergognoso e si è aperta di nuovo la caccia alle streghe. Se ci sono donne che si vogliono prostituire sono affari loro, è vergognoso che accada nei palazzi del potere istituzionale e semmai con minorenni. E invece Berlusconi viene giustificato, perfino ammirato, e le ragazze diventano le nuove streghe da mettere all'indice. Mi scandalizza solo che queste donne, se vogliono entrare nel mondo dello spettacolo (o ripiegare, pur di diventare famose, sulla carriera politica che viene loro offerta in alternativa), devono passare nei letti di certi vecchiacci.

Lei non l'avrebbe accettato?
No, mai, perché ero molto autonoma, indipendente, e rivendicavo la libertà di scegliermi il cliente e di non vendere proprio tutto.

Queste ragazze sono molto perbeniste, non ammettono di prostituirsi, non portano il peso della "lettera scarlatta": sono "amiche" del potente di turno, con lui intrattengono "rapporti affettivi" a volte, e in nome di questi rapporti si fanno mantenere.
Sono costrette a negare perché se ammettono di prostituirsi sono automaticamente fuori da quel mercato, si bruciano la carriera. Il mondo dello spettacolo e della politica-spettacolo si regge solo sulla doppia morale. Ma d'altra parte ci sono donne e uomini che fanno politica da anni e per arrivarci hanno dovuto fare cose ben peggiori. Non mi faccia fare nomi, ma quelle politiche oggi in prima fila a strapparsi le vesti per il raìs, su quali doti fondano la loro carriera politica? Magari non si sono mai tolte le mutande ma c'è tanta prostituzione intellettuale.

Non le sembra che, a differenza delle prostitute, queste donne non pongano limiti allo scambio arrivando a mettere in gioco anche la propria "affettività"?
Vendono tutto, certo. Non mettono limiti perché non sanno vendersi: una professionista non bacia mai un cliente. Mi sembra un'accozzaglia di ragazzine che sgomitano tra di loro e non hanno un minimo di capacità contrattuale con questi signori che - come tutti i clienti, a qualunque livello, dall'operaio in strada in su - rimuovono il fatto di averle comprate e si convincono di averle conquistate. D'altra parte ogni prestazione ha il suo prezzo: c'è chi paga molto perché vuole che tu abbia un orgasmo, e tu fingi di averlo. E loro fingono di non sapere.

Che effetto le fanno i genitori che incoraggiano le figlie alla prostituzione?
Ecco, questo mi fa davvero orrore. Il problema è proprio che dietro queste ragazze c'è un entourage che le sfrutta e poi le butta via. Il perbenismo delle famiglie c'è sempre stato, per carità: trent'anni fa facevo la puttana ma la mia famiglia che pure aveva capito - perché arrivavo a casa con tanti soldi, con macchinoni incredibili e avevo tanto tempo libero - non mi ha mai chiesto nulla, faceva finta di niente: non se ne doveva parlare. La doppia morale c'è sempre stata, solo che ora non ci si vergogna, è più sfrontata.

È stata, come dire, "sdoganata"?
Ma senta, in Italia da sempre la mascolinità si è misurata con il numero di donne - soprattutto se giovani - che un uomo riesce a prendersi. Anche se a pagamento. Il papà o lo zio prima portavano i figli a svezzare nei bordelli. Poi, quando dalla prostituzione di Stato si è passati alla libera attività, allora è diventata vergognosa. Ma il problema esiste solo per determinate fasce sociali: se sei un operaio non puoi andare con una ragazzina, ma se sei un capitano d'industria o l'uomo più potente d'Italia, sì. Lo star system italiano pullula di coppie con 40 anni di differenza, il problema ci sarebbe solo se la donna fosse più vecchia.

Il 13 febbraio le donne scenderanno in piazza contro questo modello di relazioni, condivide?
Ma sì, credo sia giusto perché la figura della donna è stata inflazionata, usata per tutto, per vendere le merci e i conti bancari, e pure con sfregio. Dico solo che sulla prostituzione bisogna andare cauti perché a pagare in queste campagne moraliste è sempre l'anello più debole. Oggi vedo sui giornali locali l'annuncio di una manifestazione anti lucciole per le strade del Veneto capitanata da un prete; e non dimentichiamo che questo governo con il pacchetto sicurezza ha avviato la crociata contro le prostitute, ma solo quelle di strada.

Non sarebbe più opportuna una manifestazione di uomini in tutela della propria dignità calpestata?
Il problema è che tutto il potere è nelle mani dei maschi. La pubblicità la fanno gli uomini, quante agenzie pubblicitarie sono in mano alle donne? E sono gli uomini che detengono il potere politico, così come quello d'acquisto. I modelli, dunque, li impongono i maschi. E loro non hanno fatto grandissimi passi in avanti.

Ai tempi in cui lei fondava il Comitato per i diritti delle prostitute, dichiararsi puttana era un atto di sindacalizzazione e poteva perfino essere un atto di ribellione contro una società perbenista. Oggi quell'atto di ribellione è stato come fagocitato, "normalizzato", neutralizzato, in un sistema di potere più onnicomprensivo. Non trova?
Tutte le libertà acquisite negli anni '70 e '80 le stiamo perdendo poco a poco. Ma le donne sono quasi contente. In uno spot pubblicitario la cucina è così efficiente che la donna ha più tempo libero, ma per fare cosa? Andare a lavorare, in palestra, o uscire con gli amici? No, per fare una torta per i bambini.

Infatti molte donne, forse la metà delle italiane stando ai sondaggi, non si sentono affatto offese dal modello relazionale descritto dal grande bordello politico italiano.
Certo, le donne hanno dovuto soccombere ad una società maschile che in fondo non è cambiata così tanto. Gli uomini, infatti hanno sempre avuto paura della donna libera e forte, che il più delle volte rimane sola. E così le donne stesse si sono riappropriate dello stereotipo dell'angelo del focolare, della donna dolce e sottomessa, che non chiede molto ma è sempre disponibile, e a letto è un po' troia: perché così è più semplice avere una relazione di coppia. Nel mercato del matrimonio è successa esattamente la stessa cosa che nella prostituzione: le donne immigrate soprattutto quelle dall'est hanno scalzato le donne italiane perché sono più dolci, sottomesse, suadenti e costano meno, mentre le italiane sono più aggressive, prepotenti, e hanno capacità contrattuali più alte.

Ma è così vero che Berlusconi, a giudicare dai suoi presunti costumi sessuali, appare come un uomo solo e infelice?
Non riesco a vederlo infelice. Se avesse avuto paura della solitudine avrebbe salvato i suoi rapporti importanti, mi sembra solo un uomo che ha paura di invecchiare e morire: rifugge dalla decadenza fisica succhiando - come un vampiro o un atleta che si sottopone a trasfusioni con sangue "fresco" - la giovinezza altrui.


 
«SE NON ORA QUANDO?»
Perbene e permale, il confine artificiale di un moralismo cieco

Sotto il titolo eloquente «Se non ora quando...vale la pena di uscire dai luoghi comuni?» il sito di movimento Globalproject.it apre una finestra multimediale di discussione sulla manifestazione del 13 «e oltre», contestando la comunicazione mainstream dove si gioca la partita fra «un modello basato su potere-corruzione-corpi delle donne» da un lato, e dall'altro «la presunta 'morale generale'di chi vi si oppone contrapponendo alle Ruby di turno l'immagine delle donne 'perbene', che si sacrificano come piccole formiche operose». Il tutto mentre si profilano «sante alleanze nel nome della salvezza nazionale». L'appello «Se non ora quando», scrive Globalproject, «nasce in questo contesto: ha senso partecipare alla manifestazione del 13? e se sì, per dire che cosa? 'Donne' può essere la parola magica da usare quando fa comodo e strumentalmente nel gioco di palazzo?» Segue un ampio dossier, aperto da una intervista (scaricabile anche da youtube) a Alisa Del Re, direttora del Centro sulle politiche di genere dell'università di Padova. Dal manifestare, secondo Del Re, in questo momento «non ci si può esimere», ma non ci si può esimere nemmmeno da una critica affilata della rappresentazione delle donne che rischia di passare nel fronte antiberlusconiano. «Sono particolarmente provata dal discorso che impazza sulle ragazze che frequentano Arcore, e dalla separazione che immediatamente è stata tracciata fra loro, le 'infrequentabili', e le donne 'perbene'. Gli uomini invece non catalogano se stessi fra uomini perbene e permale, fra quelli fedeli e monogami e quelli che fanno i festini, perché nessun uomo si mette in discussione e tutti si esercitano a giudicare la moralità delle donne». Prima di emettere giudizi morali, continua Del Re, c'è un'analisi sociale da fare: se per le 'arcorine' «la scelta è fra andare a letto per una notte con un 'vecchio flaccido', come lo chiamano loro, e andare a lavorare per sei mesi in fabbrica per la stessa quantità di soldi e con pause di dieci minuti per andare in bagno, non è una gran scelta: io non sceglierei la prima alternativa, ma non capisco perché debba sembrare così incomprensibile o essere così ferocemente condannata». Quanto all'indignazione per le pratichedel sultanato, «se sdegno c'è, va esteso a tutti gli aspetti del privilegio e del potere maschile: lavoro di cura non condiviso, violenza, femminicidio, e tutto il tessuto di rapporti fra i sessi. Se invece resta circoscritto alle ragazze che frequentano Arcore, sicuramente finirà con l'essere usato per fini diversi da quelli per cui le donne scenderanno in piazza».
Nel dossier di Globalproject si segnala inoltre un testo delle studentesse del forum di Roma3 («Puttanamente. Manifesto per un godimento polimorfico costituente»). Qui il bunga-bunga viene analizzato come rituale performativo che produce corpi femminili reificati al servizio del piacere fallocentrico; come sintomo della condizione precaria nel biocapitalismo («la precarietà confisca i corpi delle donne così come li confisca il vecchio miliardario: è così difficile parlarne? così strana da ammettere, la similitudine?»); come sex work, «lavoro che attiene alla presa in carico e cura del corpo e delle emozioni dell'altro e che si svolge non in un contesto di libertà, ma dentro rapporti e gerarchie di potere (qual è la differenza che passa fra vendere il proprio corpo-forza-lavoro in una fabbrica di Marchionne, in una villa berlusconiana o in un campo di pomodori a Rosarno? provocatoriamente potremmo rispondere: nessuna)»; e infine, come pratica sessuale normativa e normalizzante, che riproduce l'eterosessualità obbligatoria e la gerarchizzazione fra maschile e femminile. Il bunga bunga, in altri termini, come testo per un esercizio di analisi dei dispositivi della biopolitica contemporanea. Altro che tirare una riga fra donne perbene e donne permale.

