I termini del dibattito
sindacale
PAROLE
FLESSIBILI
Vittorio Rieser 1. Premessa Il dibattito sindacale di questi
mesi si è animato, in particolare per effetto di due
fattori: gli elementi di divisione tra le tre
confederazioni e l'emergere - prevalentemente in ambito
CGIL - di una sinistra sindacale più ampia e vivace di
quanto fossero le tradizionali componenti organizzate.
Tuttavia, ambedue i fenomeni possono avere esiti
ambivalenti. La "nuova" sinistra sindacale può
avere come collante solo la diffusa insoddisfazione per
come si muove oggi il sindacato, e la conseguente
"denuncia", e poi - alla prova dei fatti -
ritornare nell'alveo delle tradizionali dinamiche di
componente; oppure può arrivare all'individuazione
comune di punti di battaglia concreta, su cui provare a
cambiare il modo di agire e funzionare del sindacato.
Un fattore (non certo l'unico!) che può spingere verso
un esito puramente "verbale", di denuncia senza
riscontri pratici, è l'uso generico/ideologico (e
propagandidstico) che viene spesso fatto nel sindacato
(da destra come da sinistra...) di alcuni termini-chiave:
concertazione, politica dei redditi, ecc. ecc. È un uso
mistificato (quasi come fossero "parole
magiche"), che - a livello di gruppi dirigenti - è
spesso coscientemente praticato come comoda scorciatoia
propagandistica, ma che spesso si riflette in un più
diffuso "senso comune" della base sindacale,
con conseguenze deformanti e - spesso - paralizzanti.
Per questo, forse, non è inutile cercare di far
chiarezza sul significato e sull'uso di alcuni termini.
2. Concertazione 2.1 In termini "tecnici",
concertazione significa una forma specifica di rapporto
negoziale, definita schematicamente da due
caratteristiche:
- è un rapporto "a tre", in cui intervengono i
poteri pubblici; - è una negoziazione i cui risultati
non si danno una volta per tutte, ma richiedono un
monitoraggio/ controllo in itinere.
In questo senso, è una dimensione permanente di
un'azione sindacale che (com'è tradizione del sindacato
italiano) esca da un'angusta ottica rivendicativa
"tradizionale". Se il sindacato vuole negoziare
le politiche industriali, deve ricorrere a strumenti del
genere. Lo stesso dicasi se, a livello decentrato, vuole
intervenire - poniamo - sui problemi e lo sviluppo dei
quartieri in una città.
Ma, se questo è il quadro "tecnico" di
riferimento, esso può naturalmente essere
"riempito" da strategie diverse. Invece, si
tende spesso (da parte dei fautori come degli avversari
della concertazione stessa) a far coincidere la
concertazione con un'unica strategia. Vediamo
schematicamente quali sono le caratteristiche attribuite
come "inevitabili" a questa monolitica
"strategia della concertazione".
La prima è quella di sottrarre problemi ai
"normali" meccanismi di
conflitto/contrattazione, e in particolare alle loro
forme articolate, per predisporne centralmente i
meccanismi di soluzione.
Ciò significa far dipendere, in modo abbastanza rigido,
gli esiti negoziali (di categoria o decentrati) da
criteri/vincoli definiti centralmente, a partire da una
determinata strategia economico/sociale a livello
"macro". Questo anche "in deroga" a
norme/risultati della contrattazione precedente o della
contrattazione articolata.
La confusione tra i due livelli terminologici porta,
alternativamente:
- a rifiutare la concertazione come metodo, attribuendone
tutti i mali; - o a presentare la linea specifica ivi
praticata come l'unica linea possibile se si vogliono
affrontare "quei" problemi.
2.2 Un esempio tipico, in proposito, è la frequente
confusione tra patti territoriali e contratti d'area.
Ora, il patto territoriale (come altre forme ad esso
assimilabili) è una forma di contrattazione
"orizzontale" articolata, importante e
necessaria per affrontare tutta una serie di problemi:
per fare qualche esempio sparso, problemi come la
formazione professionale negata a un certo tessuto
produttivo locale, o i problemi di risanamento o
sicurezza di un'area, o problemi di sviluppo di
infrastrutture e di servizi.