 


PRIDE
Littizzetto invita Bertone

Luciana Littizzetto sostiene il Roma Europride 2011 e invita tutti i suoi «amici, anche Eminenza e Bertone», a essere a Roma l'11 giugno per partecipare alla grande parata che chiuderà le due settimane d'iniziative del Pride europeo. Littizzetto rivolge l'invito in un videomessaggio sul canale Youtube della manifestazione e nel video torna sulla questione dell'educazione sessuale nelle scuole. E non solo: «I gay - dice - sono piu' fighi degli etero; se vai a una festa e vedi uno figo, 99 su 100 è gay, porca miseria. L'altro, cisposo, con i peli che gli escono fuori dal naso e dalle orecchie, pieno di peli dentro ma niente sulla testa, è sicuramente eterosessuale».


 
144 teologi tedeschi chiedono alla Chiesa cattolica una svolta
Luca Kocci

Non si tratta delle 95 tesi affisse da Martin Lutero sul portone della cattedrale di Wittenberg nel 1517, ma il documento sottoscritto da 144 teologi cattolici che arriva ora dalla Germania è altrettanto forte e chiede al Vaticano riforme radicali delle strutture ecclesiastiche e della prassi ecclesiale: fine dell'obbligo del celibato per i preti - forse anche in risposta agli scandali di pedofilia che hanno colpito la Germania, arrivando a sfiorare anche papa Ratzinger quando, fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 era arcivescovo di Monaco - e apertura alle donne, democrazia nella Chiesa e via libera alle unioni omosessuali.
La Chiesa deve annunciare solo «il Dio di Gesù Cristo che libera e ama», ma può farlo a condizione che «essa stessa sia un luogo e un testimone credibile del messaggio evangelico» e abbandoni il «rigorismo morale arrogante», si legge nel documento dei teologi intitolato Chiesa 2011. Una svolta necessaria, di cui ieri ha dato notizia il quotidiano bavarese Suddeutsche Zeitung. Segue poi l'elenco delle «profonde riforme» richieste a Roma: apertura ai «preti sposati» e alle donne «nel ministero della Chiesa»; la «difesa del matrimonio» non deve portare ad «escludere i divorziati risposati» e tutte quelle «che con amore, fedeltà e cura reciproca vivono in un'unione omosessuale»; e poi maggiore democrazia con l'adozione di «strutture più sinodali a tutti i livelli della Chiesa» e con il coinvolgimento dei fedeli nella scelta dei vescovi. Dopo la «tempesta» dello scandalo pedofilia, scrivono i teologi, non può seguire la quiete, perché sarebbe solo «la quiete della tomba». «Ora - aggiungono - c'è bisogno di cercare soluzioni in uno scambio di opinioni di libero e onesto, per tirare fuori la Chiesa della sua paralizzante autoreferenzialità».
Oltre ai contenuti, sono assai significativi gli estensori e i firmatari del documento, che non provengono dai gruppi storici per la riforma della Chiesa cattolica - come il movimento internazionale «Noi Siamo Chiesa», sorto in Austria nel 1996, cha ha accolto come un «segno di speranza» il documento che, fra l'altro, recepisce diverse delle sue rivendicazioni - ma dal cuore dell'istituzione ecclesiastica: 144 professori delle facoltà cattoliche di teologia della Germania, ma anche di Svizzera e Austria. «Ci saremmo accontenti di una cinquantina di firme», spiega Judith Koenemann, che insegna pedagogia della religione a Muenster. Invece le adesioni sono state il triplo, e molti hanno espresso il loro consenso in privato ma non hanno firmato per timore di ritorsioni da parte dei loro vescovi.
Le prime reazioni della Conferenza episcopale tedesca sono all'insegna della cautela. Le tesi sono «in disaccordo con le convinzioni teologiche e le dichiarazioni della Chiesa al massimo livello», ha scritto in una nota il segretario dei vescovi tedeschi, il gesuita Hans Langendoerger. Ma ha anche aggiunto che è necessario affrontare «gli errori e i fallimenti delle politiche del passato, così come il deficit e il bisogno di riforme del presente», per cui il documento dei teologi potrà contribuire al dibattito «sul futuro della fede e della Chiesa». Chissà cosa ne penserà invece papa Ratzinger, che a settembre andrà in visita pastorale proprio in Germania.
Sempre dalla Germania, un'altra notizia, segnalata dall'agenzia Adista. Padre Peter Klaus Mertes, rettore del collegio gesuita di Berlino, il Canisius Kolleg - dove negli anni '70 e '80 furono commessi abusi sessuali sui minori - in una lettera ha dichiarato che al Canisius furono compiute «violazioni sistematiche e continuative», e il collegio sarebbe pronto a stanziare una somma pari ad un milione di euro per risarcire le 205 vittime di abusi. Si tratterebbe del primo indennizzo da parte di una realtà ecclesiastica tedesca, ma assolutamente irrisorio: circa 5mila euro a testa. E infatti Matthias Katsch, uno dei responsabili dei gruppi delle vittime, bolla la proposta dei gesuiti assolutamente inadeguata rispetto agli effetti devastanti delle violenze subite.

 


il manifesto - 06 Febbraio 2011

LA PRIMAVERA DI MILANO
Norma Rangeri

Una primavera anticipata e proprio a Milano, nella roccaforte del potere. Nonostante le anticipazioni della vigilia lasciassero intuire il rilievo politico e la forte partecipazione all'appuntamento, la realtà ha superato ogni aspettativa. Migliaia e migliaia di persone hanno risposto all'appello di Libertà e Giustizia con la forza contagiosa di un'energia che rompe gli argini.
Il PalaSharp gremito e la fiumana rimasta all'esterno ravvivano la situazione delle api di Zygmunt Bauman, «espressione di un intenso traffico sociale che intreccia relazioni tra diversi, associazioni di cittadini che chiedono risposte, gruppi con una spiccata soggettività e identità sociale». Come era già successo qualche settimana fa a Marghera, quando un altro alveare produceva i suoi frutti. Anche lì migliaia di persone, nei grandi spazi del Rivolta, hanno connesso esperienze e storie diverse. Operai, studenti, ambientalisti insieme chiamati dal movimento «Uniti contro la crisi». Anche lì la Fiom di Landini e gli intellettuali (da Marco Revelli a Guido Viale) hanno cercato e trovato il filo di un pensiero e di una pratica che, come ha detto Zagrebelsky ieri, «non chiede niente per ciascuno perché chiede tutto per tutti». Le api italiane sono al lavoro da tempo e nella straordinaria assemblea di Milano hanno depositato il miele di un'opposizione larga e profonda, radicata e consapevole. Diritti civili e diritti sociali, interpretati dalle voci autorevoli dell'intellettualità e del sindacato, si ritrovano e si riconoscono. Dicono che la costruzione della democrazia deve cucire nuove bandiere.
Dal Rivolta a Milano, un'altra mappa dei desideri viene disegnata da chi ha saputo resistere alle armate di un potere che ha corrotto l'etica e l'estetica della convivenza civile. Perché oggi l'Italia non è solo sfigurata dalla corruzione che si fa valore, dalle donne trattate come tangenti del potere, non è solo spaccata tra nord e sud, tra salario e profitto, ma è divisa tra chi sa e chi non sa, è ferita dall'ignoranza che l'ammutolisce con la bomba mediatica. Al punto che non ci sarà da stupirsi se l'eco della manifestazione di Milano sarà più forte all'estero che in Italia. Colpire questo infrangibile muro di cristallo che spezza in due il paese è in cima alla lista degli obiettivi dell'opposizione sociale e culturale.
Eppure, nonostante la camicia di forza di una propaganda pubblicitaria asfissiante, formidabili anticorpi resistono e fanno rete. La farsa della cricca al potere, l'arroganza dei Berlusconi e dei Marchionne, dovranno fare i conti con chi ha l'intenzione e la convinzione di non concedergli repliche.

 

13 FEBBRAIO
Bersani protettore delle donne

Per fortuna c'è papà Pierluigi, che annuncia la consegna, «l'8 marzo, festa della donna, di dieci milioni di 'vai a casa' a palazzo Chigi», e dal palco dell'assemblea del Pd, protettivo, dichiara: «Noi saremo con le donne in piazza perché conosciamo le nostre mogli, le nostre compagne, le nostre amiche, le nostre figlie. Le rispettiamo come persone e non accettiamo che siano merce da vendere. Non è accettabile dare questo messaggio alle giovani generazioni». Standing ovation. Eppure ci aveva provato Rosy Bindi a spiegare, indirettamente, al segretario e non solo: «Le fantasie, o meglio le ossessioni sessuali del premier, alludono sempre a una donna che rinuncia docilmente alla forza femminile per essere sottomessa al suo potere, ma denuncia anche l'impotenza dell'uomo che esercita il suo potere esclusivamente in questo modo». E «assieme alla questione femminile c'è chiaramente anche una questione maschile. Devono essere gli uomini per primi a ribellarsi al mercimonio del corpo di giovani e ragazze e a una perversione del rapporto tra i sessi causata dagli uomini che finisce per degradare anche i maschi».

INCONTRI - Di Gregorio presenta il suo nuovo film
Gianni, un uomo gentile che amava le donne
Silvana Silvestri

Dopo Pranzo di Ferragosto (lanciato dalla Settimana della critica a Venezia) Gianni Di Gregorio presenta il suo secondo film Gianni e le donne che uscirà l'11 febbraio nelle sale e che sarà al festival di Berlino il 12. La stilizzazione del primo film qui è ancora più accentuata, quasi un personaggio alla Tati, di poche parole con vicende quotidiane scandite da ritmi comici, un po' come sono le battute dei romani, fulminanti. O come un Antoine Doinel cresciuto a Trastevere. Gianni arriva in conferenza stampa con le sue donne, innanzi tutto donna Valeria, che nel film indossa le sue strepitose mises e che anche qui come in Pranzo di Ferragosto interpreta la madre, abituata a vivere come sempre, ben al di là delle sue possibilità, creando non pochi patemi d'animo al figlio.

Gianni è un tipo di poche parole
Parla poco perché è fondalmentalmente passivo. Anch'io sono così, ora un po' meno perché sto diventando grande, ma non sono ancora in grado di affrontare sul serio nessun problema. Del resto ero figlio unico di genitori anziani, a otto anni leggevo Giacomo Leopardi, me lo avevano regalato alla prima comunione. Questo non aiuta granché nell'infanzia e neanche nell'adolescenza. Quindi ho cominciato a ridere di tutto, la sofferenza mi spaventa, devo sempre dire una battuta.

Nonostante il film sia una commedia, è anche malinconica
La malinconia c'è perché il tempo passa davvero. Un tempo guardavo le donne sull'autobus - perché io sono uno che prende l'autobus - e loro ti guardavano, adesso non ti vedono proprio, quindi ho capito che dovevo raccontare questa cosa. La malinconia è il motore che regge tutto il film.

Il tuo rapporto con le donne?
Di grande amore, devozione. E sudditanza, perché avevo avuto una madre da accudire. Io sono un tipo dolce, dopo cinque minuti che l'ho incontrata, donna Valeria mi trattava veramente come un figlio («Gianni, visto che sei lì mi prenderesti...»)

Si vedono oggi uomini di una certa età che si accompagnano a donne giovani, nel tuo film le ragazze se ne vanno per la loro strada...
Pensavo all'uomo comune, al pensionato del piano di sotto, poi ho capito che c'era un'attualità che si stava sovrapponendo. Io trovo giusto che un uomo di quell'età si comporti in un certo modo, magari compra per loro la frutta al mercato, ma dopo che vuoi fa'? Se avessi saputo che poteva essere un tema di attualità mi sarei spaventato e non l'avrei fatto più il film. Certo non era voluto. Ma se è provocatorio sono contento.

A Berlino si vedranno quindi due film (con «Qualunquemente» di Albanese) che sembrano avere un retrogusto antiberlusconiano.
Sono sicuro che a Berlino pioveranno le domande sul periodo che stiamo vivendo. Nel mio film non è voluta la chiave antiberlusconiana, io ci lavoro da due anni e mezzo.
«Sarà il nostro modo di partecipare da Berlino alla manifestazione del 13» aggiunge il produttore Angelo Barbagallo.
Tra le signore del film c'è (non casualmente perché resta altrettanto birichina) anche Lilia Silvi, gloria del cinema italiano degli anni '40, attrice di Bragaglia, Poggioli, Borghesio, Mattoli, Carmine Gallone in film come Scampolo, Barbalù, Dopo divorzieremo, La vispa Teresa. Elisabetta Piccolomini (nella parte della moglie) commenta: «C'è qualcosa di raro nel modo in cui Gianni vede le donne, lui ama le donne» e Kristina Cepraga (tra i suoi ruoli c'è stato anche quello di Brigitte Bardot): «Il mio sogno è diventato realtà, sono laureata all'Accademia di Arte drammatica di Bucarest e sono cresciuta con il sogno dei film di Fellini, De Sica. Il mio sogno è diventato realtà». La vera star del film di Gianni di Gregorio, dopo Pranzo di Ferragosto è donna Valeria de Franciscis, oltre novant'anni portati con estrema eleganza, un turbine, dai salotti di classe al set: «Mi sono molto divertita, dice, sono diventata attrice per caso. Matteo Garrone abitava nel piano di sotto e un giorno mi ha detto: 'facciamo questo pranzetto, devi essere così come sei'. È stato tutto molto naturale. Il «mio» Gianni, mio marito che non c'è più, diceva che ero imprevedibile. E anche questa volta gliel'ho dimostrato».

 

Le radici della berlusconizzazione
Alberto Burgio

È sintomatico che ci si domandi con crescente insistenza perché a questo povero paese tocchi nuovamente in sorte l'umiliazione di incarnare agli occhi del mondo un modello di ignominia senza poter nemmeno invocare (oggi, diversamente dal primo Novecento) l'alibi del dominio totalitario. Il degrado è ormai tale che viene finalmente al pettine il vero problema: perché tanti italiani non reagiscono e si mostrano incapaci di un sussulto di dignità? La questione chiama in causa tempi e terreni diversi. Tanto più è importante discuterne, come hanno cominciato a fare su queste pagine, tra gli altri, Michele Prospero e Giorgio Fontana. Provo ad aggiungere qualche osservazione alle loro, largamente condivisibili.
L'analisi politica coglie diversi elementi di verità. Il berlusconismo riposa su un sistema di potere complesso e radicato che ha indebolito le istituzioni repubblicane sul piano materiale e sul piano simbolico. Ne ha tratto giovamento, da un lato, il cinismo della borghesia italiana, per tradizione indifferente alla cosa pubblica. Ne è disceso, dall'altro, il polverizzarsi delle istanze intermedie (la cosiddetta società civile, l'opinione pubblica, gli stessi partiti di massa, ridotti a proiezioni virtuali di ristrette oligarchie «dirigenti»). Ed è sempre utile ricordare che questo processo non si è svolto nel vuoto pneumatico. Ha avuto luogo in un breve arco di tempo (meno di vent'anni) perché non è stato minimamente contrastato dalla controparte politica, affascinata dalla rappresentazione della modernità propagandata dalla destra (il leaderismo spacciato per garanzia di operatività; il partito «leggero» visto come antidoto contro la burocrazia; la riduzione degli interessi sociali rappresentati e il bipolarismo intesi come premesse di governabilità; la precarietà del lavoro scambiata per un fattore dinamico). È bene non dimenticare mai che noi tutti paghiamo le conseguenze della decisione assunta nel 1994 dal gruppo dirigente del Pds (lo stesso che oggi imperversa nel Pd) di consentire a Berlusconi di venire (illegalmente) eletto in Parlamento conservando intatto il proprio impero mediatico.
Tuttavia, chiarite le gravissime responsabilità delle élites, arrivati a un certo punto ci si deve pur chiedere perché una società accetti di essere guidata da una classe dirigente al di sotto degli standard minimi di decenza e competenza. Che individui adulti possano dirsi costretti ad obbedire è opinabile anche nel caso di regimi autoritari. In un paese democratico (per squilibrata che sia la struttura dei poteri) sarebbe un argomento insostenibile. E temo non basti nemmeno sottolineare il dato di fatto (inconfutabile e rilevante) sul quale ha posto l'accento da ultimo Ida Dominijanni. L'assenza di altre strategie politiche riconoscibili è senza dubbio la colpa più grave oggi imputabile al Pd, ma non spiega perché gran parte della cittadinanza rimanga fedele al centrodestra indipendentemente dalle gravi accuse rivolte dalla magistratura al presidente del Consiglio e nonostante lo squallore (evidentemente non riconosciuto) dei suoi comportamenti.
Insomma, Prospero ha certamente ragione nel mettere in risalto le conseguenze politiche della «questione Berlusconi» e anche nell'auspicare che la si smetta di banalizzare il discorso riducendolo a gossip. Non sono sicuro che colga invece nel segno il suo invito a «lasciar perdere la morale». Alla fin fine, quando la gente vota compie delle scelte. Il fatto che Berlusconi sia tornato a vincere due volte (dopo la prima esperienza di governo conclusasi alla fine del '94 con il celebre invito a comparire per corruzione recapitatogli durante un vertice Onu sulla criminalità) dimostra che la maggioranza (relativa) degli italiani non considera decisive le gravi imputazioni pendenti sul suo capo e approva quanto fatto dai governi da lui presieduti. E la sostanziale tenuta del consenso attestata da recenti sondaggi lascia intendere che nemmeno il Rubygate provocherà terremoti. Davvero spieghiamo tutto con le clientele e col voto di scambio? O con l'istupidimento televisivo? E quand'anche fosse, non configurerebbe anche questa eventualità una gigantesca questione morale, riguardante non soltanto una pessima classe dirigente ma anche una larga fetta della popolazione?
Tutti corrotti, dunque? Tutti sedotti dalle spericolate imprese erotiche di un attempato califfo? Tutti consapevolmente complici e intenzionati a dare man forte alla liquidazione dello Stato di diritto, della Costituzione, dello Statuto dei lavoratori, del welfare e chi più ne ha più ne metta? Sarebbe inverosimile. Ma c'è un'altra possibilità, non meno inquietante, che va presa in considerazione. Chi ha riflettuto sulla permeabilità della società di massa alle indicazioni più regressive impartite dai governanti (e sulla partecipazione degli «uomini comuni» alle atrocità collettive) ha richiamato l'attenzione su un tragico paradosso. Il male peggiore non è il male radicale, commesso da malvagi mossi da perversioni o deliri paranoici. È il male compiuto da chi, non esercitando il proprio giudizio morale, si limita a fare (e a pensare) ciò che gli viene indicato dall'autorità.
Questa rinuncia all'esame critico della realtà (Hannah Arendt direbbe «al pensiero») può condurre le persone «perbene» (non i mostri) a compiere azioni mostruose. E costituisce la più grave patologia morale delle nostre società: una malattia fatta di vuoto, di assenza di senso, di incapacità di ricordare, rielaborare, eventualmente pentirsi. Nel nostro caso (in Italia, oggi) non si tratta, per fortuna, di atrocità. Le prescrizioni impartite dai governanti non concernono pogrom né linciaggi. Ma questa è solo una ragione in più per prendere in considerazione l'ipotesi che la disponibilità di tanti a convivere pacificamente con la corruzione e l'arroganza di chi governa (per non dire di aspetti ben più gravi, come la scandalosa ingiustizia sociale e il razzismo istituzionale) sia figlia di un'allarmante sordità morale che sembra affliggere gran parte della popolazione.
Qui entra in gioco la questione dei limiti richiamata da Fontana e ripresa da Dominijanni. Il ragionamento di Fontana è riferito a Berlusconi, alla sua paranoica propensione a identificare desideri e possibilità (per cui gli appare lecito tutto ciò che gli è materialmente possibile). Ma dobbiamo pure chiederci perché questa devastante mancanza di remore rappresenti un modello positivo agli occhi di milioni di individui. Forse anche la sintonia che così facilmente si stabilisce tra Berlusconi e tante «brave persone» deriva dalla loro mancata abitudine (e a lungo andare dall'incapacità) di giudicare, di attivare la propria coscienza per assumersi le proprie personali responsabilità. Chi non intrattiene il dialogo con se stesso perde l'attitudine a distinguere il bene dal male. Non è in grado di farsi un'idea di ciò che è lecito fare e di ciò che è invece inaccettabile. E non conosce argini perché non dispone di criteri.
Vale la pena di domandarsi se la rapida berlusconizzazione del nostro paese non trovi radici anche in questa rovinosa patologia morale. Che peraltro - date le dimensioni del problema e le sue caratteristiche - rappresenterebbe di per sé un problema politico di prima grandezza.