Naturalmente, come ogni forma negoziale, esso può essere
"riempito" di diversi contenuti: la sicurezza
può essere affrontata limitandosi ad aumentare le forze
dell'ordine o creando forme di partecipazione che
rinnovino e rendano più vivibile il quartiere. La
formazione può essere demandata alle imprese e alle
società di loro emanazione, o vedere l'intervento attivo
dei sindacati e delle RSU nella loro impostazione.
I contratti d'area sono una "sotto-specie" di
patti territoriali caratterizzati in partenza da una
precisa ipotesi strategica: l'ipotesi che lo sviluppo
(per lo meno in certi contesti) possa essere favorito
solo dalla deroga a norme e conquiste contrattuali
acquisite.
Anche in questo caso, la confusione tra i due livelli
porta alternativamente:
- o a rifiutare per principio la contrattazione
orizzontale articolata, con i suoi relativi strumenti,
attribuendole una connotazione "di destra", e
rinunciando così a intervenire su un'ampia gamma di
problemi; - o a dare per inevitabile che la
"logica" della contrattazione e dei patti
territoriali comporti, come sua componente essenziale, un
allentamento dei vincoli contrattuali.
3. Politica dei redditi 3.1 Anche qui, partiamo dalla
definizione "classica" (che, in questo caso, è
molto precisa, essendo fatta da economisti):
"politica dei redditi" può avere un
significato ampio (riferendosi a una crescita regolata di
tutti i tipi di reddito), ma, nel suo nucleo essenziale,
significa che l'incremento dei salari e l'incremento
della produttività devono andare di pari passo.
Naturalmente, possono variare gli ambiti di riferimento
(l'economia nazionale, il settore, l'azienda) e quindi
anche gli strumenti di realizzazione (ad es. più
centralizzati o più articolati, più unilaterali o più
negoziali). Ma il criterio-base resta questo: il che -
non dimentichiamolo - equivale a dire che la
distribuzione del reddito tra profitti e salari resta
invariata.
Su questa impostazione, a partire dagli anni '60 in cui
è stata inizialmente formulata, si sono registrate, da
parte sindacale, posizioni diverse. C'è chi l'ha
accettata, come criterio-base di difesa del salario, e
chi l'ha rifiutata, perché bloccava la funzione di
redistribuzione del reddito che ha caratterizzato
storicamente il sindacato. Altre volte le differenze di
posizione si sono concentrate sui meccanismi di
realizzazione di questa politica:
centralizzati/autoritari o articolati/negoziali?
riguardanti solo profitti/salari o anche altre componenti
del reddito (rendite, prezzi dei servizi pubblici)?
Ma questo quadro storico, rispetto al dibattito attuale,
rischia di risultare molto "massimalista". Nel
dibattito attuale, infatti, risultano diffuse (anche se
non sempre esplicitamente enunciate) altre accezioni del
termine "politica dei redditi" (anche da parte
sindacale!):
- l'equivalenza generica tra "politica dei
redditi" e moderazione salariale; - quando va bene
(se non altro in termini di precisione della
definizione), la politica dei redditi viene fatta
equivalere alla difesa del salario reale rispetto
all'inflazione, qual è definita nell'accordo del
23/7/93.
Per evitare che la valutazione di queste diverse
posizioni sia pure "teorica", sarà bene
riferirsi più concretamente al contesto storico recente
della contrattazione sindacale in Italia.
3.2 Partiamo dunque dall'accordo del 23 luglio 1993, che
è spesso assunto nel dibattito sindacale, o come
"tabù" o (talvolta) "ultima
trincea", o come fonte di tutti i mali.
In quale contesto avveniva l'accordo? sommariamente:
- dopo che erano stati distrutti gli ultimi
"baluardi" della scala mobile; - in una fase di
elevata inflazione; - in fase di netta opposizione degli
imprenditori all'esistenza di due livelli di
contrattazione.
In questo contesto, l'accordo ristabilita alcuni elementi
di difesa del salario reale e sanciva i due livelli di
contrattazione.
Oggi, la situazione è cambiata: l'inflazione (se
vogliamo, anche grazie ai meccanismi istituiti
dall'accordo del 23 luglio) si è fortemente ridotta, e
la produttività ha continuato a crescere, a ritmi
mediamente superiori a quelli dell'inflazione.
La conseguenza di questi meccanismi è stata una
rilevante redistribuzione del reddito a danno dei
lavoratori. Proviamo a vedere un po' più da vicino i
meccanismi attraverso cui questo processo si è
sviluppato, e i problemi che esso pone per il sindacato.