TEATRO VALLE
Quella escort liberty, Salomè
G. Cap.
ROMA

Comincia con una novità assoluta la monografia che l'Eti, prima di venire soppresso dal governo, aveva programmato al Valle (mentre lo storico e prezioso teatro pubblico rischia di divenire la privata posta in gioco dell'ennesimo mercatino berlusconiano). Dedicata all'Elfo e Teatridithalia, la rassegna avrà il suo clou da martedì, e fino al 20, con le due parti dei monumentali e superbi Angels in America cui Elio De Capitani e Ferdinando Bruni hanno ridato vita negli ultimi due anni. Ma ad inaugurare la manifestazione è stato uno spettacolo del tutto nuovo, che Bruni ha scritto e realizzato assieme a Francesco Frongia, L'ultima recita di Salomè, ovviamente tratta da Oscar Wilde. Al di là dell'opera di Strauss, è sicuramente Carmelo Bene ad aver fissato, con un film del 1972 che molti giudicano il migliore dei suoi, l'iconografia della danzatrice che ottiene su un vassoio la testa mozzata di Giovanni Battista. Non è meno visionario, anche se di tutt'altro genere e linguaggio, lo spettacolo della compagnia milanese. Ambientato e gridato dall'imbonitore di uno smandrappato circo di periferia, il racconto si vale di soli interpreti maschili, che si dividono e moltiplicano le parti, così che lo stesso Bruni è dapprima Oscar Wilde in carcere, poi l'altrettanto prigioniero Jokanan, e infine Erode anche lui davvero catturato e incatenato dal «fascino» della sanguinosa Salomè (Alejandro Bruni Ocaña) e della di lei madre Erodiade (che ha l'interpretazione e la verve di Enzo Curcurù, su tacchi altissimi). Il tutto, senza mai rinunciare alla drammaticità paradossale della situazione, ha un andamento ironico e divertente, che cita il teatro d'antico stile, e le contraddizioni di una morale pubblica che continuamente si rovescia. Le immagini trascolorano facilmente, e dal liberty e dal preraffaellita scivolano volentieri nel pompier. La vicenda, e le parole di Wilde, ci sono tutte, insieme però all'amara consapevolezza che quelle contraddizioni e quelle iperboli allignano ancora volentieri nella nostra morale, doppia e tripla.
Il tono D'Origlia-Palmi risulta comico, ma serve anche a rendere «accettabili» i paradossi di una storia d'amore letale. Mentre i tentativi da parte del monarca Erode di evitare la propria rovina politica, rifiutando di concedere alla regale escort ballerina quella testa del Battista, sono degni di un grande illusionista della politica di oggi, tra iperboli e bugie capaci di sfidare ogni tribunale, giudiziario o morale. Quell'estremismo grottesco ci consente di ridare dignità a quella famiglia sgangherata e di vedere, sotto i sette veli, il niente.

 

 


 

il manifesto - 05 Febbraio 2011

STRAPPI E MIMOSE
Ida Dominijanni

Per quanto tecnica sia la formula, l'aggettivo «irricevibile» con cui Napolitano ha respinto al mittente e rinviato alle camere il decreto sul federalismo ha un suono ben più forte dello strappo procedurale cui si riferisce. Irricevibile è un governo che disprezza il parlamento e prescinde dal Quirinale, irricevibile è una maggioranza di nominati arroccata nel bunker del suo padrone, irricevibile è un capo di governo che usa sistematicamente la scena internazionale per denigrare «la Repubblica giudiziaria commissariata dalle procure», irricevibile è lo stesso capo di governo che su quella stessa scena difende, unico in Occidente, lo zio - anch'esso di sua nomina - della propria favorita, irricevibile è una prassi istituzionale fondata per metodo e sistema sullo scontro fra i poteri dello Stato. Se ne contano almeno nove al calor bianco, in tre anni, fra Palazzo Chigi e il Quirinale, su questioni di procedura e di merito. È un segno, e non l'ultimo, che la situazione è da tempo oltre il livello di guardia.
Perché allora, con le pinze, si tiene ancora? Perché in campo c'è una sola strategia riconoscibile, nei suoi tratti devastati e devastanti: quella di un raìs in pieno delirio di onnipotenza («sono l'unico soggetto universale a essere tanto attaccato», ha detto di sé ieri testualmente il premier) e deciso a resistere, resistere, resistere a tutti costi, nessuno escluso. Senza limiti, perché non ne conosce. Senza vergogna, perché non ne ha. Senza tema di smentite, perché la sua capacità di scambiare il vero col falso è segno non più di manipolazione bensì di negazione della realtà. Intorno a questa maschera, solo una corte di figuranti asserviti che finiscono col restituirle lo scettro anche quando potrebbero sfilarglielo, alla Bossi o alla Maroni per capirci. Dall'altra parte, una strategia felpata, una ricerca di alleanze senza selezione e senza seduzione, una promessa di liberazione senza desiderio. Il risultato è una paralisi che si alimenta di una lacerazione al giorno, una rivelazione all'ora, uno scandalo al minuto, senza che la tela si strappi davvero e mentre chiunque non faccia parte dello zoccolo duro del raìs si chiede: com'è possibile?
È possibile, perché c'è un fantasma lì dietro la scena, che nessuno vuole davvero vedere. Berlusconi lo rimuove, i suoi avversari lo scansano in attesa della foto del peccato o della prova del reato, e tutti quanti pensano di parlare, ancora, di «politica» (federalismo, fisco e quant'altro), come se, per citare Gustavo Zagrebelsky, le notti di Arcore non fossero la notte della Repubblica. Lo sappiamo, i numeri in parlamento sono quelli che sono. Ma la democrazia parlamentare non esclude altre forme dell'azione politica, e non domanda nemmeno che si resti in parlamento a recitare una farsa. Una società stremata da vent'anni di berlusconismo merita qualcosa di più della promessa di una parodia del Cln. O di una raccolta di firme offerta l'8 marzo come un mazzo di mimose dal segretario del Pd «alle nostre donne». Non siamo di nessuno, non amiamo le mimose né tantomeno, per citare stavolta Luisa Muraro, chi conta di usarci come truppe ausiliarie di una politica inefficace.

PUBBLICO IMPIEGO
Il governo sposa il modello Marchionne
Loris Campetti

Prima di tutto vennero a prendere quelli della Fiom e molti furono contenti, perché le tute blu ce l'hanno con la Confindustria e il governo. Poi vennero a prendere quelli della Cgil e gli altri stettero zitti, perché Susanna Camusso ce l'ha con il governo. Quando verranno a prendere Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, non ci sarà rimasto più nessuno a difenderli. Sembra di leggere la poesia del pastore Martin Niermöller, poi rilanciata da Bertold Brecht, leggendo le notizie che raccontano l'ennesimo accordo separato, tra il governo, la Cisl e la Uil contro il pubblico impiego e la Cgil. Brecht raccontava la progressione dei rastrellamenti (nazisti) - nell'indifferenza o complicità generali - degli zingari, poi degli ebrei, degli omosessuali, dei comunisti e infine, quando nessuno era rimasto a difenderli, di tutti gli altri. Ora la Cisl e la Uil incassano, da Pomigliano a Mirafiori, fino a Roma, il riconoscimento dovuto ai sindacati «complici» e non capiscono, o fingono di non capire, che prima o poi toccherà anche a loro. L'unica condizione per non essere messi alla gogna sulla pubblica piazza sarà il loro totale snaturamento, la fine della Cisl e della Uil come sindacati, cioè come soggetti autonomi contrattuali sulla base di una democrazia di mandato. Allora saranno diventati definitivamente appendici passive del comando esterno, esecutori e cani da guardia del volere del governo e dei padroni. La legittimazione non verrà più dalla loro «base sociale», a cui peraltro già ora non si sentono in dovere di rispondere. Potranno cogestire pezzi di welfare privatizzati da cui reperire le risorse per far sopravvivere non più il sindacato, ma una casta sindacale.
La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, ha abbandonato il tavolo ministerale dopo aver preso atto del massacro del 50% dei precari del pubblico impiego e dello svuotamento del contratto nazionale. Soprattutto, ai lavoratori pubblici sarà impedito di votare per eleggere, finalmente, i loro rappresentanti sindacali, una pratica democratica da troppo tempo interdetta perché è meglio non sapere cosa pensano e con chi stanno i lavoratori, e dunque quali delegati vorrebbero. Meglio non sapere se i firmatari degli accordi separati rappresentano una maggioranza o più probabilmente una minoranza, per evitare che salti il banco. La democrazia è un lusso che non ci si può permettere, al Cairo e a Tunisi, ma neanche a Roma e a Torino e a Pomigliano. È l'ultimo, radicale modo di declinare la governace: in fabbrica, in ufficio, nella società.
I metalmeccanici della Fiom, reduci da accordi separati e referendum-truffa ma forti di un grande consenso nei posti di lavoro e nella società, avevano denunciato l'intreccio pericoloso tra il modello Marchionne supportato da una subalterna Confindustria e le politiche autoritarie e antisociali di un governo che sta riscrivendo l'intero sistema legislativo sul lavoro, per riconsegnare tutto il potere nelle mani della parte più forte. La globalizzazione è usata come alibi e la competitività impugnata come un manganello per abbattere i diritti, dividere e umiliare il mondo del lavoro. Per questo la Fiom, prima durante e dopo il suo sciopero generale, ha chiesto e chiede alla Cgil di costruire un argine a difesa dei lavoratori, dei pensionati, dei precari, dei giovani, dei disoccupati, cioè di tuttele figure sociali colpite dalle politiche neoliberiste. Lo sciopero generale è un passo ormai inevitabile in un paese degradato, segnato e offeso dalla volgare prepotenza del potere pubblico e privato e dall'assenza di un'opposizione politica. Potrebbe rappresentare un cemento sociale per chi pensa che bisogna liberarsi di Berlusconi, ma anche di Marchionne, sempre che si voglia trovare una via d'uscita dalla crisi alternativa a quella di Berlusconi, Marcegaglia, Marchionne, Bonanni e Angeletti. E che si voglia ricostruire la politica, una nuova politica, e la democrazia.

 

 

il manifesto - 04 Febbraio 2011

13 FEBBRAIO - «Donne, ora basta»
Il diritto e il rovescio di una mobilitazione
Ida Dominijanni

Sciarpe e coccarde bianche a Montecitorio sui banchi dell'opposizione, mentre un'aula senza dignità respinge al mittente, con l'ennesima maggioranza risicata e blindata, la richiesta della procura di Milano. Quel bianco delle coccarde e delle sciarpe, già usato nella manifestazione del 29 a Milano, è un segno di lutto: il lutto per la dignità delle donne offesa e ferita dal Berlusconi-gate. Si potrebbe legittimamente esibire, al contrario, un segno di festa: senza le parole e l'esposizione di alcune donne - da Veronica Lario in poi, inutile rifare l'elenco - e di altre donne che fin da subito le hanno sostenute, il Berlusconi-gate non sarebbe mai scoppiato. Senza il «tradimento» e il racconto di alcune testimoni, l'inchiesta di Ilda Bocassini - che è una donna - e degli magistrati di Milano non starebbe in piedi. E dunque: è proprio la dignità delle donne la vittima numero uno del Berlusconi gate? E' proprio alla vittimizzazione delle donne che il discorso sulle donne deve ineluttabilmente portare?
Sono le due domande principali su cui ruota il dibattito femminista sulla mobilitazione femminile del 13 prossimo, promossa dai media mainstream con gran dispendio di testimonial e spot - siamo pur sempre dentro la cultura dell'immagine, anche quando ci si mobilita contro l'immagine dominante del corpo femminile - ma poco riguardo alle articolazioni del discorso. Che bisogna dunque andare a scovare in rete, nei siti e nelle testate su cui il tanto deprecato «silenzio delle donne» non c'è mai stato: «mai state zitte», ricorda ingenere.it.
Cominciamo dunque dalla questione della dignità violata: è solo, o in primo luogo, quella delle donne? Eppure al centro del teatro di Arcore c'è una messinscena della virilità che prima delle donne offende, o dovrebbe, gli uomini. «Ragazze che si vendono, e fa rabbia - scrive Anna Bravo, storica e femminista storica, su donnealtri.it -; ma soprattutto uomini che solo grazie al denaro e al potere dispongono del loro corpo e le gratificano con regali comprati all'ingrosso. Eppure, mentre noi ci preoccupiamo della dignità femminile, nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere quella del genere maschile. Certo, il modello Berlusconi è così povero e violento che per un uomo di buona volontà può essere difficile vederlo come una ferita inferta anche alla propria identità. Ma come mai la vergogna provata da tanti di voi riguarda l'essere italiani, e non l'essere uomini italiani?». Come mai tanti uomini (di sinistra) si precipitano in piazza a difendere la dignità delle donne, senza interrogarsi sulla loro? Tanta premura ha un vago saporedi strumentalità. «Il femminismo aveva insegnato a non strumentalizzare le donne - scrivono sullo stesso sito Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi -. Succede invece che le ragazze di Arcore siano 'usate' per mandare via l'attuale presidente del consiglio. Giusto obiettivo ma che dovrebbe trovare altre gambe da quelle diciottenni per realizzarsi». Analogamente Lea Meladri, su Gli altri: «Finché lo sdegno non si estende a tutti gli aspetti del privilegio e della violenza amschili, dovrebbe venire il sospetto che delle donne ci si preoccupi quasi sempre solo quando servono». Di più: «l'oscillazione ambigua fra sdegno e voyeurismo» che caratterizza la campagna mediatica antiberlusconiana, aggiunge Melandri, mostra che quella stessa dignità rivendicata per le donne non viene accordata alle giovani frequentatrici di Arcore, trattate come merce tanto dal sultano quanto da chi gli si oppone, e ridotte sbrigativamente a «vittime» o «puttane» senza alcuna seria interrogazione sulla loro scelta, più o meno libera o più o meno asservita, di prestarsi a quel gioco.
Ragioni analoghe a quelle che spingono Luisa Muraro, in un breve testo pubblicato su libreriadelledonne.it, a non firmare l'appello «Ora basta»: «Non lo firmo per due ragioni principali. Per cominciare, sono molto critica verso la separazione fatta da Concita De Gregorio (nell'articolo di presentazione dell'appello, ora in unita.it, ndr.) fra quelle che non si prostituiscono, alle quali lei si rivolge, e quelle che si prostituiscono, escluse da ogni altra considerazione. Io sono impegnata politicamente per la libertà femminile e lotto contro ciò che la ostacola: la ostacolano gli uomini che usano i loro soldi per ridurre il corpo femminile a merce; ma le donne che vanno a questo mercato hanno una soggettività che non mettono in vendita e perciò vanno prese in considerazione, altrimenti dalla politica si scade nel moralismo. In secondo luogo, l'indignazione contro la miseria sessuale di uomini al potere deve venire in primo luogo da uomini loro vicini, se hanno il senso della decenza, anzi doveva venire al primo scandalo e non è venuta, chissà perché. Ricorrere alle donne è un espediente di vecchio stampo, quando si assegnava alle donne un ruolo convenzionale, ora per la pace, ora per l'infanzia», e oggi «di truppe ausiliarie di una politica inefficace».

Rubygate, la peggiore delle ragioni
Giorgio Fontana

Negli ultimi anni, i critici del berlusconismo hanno insistito molto sul tema dell'abuso di potere. E con ragione: ma nel dettaglio, cosa significa davvero abusare di un potere, e qual è la grammatica di tale comportamento? Nella sua troppo lunga permanenza ai vertici del sistema italiano, Silvio Berlusconi ha edificato un regno del tutto coincidente con il proprio ego, e con le ragioni del proprio ego. Un regno dove l'unico imperativo è come quello della Nike: Just do it. Fallo. Che te ne frega del resto?
In questo senso, il Rubygate è soltanto l'ennesimo episodio di una telenovela infinita, che ha attratto su di sé infiniti commenti - più o meno simili a questo - che non hanno smosso di molto la situazione.
Ma, a costo di essere tacciato di radicalismo, credo che non siano tanto gravi i fatti compiuti in sé, così come possono non essere gravi tanti fatti che si consumano in Italia oggi sul suo esempio. Sicuro: sono orribili e senza appello. Ma molto più grave mi sembra l'idea che tutto questo sia possibile, e quindi automaticamente giustificato.
Anche il più orribile degli atti viene inghiottito dal passato: questo non toglie un grammo alla sua indecenza, ma lo consegna a qualcosa che siamo disposti a rimuovere. Invece, l'idea stessa dell'equivalenza fra possibilità e desiderio è un'eredità che rischia di essere trasmessa, e di perpetuarsi, e di inquinare l'Italia dei prossimi anni anche molto dopo la scomparsa - politica o biologica - di Berlusconi.
Ecco, uno degli insegnamenti più alti del razionalismo etico occidentale è proprio questo. La capacità di distinguere fra volere e potere: la dieta che impone la razionalità è quella di riconoscere dei limiti al proprio, più o meno naturale, egoismo: si chiama anche diventare grandi. Diventare persone mature.
Lo dico con tutta la franchezza del caso e con una certa asprezza giovanile: vedere un'intera fetta di persone più grandi, molto più grandi di me, comportarsi come bambini - ed essere chiamato a risponderne in quanto figlio, essere chiamato a subire questa costante ostentazione di ignoranza e prepotenza vigliacca, proprio perché data per scontata. È dato per scontato che chi ha un potere, qualunque potere, lo eserciti unicamente per i propri fini. È dato per scontato che si possa arrivare a vertici mostruosi di ingiustizia sociale, perché ciò che conta è unicamente il presente - sempre e soltanto il proprio presente, il proprio godimento.
Su queste pagine, Marco Mancassola parlava giustamente dell'inquietante ritornello senza fine apparente della perversione berlusconiana: la crisi che divora la crisi, la fine che non finisce mai. Vero. Ma è tutto un gioco legato all'attimo, e non al poi. Il corpo esausto di Berlusconi al termine dei suoi festini è il negativo del corpo esausto dell'Italia: che si risveglia al mattino successivo e tira avanti come può.
Il parallelo del caso Ruby con l'impeachment di Bill Clinton e Monica Lewinsky sembra quasi naturale - fatte salve le devianze grottesche, tipiche dell'esempio nostrano. Ma Clinton, nel riconsiderare l'accaduto, ammise: «Credo di averlo fatto per la ragione peggiore: perché potevo farlo».
È da questa autocritica radicale che bisogna ripartire, e da cui il presidente del Consiglio non ripartirà mai, perché per lui autocritica significa negazione del potere, dell'abuso, del presente.
Ma è da qui che tutti, in primo luogo noi, cittadini etici e coscienziosi, ma comunque esposti alle scorie del berlusconismo, dobbiamo ripartire. La peggiore delle ragioni è sempre la più semplice: lo puoi fare, lo fai. E che il resto del mondo bruci.