3.3 Tra gli anni '80 e l'accordo del 23 luglio '93 si è
verificato il passaggio tra due diverse strutture
contrattuali - di cui (non dimentichiamolo) l'accordo del
23 luglio non è stato l'origine, ma se mai l'accordo che
l'ha "recepito" introducendo alcune difese
della contrattazione.
"Prima", il rapporto salariale era contrattato
su tre livelli:
- un meccanismo di scala mobile che difendeva (in varia
misura) il salario reale contro l'inflazione; - un
contratto nazionale di categoria, che - a partire da
questo - traduceva in aumenti salariali gli incrementi di
produttività "media" del settore (con le
dovute "attenuazioni" per non mandare fuori
mercato tutte le aziende "marginali"!); - una
contrattazione aziendale che permetteva di ricuperare in
termini salariali un'ulteriore porzione degli aumenti di
produttività, nelle aziende in cui il sindacato era
presente (e che, spesso anche se non sempre, erano le
più dinamiche).
Oggi, il rapporto salariale è regolato su due livelli:
- la difesa del salario reale (ricupero dell'inflazione)
è divenuta il compito esclusivo della contrattazione di
categoria (il che significa che il suo ruolo salariale si
esaurisce in questo ricupero); - tutto il ricupero
salariale degli aumenti di produttività è demandato
alla contrattazione decentrata. Ma questa può
effettuarlo in misura molto ridotta, per due ragioni: a)
una "estensiva", perché tale contrattazione
investe solo una minoranza di aziende e di occupati; b)
una "intensiva", perché tale contrattazione
verte intorno a grandezze salariali dell'ordine (quando
va bene) di una mensilità: per cui, anche se l'indice
del salario variabile aziendale riflesse efficacemente
l'andamento della produttività, esso lo trasferisce su
1/12 o 1/13 o 1/14 del salario complessivo.
Quindi, anche partendo da una visione strettamente
aderente alla politica dei redditi, si pone per il
sindacato il problema di come ricuperare in misura
maggiore gli aumenti di produttività in termini di
salario. Questo problema può ovviamente essere
affrontato in vari modi, rivedendo l'impalcatura
contrattuale complessiva o partendo da "forzature
articolate". Può anche essere respinto con
motivazioni politiche esplicite (non mascherate
attraverso l'uso improprio di "formulette"). Ma
non può essere eluso, pena l'abdicazione alla funzione
elementare del sindacato, che è - appunto - relativa
alla distribuzione dei redditi tra profitti e salari1.
4. Compatibilità: flessibilità/rigidità 4.1 Questo è
uno dei termini più "ideologizzati" del
dibattito sindacale: quante volte abbiamo assistito a
scontri sintetizzati come lo scontro tra chi è pro e chi
è contro le "compatibilità"?
In realtà, qualsiasi azione sindacale vera (cioè non
solo propagandistica):
1) tiene conto delle compatibilità: anche il sindacato
più duro, per fare un esempio, evita di fare richieste
che mandino in malora l'azienda; 2) si scontra con una
resistenza padronale fatta in nome delle compatibilità:
e questo succede anche ad impostazioni sindacali
"moderate", come mostra l'esperienza italiana
di questi anni.
Dietro a questo apparente paradosso, sta una realtà di
cui si possono schematicamente mettere in rilievo due
dimensioni tra loro collegate:
- le compatibilità sono anche (non soltanto!) una
questione di rapporti di forza; - le compatibilità si
riferiscono, certo, a vincoli "oggettivi", a
cui però sono possibili diverse risposte.
Per fare alcuni esempi elementari: un'azienda può
rispondere a una richiesta di aumento salariale (che
aumenterebbe i suoi costi) rifiutandola o aumentando la
produttività; può rispondere all'esigenza di aumento
della produttività tagliando i tempi o innovando sul
piano tecnologico ed organizzativo; può rispondere alla
concorrenza "da bassi salari" di paesi
extra-europei spostando lì le sue produzioni o
muovendosi su fasce di mercato più qualificate, dove
conta la qualità della tecnologia e della forza-lavoro.
A partire da queste "coordinate", l'esito del
riferimento alle compatibilità può essere:
- fatalistico, "da destra" come "da
sinistra", per giustificare o per lamentare
l'esistente, rinunciando a cambiarlo. Un "termine
passepartout" per questo atteggiamento è la
"globalizzazione", nel modo deterministico in
cui esso viene usato da destra e da sinistra.