Maria, il soggetto del desiderio
È morta all'età di 58 anni Maria Schneider, la Jeanne di «L'ultimo tango a Parigi» che scandalizzò per i suoi duetti di sesso con Marlon Brando e turbò perché l'intimità è insostenibile. Icona femminista degli anni 70, con Scandurra e Chahal Sabag, lavorò anche con Antonioni e Rivette
Roberto Silvestri

È morta a 58 anni «Jeanne», l'oscuro oggetto del desiderio di Ultimo tango a Parigi. L'attrice-giustiziera, come Jean Seberg in Fino all'ultimo respiro, del vecchio cinema euro-hollywoodiano e del patriarcato morente. Maria Schneider era la figlia (mai riconosciuta) dell'attore Daniel Gélin e della modella e libraia francese di origine gitana-rumena Marie Christine Schneider. Un cancro ha divorato questa icona del Sessantotto, che seppe dare corpo, da commediante colta e istintiva, all'energia avventurosa (e alle debolezze individuali) della «soggettività desiderante», quell'andare oltre i limiti consentiti dall'immorale Etica vigente, quella volontà, che fu di una intera generazione, di modificare radicalmente il mondo, dentro e fuori, a costo di divertirsi a doppia velocità (era dichiaratamente bisex), di sbarazzarsi dei Maestri, buoni e cattivi, e di somatizzare pesantemente le conseguenze della sconfitta (tossicodipendenza, casa di cura, Zeffirelli, umiliazioni sul set di Caligola, 1976 quando, «sono un'attrice non una prostituta», lasciò Tinto Brass indicando la gravità di una psicopatologia sessuale italiana).
Fu una performer unica e involontariamente dinamitarda, spiazzante come un'ala destra imprendibile. Una donna che come Tina Aumont non volle mai far fruttare come surplus artistico i suoi lati dark, allora non si usava, ma ha continuato a sperimentare congegni emozionali conturbanti e rompicapo, con la complicità di Rivette (Merry Go Round), Daniel Schmidt (Violanta, 1977, il suo capolavoro incestuoso), Medhi Charef, Cyril Collard, John Hugh, Masson, Comolli... e che ci lascia in eredità 60 film, altro che declino, senza sbarazzarsi di quella seconda pelle da diva scandalosa. Colpa del crash, ingestibile da chiunque, col duetto Bertolucci e Brando, mai tanto follemente cinefilo il primo, mai tanto autodevastante, sul set, il secondo. Fu un trucco da grande attrice quel transfert. In realtà è Schermi di sabbia (1919) di Randa Chahal Sabag il vero film-scandalo della sua carriera, una lancia nel cuore del Wahabismo saudita, un inno alla soggettività desiderante delle donne medio-orientali. Fate vedere quel film in tv, se siete capaci, amici di Murabak!
Realizzato con l'apporto maggioritario di capitali esteri, e della critica internazionale, Ultimo tango a Parigi (1972) di Bertolucci (domani alle 23.10 su Sky Cinema Italia) e Professione Reporter di Antonioni fu il dittico italiano, di alta qualità artistica e commerciale, che lanciò Maria Schneider, la ventenne scoperta di Vadim, dallo sguardo innocente e dal corpo elettrizzante, come indocile star e sex symbol mondiale di terzo tipo. Una clamorosa deviazione, di consistenza quasi bassa emiliana, comunque, rispetto al corpo piatto e dalle fluttuazioni androgine, disincarnato e pre-punk, che aveva messo in crisi l'immaginario del maschio borghese maturo negli anni 60 a colpi di Jane Shrimpton, Twiggy, Verusckha, Jean Seberg, Jane Birkin... Pauline Kael, papessa della critica e del New Yorker, per una volta vide bene. L'anteprima americana, nel 1973, di Last tango in Paris «forse è stato l'avvenimento artistico più importante dopo La Sagra della Primavera di Stravinsky».
Il film, come il balletto, scatenò cortocircuiti imprevedibili, turbamenti culturali e «destabilizzazioni» nella ricezione, finalmente anche sessuale, di un film. Un'opera d'arte è qualcosa che riguarda sempre un rito vampiresco, come scrive Daniel Schmidt «se riesce ci deve essere una complicità tra vampiro-regista e coloro che si lasciano vampirizzare». Ma per Maria Schneider «manipolare» è cosa da gangster. Al diavolo l'arte. Non scandalizzava il plot: cinquantenne fascinoso (Brando), sconvolto dal suicidio della moglie e ricacciato nel buio dell'alienazione e della perdita di capacità emozionale, congegna un «ritorno alla luce», una cicatrizzazione interiore, attraverso un complesso mix di psicoanalisi e sesso estremo (a giudicare almeno dalla messa al rogo in Italia del negativo del film, dalla perdita per Bertolucci dei diritti civili, e dal taglio imposto dalla censura britannica di 10 secondi di sequenza «dita-burro»), complice, fino a un certo punto, una misteriosa ragazza, incrociata in un appartamento parigino vuoto da affittare, e futura sposa di un cinefilo di rito godardiano (Jean Pierre Leaud). Non scandalizzarono gli espliciti dettagli, visto che le luci rosse erano sdoganate, e la nudità di massa esplodeva nelle marce, nei teatri e nella scuole. Jack Nicholson, in Professione reporter, incontrò così una donna seria, intelligente e perfino dolce.

CLARISTE SOH MOUBE
«Se una donna si alza, altre mille la seguiranno»
Geraldina Colotti

«Per essere efficaci contro il capitalismo distruttore, bisogna federarsi, il Social Forum di Dakar è uno spazio d'incontro prezioso», dice al manifesto Clariste Soh Moube. Clariste, camerounese di nascita e maliana d'adozione, è ricercatrice al Centro Hamadou Hampaté Ba e autrice del libro Le Piege, pubblicato a Bamako dalle le Editions Gouttes de sable con prefazione di Aminata Traoré. Clariste sarà anche una delle delegate africane alla Conferenza mondiale delle donne di base (www.conferenzamondialedonne@wordpress.com) che si svolgerà a Caracas nella settimana dell'8 marzo e che ha avuto un momento preparatorio a Dusseldorf, in Germania, dove l'abbiamo incontrata.

Quale sarà il vostro contributo a questo Social Forum?
Saremo un gruppo di 150 donne e 250 giovani con cui abbiamo lavorato per preparare gli incontri di Dakar. Il Centro Hamadou Hampaté Ba fa ricerca in alternativa allo sviluppo. Insegnamo alle donne a riflettere e a mettere in campo pensieri e pratiche alternative allo sviluppo neoliberista, distruttore e mortifero per la maggior parte dei giovani africani. Fulcro della ricerca è la consapevolezza delle donne, vero motore delle nostre società. Forniamo loro gli strumenti e le informazioni perché individuino le cause e le conseguenze di quel che capita all'Africa e a loro stesse: perché il loro marito è senza lavoro, perché tocca a loro tappare tutte le falle senza avere la considerazione che meritano, perché nel corso degli anni i prezzi degli alimenti sono raddoppiati mentre le famiglie sono sempre più povere e prive di quelle risorse che ci vengono rapinate. Quel che accade in un villaggio in piccola scala è il riflesso di dinamiche mondiali più ampie e complesse, ma che hanno la stessa origine e i medesimi responsabili. Immaginiamo un' Africa comunitaria e solidale che si metta in piedi e imponga dal basso un altro sistema sociale.

Lei fa anche parte dell'associazione Mille et une femme debout, Mille e una donna in piedi.
La nostra è un'associazione estesa a molte regioni dell'Africa e dell'Europa che ha come obiettivo l'autopromozione sociale delle donne meno favorite, che in ogni settore eleggono proprie rappresentanti e si autoorganizzano. Sono contadine, casalinghe, disoccupate. Un gruppo di noi si occupa della loro formazione in ogni settore, a partire da quello economico e politico. Il nome indica l'esempio che è capace di dare una donna: basta che una si alzi in piedi e la nostra azione si moltiplica per mille. E se una donna viene abbattuta, il suo esempio si moltiplica per mille. In Africa non si parla alle donne dei problemi del mondo, si pretende da loro che risolvano quelli della sopravvivenza, invece hanno bisogno di avere informazioni sulla politica economia, sull'assenza di sovranità alimentare e il suo legame con la malnutrizione, hanno bisogno di capire il rapporto che c'è fra la comparsa del cibo spazzatura o degli alimenti geneticamente modificati e certe malattie che stanno diventando croniche. La nostra associazione, come il Centro Hampaté Ba, le aiuta a essere consapevoli del posto che occupano nel mondo. Dal Medioriente e dall'America latina arriva la lezione della storia: non c'è niente di più forte del potere del popolo.