- operativo/trasformatore: ci si domanda quali sono i
"vincoli oggettivi", come si possono
affrontare, con quali conseguenze per i lavoratori, quali
sono i rapporti di forza necessari per affermare
soluzioni alternative rispetto a quelle
"canoniche", ecc.
4.2 Per certi versi simile e simmetrico è il discorso su
flessibilità/rigidità, che si riferisce più spesso
all'ambito "micro", della singola impresa.
Il sindacato è, per sua natura, portatore di vincoli
all'uso della forza-lavoro, quindi portatore di rigidità
rispetto al suo uso incontrollato da parte del
capitalista.
Inversamente, esso è anche in qualche modo "garante
di flessibilità" nell'uso della forza-lavoro, per i
tipi di uso che esso consente o che non copre col suo
controllo contrattuale.
Sottolineo: questa "natura" del sindacato è
relativamente indipendente dalla sua linea specifica, e
che può essere messa in questione solo in circostanze
eccezionali - una situazione rivoluzionaria in cui il
sindacato si trasforma in "qualcos'altro", o
sindacati "gialli" che si pongono al servizio
del padrone.
Il problema è quindi, ancora una volta, non una generica
scelta "di principio" tra flessiblità e
rigidità, ma di scegliere cosa vincolare cosa no, e in
base a quali criteri.
Per fare un esempio storico, riferito a quello che è
passato (con crescenti accentuazioni denigratorie) come
il sindacato più rigido che ci fosse, nell'accordo del
'71 sui tempi di lavoro alla Fiat, il sindacato assumeva
il TMC (sistema "scientifico" padronale) come
sistema di definizione dei tempi, e poneva alcuni vincoli
in termini di pause e di tetti di saturazione, legati
anche alla durata delle fasi di montaggio.
Ma ciò presuppone un'idea autonoma del sindacato in
proposito, costruita a partire dalla valutazione di una
serie di elementi: dei vincoli che vengono dal lato del
mercato e dell'azienda, di quelli che vengono dal lato
dei lavoratori, dei rapporti di forza necessari per
intervenire sui vincoli, da cui scaturisce una
"ipotesi di bilanciamento" tra questi vari
aspetti.
Oggi, il sindacato tende a partire dalla definizione
aziendale di questi problemi, e (quando va bene) ad
"agire di rimessa" su di essi, anziché partire
da un quadro proprio dei vincoli di cui tener conto e di
come muoversi rispetto ad essi.
5. Salario variabile e premi di risultato 5.1 Il tema -
che in passato veniva chiamato "premio di
produzione" - non è nuovo, e ha dato luogo a più
riprese ad aspri scontri, non solo tra sindacato e
padronato ma nel sindacato stesso.
In passato la parola d'ordine dei premi di produzione è
stata lanciata (e in parte tradotta in pratica) dal
sindacato anzitutto perché i lavoratori potessero almeno
parzialmente "riappropriarsi" di quei margini
di aumento di produttività non coperti dalla
contrattazione nazionale.
L'opposizione padronale fu quasi sempre durissima: le
ondate di licenziamenti di rappresaglia di fine anni
'40-inizio '50 furono spesso la risposta alle lotte per i
premi di produzione; la prolungata resistenza padronale
ai contratti del 62-63 era centrata sul rifiuto della
contrattazione articolata del salario.
Ma anche nel sindacato, in ambedue le fasi, non mancarono
perplessità e resistenze. Nella CGIL dell'immediato
dopoguerra, queste erano legate al timore che
un'articolazione della dinamica salariale minasse
l'unità della classe operaia. Negli anni '60, il timore
era che i premi di produzione portassero una
subordinazione agli interessi aziendali, una sorta di
prolungamento/generalizzazione della "logica del
cottimo".
A queste obiezioni, negli anni '60 la sinistra del
movimento sindacale contrapponeva l'ipotesi che la
contrattazione dei premi di produzione fosse una delle
vie attraverso cui il sindacato poteva finalmente
arrivare a discutere dell'organizzazione della produzione
e del lavoro.
5.2 Oggi, è mutato il contesto (e alcune delle posizioni
dei soggetti interessati), ma i termini di riferimento, i
"criteri di lettura", restano sostanzialmente
gli stessi.