Nel suo libro racconta la sua esperienza di migrante, respinta insieme a molti altri africani alla frontiera sud dell'Europa. Cosa le ha insegnato quel viaggio?
Ho fatto parte di quei giovani che guardano all'Europa come un modello da seguire. Una falsa speranza che si è infranta sul filo spinato della Fortezza Europa. Quando sono tornata in Mali, ho conosciuto Aminata Traoré e ho capito dov'era l'abbaglio: ero un ingranaggio utile al sistema, l'ultimo anello di una catena che solo io potevo spezzare. E mi sono data da fare.

 
il manifesto - 03 Febbraio 2011
ESERCIZI NARRATIVI DI EQUILIBRIO ESISTENZIALE
La differenza ROMANZESCA

Due libri recenti, la raccolta di racconti Dove si aggira il dio dell'amore di Amy Bloom per Neri Pozza e Stanza, Letto, Armadio, Specchio di Emma Donoghue per Mondadori, dimostrano la tesi della critica femminista Elaine Showalter, secondo la quale le scrittrici sarebbero poco interessate a contribuire all'idea di identità nazionale e votate, semmai, a illuminare nuove forme di relazione a partire dai contrattempi del vivere quotidiano
Valeria Gennero
Sembra che le donne non siano interessate a partecipare alla stesura del «grande romanzo americano». Il tentativo di distillare miti e incubi della cultura statunitense in un poderoso affresco sociale tenta invece molto, e da molto tempo, i romanzieri: lo ha dimostrato la generazione nata negli anni '30 - da Philip Roth a Don DeLillo a Cormac McCarthy - e lo confermano molti under 40, passando per cinquantenni come Jonathan Franzen, di cui uscirà a giorni Libertà, il romanzo che lo scorso anno ha fatto arrivare il suo autore sulla copertina di Time e ha innescato l'ennesima polemica sul maschilismo guardingo ma tenace che pervade il mondo letterario.
Contrattempi del vivere
Tra le scrittrici, invece, l'impresa suscita poco entusiasmo, forse perché, con poche eccezioni, l'idea stessa di identità nazionale è sempre risultata poco stimolante per le donne. A sostenerlo è una nota critica femminista americana, Elaine Showalter, nel suo recente volume sulla letteratura scritta da donne A Jury of her Peers (Una giuria di pari). Non è quindi un caso che negli Stati Uniti le scrittrici più inclini a intraprendere narrazioni di ampio respiro appartengano, come Toni Morrison o Leslie Marmon Silko, a minoranze etniche determinate a rivelare le omissioni fraudolente che hanno cullato il sogno americano. Molte delle loro contemporanee anglosassoni scelgono invece di immergersi nel mondo interiore di figure impegnate in delicati esercizi di equilibrio esistenziale; e a volte è proprio a partire dai piccoli contrattempi del vivere che alcune autrici riescono a illuminare forme di relazione nuove e cambiamenti profondi.
È il caso di Amy Bloom, autrice dei racconti inclusi in Dove si aggira il dio dell'amore (traduzione di Daniela Middioni, Neri Pozza, pp. 243). Bloom, che unisce in sé il mestiere di romanziera e quello di autrice televisiva, è già nota al pubblico italiano grazie a Per sempre lontano, il romanzo che tre anni fa le ha regalato fama internazionale dopo il successo di critica delle sue prime raccolte. I due racconti più lunghi di questa nuova raccolta hanno come titolo il nome delle coppie di protagonisti - «Lionel e Julia» e «William e Clare». Nel primo, Julia, appena rimasta vedova, disorientata dal dolore trascorre la notte con Lionel Jr, il figlio diciassettenne che suo marito aveva avuto dalla prima moglie. È un momento di smarrimento che detonerà nelle loro vite costringendoli a fare i conti con un doppio e irreparabile lutto.
William e Clare, invece, sono amici dagli anni dell'università e insieme ai rispettivi coniugi e ai figli formano un gruppo affiatato e solidale. La loro placida frequentazione viene però trasformata dall'irruzione inattesa della passione. Dopo una serata come tante, Clare e William rimangono soli e si accorgono che bastano pochi spostamenti impercettibili del sentimento per trasformare un'amicizia di vecchia data in qualcosa di diverso e incontrollabile: «Alle due del mattino la colpa non è di nessuno. Stavamo guardando la Cnn, una scena del disastro dopo l'altra, il giornalista che di fronte a un nuovo probabile attentato all'antrace cedeva la parola all'analista militare in studio per un commento sugli ultimi sviluppi a Kabul, quando William mi mise la mano sul seno». Nei quattro capitoli in cui si articola il racconto di «William e Clare», Amy Bloom segue la parabola del rapporto tra i due amici-amanti - i turbamenti della clandestinità, le attenuanti reciprocamente concesse per giustificare menzogne e sotterfugi, le gioie e gli inconvenienti della sincerità - e li accompagna attraverso un paesaggio umano dolente e dignitoso, fatto di figure che in brevi momenti di empatia e di complicità riescono a venire a patti con la propria fragilità.
Difficile astenersi dall'accostare la compattezza e la precisione della prosa di Bloom a quella di Alice Munro, alla quale la avvicinano anche le ambientazioni in piccole cittadine in cui una quiete apparente nasconde lotte faticose e procrastinate nel tempo per ritagliarsi uno spazio di serenità. C'è tuttavia in Bloom, che ha alle spalle anni di esperienza come psicoterapeuta e ha pubblicato un influente studio su genere e transessualità, una capacità inconsueta di coniugare ironia ed empatia mentre si muove senza incertezze lungo gli itinerari contraddittori e suggestivi del dio dell'amore contemporaneo, con le sue peculiari manifestazioni in famiglie variamente allargate che abitano spazi sociali sempre più ristretti e desolati.
Tra ironia e empatia
Ancora più limitato - almeno all'apparenza - l'orizzonte che Emma Donoghue ritaglia intorno a un bambino e sua madre, tenuti prigionieri in una camera, nel suo ultimo romanzo titolato Stanza, Letto, Armadio, Specchio, uno dei più discussi e amati del 2010, finalista al Man Booker Prize e sorprendente bestseller nel mondo anglofono: dall'Irlanda, dove Donoghue è nata nel 1969, la fama del libro si è trasferita all'Inghilterra, dove la scrittrice ha studiato per il suo dottorato a Cambridge, al Canada, paese in cui vive da tempo con la sua compagna e i loro due figli. Uscito in Italia da Mondadori (pp. 340, euro 19,50) il romanzo si avvale dell'ottima traduzione di Chiara Spallino Rocca, che ci permette di apprezzare in pieno il virtuosismo stilistico di Donoghue. L'autrice affida l'intera narrazione alla voce e al punto di vista di Jack, un bambino di cinque anni nato e cresciuto nella stanza in cui sua madre è rinchiusa da quando uno sconosciuto l'ha costretta con la forza a salire su un furgone per poi tenerla segregata e abusare di lei giorno dopo giorno, anno dopo anno: «Oggi ho cinque anni. Ieri sera, quando sono andato a dormire dentro Armadio ne avevo quattro, ma adesso che mi sono svegliato su Letto, al buio, abracadabra: ne ho compiuti cinque. Prima ancora ne avevo tre, poi due, poi uno, poi zero: 'Sono mai andato sotto zero?'». Jack è un eroe poco convenzionale eppure molto convincente: sognatore ingenuo e allo stesso tempo pragmatico, dotato di una energia infantile poco incline al sentimentalismo e alle malinconie che in alcuni momenti turbano la madre, vive con lei un rapporto di presenza e pienezza totale. Insieme giocano, cucinano, fanno ginnastica, inventano storie: Ma' - così la chiama il bambino - ha organizzato le giornate in modo che ogni ora sia scandita da attività regolari e la loro intimità è interrotta solo dalle visite del padre/aguzzino. L'uomo la sera si infila sotto le coperte di Ma', mentre Jack conta nervoso i cigolii del letto. Il suo lettino invece è nascosto dentro Armadio, con l'iniziale maiuscola come quella di tutti gli oggetti presenti in Stanza, compagni di giochi e di avventure in un mondo che pure nei suoi 12 metri quadrati sembra offrire a Jack sorprese e spunti di interesse inesauribili. In questo claustrofobico spazio narrativo Donoghue parte da una cornice gotica tradizionale - la prigionia in una fortezza apparentemente inespugnabile - per costruire invece un universo narrativo originale, che riesce ad essere paradossalmente straziante e sereno allo stesso tempo, e in cui la sindrome di Stoccolma si intreccia all'etica della differenza sessuale sfidando le aspettative dei lettori e sovvertendole in un crescendo lento ma impetuoso.
Quando Ma' intuisce che il suo sequestratore sta per essere sfrattato e si prepara a distruggere la loro prigione l'intreccio diventa incalzante e la violenza dell'esterno, il Fuori che l'autrice indica come tutti gli altri spazi del suo romanzo con la maiuscola, fa breccia nel mondo ideale in cui Jack pensava di vivere, innestando un meccanismo che ricorda il rapporto tra padre e figlio in La vita è bella di Roberto Benigni. La donna decide di rischiare il tutto per tutto e di mettere in atto un piano di fuga in cui la storia del Conte di Montecristo si mescola a quella di Dorothy nel mago di Oz e alle imprese di Tom e Jerry e Road Runner, perché le possibilità che Jack si salvi in un mondo reale a lui sconosciuto saranno legate alla sua capacità di fingersi protagonista di uno dei giochi che sua madre ha creato per lui nel corso degli anni. La fuga (che si può rivelare proprio perché le sorprese vere devono ancora arrivare) andrà a buon fine. Proprio a questo punto, però, anziché scivolare verso una ricomposizione finale, il romanzo cambia genere e linguaggio ed entra nel Fuori, diventando un conte philosophique in cui il significato della maternità, il peso del dolore e l'uso che di entrambi fa il mondo dei media sono al centro di una riflessione coraggiosamente lontana da vittimismi e rancori. Una volta Fuori, Jack si accorgerà di non poter più trascorrere tutto il tempo con sua madre e scoprirà che nel mondo vero ci sono fin troppe cose finte. Il suo sguardo disorientato e devoto ci racconta inconsapevole una figura femminile di grande complessità e bellezza, quella della madre, che una volta libera si troverà ad affrontare fantasmi ancora più pericolosi di quelli che abitavano Stanza, e che condurranno lei e Jack verso un finale imprevedibile e toccante.
Il successo di una voce
Emma Donoghue ha dichiarato di avere avuto la prima ispirazione per la stesura del romanzo dopo aver letto la storia di Elizabeth Fritzl, la donna austriaca tenuta prigioniera e violentata per ventiquattro anni dal padre. In seguito la scrittrice si è documentata sulle storie di altre donne sequestrate (e di donne diventate madri in una situazione di reclusione) ma queste ricerche non si sono tradotte in momenti didascalici, e l'esplorazione del rapporto tra prigionia e interiorità si è avvantaggiata dello sguardo di un narratore ingenuo e ostinato, a metà strada tra Gulliver e Candide, alle prese con un mondo enigmatico e regolato da convenzioni astruse. Le pagine in cui la madre addestra Jack per prepararlo all'incontro con Fuori sono attraversate da una tensione lirica molto lontana dai modelli settecenteschi, grazie alla forza e alla credibilità che ha saputo consegnare alla voce infantile responsabile della narrazione del romanzo. Una voce che, come quella di Christopher Boone, il protagonista del romanzo di Mark Haddon Lo strano caso caso del cane ucciso a mezzanotte, riesce ad essere allo stesso tempo tragica e divertente, aliena e appassionante, e fa di Stanza, Letto, Armadio, Specchio un romanzo importante e difficile da dimenticare.