Il padronato, diversamente dal passato, è favorevole al
"salario variabile", ma in un contesto di
riferimento mutato, e che esso intende ulteriormente
mutare (dal taglio già avvenuto della scala mobile alle
ipotesi di annullamento/limitazione dei contratti di
categoria): il salario variabile assume quindi il
significato di pura subordinazione dell'andamento
salariale all'andamento aziendale (verso l'alto ma anche
verso il basso, sia con questa impostazione è la
preferenza per forme di salario variabile legate a indici
di bilancio (redditività), che al tempo stesso
garantiscono la subordinazione all'andamento finanziario
dell'impresa e impediscono possibili "interferenze
sindacali" in argomenti come l'organizzazione della
produzione e del lavoro.
Nel sindacato, resta diffusa una posizione di principio a
favore di indici "reali" (produttività,
qualità, ecc.), che in qualche modo riflette la vecchia
ipotesi di una contrattazione salariale aziendale
collegata a un controllo dell'organizzazione del lavoro.
Ma questa posizione risulta, nei fatti, debole, per un
duplice ordine di ragioni (legate ad aspetti a cui
abbiamo già accennato):
a) oggi, il controllo sindacale sull'organizzazione del
lavoro è debolissimo (e la stessa esperienza degli anni
'60 mostra che, nel rapporto tra controllo sindacale
sull'o.d.l. e premi di produzione, è la prima la
variabile determinante e non la seconda); b) in seguito
ai mutamenti nella struttura/dinamica salariale di cui
s'è detto, i premi di produzione risultano del tutto
inadeguati rispetto alle esigenze di ricupero salariale
dei lavoratori, e quindi il lavoro "potenziale di
mobilitazione" è ridotto.
- in moltissimi casi, la scelta di principio a favore di
"indici reali" non viene applicata, e si opta
per indici di redditività, o per premi in cifra fissa, o
addirittura per premi legati alla presenza; - anche
quando tale scelta viene applicata, difficilmente essa
apre la via a una ripresa di controllo
sull'organizzazione del lavoro: al massimo essa permette
un più efficace e articolato "controllo
conoscitivo" rispetto alle formule basate sugli
indici di bilancio.
6. Conclusione È a tutti evidente, e tutti l'abbiamo
molte volte ripetuto, che questo scivolamento nei
significati e nelle pratiche contrattuali del sindacato
non è solo il frutto di equivoci e di scelte soggettive,
ma anche e soprattutto di trasformazioni oggettive
intervenute nel mercato del lavoro in connessione con
innovazioni tecnologiche e organizzative governate dalle
imprese e dal mercato: disoccupazione strutturale,
precarizzazione del lavoro, decentramento e
delocalizzazione. Gran parte del lavoro non ha ormai
diritti (né potere contrattuale, né forza organizzata)
e pesa come ricatto permanente su chi ne conserva ancora
dal passato e non può efficacemente difenderli se non si
estendono ai nuovi lavori. Il che ha bisogno non solo di
una specifica e nuova sindacalizzazione, ma ha bisogno di
una legislazione di sostegno e di una politica economica
generale ed efficace contro disoccupazione e
precarizzazione (politiche industriali; politiche di
orario, spesa pubblica espansiva ecc). Se ho insistito
qui sui temi più classici della politica sindacale e
dell'esercizio del potere contrattuale è però perché
tutto ciò a sua volta è destinato a restare velleitaria
intenzione se non si difendono, anzi se non si
ripristinano un conflitto e una forza nel settore più
tradizionale - anch'esso in continua trasformazione ma
niente affatto marginale - del lavoro dipendente.
note:
1 . Vale la pena, a questo proposito, di notare la
dimensione politicamente ambigua delle polemiche contro
la "riduzione della funzione sindacale al conflitto
distributivo" fatto anche da sinistra (si vedano gli
scritti di Trentin). Tra la fine degli anni '60 e buona
parte degli anni '70, questa polemica significava che il
sindacato non poteva limitarsi al problema della
distribuzione del reddito (che peraltro stava affrontando
con grossi risultati) e che doveva "andare più in
là", investendo il rapporto di lavoro in tutti i
suoi aspetti. Oggi, il sindacato è al di sotto dei suoi
compiti elementari di "conflitto distributivo",
e quindi forse si tratta di ristabilire questa funzione
più che di "superarla" quando essa non è
svolta. È ciò di cui sembrano rendersi conto settori
sempre più ampi dei sindacati europei, a partire da
quelli tedeschi.
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