LE AUTRICI
I profili di Amy Bloom e Emma Donoghue

Amy Bloom è nata a New York nel 1953 e ha lavorato per vent'anni come psicoterapeuta. Sposata e madre di tre figli, ha divorziato dal primo marito e ha iniziato una lunga convivenza con una donna. Attualmente la scrittrice, che si dichiara bisessuale, vive con il secondo marito. Alla sua prima raccolta di racconti, del 1993, sono seguiti due romanzi, uno dei quali «Per sempre lontano», proposto da Einaudi nel 2008. Bloom ha inoltre pubblicato uno studio su genere e transessualità intitolato «Normal» (2002) e ha scritto e prodotto «State of Mind», una serie tv ambientata nel mondo della psichiatria. Emma Donoghue, doppia nazionalità irlandese-canadese, ha pubblicato sette romanzi: «Stanza, letto, armadio, specchio è il primo tradotto in italiano.» Nel 2007 sono usciti per Meridiano Zero i racconti del «Bacio della strega». Donoghue ha inoltre scritto due storie della letteratura lesbica in lingua inglese.

 

 

il manifesto - 01 Febbraio 2011

Una questione politica, e non morale
Michele Prospero

C'è una grande meraviglia, anche tra gli osservatori stranieri, per la mancanza di una risposta ferma dell'opinione pubblica al cospetto delle tristi vicende del cavaliere. Perché non è scoppiata l'agognata indignazione etica risolutiva? Il fatto è che la questione Berlusconi non è una faccenda interna alla morale, da rintuzzare con i toni della più calda disapprovazione. È purtroppo una assai ardua prova politica, difficile da vincere in un paese in cui il berlusconismo non è affatto una passeggera inclinazione deviante di un uomo solo ma esprime un senso comune che poggia su solidi rapporti di forza nella società.
Sull'Unità nei giorni scorsi è persino comparso un appello ai padri perché scendessero in campo a difesa dei sani valori della gioventù violata dai gusti irregolari di un vecchio ricco e potente. La morale non è però che una frivola occupazione se non diventa anche un'azione politica possibile. Gli stessi pastori delle anime hanno appena espresso una certa censura dinanzi alle cadute nei peccati della carne che offendono il loro credo ma non hanno sciolto il legame forte della chiesa con la destra. E allora? Bisogna lasciar perdere la morale, sulla quale si può incidere solo nel lungo termine, per riflettere sulla politica che è sempre un crudo rapporto di forza capace di operare nel tempo presente.
La vicenda Berlusconi non è una mera condotta peccaminosa da sanare con qualche edificante sermone. È piuttosto una grande, maledetta questione politica. Non le debolezze della carne ma la debolezza dello Stato caduto in mani così inquietanti è il vero punto da rimarcare. Lo Stato è minato dal comportamento di un capo che non sente la dignità della carica. Questo è il vero nodo: la decadenza irreparabile del decoro dello Stato. Una condotta conforme alle esigenze del ruolo pubblico ricoperto per così tanti anni, Berlusconi non l'ha mai avuta. Egli ha sempre scambiato le istituzioni, i vertici internazionali, le riunioni di gabinetto in giocose esperienze da affrontare non già con noiosi dossier e una solida analisi ma con la pacca sulla spalla, con la barzelletta, con il cu cu.
In nessun sistema politico di un certo livello una condotta irrituale come quella del cavaliere palesata non nella privata dimora, ma nell'esercizio delle sue supreme funzioni di governo, sarebbe mai stata tollerata. Il problema è allora non di riscaldare il senso etico caduto in un prolungato torpore ma di avere la percezione chiara del vero rischio odierno: l'appannamento di ogni prestigio che dovrebbe accompagnare il titolare delle funzioni di governo. Nei vent'anni della seconda Repubblica si è consumata una mesta eutanasia del politico. L'Italia non è più un dinamico paese centrale con elevati livelli di civiltà diffusa. È un malandato paese del tutto semiperiferico i cui principali dirimpettai di pari grado non sono certo la Germania, la Francia, l'Inghilterra ma la Polonia, l'Ungheria, la Romania. La considerazione che una gran parte degli italiani (soprattutto quella neoborghesia che in termini economici ha vinto e però rifiuta di pensare in termini pubblici) ha dello Stato, della legalità e della politica è all'insegna di quella stessa indifferenza affaristica che si rintraccia nei desolati paesi ex comunisti, senza società civile, senza partiti, senza Stato di diritto. Quindi è insensato aspettarsi una risposta pronta da parte di una entità così misteriosa e che in realtà non c'è proprio, almeno nelle ampiezze degli altri paesi europei: l'opinione pubblica, la società civile. Non è solo una questione di manipolazione operata dai media che hanno distratto la massa con sapienti opere di rimbambimento, con la creazione dei falsi miti del vallettismo di massa, con la vendita di allarmi sociali fittizi sulle figure dei lavavetri, del migrante clandestino. Il nodo è la scomparsa repentina delle condizioni di una efficace funzionalità della politica che ha portato al trionfo dei più sfrenati egoismi di ceto della neoborghesia irresponsabile che nel cavaliere vede l'interprete perfetto degli interessi irregolari e dei desideri di un immaginario sfrenato. La scomposizione dei partiti, la rinuncia all'autonomia politica della sinistra hanno favorito l'insorgenza di una colossale catastrofe nella cultura di massa. Ovunque appare la disarmante alienazione dei territori che si ritrovano sguarniti di ogni presidio, senza cioè una politica organizzata capace di dare una risposta ai disagi e con gli insopportabili appetiti personali di tante signorie private che combattono per le cariche elettive e gestiscono risorse autonome di comando e pratiche di scambio occulto in vista del consenso.
Il degrado nel paese reale senza più politica strutturata è così evidente che appaiono risibili certe soavi raffigurazioni delle primarie come frontiera della bella politica ora ritrovata. Non manca chi osa proporre, nel desolante deserto del politico, l'esempio italiano dei gazebo come una forma splendida della nuova politica da contrapporre ai tediosi tedeschi che si attardano a convivere con le brutte cose del '900 che sono i partiti, i sindacati, il parlamentarismo. L'Italia sarebbe più avanti dell'Europa per certi profeti del nulla. Al Lingotto è stato lisciato il pelo a un'Italia inventata, a una società degli individui tutta pronta ad aspettare una salvifica rivoluzione liberale. Solo la penna deviante di Scalfari ha potuto cogliere la riaffiorante grazia del carisma e la favola incantata del sogno nella stanca riproposizione dei luoghi comuni sul merito e sui talenti (in un paese che sforna eserciti sterminati di precari, che dà assalto alla contrattazione collettiva, che blocca per anni i grami salari del pubblico impiego).
La (brutta) Italia di Berlusconi che non teme la deriva ed è disposta ad affondare piuttosto che riscoprire un minimo senso dello Stato è purtroppo assai più reale e combattiva di quella caricatura di società fantastica che abita solo nelle menti di Veltroni e Scalfari. E allora? Bisogna scagliare pezzi di società contro un potere irresponsabile. Vanno bene i dieci milioni di firme per seppellire il cavaliere. Ha un senso anche il recupero della manovra e dello spirito di congiura per l'estremo tentativo di staccare il carroccio dalla destra. Ma occorre, accanto alla cospirazione che è sublime purché sortisca un buon esito, una risposta incisiva al livello di massa. Tocca al sindacato valutare se esistano le condizioni per uno sciopero politico generale in difesa dello Stato che un irresponsabile Berlusconi accompagna alla completa distruzione. Non è il leggiadro sogno del Lingotto che potrà spostare gli anchilosati rapporti di forza ma solo la tangibile disperazione di tanti soggetti condannati da un presente pieno di degrado e così inospitale e privo di ogni principio di speranza.